La verità storica della Bibbia 2   Leave a comment


Premessa

consiglio di leggere il post: (La verità vi farà liberi)

Sconfitti ma indomabili

l’esilio imposto agli Ebrei dal Babilonesi nel 587 a.C. rafforzò la loro fede in un Unico Dio

La scrittura e la rielaborazione dei testi biblici principali è durata più o meno un secolo, all’incirca dal 622 al 516 avanti Cristo: un secolo tragico, segnato da un evento che avrebbe potuto cancellare l’identità del popolo ebraico e la sua fede in un unico Dio.

«Gli Ebrei avevano un loro piccolo stato, il regno di Giuda, che attorno a Gerusalemme si estendeva su una superfi­cie paragonabile a quella dell’Umbria: come altri staterelli dell’area, era assoggettato alla potenza egemone dell’e­poca, l’impero babilonese. Si ribellò, ma gli andò male: i Babilonesi assediarono per anni Gerusalemme, la espu­gnarono e la distrussero. Il Tempio di Yahweh, il Dio unico, fu abbattuto e il sommo sacerdote giustiziato assieme a una sessantina di notabili. La popolazione cittadina fu de­portata in Mesopotamia. I contadini sparsi nelle campa­gne vennero invece lasciati sul posto: non rappresentava­no un problema per l’impero.

LA PUNIZIONE DIVINA

Lo scopo delle deportazioni fatte dai Babilonesi (e prima di loro dagli Assiri) era quello di cancellare l’identità dei po­poli vinti, inducendoli ad adottare la lingua e ad adorare gli dei del vincitore. Dopo tutto, secondo le idee del tempo, i deportati non avevano motivo di credere ancora nel loro vecchio dio, che era stato sconfitto in guerra e non era sta­to capace di proteggerli. E invece, nei 70 anni che durò la “cattività babilonese”, i leader religiosi e politici ebrei scampati al massacro respinsero l’idea che Yahweh fosse stato sconfitto e adottarono una posizione religiosa radi­calmente nuova, questa: il dio di Israele era l’unico dio di tutto l’universo. E non solo non era stato sconfitto, ma si era servito dei Babilonesi per punire il suo popolo, colpe­vole di gravissimi peccati. I Babilo­nesi, dunque, erano stati solo uno strumento della divinità. Gli Ebrei, anziché perderla, rafforzarono la propria identità nell’esilio, convinti che, una volta espiata la colpa, forti di una religione rigorosa e purificata, sarebbero tornati in patria: dove avrebbero ricostruito Gerusalemme e il celebre Tempio.

L’occasione si presenta nel 539 avanti Cristo: Ciro, re dei Persiani, conquista Babilonia e consente agli Ebrei di rientrare in patria come sud­diti del suo impero nuovo di zecca. Figli e nipoti dei deportati tornano a scaglioni a Gerusalemme, animati  da un rinnovato spirito di rigore religioso. Trovano però scarsa comprensione in quella parte della popolazione ebraica che non era stata deportata; peggio ancora, spazi che considerano loro sono stati occupati da immigrati di altra fede provenienti dalle regioni confinanti. I reduci han­no allora bisogno di un documento che dica in sostanza: «Abbiamo il diritto di riprenderci quello che è nostro da sempre: la Terra di Canaan, che ci è stata promessa da Yahweh e che Giosuè ha conquistato per noi».

Dice Liverani: «La riscrittura delle origini del popolo ebrai­co era già iniziata a Gerusalemme prima della deportazio­ne, quando il re di Giuda, Giosia (regnò dal 640 al 609 avanti Cristo) progettava di espandere il suo piccolo stato verso i confini di un mitico regno che nel remoto passato avrebbe unito sotto un solo scettro tutti gli Ebrei. L’elabo­razione del mito continuò durante l’esilio e proseguì negli anni successivi al ritorno da Babilonia».

L’area di Gerusalemme è oggetto di scavi archeologici

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