Il concetto di Dio e la sua evoluzione 3   Leave a comment


(dal libro di Erich Fromm-Voi sarete come Dei-Ubaldini Editore-Roma)

avere senso, poiché un idolo senza nome è una contraddizione in se stesso. Dio se ne rende conto e fa una concessione alla capacità di capire degli ebrei. Si dà un nome e dice a Mosè: « ‘IO SONO COLUI CHE SONO’. Poi disse: ‘Cosi dirai ai figli d’Israele: L’IO-SONO mi ha mandato da voi’». (Es.3:14).                   .

Cosa vuoI dire questo nome particolare che Dio si dà? Il testo ebraico dice EHEYEH asher EHEYEH; oppure «Eheyeh mi ha mandato da voi ».

Eheyeh è la prima persona del tempo imperfetto del verbo ebraico « essere ». Dobbiamo ricordare che in ebraico non esiste un tempo pre­sente, ma soltanto. due forme fondamentali: perfetto e imperfetto. Il presente si può formare con l’uso del participio, come in inglese « I am writing », ma non esiste un tempo corrispondente a « lo scrivo ». Tutte le relazioni di tempo sono espresse da certe alterazioni secondarie del verbo . Di base, un’azione viene vissuta come se fosse finita o non finita, cioè, al perfetto o all’imperfetto. Con le parole che denotano azioni del mondo fisico, il perfetto implica necessariamente il passato. Se ho terminato di scrivere una lettera, la mia azione è finita: è nel pas­sato. Ma con le attività di natura non-fisica, come il conoscere, per esem­pio, la cosa è diversa. Se io ho finito di imparare, non è necessaria­mente nel passato, ma il perfetto di conoscere può – e spesso accade ­significare in ebraico « Conosco completamente », « Capisco fino in fon­do ». Lo stesso dicasi per i verbi come ‘amare’ e simili .

Considerando il ‘nome’ di Dio, l’importanza del Eheyeh sta nel fatto che è l’imperfetto del verbo ‘essere’. Dice che Dio è, ma che il suo essere non è finito come quello di una cosa, è un processo vivente, un divenire; solo una cosa, cioè, che abbia raggiunto la sua forma finale può avere un nome. La traduzione libera della risposta di Dio a Mosè sarebbe «Il mio nome è Senzanome; di’ loro che Senzanome ti ha mandato» . Solo gli idoli hanno un nome, perché sono delle cose. Il Dio « vivente» non può avere un nome. In Eheyeh troviamo un com­promesso ironico tra la concessione di Dio all’ignoranza del popolo e la sua convinzione di dover essere un Dio senza nome.

Questo Dio che si manifesta nella storia non può essere rappresen­tato da nessun tipo di immagine: né da quella di un suono – cioè un nome – né da quella di pietra o di legno. Questo divieto di rappresen­tare in qualsiasi modo Dio è espresso chiaramente nei Dieci Comanda­menti, che proibiscono all’uomo di prostrarsi davanti ad alcuna « scul­tura, né immagine alcuna delle cose che sono nel cielo in alto o sulla terra in basso, o nelle acque sotto la terra». (Es. 20:4). Questo comandamento è uno dei principi fondamentali della ‘teologia’ ebraica.

Sebbene Dio sia stato designato con un nome paradossale (YHWH), anche questo ‘nome’ non deve essere pronunciato «invano », come di­cono i Dieci Comandamenti. Nahamides, nel suo commentario, spiega questo ‘invano’ con il significato di ‘senza scopo ‘; la tradizione ebraica successiva e la pratica religiosa hanno chiarito cosa volesse dire questo ‘senza scopo ‘. Gli ebrei osservanti anche oggi non pronunciano lo YHWH e dicono invece Adonai, che significa ‘mio Signore’; ma non dicono nean­che Adonai se non pregando o leggendo le Scritture, e lo sostituiscono con Adoshem (la prima lettera di Adonai più la parola shem che significa semplicemente ‘nome’) ogni volta che parlano di Dio. Anche quando scrivono Dio in una lingua straniera, per esempio in inglese, un ebreo osservante scriverà ‘G’ d’ per non pronunciare il nome di Dio invano. In altri termini, secondo la tradizione ebraica il divieto biblico di rap­presentare Dio in qualsiasi modo e di servirsi del Suo nome invano, si­gnifica che si può parlare a Dio pregando, nell’atto di unirsi a Dio, ma non si può parlare di Dio per non trasformarlo in un idolo 11. La con­seguenza di questo divieto verrà trattata nel seguito di questo capitolo, riguardo alla possibilità della ‘teologia’.       (Omissis)

Questa discussione sul concetto di Dio ci ha portato alla conclu­sione che nel pensiero biblico e ebraico successivo vi sia solo una cosa che ha importanza, cioè che Dio è. Non si interessa della speculazione sulla natura e sull’essenza di Dio, per cui non esiste uno sviluppo teolo­gico paragonabile a quello maturato nel Cristianesimo. Ma il fenomeno per cui il Giudaismo non ha sviluppato una teologia vera e propria si può capire soltanto se si capisce profondamente che la ‘teologia’ ebraica fu di tipo negativo, non solo nel senso di Maimonide, ma anche perché la conoscenza di Dio è, di base, la negazione degli idoli.

Leggendo la Bibbia ebraica non si può non restare impressionati dal fatto che, sebbene non parli di teologia, il suo punto centrale è la lotta contro l’idolatria.

I Dieci Comandamenti, nucleo della legge biblica, nonostante co­mincino con la dichiarazione « lo sono il Signore, tuo Dio, che ti ho tratto dal paese d’Egitto! dalla casa di schiavitù» (Dio è il Dio della liberazione) stabiliscono come primo comandamento il divieto di idola­tria: «Non avere altri dèi di fronte a me. Non ti fare scultura, né im­magine alcuna delle cose che sono nel cielo in alto o sulla terra in basso o nelle acque sotto la terra; non ti prostrare davanti ad esse e non servire loro» (Es. 20: 3-6).

La battaglia contro l’idolatria è il tema religioso principale che per­corre il Vecchio Testamento dal Pentateuco fino a Isaia e a Geremia. La guerra crudele contro le tribù che vivevano in Canaan e contro molte delle leggi rituali si può capire solo se radicata nel desiderio di pro­teggere il popolo dalla contaminazione dell’idolatria. Nei Profeti questo tema è altrettanto importante, ma invece dell’ordine di sterminare gli idolatri si esprime la speranza che tutte le nazioni rinunceranno all’idola­tria e saranno unite nel negarla.

Cos’è l’idolatria? Cos’è un idolo? Perché la Bibbia vuole sradicare ogni traccia di idolatria? Qual è la differenza tra Dio e gli idoli?

La prima differenza non è quella che esiste solo un Dio e molti idoli. In realtà se l’uomo adorasse un solo idolo e non molti, sarebbe ancora un idolo e non Dio. E, in effetti, quanto spesso l’adorazione di Dio non è stata altro che l’adorazione di un idolo, mascherato da Dio della Bibbia?

Si comincia a capire cosa sia un idolo quando si capisce cosa non è Dio. In quanto valore c scopo supremi, Dio noli è l’uomo, lo stato, un’istituzione, la natura, il potere, la proprietà, le capacità sessuali, né alcun prodotto fatto dall’uomo. Le affermazioni « lo amo Dio », « lo seguo Dio », « lo voglio diventare come Dio» significano prima di tutto « lo non amo, non seguo, non imito gli idoli ».

Un idolo rappresenta l’oggetto della passione centrale dell’uomo: il desiderio di tornare al suolo materno, l’ansia di possesso, di potere, di successo ecc. La passione rappresentata dall’idolo è, allo stesso tempo, il valore supremo del sistema di valori dell’uomo. Solo una storia del­l’idolatria potrebbe rivelare le centinaia di idoli e analizzare quali pas­sioni e desideri umani rappresentano. Basta dire che la storia del genere umano fino ad oggi è prima di tutto storia dell’idolatria, dagli idoli pri­mitivi in argilla e in legno, fino a quelli moderni dello stato, del capo, della produzione e del consumo – santificati dalla benedizione di un Dio idolizzato.

(continua)

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Pubblicato 30 novembre 2006 da sorriso47 in Religioni

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