Il concetto di Dio e la sua evoluzione 4   Leave a comment


L’uomo trasferisce le sue passioni e qualità nell’idolo. Più egli si svuota, più l’idolo si ingrandisce e si fortifica. L’idolo è la forma alienata dell’esperienza dell’uomo di se stesso 27. Adorandolo, l’uomo si adora. Ma adora di sé un aspetto parziale e limitato: la sua intelligenza, la sua forza fisica, il potere, il successo ecc. Identificandosi con un aspetto par­ziale di se stesso, l’uomo si limita a questo aspetto, perde la sua totalità come essere umano e arresta il suo sviluppo. Egli dipende dall’idolo perché solo sottomettendovisi trova l’ombra, anche se non la sostanza, di se stesso.

L’idolo è una cosa, e non ha vita. Dio, al contrario, è un Dio vivente. «Il Signore peraltro è il vero Dio, lui il dio vivente» (Gr. 1O: 1O); oppure « L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente» (SI. 42: 3). L’uomo, cercando di assomigliare a Dio, è un sistema aperto, che si avvicina a Dio; l’uomo, sottomettendosi agli idoli, è un sistema chiuso, che diventa egli stesso una cosa. L’idolo è privo di vita; Dio è vivo. La contraddizione tra idolatria e il riconoscimento di Dio è in ultima analisi, tra l’amore per la morte e l’amore per la vita 28.

Ricorre molte volte il concetto che l’idolo sia una cosa fatta dal­l’uomo, l’opera delle sue mani che egli adora e davanti a cui si prostra. « Cavano l’oro dal sacchetto» dice Isaia «l’oro pesano sulla bilancia: pagano un orefice. e si fanno un dio, che venerano e perfino adorano. Lo prendono a spalla e lo portano, lo rimettono poi sulla base: lì sta fermo, né si muove dal suo posto, lo si invoca anche,ma non risponde, dalle angustie egli non lo libererà» (Is. 46: 6-7). Gli orefici ne fanno un dio – un dio che non può muoversi, né rispondere, né essere respon­sabile, un dio che è morto; a cui l’uomo può sottomettersi, ma con cui non può comunicare. Isaia fa un’altra descrizione dell’idolo, forte­mente ironica:

« Il fabbro lavora il ferro ai carboni, gli dà forma con martelli e lo rifinisce col suo vigoroso braccio. Soffre la fame; la forza gli vien meno. Se non beve acqua è sfinito. Il falegname stende il regolo, trac­cia un’immagine col gesso, la lavora con scalpelli, misura col com­passo, ne ricava una figura umana, una bella figura di uomo da tenere in casa. Uno aveva tagliato per lui dei cedri, preso un leccio o una quercia; per lui li aveva fatti crescere robusti nella selva; aveva pian­tato pure un frassino che la pioggia fece crescere. Era veramente per l’uomo legna da ardere. Ne prende una parte e si scalda, appicca pure il fuoco e cuoce il pane, ma anche fa un dio e l’adora, ne forma un idolo e gli si prostra innanzi. Una metà ne brucia nel fuoco, sulla cui brace cuoce la carne, mangia l’arrosto a sazietà e anche si scalda, poi esclama: ‘Ah! mi riscaldo, mi godo il fuoco!’. Il resto egli lo trasforma in dio, nel suo idolo: gli fa l’inchino, l’adora, lo prega, dicendogli: ‘Salvami, perché sei il mio dio!’.

Non comprendono e non capiscono. I loro occhi sono coperti per non vedere, la loro mente per non capire.

Egli non riflette. Non ha scienza, né intelligenza per dire: ‘Una parte ne ho bruciata nel fuoco, e sulla brace ho cotto persino il pane, arrostito la carne che ho mangiata. Come trasformerò il resto in abo­minio e m’inchinerò a un oggetto di legno?’ ».

Isaia 44: 12-19

In effetti, la natura dell’idolatria non si potrebbe presentare più dra­sticamente: l’uomo adora degli idoli che non può vedere, e chiude gli occhi per non  vedere.

Lo stesso concetto viene espresso molto bene nel Salmo 115: « [Gli idoli] hanno mani ma non palpano, hanno piedi ma non camminano, la loro gola non emette alcun suono. Siano come loro quelli che li fabbri­cano ». Con queste parole il salmista esprimeva l’essenza dell’idolatria: l’idolo è morto, e così è morto colui che lo fabbrica. Forse non è casuale il fatto che l’autore del salmo, che probabilmente aveva un profondo sen­so dell’amore per la vita, scrivesse pochi versi dopo: «Non già i morti lodano il Signore, né quelli che scendono nel silenzio ».

Se l’idolo è la manifestazione alienata dei poteri dell’uomo, e se il modo per mantenersi in contatto con questi poteri è un attaccamento sottomesso all’idolo, ne deriva che l’idolatria è necessariamente incompa­tibile con la libertà e con l’indipendenza. I Profeti definiscono ripetuta­mente l’idolatria un’auto-punizione e un’auto-umiliazione,    (continua)

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