Il concetto di Dio e la sua evoluzione 5   Leave a comment


dal libro di Erich Fromm-Voi sarete come Dei-Ubaldini Editore Roma(per comprarlo)

….e l’adorazione di Dio un’auto-liberazione e una liberazione dagli altri . Ma si può obiet­tare che anche il Dio ebraico è un dio che si teme. È senz’altro vero fino a che Dio è il sovrano arbitrario. Abramo, anche se ancora timoroso, osa sfidare Dio, e Mosè perfino discute con lui. La paura e la sottomis­sione a Dio vanno via via diminuendo nel concetto di Dio che si svi­luppa nel corso della tradizione successiva. L’uomo diventa il compagno di Dio e quasi suo eguale. Dio resta, naturalmente, il legislatore, l’unico che ricompensa e punisce; ma le sue ricompense e punizioni non sono atti arbitrari (come, per esempio, le decisioni di Dio sul destino del­l’uomo nel Calvinismo), sono il risultato dell’accettazione o della viola­zione da parte dell’uomo della legge morale, e non troppo diversi dal­l’impersonale karma indiano. Dio, nella Bibbia e nella tradizione suc­cessiva, permette all’uomo di essere libero; gli rivela il fine della vita umana, la strada con la quale può raggiungere questo fine, ma non lo forza ad andare in una direzione piuttosto che in un’altra. Potrebbe difficilmente essere altrimenti in un sistema religioso in cui, come cer­cherò di spiegare nel capitolo successivo, la norma suprema per lo svi­luppo dell’uomo è la libertà.

L’idolatria, per la sua stessa natura, esige la sottomissione – l’adorazione di Dio, invece, l’indipendenza.

La conseguenza logica del monoteismo ebraico è l’assurdità della teo­logia. Se Dio non ha nome non c’è niente di cui parlare. Tuttavia, qual­siasi cosa si dica di Dio – e quindi tutta la teologia – implica adope­rare il nome di Dio invano: questo avvicina l’uomo al pericolo dell’ido­latria. Invece gli idoli hanno nomi: sono delle cose. Non sono un divenire ma sono finiti, per cui se ne può parlare, anzi se ne deve parlare, perché a meno che uno non li conosca già, non può evitare di sottomettervisi involon tariamente.

Sebbene non vi sia spazio per la teologia, mi sembra che ci sia spazio per l’ “idologia” e bisogno di essa. La “Scienza degli idoli” deve mostrare la loro natura e quella dell’idolatria, e identificare i vari tipi di idoli ado­rati in tutta la storia dell’uomo fino ad oggi. Una volta gli idoli erano animali, alberi, stelle, figure di uomini e di donne. Venivano chiamati Baal o Astarte e conosciuti con migliaia di altri nomi. Oggi sono l’onore, la bandiera, lo stato, la madre, la famiglia, il successo, la produzione, il consumo e molte altre cose.

Ma poiché l’oggetto ufficiale da adorare è Dio, gli idoli di oggi non sono riconosciuti per quello che sono,cioè, gli oggetti reali dell’adorazione dell’uomo. Così abbiamo bisogno di un’ “ido­logia” che esamini gli idoli effettivi di ogni dato pericolo, il tipo di ado­razione a cui erano stati consacrati, i sacrifici che l’uomo ha offerto loro, in che modo sono stati assimilati nell’adorazione di Dio, e come Dio stes­so è diventato un idolo – spesso l’idolo più alto che dà la sua benedi­zione agli altri. Sono realmente così diversi i sacrifici umani degli aztechi ai loro dèi e i sacrifici umani attuali in guerra, agli idoli del nazionali­smo e dello stato sovrano?

L’importanza cruciale del pericolo dell’idolatria ha trovato molte espressioni nella tradizione ebraica. Il Talmud, per esempio, dice: « Chiunque neghi l’idolatria è come se avesse rispettato tutta la Torah » (Hullin 5a). Durante lo sviluppo successivo si dimostrò la preoccupa­zione che perfino gli atti religiosi potessero trasformarsi in idoli. Perciò uno dei grandi maestri hasidici, il Kozker *, disse: «Il divieto di co­struire idoli implica anche il divieto di trasformare le mitzvot [atti re­ligiosi] in idoli. Non dobbiamo mai pensare che lo scopo principale di una mitzvah sia la sua forma esteriore, e che il significato interno sia ad essa subordinato. Dobbiamo invece pensare l’opposto» .

L’ “idologia” può mostrare che un uomo alienato è necessariamente un idolatra: si è impoverito trasferendo i suoi poteri vitali nelle cose esteriori, ed è costretto ad adorarle per conservare un minimo di se stesso e, in ultima analisi, per mantenere il proprio senso di identità.

La tradizione biblica e quella ebraica successiva hanno considerato il divieto di idolatria allo stesso – forse più alto – livello dell’adora­zione di Dio. In questa tradizione si chiarisce che si può adorare Dio solo se e quando si è cancellata ogni traccia di idolatria, non solo nel senso che non vi sono idoli visibili e conosciuti, ma anche perché è scomparso l’atteggiamento dell’idolatria, di sottomissione e di alienazione.

La conoscenza degli idoli e la lotta contro l’idolatria può veramente unire gli uomini di tutte le religioni con quelli senza religione. Le discus­sioni su Dio non soltanto dividono l’umanità ma sostituiscono le parole alla realtà dell’esperienza umana portando così a nuove forme di idolatria. Ciò non significa che chi segue una religione non debba continuare a esprimere la propria fede come fede in Dio (purché l’abbia purificata da tutti gli elementi di idolatria), bensì che il genere umano può essere spiritualmente unito nel negare gli idoli e legato perciò da una inalienata fede comune. La validità di questa interpretazione del ruolo della teologia e della negazione dell’idolatria nasce da uno degli sviluppi più significativi della tradizione ebraica post-biblica: la concezione dei ‘Noachiti’, i figli di Noè.

Per capire questa concezione dobbiamo risalire al dilemma peculiare dei saggi talmudici e dei loro successori. Essi non si aspettavano o nep­pure volevano che le altre nazioni del mondo adottassero la fede ebraica. D’altra parte la concezione messianica implicava l’unificazione e la sal­vezza finale di tutto il genere umano. Questo significava che nel tempo messianico tutte le nazioni avrebbero adottato la fede ebraica e si sareb­bero uniti nella fede in un solo Dio?

Se questo è il significato, come può realizzarsi se gli ebrei rifuggono dal conquistare proseliti? La risposta a questo dilemma si trova nella concezione dei Noachiti: « II nostro rabbino insegnò: ‘Sette precetti fu­rono comandati ai figli di Noè: leggi sociali per stabilire corti di giustizia [o, secondo Nahman, il principio di giustizia sociale], per impedire la bestemmia [maledire il nome di Dio], l’idolatria, l’adulterio, lo spargi­mento di sangue, il furto e il mangiare la carne di un animale vivo’ »(Sanhedrin 56a). Il presupposto qui è che molto prima che Dio si fosse rivelato e avesse dato la Torah sul Sinai, la generazione di Noè fosse già unita da norme comuni di comportamento etico. Una di queste norme si riferisce alla proibizione di una forma arcaica di mangiare, cioè man­giare la carne di un animale vivo . Quattro precetti si riferiscono al rap­porto dell’uomo con il suo simile: la proibizione di spargere sangue, il furto, l’adulterio e la necessità di avere un sistema di legge e di giusti­zia. Solo due comandamenti sono di contenuto religioso: il divieto di bestemmiare il nome di Dio e quello riguardo all’idolatria. Non esiste il comandamento di adorare Dio.

Questo in se stesso non sarebbe strano. Fino a che l’uomo non ha conosciuto Dio, come poteva adorarlo? Tuttavia il problema è più com­plesso: se non conosceva Dio non poteva neanche avere dei comanda­menti in cui si proibiva di bestemmiarlo e di adorare gli idoli. Storica­mente, riferendosi alla generazione di Noè, questi due divieti negativi non hanno quasi senso . Ma se si considera l’affermazione talmudica non come una verità storica ma come un concetto etico-religioso, allora si vede che i rabbini formulavano un principio in cui la ‘teologia nega­tiva’ [(conoscenza delle attitudini che non sono di Dio..)in un senso diverso da quello di Maimonide)], cioè non bestem­miare e non adorare gli idoli, è tutto quello che si richiede ai figli di Noè. Questa particolare citazione talmudica dice soltanto che i due coman­damenti negativi hanno la loro validità nel periodo precedente alla rive­lazione di Dio ad Abramo, e non esclude la possibilità che dopo questo evento l’adorazione di Dio fosse una norma valida per tutti. Ma un’altra concezione della letteratura rabbinica, quella del « pio fra i popoli del mondo », i pii Gentili (hasidei umoth ha-olam), dimostra che non era così. Definisce questo gruppo come formato da coloro che rispettano i sette precetti di Noè. Il punto fondamentale di questo nuovo concetto è che si dice di loro: «I giusti fra i Gentili hanno il loro posto nel mondo a venire» (Tosefta, Sanhedrin, XIII, 2). Questo «posto nel mondo a venire» è il termine tradizionale per salvezza, di solito usato per tutti gli ebrei che vivono secondo i comandamenti della Torah. La formulazione ufficiale la dà Maimonide, Mishneh Torah, XIV, 5, 8: «Un pagano che accetti i sette comandamenti [di Noè] e li osservi scrupo­losamente è un “pagano giusto” e avrà un posto nel mondo a venire ».

Cosa implica essenzialmente questa concezione? L’umanità per sal­varsi, non ha bisogno di adorare Dio. Tutto quello che deve fare è non bestemmiarlo e non adorare gli idoli. Così i saggi risolsero il conflitto tra il concetto messianico secondo cui tutti gli uomini saranno salvi, e la loro avversione a fare proseliti. La salvezza universale non dipende dall’ade­sione al Giudaismo, e neppure dall’adorazione di Dio. La razza umana raggiungerà la condizione di beatitudine, solo se non adorerà gli idoli e non bestemmierà Dio: questa è l’applicazione pratica della “teologia nega­tiva” al problema della salvezza e dell’unità del genere umano. Se ha raggiunto la solidarietà e la pace, non è necessaria neppure l’adorazione comune di un solo Dio .

Ma non è illogico che a coloro che non credono in Dio si proibisca di bestemmiarlo? Perché dovrebbe essere una virtù non bestemmiare se non si crede in lui? Mi sembra che questa ovvia osservazione sem­plifichi eccessivamente i problemi prendendo troppo alla lettera le affer­mazioni. Dal punto di vista della tradizione biblica e post-biblica, non si dubita che Dio esista. Se lo si bestemmia, si rifiuta ciò che è simbo­lizzato dal concetto di Dio. Se semplicemente non si adora, dal punto di vista del credente può essere per ignoranza, cosa che non implica un rifiuto assoluto del concetto di Dio. Dobbiamo anche ricordare che nel1a tradizione ebraica maledire Dio vuoI dire in particolare violare un po­tente divieto. Non maledire Dio, secondo me, corrisponde a non adorare gli idoli; in entrambi i casi si evita un errore positivo, anche se, secondo il teista, non si è afferrata del tutto la verità.

Abbiamo visto che nella tradizione ebraica l’imitazione delle azioni di Dio ha sostituito la conoscenza della sua essenza. Si deve aggiungere che Dio agisce nel1a storia e si rivela ne11a storia. Questo concetto ha due conseguenze: la fede in Dio implica una posizione nei confronti de11a storia e una posizione politica in senso Iato. Vediamo più chiaramente questa posizione politica nei profeti. In netto contrasto con i maestri dell’estremo Oriente, i profeti pensano in termini storici e politici. ‘Po­litico’ qui significa che si occupano degli avvenimenti storici che riguar­dano non soltanto Israele, ma anche tutte le nazioni del mondo. Inol­tre, che i criteri per giudicare gli avvenimenti storici sono di tipo spi­rituale-religioso: giustizia e amore. Secondo questi criteri vengono giu­dicate le nazioni, come gli individui dalle loro azioni.

Abbiamo visto che per ragioni storiche gli ebrei hanno dato il nome ‘Dio’ a11a x a cui l’uomo dovrebbe avvicinarsi per essere pienamente umano. Essi svilupparono il loro pensiero fino a che Dio cessò di essere definibile da qualsiasi attributo positivo di essenza, e un modo di vivere giusto per gli individui e per le nazioni sostituì la teologia. Benché logi­camente il passo successivo de11o sviluppo ebraico dovesse essere un sistema ‘senza Dio’, questo non è possibile per un sistema teistico-reli­gioso, senza perdere la propria identità. Chi non può accettare il con­cetto di Dio si trova fuori del sistema di concetti de11a religione ebraica. Può tuttavia essere molto vicino a11o spirito de11a sua tradizione, se svolge un ‘vivere giusto’, scopo principale della vita, anche se non è il rispetto dei riti e di molti comandamenti specificamente ebraici, ma un agire ne11o spirito di giustizia e di amore nel limite de11e possibilità de11a vita moderna. Si troverà vicino ai buddhisti e a quei cristiani che, come Abbé Pierre, dicono: «Ciò che importa oggi non è la differenza fra credenti e non-credenti, ma tra coloro che si preoccupano e coloro che non lo fanno ».

Prima di concludere questo capitolo si deve affrontare un altro pro­blema, probabilmente già considerato da molti lettori. Se definisco co­me essenza del sistema religioso ebraico l’imitatio dei invece del1a teo­logia, non sto supponendo che il Giudaismo sia fondamentalmente un sistema etico che richiede che si agisca in modo giusto, sincero e pietoso? Il Giudaismo è un sistema etico o religioso?

Vi, sono due risposte a questo problema. (continua)

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Pubblicato 2 dicembre 2006 da sorriso47 in Religioni

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