Archivio per 7 novembre 2007

il giudice Clementina Forleo   Leave a comment


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Clementina Forleo ….piange….

davanti a Csm


“Mai parlato di pressioni da istituzioni”
 

(sul motivo per cui piange..ve ne renderete conto..

leggendo alcuni dettagli della sua vita privata..riportati nell’articolo)

  E’ scoppiata più volte in lacrime Clementina Forleo durante la sua audizione davanti alla Prima commissione del Consiglio superiore della magistratura.

Un’audizione difficile per il gip di Milano, alla quale hanno partecipato quasi tutti i consiglieri di palazzo dei Marescialli. 

E ai quelli che volevano saperne di più sulle intimidazioni denunciate, 

avrebbe spiegato di non aver mai detto di aver subito pressioni da organi istituzionali..

 in occasione di decisioni cruciali sull’inchiesta sulle scalate bancarie.

 Ma semmai di essere stata fraintesa dalla stampa.Clementina Forleo è apparsa stanca, provata ed emozionata,

al punto da abbandonarsi alle lacrime più volte.

 “Sembrava un fiume in piena” racconta chi ha partecipato all’audizione.

 E al centro delle dichiarazioni di Forleo …

c’è stata soprattutto la vicenda dell’inerzia.. che ci sarebbe stata a Brindisi, …

o comunque della lentezza a procedere…

 da parte di chi doveva indagare sulle minacce, le telefonate mute, 

ricevute da lei e dai suoi genitori,

 prima che questi morissero in un incidente stradale.

Una vicenda che ha spinto il magistrato..

 a rinunciare alla scorta riconfermata qualche giorno fa

dal Comitato per l’ordine e la sicurezza di Milano – 

in polemica con i vertici dell’Arma dei carabinieri ..

che non avrebbero risposto alle sue domande sulle omissioni..

 che ci sarebbero state in questa indagine.
Quanto invece all’inchiesta sulle scalate bancarie, il gip – incalzata dalle domande dei consiglieri – avrebbe dunque escluso di aver subito pressioni da esponenti delle istituzioni in momenti chiave dell’indagine, come quando si trattava di decidere la sorte delle trascrizioni delle intercettazioni che riguardavano i politici. E avrebbe attribuito alla stampa la responsabilità di aver dato una “rappresentazione fuorviante” della vicenda. Nello stesso tempo si sarebbe lamentata dell’isolamento in cui si sarebbe trovata quando la sua decisione sulla trascrizioni è stata criticata dai politici e, in particolare, del silenzio dell’Anm.”L’unica impressione è che siamo ben lontani dalla rappresentazione di complotti e intimidazioni data dai giornali”, dice alla fine dell’audizione il vicepresidente della Prima commissione, Letizia Vacca, laica di centrosinistra, che spiega che i consiglieri non hanno ancora stabilito se e come andare avanti nella loro istruttoria: “Leggeremo la trascrizione dell’audizione e la prossima settimana decideremo come proseguire, se abbiamo qualcosa da fare”.

Parole dunque che non escludono che il Csm ora potrebbe anche fermarsi.

(consiglio a chi se le fosse perse..  due puntate di AnnoZero..

cosi la conoscerete meglio..questa “incredibile”donna magistrato…insieme a suo..”fratello”  De Magistris  )

 annozero1.jpg

ANNOZERO  PUNTATA..A VISO APERTO http://www.annozero.rai.it/category/0,1067207,1067115-1075238,00.html

 in   onda il 25 ottobre 2007 alle 21.05

guarda il video 

L’altra puntata..A ciascuno il suo..

in onda il 4 ottobre 2007

http://www.annozero.rai.it/category/0,1067207,1067115-1075186,00.html

 

Al centro di questa puntata, il caso De Magistris, sempre più alla ribalta dopo la decisione della Procura Generale di Catanzaro di avocare e trasferire in parte al Tribunale dei Ministri l’inchiesta “Why Not”.
L’indagine di De Magistris, che vede coinvolti anche il presidente del Consiglio Prodi e il ministro della Giustizia Mastella, ha provocato un vivace confronto politico, mettendo a rischio la stessa tenuta del Governo e suscitando l’intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

I temi al centro della puntata vengono approfonditi nei servizi di Sandro Ruotolo, Roberto Pozzan e Stefano Bianchi. Inquietante il racconto di una testimone dell’inchiesta “Why Not” che denuncia le intimidazioni e le minacce che ha ricevuto dopo la sua scelta di collaborare alle indagini.

Alla puntata hanno partecipato il pm Luigi De Magistris, il giudice milanese Clementina Forleo, il sostituto procuratore a Palermo Antonio Ingroia e il giurista Vittorio Grevi.

Credimi..donna… (IL VERO CULTO) ..( lavanda dei piedi..)   1 comment


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Giovanni 4:21

Gesù le disse:

 «Donna, credimi; l’ora viene …

che né ….su questo monte ….né a Gerusalemme …adorerete il Padre….”

Invece di decidere fra le pretese rivali di Gerusalemme e di Garizim,

 il Signore chiama la sua attenzione sopra una verità nuova,

 che non apparteneva alle rivelazioni del passato,

ma ad una economia superiore che era in sul punto di cominciare.

Essa lo aveva riconosciuto come profeta, e colle parole:

 “Donna, credimi”,

egli l’invita ora a ricevere le sue parole come quelle di un profeta:

 “Io ti dico una grande verità, che ti domando di accettare e di credere.

Ed era questa….

, che una nuova dispensazione s’avvicinava,

 nella quale gli uomini adorerebbero Iddio come Padre,

 e questo carattere filiale li emanciperebbe da tutte le barriere delle religioni antiche.

Venuto quel tempo, né Gerusalemme, né Garizim,

né alcun altro luogo potrà pretendere di essere esclusivamente scelto e consacrato per il culto di Dio”.

E sollevando i pensieri di quella donna …dal luogo del culto…. al suo glorioso oggetto,

 le sue parole suonano pure:

 “il culto del Padre si stabilirà tosto dappertutto;

perciò la questione che hai messa avanti cesserà presto di aver qualsiasi importanza”.

 sono parole del Logos…Jeshua…Gesù….

(figlio di puttana… per i Sacerdoti del Tempio.. ( vangelo di Tommaso,Didimo)

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 discorso di Gesù a Cafarnao (Giovanni 6-v 41-63)   

   (nell’utima cena ..Gesù non  disse queste parole o similari….

ma… solo … “lavò” ..i piedi …come un Servo..

chiededo loro di amarsi cosi..vicendevolmente..)

(Giovanni 6,versi 41-63)

“i Giudei mormoravano di lui ..perché aveva detto: «Io sono il pane che è disceso dal cielo».

 infatti Dicevano: «Non è costui Gesù, il figlio di Giuseppe, del quale conosciamo il padre e la madre?

Come mai ora dice: “Io sono disceso dal cielo?”»

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra di voi. 

Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre, che mi ha mandato;

 e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. È scritto nei profeti:

Saranno tutti istruiti da Dio“.

Ogni uomo che ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 

 Perché nessuno ha visto il Padre, se non colui che è da Dio;

 egli ha visto il Padre. 

In verità, in verità vi dico: chi crede in me ha vita eterna.

 Io sono il pane della vita.  I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. 

 Questo è il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia. 

 Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo;

se uno mangia di questo pane vivrà in eterno;

e il pane che io darò è la mia carne, [che darò] per la vita del mondo».

I Giudei dunque discutevano tra di loro, dicendo:

«Come può costui darci da mangiare la sua carne?»

 Perciò Gesù disse loro:

«In verità, in verità vi dico che se..

 non mangiate la carne del Figlio dell’uomo ..

e non bevete il suo sangue…

non avete vita in voi. 

 Chi mangia la mia carne …e beve il mio sangue… ha vita eterna;

 e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

 Perché …la mia carne è vero cibo ..e il mio sangue è vera bevanda.

 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, e io in lui.

 Come il Padre vivente mi ha mandato e io vivo a motivo del Padre,

così chi mi mangia vivrà anch’egli a motivo di me.

 Questo è il pane che è disceso dal cielo;

non come quello che i padri mangiarono e morirono;

 chi mangia di questo pane vivrà in eterno».

 Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga di Capernaum.

 (IL VERO MANGIARE E BERE)

60 Perciò molti dei suoi discepoli,(Apostoli futuri..)

 dopo aver udito, dissero:

«Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?» 

 Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano di ciò, disse loro:

«Questo vi scandalizza? 

E che sarebbe se vedeste il Figlio dell’uomo ascendere dov’era prima?  È lo Spirito che vivifica;

la carne non è di alcuna utilità;

le parole che vi ho dette sono (ritengo io) “significano” ..   Spirito eVita.

E’    NECESSARIO… MANGIARE E BERE ….

IL  SUO.. SPIRITO E… LA SUA VITA..

NON IN CHIESA…MA…

“NELLA NOSTRA”    ” VITA QUOTIDIANA”    (LA “CARNE ” ED IL “SANGUE” DI GESU’)

Questo è..il mio pensiero….Andrea

Benedetto Calati, un monaco senza indulgenze   1 comment


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 di ROSSANA ROSSANDA

Si è spento a Camaldoli    

calati.jpg Benedetto Calati,

un monaco raro che amavamo e che  ci amava e per noi,

 che non speriamo nell’eternità,

per sempre perduto.
 Era avvertito della fine, aveva salutato i fratelli ..saliti fra vento e   pioggia a dirgli addio,

ma si è era schermito dal benedirli,

 come per       restare il più spoglio fra di loro.

E poi s’era fatto riportare in cella, 


ontano dall’agitazione che circonda anche la morte,
trattenendo con un    gesto soltanto Emanuele Bargellini,che porta su di sé la responsabilità  del convento,

 la mano nelle mani di lui,

finché l’ansia del respiro si è    andata acquietando nel sonno della fine.
      Aveva 86 anni, era smagrito come un ramo secco, i grandi occhi scuri
      rimasti divoranti sul volto smunto. “Benedetto ha ottant’anni” aveva
      telefonato ridendo un certo mese di marzo; nessuno ama la vita come chi
      vede in essa una meraviglia di dio. Era nato povero, Luigi Calati, che poi
      aveva scelto il nome del suo ordine, i benedettini, nella campagna del
      tarantino, e da ragazzo i suoi l’avevano messo nel convento dei
      carmelitani a Mesagne. Di quella campagna ossequiente aveva raccontato una
      volta a Montegiove, facendo sussultare un vescovo che s’era presentato
      inatteso, che la processione del Corpus domini si fermava sotto il balcone
      dei signori del paese, perché essi non vi partecipavano fra il volgo. Era
      nato ribelle, se a 16 anni era scappato una notte verso Camaldoli dove gli
      avevano detto che la parola era studiata “sine glossa”, senza il filtro
      dell’interpretazione obbligata o consentita. E di Camaldoli era diventato
      la guida nel 1969, in ubbidienza ma con il cuore libero, che era la sola
      cosa libera che la chiesa lasciava allora e che gli aveva insegnato il suo
      testo prediletto, gli scritti di Gregorio Magno, il papa che era stato un
      prefetto di Roma e poi s’era raccolto al Celio, mentre l’unicità
      dell’impero era battuto dall’irruzione dei barbari/l’altro, abbattendone
      l’arroganza. Gregorio, il solo pontefice che aveva detto: “L’ultimo dei
      credenti può interpretare la parola come me”.

     cop112.jpg 

Ma poi la chiesa se l’era non ..innocentemente scordato,

 e quella che  Benedetto aveva conosciuto da giovane era chiusa ed occhiuta,

fino ai   rimbrotti del Sant’Uffizio, pronto a ritirare l’insegnamento ….

se non a   scomunicare anche i più grandi.

Così per prima cosa, pur tacendo, aveva   riaperto Camaldoli.. al suo ruolo storico di passo,

luogo di sosta,  accoglienza e ascolto dei viaggiatori che attraversavano l’Italia. A 


      Camaldoli nei secoli passati erano affluiti da Firenze anche i Medici e
      qui adesso affluivano gli amici inquieti e anche qualche nuovo potente,
      che Benedetto scrutava riconoscendo, con un sorriso, “un poveretto
      allevato nelle sacrestie”.
      E a capo di Camaldoli era rimasto fino al 1984, quando qualche commesso di
      Roma lo aveva indotto a lasciare. Ma ormai il monastero era cambiato,
      c’erano i suoi allievi ed amici, ed egli ne rimaneva il riferimento – non
      l’autorità, termine che non amava. Un centro di preghiera e opere, ricerca
      teologica e musica, spalancato sul mondo – non arrivava a dire che forse
      ogni monaco avrebbe dovuto lavorare fuori, e poi rientrarvi, per non
      cedere all’appartarsi dalla vita reale degli uomini? Da parte sua, egli
      scendeva a Roma, insegnava a Sant’Anselmo, visitava le altre case e i
      gruppi che lo chiamavano.
      E l’estate veniva a Montegiove, la bella casa benedettina un poco cadente
      sopra Fano, dove si riunivano credenti e non credenti, definizione di cui
      a lui non poteva importare di meno, giacché dio, era scritto, aveva amato
      il mondo, non solo i fedeli. A Montegiove si discuteva dei temi e dei
      dilemmi sapienziali, quelli che in ultima istanza non sono così
      distinguibili fra religione e religione, religione e laicità – il
      cristiano ha in più la fede, che è un dono e una virtù, ma un po’ meno
      essenziale dell’amore. Leggeva per noi i testi che più amava – ma perché
      torna su Gregorio?, si chiedevano talvolta i fratelli più giovani. Penso
      che fosse perché era il pontefice che aveva detto: siate soli davanti al
      testo. E nelle sue parole, nelle ricerche dei biblisti, nelle nostre
      domande o obiezioni o risposte, Benedetto ascoltava se stesso, vedeva la
      profezia come un anagramma della storia, e fra esse e il tempo vedeva
      inscriversi il cammino degli uomini. Del resto, un solo errore gli
      appariva una colpa ed era il potere, il potere sulle menti, il potere del
      comando e della ricchezza. Era stato l’editto costantiniano, il patto fra
      la chiesa e il potere terreno, la vera grande colpa. Per chi non aveva
      potere e con lui cercava, egli nutriva un’insaziata curiosità e tenerezza.
      Erano gli amici e le amiche, cui scriveva come Gregorio: “Perché non
      vieni? Tutta Roma ti aspetta”. Ma non era vero niente, aggiungeva ridendo,
      non era Roma era Gregorio che aspettava.

      A Montegiove lo sentii per la prima volta, me l’aveva indicato Adriana
      Zarri, parlava sulla legge, la coscienza, la libertà e metteva la libertà
      per prima. Non succede spesso che un sacerdote parli così, ma dio ci ha
      fatto liberi, ricordava. Liberi di pensare e liberi di ascoltare. Anche
      qualche anno dopo, quando parlammo dell’esilio, rivendicò al monachesimo
      non la fuga dal mondo – respingeva il contemptus mundi, il disprezzo del
      mondo predicato dalla chiesa devozionale – ma il ritiro dell’io con la
      parola, senza l’intermediario della legge. Il monachesimo è stato la
      libertà della chiesa nascente. Al convento bisognava tornare per
      continuarne a uscire fra la gente.
      Lui continua a muoversi dalla cella al mondo. E poiché i monaci sono
      pazzi, ne uscì anche in un impietoso luglio, quando il solleone del
      meriggio lo colse in viaggio, e un ictus lo colpì, crudelmente
      bloccandogli la mano e la parola, lo scrivere e il parlare, il tramite fra
      lui e gli altri. Nessuno di noi dimenticherà il fuoco delle sue parole
      brevi e appassionate, che nessuna pagina restituirà mai.

      Dal limite e l’umiliazione del non riuscire a districare i suoni e reggere
      la penna, era uscito da solo, sfuggendo per riserbo alle affettuose
      violenze dei medici – non poteva sentirsi addosso le mani su quel corpo
      che, ci spiegò una volta sorprendendoci un benedettino diverso, Teodoro
      Salmann, imparava dal monachesimo una compiuta compostezza; che, secondo
      Paolo, ci spiegava il biblista Barbaglio, è cosa di dio. Non so che cosa
      ne pensasse Benedetto. Non gli piaceva né soffrire né indebolirsi, ed era
      riuscito a venirne fuori da solo, caparbio, la parola appena un poco
      intralciata e la mano appena meno ferma. Aveva dovuto rinunciare alle
      lezioni a Sant’Anselmo, diminuire i viaggi, evitava i passeggi, come le
      lunghe scalinate del Celio, dove doveva essere aiutato. Non amava l’idea
      della morte, ne aveva paura, mi disse un giorno che parlavamo sotto il
      diluvio, lui inquieto nella zampata che si era sentito addosso e io
      appesantita dalle insufficienze nelle quali sta finendo la mia strada. Mi
      dicono che ultimamente le si era riconciliato, riconciliato con la fine
      della meravigliosa vita, questa vita, traversata dal tempo che la divora,
      ansia e dubbi e felicità delle creature: amava San Francesco più per il
      Cantico delle creature che per la povertà, lui che non aveva nulla e non
      vidi mai nel bellissimo abito bianco del suo ordine, lui che girava in
      pantaloni e maglione, una sciarpa al collo.

      Ma doveva essere ormai pieno di collera, se questa parola gli si può
      attribuire, o forse un eccesso di amore frustrato per la chiesa che era
      stata la sua passione. Come ha detto questa estate a un amico (Raffaele
      Luise, La visione di una monaco, Cittadella Editrice, pagg. 95, Assisi
      2000), aveva veduto nel Concilio Vaticano II la realizzazione della
      speranza che la chiesa ritrovasse lo spirito del Nuovo testamento e la
      sapienza del Vecchio. Speranza nutrita in un lungo silenzio, perché gli
      ultimi papi “avevano paura della laicità, paura del mondo sconsacrato”,
      ignoravano che “dio non dice di amare i fedeli ma di amare il mondo”. Ma
      poi era venuto il miracolo di Giovanni XXIII, “figlio di contadini che
      arrivò a essere papa – contro ogni diplomazia e regola – perché era tanto
      vecchio… sussultammo anche noi per quel papa vecchio prima di scoprire
      che era giovane”. E ricorda il riso liberatorio con cui lo videro arrivare
      in Vaticano “sulla sedia gestatoria con la tiara in testa e la fettuccia
      delle mutande che era stata legata male. Finalmente ridemmo”. Erano stati
      liberati dal papa “che ci ha dato il Concilio, cioè il primato della
      parola di dio oltre ogni gerarchia umana, cristiana, cattolica”.
      Ma poi sono venuti i colpi di arresto, le prudenze (è severo Benedetto con
      Paolo VI) e infine la concessione alle pompe e agli ori e alla mediaticità
      del sontuoso giubileo, e quel piovere di vergognose indulgenze e
      beatificazioni, perfino Pio IX. Già l’anno scorso ne aveva fatto un cenno
      severo a Montegiove. Adesso nell’intervista a Luise la requisitoria è
      spietata. Sì, aveva sperato che il Concilio facesse uscire la chiesa da
      quello stato in cui “non c’era più ombra di vita, i fedeli dovevano essere
      più che fedeli, obbedienti”, come i sudditi di una repubblica pagana,
      tutti sotto controllo. Il dialogo ecumenico si apriva fra religioni e fra
      gli uomini e le donne, “uomini e donne alla pari, che sono essi la chiesa,
      il popolo di dio”, non più soltanto cardinali, papi, curia e vescovi.
      Popolo dove ognuno “conserva la rivelazione nel suo cuore come Maria”, la
      sorella di Marta, “perché la chiesa non inventa la verità, la custodisce”.
      Ma allora, gli è stato chiesto, il Sant’Uffizio? “Deve andare a farsi
      friggere”. E la Congregazione della dottrina della fede? “Un’espressione
      senza senso”. Già circolano le voci sussiegose, quando mai un monaco parla
      così? Benedetto non salva uno degli apparati ideologici della chiesa,
      tantomeno la curia: non hanno rampognato anche le miti parole del padre
      Dupuis, mentre elogiano l’Opus Dei e Comunione e Liberazione? Le
      istituzioni del Vaticano sono residui, temporali, storici. Ma allora
      l’infallibilità del papa? Storica anch’essa, recente. E il papato? La
      chiesa dovrebbe essere di tutti, delle “aggregazioni locali con il loro
      presidente e, mi auguro, la loro presidente”. Dunque l’esclusione della
      donna dall’amministrazione dei sacramenti? Non comprensibile esclusione
      storica, ma errore, colpa. Non sono le donne che erano rimaste con Cristo
      sotto la croce mentre tutti gli altri, perfino Giovanni, fuggivano? Non è
      a Maria che Cristo risorto si rivolge per primo: Maria non mi riconosci?
      Non erano certo mancate all’ultima cena e se una donna ha evangelizzato la
      Germania vuol dire che amministrava i sacramenti (Luise annota: non è
      storicamente provato). E l’amore? L’amore è quel che più conta. E’ il
      paradigma della cristianità, il senso della chiesa. Ma l’amore carnale?
      Sì, anche quello, quello del Cantico dei cantici, di San Giovanni della
      Croce, di Abelardo ed Eloisa, capiti da Pietro il Venerabile, l’unione dei
      corpi. Ma l’obbligo del celibato? Una prevaricazione di una piramide
      maschile come è la chiesa romana. Il celibato non può essere che una
      libera scelta del monaco.

      Su questo ultimo Benedetto, che ha raccolto le forze per riordinare quel
      che a voce appena un poco più bassa aveva sempre detto, il silenzio del
      Vaticano è calato come un macigno. Ma forse parlerà a molti cristiani che
      vi riconosceranno.  

un commento..il…mio 

“lo conobbi a Camaldoli..

andavo a ” convegni” con mia moglie in “carrozzella”…

una domenica..d’inverno..assistetti ad una messa in monastero..

un monaco che non aveva..confermato i voti …

si era sposato e festeggiava …con sua moglie..

in una chiesa “quasi vuota” (me e Licia).. 

le nozze d’argento..

Benedetto ..presiedeva la messa e iniziò..la Sua omelia…

sorriso sulle labbra….”Quando Fate..all’amore..benedite il signore..

perchè il signore vi ama”     !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

era una “COLOMBA”..

solamente..”una colomba”…

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