un articolo di Maurizio Blondet..l’anima semplice di una colomba che non è accorta come un serpente   Leave a comment


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ma il Papa..sarà davvero in buona fede come Lei crede? 

Sara davvero “germanico” come Lei dice? 

Io credo di no… (da un articolo su Repubblica)

“Ad accogliere il Pontefice alla Casa Bianca c’erano oltre ai coinugi Bush, il vice presidente Dick Cheney, il segretario di Stato Condoleezza Rice e la speaker della Camera, la cattolica Nancy Pelosi, che gli ha baciato la mano.

“L’America – ha detto George W. Bush rivolto al Papa – è commossa per la sua decisione di trascorrere il suo compleanno con noi. Il mondo ha bisogno del suo messaggio per respingere il messaggio del relativismo. L’America crede nella libertà religiosa, l’amore per la libertà e la legge morale comune”.

Dopo Bush ha preso la parola il Pontefice, che senza parlare esplicitamente delle prossime elezioni presidenziali, ha chiesto al popolo americano di trovare nella propria fede religiosa un criterio di “discernimento e di ispirazione” di fronte alle sempre “più complesse questioni politiche ed etiche”.

Nessun riferimento esplicito, da parte di Ratzinger, neppure alla guerra in Iraq.

Il Papa si è limitato ad esprimere la sua fiducia che la “preoccupazione americana per l’ampia famiglia umana, continuerà a trovare espressione nel sostenere gli sforzi pazienti della diplomazia internazionale volti a risolvere i conflitti e a promuovere il progresso”. Concludendo il suo storico intervento sul prato della Casa Bianca, prima del percorso nelle strade tra due ali di folla, il Pontefice ha quindi benedetto gli Stati Uniti. “Dio Onnipotente – ha detto – confermi questa Nazione e il suo popolo nelle vie della giustizia, della prosperità e della pace. Dio benedica l’America”. 

ma La ringrazio per le molte verità nascoste…che Lei riporta ad onore della Verità…

Ghandi disse una volta una frase incredibile…

ho sempre creduto che Dio è verità..oggi ho capito che la verità è Dio..e per questo mi batterò..”

E…come Lei dice ed io penso…”La Verità vi farà liberi”..attendo la Sua..

L’INPOLITICO FA’ POLITICA.SENZA SAPERLO

Maurizio Blondet  24/10/2006

Qualche lettore mi chiede un giudizio su Ratzinger a Verona.
Esito a farlo per un senso di sconforto (per lui, il Pontefice) e perché mi toccherebbe ripetere qual è la lacuna fatale di questo Papa in buona fede: la germanica «impoliticità».
Solo un impolitico può proclamare che «la Chiesa non è un agente politico», e che il compito spetta ai laici credenti, e poi riconfermare l’appoggio a Ruini, da vent’anni l’esponente più vistoso dell’ingerenza diretta, clericale, nella politica italiana, che pochissimo spazio lascia ai laici.
Che dire?
Molière descrive un mercante a cui viene spiegata la differenza tra poesia e prosa, il quale si estasia: «Allora ho sempre fatto della prosa senza saperlo».
Un impolitico, è uno che fa politica senza saperlo, ossia in modo ingenuo e incontrollato.
Ripetutamente, Papa Benedetto sembra lasciarsi sfuggire il fatto che ogni parola pubblica di un Pontefice è già «politica».
A Ratisbona ha dato espressione al suo sentimento profondo e autentico verso l’Islam, senza immaginare ciò che qualunque giornalista poteva dirgli in anticipo, ossia che un quarto d’ora dopo la sua frase – che avrebbe offeso i musulmani – sarebbe stata diffusa, da Al-Jazeera, dal Marocco alla Somalia all’Afghanistan.
Che non volesse questo effetto, che non l’avesse calcolato, lo testimoniano le ripetute profuse scuse pontificali: del tutto evitabili, con un poco di sensibilità politica.
 

A Verona, il Pontefice ha citato gli «importanti uomini di cultura» che, «anche se non condividono o non praticano la nostra fede», sono preoccupati della perdita delle radici cristiane.
«Ratzinger lancia la santa alleanza con gli atei devoti», ha interpretato La Stampa, subito politicamente.
E naturalmente, ha esultato Il Foglio, che ha salutato la nascita anche qui da noi della «religione civile» americana, e subito ha dedicato pagine fittissime a gloria di Leo Strauss (l’adorato guru dei neocon), che «vede nella religione un sostegno alla moralità della vita civile», e dunque è l’ideale compagno di strada di un Papa che resiste alla «nuova ondata di illuminismo e laicismo».
Non senza aggiungere, Il Foglio, che per Strauss  «il sapere filosofico, essendo ricerca della verità e messa in discussione radicale delle opinioni comuni, è per sua essenza nichilistico e nessuna società può sopportarlo». (1)
Sicchè per la società, fatta di uomini comuni, il «filosofo» che considera la verità come un Nulla insensato, riserverà «nobili menzogne»: fra cui appunto una fede qualunque a cui lui, l’uomo gnosticamente superiore, non crede affatto.
«Secondo Strauss, le masse hanno bisogno di bugie», scrive letteralmente il Foglio: e giù l’elogio di «George Bush che ha portato le idee del filosofo di Chicago entro la Casa Bianca».
Con i risultati che tutti vediamo in Iraq, in Afghanistan e in Libano.
Elogio della doppiezza talmudica (Strauss ammirò Maimonide in quanto dissimulatore); uso della religione come instrumentum regni, la menzogna come base dell’arte di governo – e specificamente, per preparare noi cattolici, come già i protestanti americani, alle crociate di Israele contro l’Islam.
Quanto è consapevole il Papa che questi sono i compagni di strada di cui si rallegra nella difesa delle radici cristiane?
Coglie il loro cinismo radicale, l’antivangelo di cui sono portatori?
 

Non pare infatti che sia cristiano ritenere che «la ricerca della verità» sia in sé «nichilista» e «nessuna società può sopportarla»: al contrario, Cristo disse «Io sono la Via, la Verità e la Vita» e «la verità vi farà liberi».
Cristo non disse che gli uomini hanno bisogno di menzogne per vivere in società, quelle che il potere è sempre disposto a fornire.
E’ lecito vedere in questi portatori di un anti-vangelo cinicamente nichilista degli alleati nella restaurazione del cristianesimo?
Ferrara ha un merito, quello della impudente arrogante franchezza: l’ateo devoto israelista adorna i paginoni su Strauss, il maestro delle doppiezze, con foto di Paul Wolfowitz, il suo idolo («La necessità del riarmo morale», dice il titolo-didascalia accanto a Wolfowitz).
Sarebbe dunque lui, Wolfowitz, il nostro compagno di strada?
Ma per il momento siamo noi a farci tirare da lui sulla sua strada, che porta diritto alle devastazioni del Libano, ai fiumi di sangue in Iraq e alla barbarie «americana», stupidamente apocalittica, di Bush.
A quel punto, anche il più sprovveduto dei credenti (sempre più candidi come colombe che accorti come serpenti, dimentichi di metà della raccomandazione di Cristo) dovrebbe ricordare che «dai frutti li riconoscerete».
E i frutti del «riarmo morale» di Strauss e di Wolfowitz sono inequivocabili: la fame concentrazionaria a Gaza, la guerra d’aggressione preventiva su falsi pretesti, lo sfaldamento di intere società, i massacri in Iraq, la disperazione e la fuga di milioni di iracheni, i cancri plurimi, i feti resi mostruosi dall’uranio impoverito, le esplosioni di odio e follia.


Leo Strauss (1899-1973)
 

E’ questo il totalitarismo che la nostra generazione deve riconoscere e combattere.
Per questo mi dispiace per il Papa.
Perché, attentissimo a metterci in guardia contro il totalitarismo passato – tedesco – non vede quello presente.
Credo alla sua buona fede.
E’ tedesco: ossia impolitico.
L’impolitica è lo stigma fatale della spirito teutonico, insieme ad una specifica insensibilità che passa, erroneamente, per ferocia.
Un giorno bisognerà parlare di questo carattere del popolo tedesco, che per questo potrebbe essere la guida d’Europa e ne è invece il problema.
Non è qui il momento, in un blog; bisogna andare a volo d’uccello, ed elencare qualche caso.
I casi in cui le migliori qualità sono anche i difetti: la comprensione della complessità che diventa pedanteria; l’aspirazione di ordine che si fa sovversione; il culto del «passato» che è però rivoluzionario, senza saperlo.
Amanti della grecità, i grandi tedeschi l’hanno tramutata in filologia – merito eccezionale che è anche limite e colpa.
I suoi maggiori filosofi hanno tramutato la filosofia in dottrina universitaria, con il suo linguaggio tecnico, sottraendola per sempre all’uomo non-specialista (Platone sarebbe inorridito).
Hegel, il geniale saltimbanco del pensiero, vide lo Spirito in Napoleone che passava a cavallo (Napoleone aveva di sé un’idea più concreta: «io sono un soldato venuto dal nulla, devo mettere sempre in pericolo la Francia per poterla poi salvare»).
 

Hegel machiavellico eppure impolitico, che decretò la fine della storia, fu l’origine dei totalitarismi filosofici e concentrazionari del secolo futuro, la sinistra hegeliana come bolscevismo reale: così si finisce quando si fa politica senza saperlo.
Più che nelle sue «Memorie di un impolitico», Thomas Mann scolpisce l’impoliticità tedesca ne «La Montagna Incantata»: dove Johan Castorp, il giovane protagonista baltico, mantiene una rispettosa, contegnosa, ma ostinata distanza dal vivace Settembrini: e non riesce a capire mai come, per l’italiano, «patriottismo» sia sinonimo di «ribellione».
Per lui, per ogni tedesco, «patria» significa «ordine».
Così, è un personaggio di Thomas Mann quell’ottima persona, ricca di umana cordialità, intelligente onesta  e colta, che fu Albert Speer.
Egli comincia il suo libro, «Memorie del Terzo Reich», con l’affermazione di non essersi mai occupato di politica, di non capirla e di non esserne interessato; ed effettivamente, in nessuna delle numerose pagine del libro emerge un’adesione esplicita, totale, consapevole al nazional-socialismo. Solo che, a forza di impolitica, si trova prima a inventare le scenografie innovative del regime, poi capo della produzione bellica del Reich, eseguendo con perfetta energia e intelligenza creativa tutti i compiti della sua carica altissima nella gerarchia; fedele fino all’ultimo, fin nel bunker ed oltre.
A Norimberga non cercherà giustificazioni.
Dirà: «Se Hitler avesse potuto avere amici, io mi potrei dire suo amico».
Affermazione nobilissima, e altissimamente, teutonicamente impolitica: Speer ha fatto politica – e quale – senza saperlo, per dedizione e amicizia.
 

Perciò credo alla buona fede assoluta di Papa Ratzinger.
Solo che mi dispiace per lui.
Non spero più che premii il rabbino Ascherman, quello che aiuta i palestinesi perseguitati a raccogliere le olive, e li protegge dalle pietre e dalle fucilate dei coloni.
Non spero più che esorti Israele alla conversione del cuore.
Né spero più che denunci il nuovo Reich straussiano, quello che ci minaccia tutti, quello del nostro e del «suo» tempo, che insanguina l’Iraq e che presto bombarderà l’Iran.
Non se ne accorge.
Non ne è informato.
Non s’interessa di politica.
Evidentemente, il professore e onesto teologo è preoccupato dell’«illuminismo» e dell’Islam.
Ciò che ha detto a Ratisbona sull’Islam, citando un imperatore bizantino, è esattamente ciò che pensa.
E’ un uomo «di destra» alla tedesca, per cui la società è «ordine».
Perciò le sue simpatie vanno palesemente, e sinceramente, ai neocon, di cui non capisce la natura malignamente, ma sottilmente e insuperabilmente politica.
E alla religione civile americana.
Quanti errori si possano commettere con questa impolitica onestà, è cosa per cui solo il pensiero fa tremare.
Basti raccontare una vicenda del passato recente.
 

Nel 1999 fu fondata in Svizzera una «Foundation for Inter-religious and Intercultural Research and dialogue».
Tra i fondatori appaiono Renèe Samuel-Sirat, ex gran rabbino di Francia, il principe Hassan di Giordania e l’Aga Khan, Oliver Fatio, un esponente luterano, il metropolita Damaskinos della chiesa greca, e il cardinale Joseph Ratzinger.
Ma la lista non si chiude qui: tra tanti prelati, teste coronate e gente di religione, ci sono due laici. Uno è Neil Bush, terzo figlio dell’ex-presidente USA e fratello dell’attuale presidente; l’altro è Jamal Daniel, un siriano ortodosso, amico personale e socio in affari di Neil Bush.
Che ci faceva il futuro Papa accanto al figlio di Bush?
Non si sa.
La «Fondazione» da loro fondata era apparentemente dedita al «dialogo inter-religioso» e alla «comprensione tra le fedi».
Ma nell’annuario specializzato di queste entità (Dunn & Broadstreet) la fondazione elvetica è invece designata come un «management trust», ossia come un fondo di gestione fiduciaria di attivi finanziari: e non come entità senza scopo di lucro, ma specificamente fra le organizzazioni con «scopi altri da educazione, religione, carità o ricerca».
Insomma che fondazione era?
Ecumenica o affaristica?
O entrambe?
 

Qui, può aiutare a capire qualche dato sulla figura di Neil Bush, figlio e fratello di presidenti Usa.
Mentre suo padre era vicepresidente degli Usa a fianco di Ronald Reagan, Neil venne coinvolto nella bancarotta di una cassa di risparmio (Silverado Savings and Loans) di cui era amministratore: l’ente di controllo lo accusò di «diverse violazioni dei doveri fiduciari e molteplici conflitti d’interesse».
Non si arrivò ad incriminarlo grazie al papà, e Bush figlio se la cavò con una transazione extragiudiziale pagando 50 mila dollari di ammenda.
Dalla banca era scomparso un miliardo di dollari.
Nel 2002, Neil Bush ottiene un contratto di consulenza (pagato 2 milioni di dollari)
dalla Grace Semiconductor Manufactoring Corp, un’azienda il cui padrone risulta essere il figlio del presidente cinese di allora, Jing Zemin: Neil non s’intende affatto di semiconduttori, ma evidentemente la pagatissima consulenza ha altre ragioni, meno tecniche e più «politiche».
Infatti, Neil Bush diventa co-presidente di un’altra ditta, la Crest Investment, in cui è affiancato dal suo nuovo amico James Daniel, il siriano svizzero che aveva creato con lui la fondazione per il dialogo inter-religioso.
Grazie al nome di Bush, la Crest ottiene un contratto miliardario, e senza concorso, con lo Stato del Texas (dove i Bush contano qualcosa) per dei depositi di benzina.
Dopo questo, Neil Bush viaggia molto in Medio Oriente, Europa ed Asia per «stipulare contratti» e «raccogliere capitali per diversi affari».
Fra gli affari, ci risulta una commissione di 642.500 dollari, pagatagli per aver «messo in contatto un investitore asiatico con una ditta di tecnologia americana»: è questo il lavoro di Neil: mettere in contatto, allacciare rapporti.
Un brasseur d’affaires.


Neil Bush
 

Ma da giovane, ebbe tutto un altro incarico, più occulto e importante.
Il 30 marzo 1981, il presidente Ronald Reagan fu ferito in un attentato.
L’attentatore, un giovane apparentemente squilibrato, si chiamava John Hinkley jr.
Ebbene: questo Hinkley era amico della famiglia Bush.
Il fratello dell’attentatore, Scott Hinkley, doveva essere a pranzo con Neil Bush quella stessa mattina.
Ovviamente il pranzo fu cancellato.
Le famiglie Bush e Hinkley non solo erano insieme in affari petroliferi; sono legate da rapporti di parentela, discendendo entrambe da un Thomas Hinkley, nato in Inghilterra nel 1619, che fu governatore della colonia di Plymouth tra il 1658 e il 1681. (2)
Ovviamente, se Reagan fosse stato ucciso, alla presidenza gli sarebbe succeduto il vice-presidente, ed ex capo della CIA, George Bush padre.
Il capo della dinastia.
Questo è Neil Bush, il giovanotto che il cardinal Ratzinger si trovò a fianco come co-fondatore della fondazione svizzera.
Un giovanotto che mai e poi mai ha dimostrato il minimo interesse per i dialoghi ecumenici.
Che significa?
 

Provo a fare un’ipotesi: quella fondazione era una delle tante iniziative allestite – sempre per iniziativa di americani, spesso del Dipartimento di Stato – per attrarre prelati importanti e avvicinarli alle politiche USA.
Lo posso dire con sicurezza, perché tempo fa una personalità vaticana di un certo livello chiese il mio parere al proposito: era stato invitato ad entrare in un «gruppo di studio» o fondazione «per la comprensione inter-religiosa», in cui funzionari americani lo volevano assolutamente per far meglio comprendere alla Santa Sede le intenzioni del governo USA in politica internazionale, specie sul Medio Oriente.
Essi erano interessati ad avvicinare prelati di peso.
Tra i promotori spiccavano i nomi di alcuni neocon di una certa notorietà; come specchietto per le allodole, i funzionari – tutti devoti cristiani a loro dire – già esibivano la partecipazione al gruppo di studio di nomi della chiesa ortodossa, dell’Islam e dell’ebraismo.
Personalità del genere del principe giordano Hassan e dell’Aga Khan, notoriamente nell’orbita degli interessi statunitensi.
Il cardinal Ratzinger fu della fondazione per breve tempo.
La fondazione doveva tra l’altro, secondo l’attuale curatore che si chiama Gary Vachicouras (un greco-americano) «pubblicare l’Antico Testamento in ebraico, il Nuovo in greco e il Corano in arabo» (3): operazione la cui superfluità salta all’occhio.
A meno che lo scopo non fosse tutt’altro.
Di questo scopo sarà stato consapevole il futuro Papa, onestamente impolitico?
Si può fare politica senza saperlo.
C’è chi te la fa fare.
Note
1)
«La formidabile guerra culturale del professor Leo Strass», Il Foglio, 21 ottobre 2006.
2) Per una biografia del personaggio, si veda alla voce «Bush, Neil» su Wikipedia.
3) Knut Royce e Tom Brune, «Neil Bush, Ratzinger co-founders . President’s younger brother served with then-cardinal on board of a relatively unknown ecumenical foundation», Newsday, 21 aprile 2005.

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Pubblicato 6 luglio 2008 da sorriso47 in Religioni

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