meglio un “comico” vvaffanculo!!… ad un Ministro lom(go)bardo…(decidete voi chi è il più ignorante..)   Leave a comment


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un articolo di Piergiorgio Odifreddi

PIÙ DI CENTO BASI, MENO UNA

Yankees, go home! È stato chiesto loro tante volte in tutto il mon­do, e il 29 febbraio 2008 gli « americani» sono finalmente tornati a casa. Naturalmente, detta così la notizia sarebbe troppo bella: per essere vera, è vera, ma purtroppo si riferisce soltanto alla chiu­sura della base appoggio per sottomarini a propulsione e arma­mento nucleare della marina militare statunitense alla Maddalena, in Sardegna. Meglio che niente, naturalmente, anche se la festa è stata rovinata con largo anticipo dalla decisione del governo Prodi di un anno prima, di raddoppiare invece le infrastrutture della ba­se di Vicenza, in Veneto: ovvero, ciò che si sarebbe tolto con una mano, era già stato rimesso con l’altra. I! numero delle basi statunitensi in Italia diminuisce comun­que formalmente di un’unità, ma a quanto assomma il totale? La domanda ammette due risposte, una palese e l’altra occulta: sappiamo infatti che gli Stati, e primi fra tutti gli Stati Uniti, sti­pulano spesso accordi segreti sulla testa dei cittadini, le cui clau­sole rendono per loro natura false le cifre ufficiali. Accontentan­doci di queste, e ricordando dunque che peccano in difetto, le possiamo trovare nel Base Structure Report (Rapporto sulla strut­tura delle basi), che il dipartimento della Difesa statunitense redi­ge ogni anno per censire le proprietà immobiliari che possiede o affitta nel mondo intero. Sfogliando ad esempio il Rapporto per l’anno fiscale 2007, ve­niamo anzitutto a sapere che su un totale di 577 .519 edifici, strut­ture e servizi a disposizione del dipartimento della Difesa in 5311 basi, ben 119.050 stanno in 909 basi estere: cioè, un quinto del­l’intero apparato di «difesa» degli Stati Uniti sta fuori dal territo­rio nazionale, e sarebbe dunque forse più appropriato chiamarlo di « offesa». Più precisamente, questo ingente dispiegamento di basi si trova in sette « territori », cioè zone occupate o annesse dagli Stati Uniti, quali Portorico, le Isole Vergini e Guam, e in trenta­nove Stati formalmente indipendenti, tra cui l’Italia, la Germania e il Giappone. L’elenco delle località italiane in cui si trovano basi di varia dimensione è cospicuo, anche se meno impressionante di quello delle località tedesche, e va dal Camp Darby di Livorno, il più grande arsenale statunitense all’ estero, che ha fornito le munizioni per le guerre del Golfo e nei Balcani, al Navsuppact di Gaeta, sede della nave ammiraglia della Sesta Flotta, passando per una serie di siti più o meno noti: da Aviano, la più grande base aerea del Me­diterraneo, da cui sono partiti i raid sui Balcani, a Sigonella, che nel 1985 testimoniò uno dei pochi atti di indipendenza del gover­no italiano nei confronti degli Stati Uniti. In totale, il Rapporto per il 2007 quantifica a 89 le basi italiane, e le ripartisce in 41 per la marina, 33 per l’aviazione e 15 per l’e­sercito: queste cifre costituiscono dunque un limite inferiore uffi­ciale ai siti militari statunitensi nel nostro paese. Come abbiamo già accennato, per arrivare a una stima più precisa bisognerebbe però anzitutto tener conto delle basi segrete, che sono invece ovvia­mente inquantificabili (oltre che, altrettanto ovviamente, inquali­ficabili). E bisognerebbe poi aggiungere anche le basi che, pur ospitando armamenti e personale statunitense, sono formalmente sotto la giurisdizione della NATO, il cui quartier generale italiano si trova nel Camp Ederle di Vicenza, insieme al comando della Task Force Sud Europea. Approssimando, possiamo dunque parlare di almeno un centinaio di basi degli Stati Uniti nel nostro paese. Quanto al personale, la presenza in Italia di militari, civili e fan­tomatici « altri» statunitensi (presumibilmente, famigliari e spie) ammonta a 17.236 persone, da confrontare con le 108.351 in Germania e le 72.407 in Giappone: un vero e proprio esercito di occupazione, arrivato con la seconda guerra mondiale e mai più andatosene, neppure dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda. La stessa cosa è successa in Corea del Sud, dove rimangono 55.715 persone, e succederà in Iraq, da cui un consistente numero di truppe non se ne andrà mai (almeno, non volontariamente). In tutto, sempre secondo il Rapporto per il 2007, la presenza statunitense all’estero ammonta a circa duecen­tomila militari, affiancati da circa centomila civili e « altri»: ovve­ro, il lO per cento delle forze armate degli Stati Uniti è dispiegato all’ estero, a conferma del motto « la miglior difesa è l’attacco ». Perché il problema delle basi sta appunto qui: nel fatto che esse non sono villaggi turistici per militari in vacanza, ma arsenali di armamenti e punti di appoggio per azioni belli che, quando non semplicemente per atti di bullismo. Quello del Cermis in Val di Fiemme del 3 febbraio 1998, ad esempio, in cui un aereo dei ma­rines di stanza ad Aviano, che volava fuori dalle rotte consentite, tranciò il cavo di una teleferica e provocò la morte di 20 persone: come loro solito, gli Stati Uniti impedirono che i responsabili del­la strage fossero processati in Italia, li assolsero in patria, e com­minarono loro solo una lieve pena per aver intralciato la giustizia, avendo distrutto un nastro registrato quel giorno durante il volo. Per la perversità dei meccanismi mediati ci, fatti come questo hanno impressionato l’opinione pubblica molto più profonda­mente delle ben peggiori tragedie provocate, sempre su civili iner­mi, dagli atti di guerra che hanno coinvolto le basi militari nel no­stro paese: in particolare, come abbiamo già accennato, nelle guer­re del Golfo e dei Balcani, in cui gli Stati Uniti e la NATO hanno fatto un uso sistematico di armamenti stoccati e truppe stanziate in Italia, rendendo ci complici di distruzioni e morti. Infatti, le basi sono anzitutto depositi di armi convenzionali, che spesso raggiungono livelli assoluti di perversione: ad esempio, le famigerate bombe a grappolo, lanciate in contenitori rallentati da paracaduti, che a pressione debita si aprono e liberano un nu­mero variabile (da qualche decina ad alcune centinaia) di mine di diversa potenza e fattura, che scendono a loro volta frenate da un paracadute, disseminando si sul terreno. Gli effetti sono analoghi a quelli delle mine anti-uomo, che il Trattato di Ottawa del 1994 non solo vieta di usare, ma anche di immagazzinare: un trattato che, ricordiamolo, è una legge dello Stato in Italia, benché non sia stato firmato né ratificato dalle grandi potenze (Stati Uniti, Russia e Cina). Meno ovviamente, le basi sono anche depositi di armi nuclea­ri. Infatti, benché una legge del 1990 ne vieti esplicitamente la presenza sul suolo italiano, nel rapporto del 2007 uso Nuclear Weapons in Europe (Armamenti nucleari USA in Europa), l’anali­sta Hans Kristensen rivela che ci sono 50 testate ad Aviano e 40 a Ghedi Torre, di potenza compresa fra i 45 e i 107 kilotoni (dieci volte la bomba di Hiroshima). Più in generale, nel libro del 2007 Code names: deciphering USo military plans, programs and opera­tions in the 11/9 world (Nomi in codice: decifrare piani, program­mi e operazioni militari degli USA nel mondo dell’ 11 settembre), l’analista William Arkin rivela che il governo Berlusconi ha firmato nel 2001 un accordo segreto chiamato Stone Ax (Ascia di Pietra), che riprende accordi simili risalenti al primo dopoguerra, e stabilisce un regime di doppia chiave per l’utilizzo delle testate atomiche, prevedendo che in caso di impiego esse siano sgan
ciate dai piloti italiani.
Non molto meglio di quelle nucleari sono le armi chimiche, co­me il famigerato napalm usato dagli Stati Uniti nella guerra del Vietnam. Ma la guerra della NATO in Jugoslavia del 1999, a cui ha volenterosamente partecipato anche l’Italia del governo D’Ale­ma, ha insegnato che per effettuare un attacco chimico in un paese industrializzato, non c’è neppure bisogno di usare direttamente queste armi: basta bombardare un impianto petrolchimico come quello di Pancevo, paragonabile al nostro Porto Marghera, per provocare un vero e proprio disastro ecologico, di proporzioni maggiori della nostra Seveso. Ad esempio, nel Danubio sono state riversate otto tonnellate di mercurio, e migliaia di tonnellate di idrocarburi e petrolio, con effetti devastanti e di lunga durata sulle falde acquifere e la pesca. Quanto alle armi biologiche, in teoria gli Stati Uniti non do­vrebbero esserne dotati, benché le abbiano già usate in maniera primordiale durante le loro guerre di conquista del territorio del Nord America nell’Ottocento, distribuendo ai pellerossa co­perte infettate di morbillo e vaiolo. Di quest’ultimo essi (e la Rus­sia) detengono ufficialmente campioni del virus: poiché del vaiolo esiste il vaccino ma non la cura, il virus fornisce a truppe vaccinate una potenziale e letale arma di attacco contro popolazioni che non lo sono. In ogni caso, e per quanto assurdo possa sembrare, il Pentago­no ha ammesso nell’ottobre 2002 di aver ripetutamente effettua­to, negli anni ’50 e ’60, test con armi biologiche sui propri soldati, e addirittura simulazioni di attacchi sulle proprie città, da New York a San Francisco a Washington, rilasciando segretamente so­stanze tossiche e patogene nell’ ambiente per studiarne gli effetti. E se sono stati disposti a sperimentare sulla pelle dei propri cittadi­ni, che cosa mai saranno capaci di fare i dottor Stranamore statu­nitensi su quella degli alleati, per non parlare dei nemici? Meglio non aspettare di saperlo, e rimandarli il più presto possibile a casa: Yankees, go home!  

Hiroscima è vicina  (Beppe Grillo 22 Giugno 2008)

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Il Dipartimento della Difesa Usa dà ragione al blog. Nel 2005 scrissi che a Ghedi Torre e ad Aviano c’erano novanta testate nucleari americane. Potenza distruttiva pari a 900 volte Hiroshima. Dissi nel mio spettacolo Reset che il livello di sicurezza del sito di Ghedi era inesistente. La televisione svizzera mostrò un gruppo di ragazzi entrato nella base a fare un picnic dimostrativo senza alcun problema. La sicurezza intervenne quasi mezz’ora dopo. Nel caso di un attentato le bombe contenute a Ghedi farebbero sparire l’Italia del Nord insieme a parte dell’Europa Centrale. Il federalismo della Lega sarebbe finalmente realizzato. Il rapporto riservato dell’Air Force è stato pubblicato dalla Federazione degli scienziati americani (FAS).
Il rapporto è stato ordinato da Roger Brady, comandante dell’Air Force in Europa, dopo che un B52 trasportò per errore sei testate atomiche sorvolando gli Stati Uniti. Nel rapporto si legge: “problemi di edifici di supporto, alle recinzioni dei depositi, all’illuminazione e ai sistemi di sicurezza, a guardia delle basi vi sono soldati di leva con pochi mesi di addestramento”.
Anna Maria Guarneri, sindaco di Ghedi, è sorpresa. “Ora (ORA?) si indica che nella base del mio centro ci sono bombe atomiche”. La bella addormentata.
In questa situazione di emergenza nazionale (che cosa è infatti emergenza se non la possibile scomparsa dalla cartina geografica dell’Italia?) La Russa e l’ambasciatore USA Ronald Spogli insistono perchè sia allargata la base di Vicenza. Nonostante la sospensione dei lavori a seguito dell’ordinanza del Tar del Veneto. La Russa: “Questa decisione non ci turba. Gli impegni con gli alleati saranno mantenuti”. Spogli:”Le truppe USA di ritorno dalle missioni in Afghanistan si eserciteranno a Vicenza con i soldati italiani che si preparano a intervenire nello stesso teatro”.
Perchè siamo in Afghanistan? Perchè abbiamo novanta bombe atomiche americani sotto il culo? I discendenti di Mussolini sono i primi ad aver abdicato alla sovranità nazionale. I leghisti vogliono essere padroni a casa loro, ma con le bombe e le basi degli altri e l’esercito per le strade.
Fuori le bombe atomiche dall’Italia. Fuori gli italiani dalla guerra in Afghanistan.
A ottobre ci sarà un referendum a Vicenza contro l’allargamento della base. Io ci sarò.

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