Archivio per 17 gennaio 2009

Boicottare Israele..consigli di Noami Klein   Leave a comment


Naomi Klein:
perchè io boicotto

“La strategia più efficace per fermare un’occupazione sempre più sanguinosa è far sì che Israele diventi il bersaglio della stessa specie di movimento globale che fermò l’apartheid in Sudafrica”.

Lo scrive Naomi Klein su The Nation (www….ntly) ricordando come alcuni gruppi palestinesi da anni chiedono di condurre iniziative di boicottaggio e di disinvestimento contro Israele, simili a quelle che furono applicate al Sudafrica negli anni dell’apartheid. (www….net/).

L’intervento della Klein arriva mentre qui da noi le polemiche, gli imbarazzi, la confusione tra antisemitismo, antisionismo, critica al governo di Israele, si uniscono alla preoccupante difficoltà della sinistra di mobilitarsi contro il massacro a Gaza.

Alla causa del boicottaggio economico contro Israele – ricorda Klein – hanno aderito in questi giorni circa 500 artisti e studiosi israeliani.

Questi “hanno inviato una lettera agli ambasciatori stranieri chiedendo di sollecitare ai loro governi misure restrittive e sanzioni”.

“Il boicottaggio al Sudafrica – continua citando la lettera – fu effettivo. Ma Israele viene trattato coi guanti bianchi. Questo sostegno internazionale deve cessare”.

“Molti noi – riflette ancora Klein – non riescono ancora ad abbracciare questa causa. Le ragioni sono complesse, emotive e comprensibili. Ma semplicemente non valgono abbastanza. Le sanzioni economiche sono l’arma più efficace nell’arsenale della non violenza”.

Naomi Klein passa poi ad analizzare e a confutare quattro obiezioni possibile al boicottaggio economico di Israele.

La prima: “Le misure punitive allontanerebbero invece che persuadere Israele”.

L’”impegno costruttivo” che il mondo adotta nei confronti di Israele – osserva qui la Klein – è tragicamente fallito”.

Infatti nell’ultimo periodo “Israele ha goduto di una forte crescita delle sue relazioni diplomatiche, culturali e commerciali con una varietà di alleati”.

“E’ in questo contesto che i leader israeliani hanno iniziato la loro ultima guerra, con la certezza che non avrebbero dovuto affrontare significative reazioni.”
Seconda obiezione: “Israele non è il Sudafrica”.

Naomi Klein cita a questo proposito il parere di Ronnie Kastrils, un politico sudafricano.

Questi ha osservato che “l’architettura di segregazione vista all’opera nella West Bank e a Gaza è infinitamente peggiore di quella dell’apartheid”.

“Il boicottaggio – aggiunge l’autrice canadese – non è un dogma, è una tattica: in un paese così piccolo e così dipendente dal commercio può funzionare”.
Terza obiezione: “Il boicottaggio restringerebbe la comunicazione e noi abbiamo bisogno di più dialogo”.

Naomi Klein cita a questo proposito un’esperienza personale: racconta di aver smesso di pubblicare i suoi libri in Israele con la casa editrice Babel e di aver scelto al suo posto la più piccola e indipendente Andalus, “una casa editrice militante, profondamente convolta nel movimento contro l’occupazione, la sola casa editrice israeliana che traduce testi arabi in ebraico.

“Il nostro piccolo piano di pubblicazione – racconta ancora Klein – ha richiesto decine di telefonate, scambi di email e sms tra Tel Aviv, Ramallah, Toronto, Parigi e Gaza City. Voglio dire, appena inizia una strategia di boicottaggio il dialogo cresce in maniera fortissima. L’argomento secondo il quale il boicottaggio produce una separazione è specioso data la disponibilità di tecnologia a basso costo che abbiamo tra le mani”.
L’ultima obiezione analizzata da Naomi Klein è questa: “Non sapete che molti di questi giocattoli tecnologici provengono proprio dai centri di ricerca israeliani, all’avanguardia mondiale dell’informatica”?

La Klein, a questo proposito, cita il caso di Richard Ramsey, responsabile di una compagnia inglese specializzata in tecnologia per internet.

Dopo l’inizio dell’assalto a Gaza, Ramsey ha rotto i rapporti con la compagnia israeliana MobileMax con questa email: “A causa dell’azione del governo israeliano degli ultimi giorni non ci riteniamo più nella posizione di fare affari con voi né con nessuna altra compagnia israeliana”.

“Ramsey – spiega la Klein – ha dichiarato che la sua non è stata una decisione politica; semplicemente non voleva rischiare di perdere clienti”. E conclude Klein :“E’ stata questa sorta di freddo calcolo affaristico che ha portato molte industrie a rompere i rapporti con Sudafrica, vent’anni fa. E precisamente questo calcolo rappresenta la nostra più realistica speranza di rendere alla Palestina quella giustizia che le è stata così lungamente negata”.

Pubblicato 17 gennaio 2009 da sorriso47 in Attualità, Leggi e diritto, Popoli e politiche

Lettera del prof. Andrè Nousci all’ambasciatore d’Israele   Leave a comment


Il professor André Nouschi, 86 anni, ebreo nato a Constantine, storico di fama mondiale, Professore onorario all’Università di Nizza, ha inviato questa lettera all’ambasciatore di Israele a Parigi.

Signor Ambasciatore,

Per lei oggi è shabbat, dovrebbe essere un giorno di pace ma è un giorno di guerra. Per me, da molti anni, la colonizzazione e il furto israeliano delle terre palestinesi mi esaspera.

Le scrivo dunque a diversi titoli: come Francese, come Ebreo per nascita e come artigiano degli accordi tra l’Università di Nizza e quella di Haiffa.

Non si può più tacere davanti alla politica di assassinii e di espansione imperialista di Israele.

Vi comportate esattamente come Hitler si è comportato in Europa con l’Austria, la Cecoslovacchia.

Disprezzate le risoluzioni dell’ONU come quelle della Società delle Nazioni ed assassinate impunemente donne, bambini;

non invocate gli attentati, l’Intifada.

Tutto questo è conseguenza della colonizzazione ILLEGITTIMA e ILLEGALE. CHE É UN FURTO.

Vi comportate come ladroni di terre e voltate la schiena alla morale ebrea.

Vergogna a voi! Vergogna a Israele! Scavate la vostra tomba senza rendervene conto.

Perché siete condannati a vivere con i Palestinesi e con gli stati arabi.

Se vi manca questa intelligenza politica, allora non siete degni di far politica e i vostri dirigenti dovrebbero andare in pensione.

Un paese che assassina Rabin, che glorifica il suo assassino, è un paese senza morale e senza onore.

Che il cielo e il vostro Dio condanni a morte Sharon, l’assassino.

Avete subito una disfatta in Libano nel 2006.

Ne subirete altre, spero, e manderete a morire giovani Israeliani perché non avete il coraggio di fare la pace.

Come gli Ebrei che hanno sofferto tanto possono imitare i loro boia hitleriani ?

Per me, dal 1975, la colonizzazione mi trae a mente vecchi ricordi, quelli dell’hitlerismo.

Non vedo nessuna differenza tra i vostri dirigenti e quelli della Germania nazista.

Personalmente, vi combatterò con tutte le mie forze come l’ho fatto tra 1938 e 1945,

fino a quando la giustizia degli uomini distrugga l’hitlerismo che sta nel cuore del vostro paese.

Vergogna, Israele. Spero che il vostro Dio scaglierà contro i suoi dirigenti la vendetta che si meritano.

Come Ebreo, come ex-combattente della Seconda Guerra mondiale, sento vergogna per voi. Che Dio vi maledica fino alla fine dei secoli! Spero che sarete puniti.”

André Nouschi.——————————————————————————Le professeur André Nouschi, 86 ans d’age, natif de Constantine, une icone dans le monde des historiens, réputé mondialement, Professeur honoraire de l’université de NICE, a écrit cette à l’adresse de l’ambassadeur d’Israel à Paris.          Monsieur l’Ambassadeur,

        Pour vous c’est shabat, qui devait être un jour de paix mais qui est celui de la guerre. Pour moi, depuis plusieurs années, la colonisation et le vol israélien des terres palestiniennes m’exaspère. Je vous écris donc à plusieurs titres :comme Français, comme Juif de naissance et comme artisan des accords entre l’Université de Nice et celle de Haiffa ..

        Il n’est plus possible de se taire devant la politique d’assassinats et d’expansion impérialiste d’Israël. Vous vous conduisez exactement comme Hitler s’est conduit en Europe avec  l’Autriche, la Tchécoslovaquie .Vous méprisez les résolutions de l’ONU comme lui celles de la SDN et vous assassinez impunément des femmes, des enfants ; n’invoquez pas les attentats, l’Intifada. Tout cela résulte de la colonisation ILLEGITIME  et ILLEGALE. QUI EST UN VOL. Vous vous conduisez comme des voleurs de terres et vous tournez le dos aux règles de la morale juive. Honte à vous :Honte à Israël ! Vous creusez votre tombe sans vous en rendre compte. Car vous êtes condamné à vivre avec les Palestiniens et les états arabes. Si vous manquez de cette intelligence politique, alors vous êtes indigne de faire de la politique et vos dirigeants devraient prendre leur retraite. Un pays qui assassine Rabin, qui glorifie son assassin est un pays sans morale et sans honneur. Que le ciel et que votre Dieu mette à mort Sharon l’assassin. Vous avez subi une défaite au Liban en 2006.Vous en subirez d’autres, j’espère, et vous allez envoyer à la mort de jeunes Israéliens parce que vous n’avez pas le courage de faire la paix        Comment les Juifs qui ont tant souffert peuvent ils imiter leurs bourreaux hitlériens ? Pour moi, depuis 1975, la colonisation me rappelle de vieux souvenirs, eux de l’hitlérisme .Je ne vois pas de différence entre vos dirigeants et ceux de l’Allemagne nazie ?         Personnellement, je vous combattrai de toutes mes forces comme je l’ai fait entre 1938 et 1945 jusqu’à ce que la justice des hommes détruise l’hitlérisme qui est au cœur de votre pays. Honte à Israël. J’espère que votre Dieu  lancera contre ses dirigeants la vengeance qu’ils méritent. J’ai honte comme Juif, ancien combattant de la 2ème guerre mondiale, pour vous. Que votre Dieu vous maudisse jusqu’à la fin des siècles ! J’espère que vous serez punis..

André Nouschi
Professeur honoraire de l’Université   

Pubblicato 17 gennaio 2009 da sorriso47 in Attualità, Leggi e diritto, Popoli e politiche

Martin Van Creveld e la politica atomica israeliana   Leave a comment


L’autore della frase che segue non è – come forse potrà credere qualcuno – Giuseppe Stalin, e nemmeno Saddam Hussein, e men che meno Osama bin Laden:

«noi possediamo varie centinaia di testate atomiche e missili, e siamo in grado di lanciarli in ogni direzione, magari anche su Roma. La maggior parte delle capitali europee sono bersagli per la nostra forza aerea». L’ha pronunciata, in varie interviste, nel febbraio 2003, Martin Van Creveld, docente di storia militare all’Università Ebraica di Gerusalemme. Erano i giorni in cui la «vecchia Europa» si mostrava renitente a seguire gli Stati Uniti nella guerra all’Iraq, ed era incredula sulla pericolosità delle armi di Saddam: si credette allora che Van Creveld  esprimesse il dispetto dei circoli politico-militari israeliani per  il freno che l’Europa poneva a una guerra che Israele, come sappiamo, ha voluto ad ogni costo.
 
Ora, nuovi dati inducono a credere che Van Creveld, che ha ovvi agganci col settore militare e politico del suo Paese, esponesse in realtà una dottrina strategica. Che prevede la distruzione preventiva dell’Europa (significativa la menzione di Roma: in quei giorni il Papa si pronunciava contro l’invasione dell’Iraq) se Israele fosse davvero in estremo pericolo.
Vale la pena di riportare tutto quel che sappiamo di quell’intervista, ripresa da vari giornali in ebraico e ripresa da alcune agenzie (1)
: se non altro, consente di lanciare uno sguardo raro negli abissi di una mentalità collettiva.Van Creveld comincia a parlare dell’intifada palestinese, e si dichiara pessimista sul suo esito: «se continua ancora per molto, il governo israeliano perde il controllo del suo popolo» (2)

, disse: «in questo tipo di campagne le forze anti-terrorismo [Israele] perdono per il solo fatto che non vincono, e i ribelli vincono per il solo fatto che non perdono. Io ritengo inevitabile una totale disfatta israeliana. Ciò significa il collasso della società e dello Stato d’Israele. Ci autodistruggeremo».
 
Ma naturalmente Van Creveld non era rassegnato alla «disfatta»: il quadro estremo che dipingeva era solo il pretesto legittimante per un’estrema proposta.
«La sola salvezza per Israele è la deportazione collettiva di tutti i palestinesi. La gente che si batte per questo [nel governo israeliano] aspetta solo l’uomo giusto e il momento giusto. Due anni fa solo il 7-8 % degli israeliani pensava che questa fosse la soluzione migliore, due mesi fa era il 33 %, ed ora sono il 44 %».

L’uomo giusto era, non occorre dirlo, Sharon.

«Lui vuole fare questo. Vuole l’escalation del conflitto, perché sa che nessun’altra misura avrebbe successo».

Ancora una volta, Van Creveld non riferisce un’impressione: riferisce un piano già delineato.

Un anno prima, in un articolo scritto per il britannico Telegraph e apparso il 28 aprile 2002 (3), lo stesso Van Creveld s’era lanciato a descrivere nei dettagli questo piano: «dovesse sorgere questa necessità, allora Israele mobiliterebbe con la rapidità del lampo – anche oggi la maggior parte della sua popolazione maschile è in attesa di chiamata…»Poi continuava: «anzitutto, i nostri tre sottomarini ultramoderni prenderebbero posizione di fuoco al largo (4). Le frontiere sarebbero chiuse, un oscuramento delle notizie verrebbe imposto, e tutti i giornalisti stranieri sarebbero presi con una retata e confinati in un albergo come ospiti dello Stato…Sarebbe dispiegata la forza di 12 divisioni, undici delle quali corazzate, più diverse unità territoriali  adatte ai compiti dell’occupazione: cinque contro l’Egitto, tre contro la Siria, una a ridosso del Libano. In questo modo se ne lasceranno tre per fronteggiare l’Est e forze sufficienti per mettere un carro armato in ogni villaggio arabo, nel caso alla popolazione vengano strane idee. L’espulsione dei palestinesi richiederà solo poche brigate. Non trascineranno la gente fuori dalle case, ma useranno artiglieria pesante per cacciarli via. Gli esperti militari israeliani pensano che l’operazione possa concludersi in soli otto giorni».
 
Di fronte alla domanda dell’intervistatore: se Israele era dunque pronta ad atti di atrocità genocida, tanto da poter essere dichiarata uno Stato criminale, ecco che Van Creveld risponde con la velata minaccia atomica all’Europa. E conclude: «le nostre forze armate non sono la trentesima forza mondiale, sono la seconda o la terza. Abbiamo la capacità di trascinare giù il mondo con noi. E posso assicurarvi che questo accadrà, nel caso si crolli nell’abisso».
E’ una folle prospettiva, che ha un profondo aspetto biblico: potremmo chiamarla la sindrome di Sansone, che uccide se stesso facendosi crollare addosso un edificio, con tutti i suoi nemici non-ebrei. Israele non lascerà che il mondo continui a vivere «dopo» di esso, e «senza» di esso.
 
Chi è tentato di rifiutare queste idee, come fossero le pensate di un dottor Stranamore israeliano isolato, sarà bene si ricreda. Van Creveld  conosce i piani militari israeliani meglio di chiunque altro. E come «legittimazione» per questo scenario di ultimo orrore apocalittico anche contro Paesi non belligeranti, egli cita, nella sua intervista, una frase di Moshe Dayan: «Israele deve essere come un cane arrabbiato, troppo pericoloso per essere disturbato».

Anche quella di Dayan non fu un’asserzione casuale, ma l’indicazione di una deliberata, e ben pianificata strategia militare. La minaccia di rispondere alle pressioni politiche con la «violenza irrazionale» e la «violenza selvaggia» è stata in programma nella politica israeliana fin dall’inizio.

Negli anni ’50, rievoca l’Observer, il Primo ministro ebreo di allora, Moshe Sharret, che era un pacifista, lasciò scritto a proposito del  suo ministro della Difesa, Pinhas Lavon, che egli «costantemente consigliava azioni da pazzi» e di «fare pazzie» se mai Israele avesse incontrato qualche opposizione. Ora, «azioni pazze» di una potenza nucleare, sono tollerabili nel mondo?

Israele non solo non ha mai rivelato quante testate nucleari possiede (fra 200 e 300, si calcola), ma nemmeno ha mai reso esplicita la sua «dottrina militare» riguardo all’uso delle armi atomiche. Durante la guerra fredda, gli Stati Uniti resero nota la loro dottrina al proposito: non avrebbero mai risposto ad un attacco convenzionale con armi nucleari; mai le avrebbero usate per primi, ma solo come risposte ad un attacco atomico sovietico.
 
Ciò dava all’avversario la necessaria comprensione strategica delle intenzioni del nemico, ed a questa dottrina abbiamo dovuto cinquant’anni di pace armata all’ombra della «mutua distruzione assicurata».  Israele non ha mai detto nulla del genere, come deliberata politica: per lasciare gli avversari potenziali nell’incertezza strategica.

Israele, unica potenza atomica nel pianeta, non si vieta nessuna ipotesi: né di rispondere con un attacco nucleare ad un attacco convenzionale, né soprattutto di lanciare un attacco nucleare preventivo, e  anche senza provocazione alcuna.

Possiamo capire l’incredulità del lettore, che probabilmente, da non ebreo, non può sentire empatia per la sindrome di Sansone né per la sindrome di Masada (il suicidio collettivo cui si abbandonarono gli ebrei assediati dai Romani). Ma può forse farlo ricredere una breve informazione sul tipo di arsenale di cui Israele – uno Stato con sei milioni di abitanti e grande come la Puglia – si è dotato.
 
Il 6 giugno 2002, su Haaretz, due scienziati israeliani, Moshe Gelman dell’Asher Institute presso l’Israel Institute of Technology e Avi Har-Even, direttore dell’Israel Space Agency, parlarono del recente lancio in orbita del satellite Ofek 5. Il quale, spiegarono, ha «due obbiettivi strategici».

Il primo, dare ad Israele una capacità di spionaggio satellitare delle attività militari di tutto il Medio Oriente. La seconda, disse Har-Even, «riguarda le capacità di lancio israeliane». «Dal momento in cui Israele può lanciare un satellite in orbita a centinaia di chilometri dalla terra», spiegò Gelman, «ha stabilito la sua capacità di lanciare, con un suo missile, un carico attivo sopra ogni luogo sulla faccia del pianeta».

La capacità di cui si parla è quella di un missile intercontinentale balistico, capace di compiere un bombardamento atomico contro qualunque Stato o città del mondo.

Il 26 giugno seguente, in una riunione della NATO a porte chiuse, il capo del Mossad Ephraim Halevi pare abbia comunicato agli europei la volontà israeliana di compiere un attacco preventivo contro qualunque Paese in grado di minacciarlo, come Iran, Irak e Libia.  Ma anche verso altri Paesi?

Van Creveld, abbiamo visto, ha minacciato le capitali europee, notificando che esse sono potenziali bersagli dell’aviazione israeliana (il che significa che ci sono piani per colpirle). E, fra le capitali, ne nomina esplicitamente solo una: Roma.

E’ forse una vuota minaccia? Abbiamo sentito dei missili intercontinentali che possono colpire non solo i potenziali nemici concreti d’Israele, ma ogni altro luogo «sulla faccia della terra». Occorrerà parlare di quei tre sommergibili cui accennava Van Creveld.

Si tratta di tre sottomarini con motori diesel fabbricati in Germania, con caratteristiche molto avanzate, e armati dagli israeliani con apparati segreti d’avanguardia. Secondo uno studio pubblicato nel giugno 2002 dal Carnegie Endowment for International Peace, questi sottomarini sono armati con missili Cruise a testata atomica.
 
«Dagli anni ’80, e forse anche prima, la marina israeliana ha premuto parecchio sull’idea che Israele deve costruirsi una piccola flotta di moderni sottomarini diesel per ‘finalità strategiche’, un eufemismo israeliano per indicare la capacità di lancio subacqueo di missili nucleari…Si ritiene (ma non ce n’è conferma) che l’aspetto più delicato del progetto, la tecnologia missilistica da crociera che rende i sottomarini diesel piattaforme di lancio atomico, sia stato sviluppato e fabbricato in Israele…Secondo un articolo del Sunday Times di Londra, Israele ha compiuto il primo lancio sperimentale dei suoi Cruise all’inizio del 2000 […]. Tutto indica che Israele è sulla strada di strutturare le sue forze nucleari a triade, come gli Stati Uniti».

E’ la triade atomica: missili intercontinentali, bombardieri nucleari (quelli che hanno acquisito le capitali europee come bersaglio), e missili lanciati da sottomarini.  Si tratta, dice il rapporto, «del più  importante sviluppo nelle capacità nucleari di Israele…Israele ha acquistato la capacità di sopravvivenza per un secondo colpo nucleare. Una flotta di tre sottomarini è ritenuta il minimo che Israele esige per avere in mare in ogni momento almeno un sommergibile con armi nucleari».

A questo servono questi sottomarini, fabbricati dalla Thyssen-Nordseewerke di Kiel.    E pagati dalla Germania come parte delle infinite compensazioni per la shoah: a sopravvivere ad un attacco nucleare contro Israele, per sferrare un secondo colpo al nemico.

Ma chi è il nemico? L’Egitto? La Libia? L’Iran?

Infatti l’Iran, che vuole avere la sua bomba, è il primo candidato. Ma non è il solo. Ricordate quel che ha detto Van Creveld: «siamo in grado di trascinare il mondo nell’abisso con noi, e vi assicuro che accadrà prima che Israele cada».
 
Il fatto è che pochi Stati possono essere minacciati nella loro stessa esistenza. Israele sì. E si è esposto volontariamente a questo rischio: dotatasi di armi nucleari, si è reso responsabile di una corsa all’armamento atomico. Ed ora deve preventivamente attaccare qualunque nemico potenziale che provi a fornirsi di un’atomica, come l’Iran.

Israele, proprio perché è uno Stato artificiale, deve continuamente mantenersi nel pericolo,  per continuamente giustificare il suo spropositato rafforzamento militare. Le angosce psicanalitiche ebraiche fanno sì che questa forza, tanto più formidabile diventa, non sia mai sentita come sufficiente.
 
Israele prevede il proprio annichilamento. Ma si è preparata anche a questo. Van Creveld ha rivelato l’estremo scenario. Israele colpita da un’atomica, la Terra santa diventa inabitabile per secoli.

Ma i suoi tre sottomarini sopravvivono; e cominciano la navigazione subacquea e il posizionamento per i lanci nucleari. Non più per difendere ciò che ormai è morto, ma per trascinare con sé il mondo nell’abisso.

A cominciare dalle capitali europee. A cominciare da Roma.


1) «Israeli professor says ‘we could destroy all european capitals», IAP News, 1 febbraio 2003. La notizia è stata poi ripresa dai britannici Observer e Guardian con molto ritardo, il 21 settembre 2003.
2)
Si capisca bene il significato di questa frase: nella seconda intifada, per il terrore degli attentati suicidi, ben 700 mila israeliani (oltre un decimo della popolazione, su un totale di meno di 6 milioni) hanno abbandonato Israele. Questo perché la maggior parte degli israeliani restano cittadini di altri Paesi, con doppio passaporto, e anche case, interessi e beni a Parigi, New York, Roma. Nulla più di questa fuga di massa ha rivelato la natura artificiale dello Stato ebraico. Non è possibile immaginare che, anche nel più grave pericolo, il 10 % degli italiani, o dei francesi, possa emigrare. Semplicemente, siamo nati qui.
3)
J. Steinberg, «Sharon threatens global nuclear war», Executive Intelligence Review, 28 giugno 2002.
4)
Tenete presente questo particolare. I sottomarini cui accenna Van Creveld, di fabbricazione tedesca, hanno capacità nucleare. A che scopo metterli in mare per deportare due milioni di palestinesi quasi disarmati? Non servono a minacciare i palestinesi, ma «altri».

Pubblicato 17 gennaio 2009 da sorriso47 in Attualità, Popoli e politiche

“Operazione Piombo Fuso” è parte di un più vasto programma militare e d’intelligence israeliano   1 comment


ariel sharom

di Michel Chossudovsky – 06/01/2009

I bombardamenti aerei e l’invasione terrestre di Gaza ora in corso da parte delle forze di terra israeliane devono essere analizzati all’interno di un contesto storico.

L’operazione “Piombo Fuso” è un’impresa attentamente pianificata, a sua volta parte di un più vasto programma militare e d’intelligence israeliano formulato per la prima volta dal governo del primo ministro Ariel Sharon nel 2001:

«Fonti negli ambienti della Difesa hanno riferito che il Ministro Ehud Barak ha istruito le Forze di Difesa di Israele (IDF) affinché si preparassero per l’operazione oltre sei mesi fa, già al momento in cui Israele stava iniziando a negoziare un accordo di cessate il fuoco con Hamas.»

(Barak Ravid, Operation “Cast Lead”: Israeli Air Force strike followed months of planning, «Haaretz», 27 dicembre 2008)

È stata Israele a violare la tregua il giorno delle elezioni presidenziali USA, il 4 novembre:
«Israele ha usato questa distrazione per interrompere il cessate il fuoco con Hamas attraverso un bombardamento della Striscia di Gaza.

Israele ha asserito che questa violazione del cessate il fuoco mirava a impedire ad Hamas di scavare dei tunnel all’interno del territorio israeliano.

Proprio il giorno dopo, Israele ha lanciato un terrificante assedio di Gaza, tagliando cibo, carburante, forniture sanitarie e altri beni di necessità nel tentativo di “soggiogare” i palestinesi nel mentre che si impegnava in incursioni armate.

Come risposta, Hamas e altri a Gaza iniziarono di nuovo a sparare verso Israele dei razzi rudimentali, artigianali e fondamentalmente imprecisi. Nel corso degli ultimi sette anni, questi razzi hanno causato la morte di 17 israeliani.

Nello stesso lasso di tempo, gli assalti israeliani in stile blitzkrieg hanno ucciso migliaia di palestinesi, sollevando proteste in tutto il mondo ma cadendo davanti alle orecchie sorde dell’ONU.»

(Shamus Cooke, The Massacre in Palestine and the Threat of a Wider War, «Global Research», dicembre 2008)Un disastro umanitario pianificato

L’8 dicembre, il numero due del Dipartimento di Stato USA, John Negroponte, era a Tel Aviv per discussioni con le controparti israeliane, compreso il direttore del Mossad, Meir Dagan.

La “Operazione Piombo Fuso” è stata iniziata due giorni dopo Natale. È stata abbinata a una campagna internazionale di Public Relations minuziosamente pianificata sotto gli auspici della ministra degli esteri israeliana.

I bersagli militari di Hamas non sono il principale obiettivo. L’Operazione “Piombo Fuso è intesa, in modo abbastanza deliberato, a causare vittime civili.

Ciò con cui abbiamo a che fare è un “disastro umanitario pianificato” a Gaza in un’area urbana densamente popolata (vedi la mappa sotto indicata)

 

L’obiettivo di lungo periodo di questo piano, così come formulato dai decisori politici israeliani, è l’espulsione dei palestinesi dalle terre palestinesi.

«Terrorizzare la popolazione civile, assicurando la massima distruzione della proprietà e delle risorse culturali… La vita quotidiana dei palestinesi deve essere resa insostenibile. Devono essere segregati in città e borghi, impediti dall’esercitare una vita economica normale, tagliati fuori da luoghi di lavoro, scuole e ospedali. Ciò incoraggerà l’emigrazione e indebolirà la resistenza nei confronti di future espulsioni.»

(Ur Shlonsky, citato da Ghali Hassan, Gaza: The World’s Largest Prison, Global Research, 2005)“Operazione Vendetta Giustificata”

È stato raggiunto un punto di svolta. L’operazione “Piombo Fuso” è parte di una più vasta operazione militare e d’intelligence iniziata agli esordi del governo di Ariel Sharon nel 2001.

Fu sotto la “Operazione Vendetta Giustificata” di Sharon che i caccia F-16 furono inizialmente usati per bombardare le città palestinesi.

La “Operazione Vendetta Giustificata” fu presentata nel luglio 2001 al governo israeliano di Ariel Sharon dal capo di stato maggiore dell’IDF Shaul Mofaz, con il titolo “La distruzione dell’Autorità Palestinese e il disarmo di tutte le forze armate”.

«Un piano d’emergenza, dal nome in codice ‘Operazione Vendetta Giustificata’, è stato redatto lo scorso giugno (2001) per rioccupare tutta la Cisgiordania e possibilmente la Striscia di Gaza al costo probabile di “centinaia” di vittime israeliane.» («Washington Times», 19 marzo 2002).

Stando a quanto ha riferito «Jane’s Foreign Report» (12 luglio 2001) l’esercito israeliano sotto Sharon aveva aggiornato i suoi piani per un «assalto su vasta scala volto ad abbattere l’autorità palestinese, esiliare il leader Yasser Arafat e uccidere o imprigionare il suo esercito».

“Giustificazione per lo spargimento di sangue”La “Giustificazione per lo spargimento di sangue” era una componente essenziale del programma militare e d’intelligence. L’uccisione di civili palestinesi veniva giustificata su “basi umanitarie.”

Le operazioni militari israeliane erano accuratamente sincronizzate in modo da coincidere con gli attentati suicidi:

«L’assalto sarebbe stato lanciato, a discrezione del governo, dopo un grosso attacco suicida con bombe che avesse causato un gran numero di morti e feriti, citando lo spargimento di sangue come giustificazione.» (Tanya Reinhart, Evil Unleashed, Israel’s move to destroy the Palestinian Authority is a calculated plan, long in the making, Global Research, dicembre 2001, grassetto aggiunto, ndr)


Il piano Dagan

La “Operazione Vendetta Giustificata” ha avuto anche il nome di “Piano Dagan”, in riferimento al generale (ora in congedo) Meir Dagan, che attualmente guida il Mossad, l’agenzia d’intelligence di Israele.
Il Generale della Riserva Meir Dagan era il consigliere di sicurezza nazionale di Sharon durante la campagna elettorale del 2000. Il piano appariva essere stato redatto prima dell’elezione di Sharon alla carica di Primo Ministro nel febbraio 2001.

«A quanto riferisce Alex Fishman su “Yediot Aharonot”, il Piano Dagan consisteva nel distruggere l’autorità palestinese e nel mettere Yasser Arafat ‘fuori gioco’.» (Ellis Shulman, “Operation Justified Vengeance”: a Secret Plan to Destroy the Palestinian Authority, marzo 2001):

«In base a quanto è esposto dal “Foreign Report [Jane]” e rivelato a livello locale dal “Maariv”, il piano d’invasione di Israele – che si riferisce sia stato denominato Vendetta Giustificata – verrebbe lanciato immediatamente a ridosso del prossimo attentato suicida con molte vittime, durerebbe almeno un mese e si prevede che causerebbe la morte di centinaia di israeliani e migliaia di palestinesi.» (ibid., grassetto aggiunto, ndr)

Il ‘Piano Dagan’ prevedeva la cosiddetta “cantonalizzazione” dei territori palestinesi attraverso la quale Cisgiordania e Gaza sarebbero stati totalmente separati l’una dall’altra, con “governi” separati in ciascun territorio.

In base a questo scenario, già previsto nel 2001, Israele avrebbe:
«“negoziato separatamente con le forze palestinesi che sono dominanti in ciascun territorio: forze palestinesi responsabili per la sicurezza, l’intelligence, e anche per il
Tanzim (al-Fatah).”

Il piano somiglia perciò all’idea di “cantonalizzazione” dei territori palestinesi, scaturita da vari ministeri.»
Sylvain Cypel,
The infamous ‘Dagan Plan’ Sharon’s plan for getting rid of Arafat, «Le Monde», 17 dicembre 2001).

Il Piano Dagan ha stabilito una continuità nei programmi d’azione militare e d’intelligence. In attesa delle elezioni del 2000, a Meir Dagan fu assegnato un ruolo chiave. «Diventò l’intermediario di Sharon per i temi della sicurezza con gli inviati speciali del presidente Bush, Zinni e Mitchell.»

Successivamente fu nominato direttore del Mossad dal Primo Ministro Ariel Sharon nell’agosto 2002. Nel periodo post-Sharon è rimasto capo del Mossad. È stato riconfermato nella sua posizione di direttore dell’intelligence dal Primo Ministro Ehud Olmert nel giugno 2008.

A Meir Dagan, in armonia con le controparti USA, hanno fatto capo varie operazioni militari e d’intelligence. Senza menzionare il fatto che Meir Dagan, da giovane colonnello aveva lavorato a stretto contatto con l’allora ministro della difesa Ariel Sharon nelle incursioni a danno degli insediamenti palestinesi a Beirut nel 1982.

L’invasione di terra di Gaza nel 2009, sotto molti punti di vista, ricalca da vicino l’operazione militare del 1982 condotta da Sharon e Dagan.
Continuità: da Sharon a Olmert

È importante concentrare l’attenzione su vari eventi chiave che hanno portato fino agli eccidi di Gaza sotto la “Operazione Piombo Fuso”:

1. L’assassinio nel novembre 2004 di Yasser Arafat. Questo assassinio è stato nel tavolo dei progetti dal 1996 nell’ambito della “Operazione Campi di Spine”. Secondo un documento dell’ottobre 2000 «preparato dai servizi di sicurezza, su richiesta dell’allora Primo Ministro Ehud Barak, si sosteneva che “Arafat, la persona, è una grave minaccia alla sicurezza dello Stato [di Israele] e il danno che risulterà dalla sua scomparsa è minore del danno causato dalla sua esistenza.» (Tanya Reinhart, Evil Unleashed, Israel’s move to destroy the Palestinian Authority is a calculated plan, long in the making, Global Research, dicembre 2001. Dettagli del documento furono pubblicati su Ma’ariv, 6 luglio 2001.).

L’assassinio di Arafat fu ordinato nel 2003 dal gabinetto di governo israeliano. Venne approvato dagli USA che posero il veto a una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che condannava la decisione del 2003 del governo israeliano.

In reazione agli aumentati attacchi palestinesi, nel 2003 il ministro della difesa israeliano Shaul Mofaz dichiarò una “guerra totale” ai militanti cui giurò che erano “marchiati a morte”
«A metà settembre il governo israeliano approvò un provvedimento per sbarazzarsi di Arafat. Il consiglio di gabinetto per gli affari di sicurezza politica la definì “una decisione volta rimuovere Arafat in quanto ostacolo alla pace.”

Mofaz minacciò: “sceglieremo il modo e il tempo giusti per uccidere Arafat.”

Il ministro palestinese Saeb Erekat disse alla CNN che riteneva che Arafat sarebbe stato il prossimo obiettivo. La CNN chiese al portavoce di Sharon, Ra’anan Gissan se il voto significasse l’espulsione di Arafat.

Gissan chiarì: “Non significa questo. Il consiglio di gabinetto ha deciso oggi di rimuovere questo ostacolo. Il tempo, il metodo, i modi con cui ciò avrà luogo saranno decisi in separata sede, e i servizi di sicurezza sorveglieranno la situazione e faranno le raccomandazioni sull’azione più appropriata.»

(Si veda Trish Shuh, “Road Map for a Decease Plan”, www.mehrnews.com, 9 novembre 2005.

L’assassinio di Arafat era parte del Piano Dagan del 2001. Con ogni probabilità, fu portato avanti dall’intelligence israeliana. Era intesa a distruggere l’Autorità Palestinese, fomentare divisioni all’interno di al-Fatah così come tra al-Fatah e Hamas.

Mahmud Abbas è un quisling palestinese. Venne installato come leader di al-Fatah, con l’approvazione di Israele e degli Stati Uniti, che finanziano le forze paramilitari e di sicurezza dell’Autorità Palestinese.

2. La rimozione, in base agli ordini del Primo Ministro Ariel Sharon nel 2005, di tutte le colonie ebraiche a Gaza.

Una popolazione ebraica di 7mila persone venne ridislocata.
«“È mia intenzione [Sharon] portare avanti un’evacuazione – scusate, una ridislocazione – degli insediamenti che ci causano problemi e dei luoghi non in grado di durare fino a diventare un insediamento finale, come gli insediamenti di Gaza… sto lavorando nel presupposto che in futuro non ci saranno ebrei a Gaza” ha detto Sharon »(
CBC, March 2004)

La questione delle colonie di Gaza fu presentata come parte della “road map verso la pace” sponsorizzata da Washington. Celebrata dai palestinesi come una “vittoria”, questa misura non era diretta contro i coloni ebrei. Era piuttosto il contrario: faceva parte  della operazione coperta complessiva, che consisteva nel trasformare Gaza in un campo di concentramento.

Finché i coloni ebrei vivevano dentro Gaza, l’obiettivo di sostenere un vasto territorio-prigione sigillato non poteva essere conseguito. La realizzazione concreta della “Operazione Piombo Fuso” imponeva “niente ebrei a Gaza”.

3. La costruzione del famigerato Muro dell’Apartheid fu decisa all’inizio del governo Sharon (vedi mappa seguente).

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4. La fase successiva fu la vittoria elettorale di Hamas nel gennaio 2006.

Senza Arafat, gli architetti dell’intelligence militare israeliana sapevano che al-Fatah sotto Mahmud Abbas avrebbe perso le elezioni. Questo faceva parte dello scenario, già previsto e analizzato ben prima.
Essendo in capo ad Hamas la responsabilità dell’autorità palestinese, e nell’usare il pretesto che Hamas è un’organizzazione terroristica, Israele avrebbe intrapreso il processo di “cantonalizzazione” come formulato nel Piano Dagan. Al-Fatah sotto la guida di Mahmud Abbas sarebbe rimasta formalmente responsabile della Cisgiordania. Il governo regolarmente eletto di Hamas sarebbe stato confinato nella Striscia di Gaza.

L’attacco di terra
Il 3 gennaio, i carri armati e la fanteria sono entrati a Gaza in un’offensiva totale sul terreno:
«L’operazione di terra è stata preceduta da varie ore di fuoco pesante di artiglieria dopo il buio, che ha mandato i bersagli in fiamme sviluppatesi nel cielo notturno. Il fuoco delle mitragliatrici ha crepitato quando i traccianti hanno illuminato l’oscurità e lo scoppio di centinaia di proiettili di artiglieria ha lanciato scie di fuoco» (AP, 3 gennaio 2009).
Fonti israeliane hanno sottolineato un lungo decorso per l’operazione militare. Essa «non sarà facile e non sarà breve», ha affermato il ministro della Difesa Ehud Barak in un discorso alla TV.

Israele non sta mirando a obbligare Hamas a “cooperare”. Ciò cui assistiamo è la messa in pratica del “Piano Dagan” così come formulato inizialmente nel 2001, giacché si appellava a:
«un’invasione del territorio a controllo palestinese da parte di circa 30mila soldati israeliani, con la ben definita missione di distruggere l’infrastruttura della leadership palestinese e di requisire gli armamenti attualmente posseduti dalle varie forze palestinesi, ed espellendo o uccidendo la sua leadership militare.» (Ellis Shulman, op. cit., grassetto aggiunto, ndr)

La questione più generale è se Israele d’intesa con Washington abbia l’intenzione di scatenare una guerra più ampia
L’espulsione di massa potrebbe avvenire in qualche fase finale dell’invasione di terra, se fossero gli israeliani ad aprire i confini di Gaza per consentire un esodo della popolazione.

Fu da parte di Sharon il riferimento all’espulsione come «una soluzione in stile 1948».

Per Sharon «è solo necessario trovare un altro Stato per i palestinesi: “la Giordania è Palestina”, era una frase che fu Sharon a coniare» (Tanya Reinhart, op. cit.)

(Perché il massacro di Sabra e Shatila fu una macchia indelebile nella storia di Ariel Sharon)

“Nel 1982 gli israeliani costrinsero l’Olp di Yasser Arafat a ritirarsi da Beirut ma violando gli accordi con la forza multinazionale guidata dagli americani il ministro della Difesa Ariel Sharon fece circondare i campi profughi di Sabra e Shatila dove entrarono i falangisti cristiani libanesi, alleati di Israele, massacrando centinaia di persone, donne, vecchi e bambini. Quella strage lasciò una traccia indelebile su Sharon e sui rapporti tra Israele e i palestinesi di Alberto Negri – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/XafyG”

sabra e shatila 1

Nel giugno 1982 gli israeliani assediarono Beirut accerchiando 15mila combattenti palestinesi dell’Olp. All’inizio di luglio il presidente americano Ronald Reagan invia il mediatore Philip Habib che ottiene dal premier Menachen Begin l’assicurazione che i suoi soldati non sarebbero entrati a Beirut Ovest e non avrebbero attaccato i palestinesi nei campi profughi. L’accordo, con l’assenso del governo libanese, fu firmato il 19 agosto, ma la situazione stava di nuovo per cambiare: il 23 agosto venne eletto presidente Bashir Gemayel che godeva del favore dei falangisti cristiani e di Israele. di Alberto Negri – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/XafyG

Alla vigilia dell’imbarco dei primi miliziani palestinesi, venne pubblicata il 20 agosto negli Stati Uniti la quarta clausola dell’accordo per la partenza dell’Olp, che così recitava: “I palestinesi non combattenti che siano rimasti a Beirut, comprese le famiglie di coloro che hanno abbandonato la città, saranno sottoposti alle leggi e alle norme libanesi. Il governo del Libano e gli Stati Uniti forniranno adeguate garanzie di sicurezza”. di Alberto Negri – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/PZnCW

Preoccupato per la sorte dei profughi palestinesi Yasser Arafat chiese l’invio di una forza multinazionale che garantisse l’ordine. Il piano prevedeva l’intervento di 800 soldati americani, 800 francesi e 400 italiani. Il 21 agosto arrivò a Beirut il primo contingente francese e nei due giorni successivi anche i soldati italiani e americani presero posizione in città. A questo punto Arafat acconsentì ad abbandonare BeirIl primo settembre l’evacuazione dell’Olp è terminata. Due giorni dopo l’esercito israeliano circonda i campi profughi palestinesi venendo meno al patto siglato con la forza multinazionale che però non fece nulla per fermarlo. I marines americani abbandonano Beirut il 3 settembre, insieme ai soldati francesi e italiani, e lo stesso giorno le milizie cristiano-falangiste, alleate degli israeliani, prendono posizione nel quartiere di Bir Hassan, ai margini dei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila. Il 14 settembre Bashir Gemayel è ucciso in un attentato organizzato dai servizi segreti siriani con l’aiuto dei palestinesi e il giorno seguente le truppe israeliane invadono Beirut Ovest, rompendo l’accordo con gli Usa. Il ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon affermò alla Knesset che “l’attacco aveva lo scopo di distruggere i terroristi”. di Alberto Negri – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/nGZZ http://24o.it/I5SOt

sabra e shatila 2

In cerca di vendetta per l’assassinio di Gemayel le milizie cristiano-falangiste di Elie Hobeika alle 18 circa del 16 settembre 1982 entrano nei campi profughi di Sabra e Shatila. L’esercito israeliano aveva chiuso ermeticamente i campi profughi e messo posti di osservazione sui tetti degli edifici vicini, partecipando attivamente alle operazioni di rastrellamento. I falangisti lasciarono i campi profughi soltanto il 18 settembre.
Il numero esatto dei morti non è ancora chiaro.
Come in tutte le vicende contemporanee dove è ancora forte l’impatto psicologico e predominano i sentimenti di parte, le cifre sono difficilmente esenti da sospetti di faziosità e restano quindi assai dibattute. Si va dalle circa 450 vittime stimate dall’esercito libanese ai 3.500 delle fonti filo-palestinesi, passando per i 700-800 morti indicati dai servizi segreti israeliani e le 1000-1500 della Croce Rossa internazionale.
L’8 febbraio 1983 la Commissione Kahan chiamata a indagare sui fatti dalle autorità israeliane giunge alla conclusione che i diretti responsabili dei massacri erano stati i falangisti di Elie Hobeika. La stessa Commissione però ammette indirettamente la responsabilità israeliana nel massacro per non averlo saputo prevenire né stroncare: il ministro della Difesa Ariel Sharon viene così sostituito da Moshe Arens. E’ ammessa anche la responsabilità dei comandi militari, del generale Rafael Eitan, capo di Stato Maggiore, e del generale Amos Yaron, comandante della regione di Beirut. Nel 2001 la Corte di Cassazione belga apre un processo per crimini di guerra su Sabra e Shatila e chiama alla sbarra il falangista Elie Hobeika. Il 24 gennaio 2002 Hobeika muore a Beirut in un attentato. Prima di morire, Hobeika avrebbe avuto un incontro con due senatori belgi e si sarebbe detto pronto a fare “rivelazioni” sui massacri di Sabra e Shatila e sui rapporti con Sharon. Israele si di Alberto Negri – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/gxTHk

 

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