L’uomo,la felicità e la marcia del mondo. (Teillhard de Chardin)   Leave a comment


Pierre Teilhard de Chardin

Image via Wikipedia

L’uomo, la felicità e la marcia del mondo.
Da: Il Gesuita proibito – Vita ed opere di P.Teilhard de Chardin.
di Giancarlo Vigorelli Casa editrice IL SAGGIATORE
 

“E infine gli ardenti.
Qui mi riferisco a quelli per cui la vita è un’ ascensione e una scoperta.

Per gli uomini che formano questa terza categoria…

non solo è meglio essere che non essere,

ma c’è sempre la possibilità – ed è l’unica che interessi – di diventare qualcosa di più.

Per questi conquistatori appassionati d’avventure,

l’essere è inesauribile – non alla maniera di Gide, come un gioiello dalle mille sfaccettature,

che si può girare in tutti i versi senza mai stancarsene,

ma come un ,fuoco di calore e di luce, al quale è possibile avvicinarsi sempre più.

Si possono canzonare questi uomini, trattarli da ingenui o trovarli noiosi.

Ma dopo tutto sono loro che ci hanno fatto, e che preparano la Terra di Domani.”

“Allo stesso modo che nel Mondo della Materia meccanizzata, tutti i corpi obbediscono alle leggi di una gravitazione universale, così nel Mondo della Materia vitalizzata, tutti gli esseri organizzati, anche gli inferiori, si orientano e si spostano verso ciò che offre loro il maggior benessere. Parlare della felicità, dunque, dovrebbe essere il più facile dei compiti per un conferenziere. Uomo vivo fra uomini vivi, non è forse sicuro di rivolgersi soltanto a uomini convinti e iniziati? In realtà, il compito che oggi mi assumo davanti a voi si rivela molto più delicato e complesso.
Senza dubbio, come tutti gli altri esseri animati, l’Uomo desidera essenzialmente la felicità. Ma per lui, questa esigenza fondamentale, assume una forma nuova e complicata. In effetti, l’Uomo non è soltanto un essere vivente più sensibile e vibrante degli altri; attraverso la sua «ominizzazione» è diventato un essere vivente, riflessivo e critico. Questo dono della riflessione porta con sé due temibili proprietà, la percezione del possibile e la percezione dell’avvenire, due poteri la cui comparsa basta a gettare il disordine e la dispersione nel flusso finora così coerente e limpido della vita. Percezione del possibile e percezione dell’avvenire, congiunte l’una all’altra per rendere continue e per disperdere in tutti i sensi tanto le nostre paure che le nostre speranze… Dove l’animale sembra non trovare mai difficoltà nell’avvicinarsi a ciò che lo soddisfa, l’Uomo, invece, a ogni passo e in ogni direzione, vede un problema, per il quale, da quando è Uomo, non ha mai cessato di cercare, senza successo, una soluzione definitiva e universale.
«De vita beata», dicevano gli antichi. Cos’è la felicità? Da secoli, su questo argomento, i libri, le inchieste, le esperienze individuali e collettive, pateticamente si susseguono senza mai raggiungere l’umanità. E alla fine, per molti di noi, la conclusione pratica di tutte queste discussioni è che è inutile voler cercare di più.
O il problema è insolubile: non c’è vera felicità in questo mondo.
Oppure, porta con sé soltanto un’infinità di soluzioni particolari, cioè è indefinito.
Essere felici: questione di gusto personale. A voi piace il vino e la carne buona. lo preferisco le automobili, la poesia o la beneficenza. «Ognuno ha i suoi gusti e la su fortuna.» Certo spesso avete sentito dire così, e forse anche voi lo pensate un po’.
È a questo scetticismo relativistico, e alla fine pessimistico, dei nostri contemporanei, che stasera voglio oppormi, direttamente, mostrandovi che, anche per l’Uomo, la direzione generale della felicità non è affatto così equivoca come si dice – purché tuttavia, limitando la nostra inchiesta alla ricerca delle gioie essenziali, ci si appoggi agli insegnamenti della Scienza e della Biologia.
Non potendo vi sfortunatamente dare la felicità, spero di potervi almeno aiutare a trovarla!
Questo esposto sarà di due parti: 1) nella prima, sopratutto teorica, faremo ‘in modo di definire insieme la via migliore che conduce alla felicità umana; 2) nella seconda, quella conclusiva, ci chiederemo come possiamo adeguare le nostre vite individuali a questi assi generali di beatificazione.
Per meglio capire in che modo si crea per noi il problema della felicità, e perché siamo portati a esitare di fronte a tale problema, è indispensabile inizialmente dare un’occhiata in giro, cioè distinguere tre atteggiamenti iniziali e fondamentali, adottati di fatto dagli uomini di fronte alla Vita.
Lasciamoci guidare, se siete disposti, da un paragone. Immaginiamo degli alpinisti, partiti per scalare una cima difficile, e consideriamo il gruppo qualche ora prima della partenza. A questo punto si può immaginare la squadra divisa in tre categorie. Alcuni rimpiangono di aver lasciato l’albergo. La fatica, i pericoli sembrano loro sproporzionati all’interesse per il successo. Decidono di tornare indietro.

Altri non sono irritati per la partenza. Il sole brilla, la vista è bella. Ma perché salire più in alto? Non è meglio godersi la montagna dove ci si trova, in mezzo ai prati o nel bosco? E si sdraiano sull’ erba o esplorano i dintorni, aspettando l’ora del pic-nic. Gli ultimi, infine, i veri scalatori, non staccano gli occhi dalle cime che hanno deciso di raggiungere. E ripartono in avanti.Degli stanchi, dei buontemponi, degli ardenti.

Tre tipi di Uomo,
che ciascuno di noi porta in germe nel profondo di se stesso, e fra i quali, da sempre, si divide l’Umanità che ci circonda.
1) Degli stanchi (o dei pessimisti), per cominciare.
Per questa prima categoria d’uomini, esistere è uno sbaglio o un fallimento. Siamo malamente impegnati, e di conseguenza si tratta di abbandonare il gioco, il più abilmente possibile. Portato allo estrema, e metodicizzato in una dottrina sapiente, questo atteggiamento sfocia nella saggezza hindu, per la quale l’Universo è un’illusione e una catena, o in un pessimismo sciopenaureiniano.

Ma in modo più smorzato e comune, la stessa disposizione si trova e si rivela in un mare di giudizi pratici che ben conoscete. «Che senso ha cercare?. Perché non si lasciano i selvaggi alloro mondo selvaggio e gli ignoranti alla loro ignoranza? Che cosa vogliono dire la Scienza e la Macchina?.. Non si sta meglio stesi che in piedi? Morti, ,invece che coricati?» Tutto questo significa, almeno implicitamente, che è preferibile essere di meno che essere di più; meglio di tutto, non essere affatto.
2) Dei buontemponi (o dei gaudenti).
Per questi uomini della seconda specie, è senz’altro meglio essere che non essere. Ma, stiamo attenti, «essere» prende allora un senso tutto particolare. Essere, vivere, per i discepoli di questa scuola, non è agire, ma godersi il presente. Godere ogni momento e di ogni cosa, gelosamente, senza perdere nulla, e sopratutto senza preoccuparsi di cambiare atteggiamento: in questo consiste la saggezza. Venga pure la sazietà, ci si rivolterà sull’ erba, ci si sgranchirà le gambe, si cambierà posizione. Non si rischia nulla per il futuro, a meno che per un eccesso di raffinatezza, non ci si avveleni godendo del rischio per il rischio, per gustare il piacere di osare o sentire il fremito della paura.
Così è per noi, sotto una forma semplicistica, l’antico edonismo pagano di Epicureo . E non molto tempo fa, nei circoli letterari questa era la stessa tendenza di un Paul Morand, o di un Montherrant o, molto più sottile, di un Gide (quello di Nourritures terrestres), per il quale l’ideale della vita è bere senza mai spegnere (ma piuttosto aumentandola) la propria sete non per riprendere forma, ma preoccupato soltanto di essere pronto a chinarsi) sempre più avidamente, su qualsiasi nuova sorgente.
3) E infine gli ardenti.
Qui mi riferisco a quelli per cui la vita è un’ ascensione e una scoperta. Per gli uomini che formano questa terza categoria. non solo è meglio essere che non essere, ma c’è sempre la possibilità – ed è l’unica che interessi – di diventare qualcosa di più. Per questi conquistatori appassionati d’avventure, l’essere è inesauribile – non alla maniera di Gide, come un gioiello dalle mille sfaccettature, che si può girare in tutti i versi senza mai stancarsene, ma come un ,fuoco di calore e di luce, al quale è possibile avvicinarsi sempre più. Si possono canzonare questi uomini, trattarli da ingenui o trovarli noiosi. Ma dopo tutto sono loro che ci hanno fatto, e che preparano la Terra di Domani. .
Pessimismo, e ritorno al passato,’ godimento del presente,’ slancio verso l’avvenire. Tre atteggiamenti fondamentali, di fronte alla Vita.
E da questo, inevitabilmente, al centro stesso del nostro problema, ecco tre forme contrastanti di felicità.
1) Felicità di tranquillità. Nessuna noia, nessun rischio, nessuno sforzo. Diminuiamo i contatti, limitiamo le necessità – abbassiamo le luci – rientriamo nella nostra conchiglia. L’uomo felice è quello che penserà, sentirà e desidererà di meno.
2) Felicità di piacere, piacere immobile, o più ancora. piacere continuamente rinnovato. Lo scopo della vita non è agire e creare, ma approfittare. Ancora meno sforzo, dunque, o quel tanto necessario per cambiare coppa e liquore. Distendersi il più possibile, come la foglia ai raggi del sole, cambiare posizione a ogni istante per sentire di più: ecco la ricetta della felicità. L’uomo felice è quello che saprà gustare l’istante, che tiene fra le mani nel modo più completo.
3) Felicità di crescita. Per questo terzo punto di vista. la felicità non esiste né ha valore per se stessa, cioè come oggetto che possiamo inseguire e di cui possiamo impadronirci, ma non è altro che il segno, l’effetto e come la ricompensa dell’azione convenientemente guidata. «Un sottoprodotto dello sforzo» diceva Aldous Huxley. Non basta, dunque come suggerisce il moderno edonismo, rinnovarsi in un modo qualsiasi, per essere felici. Nessun cambiamento beatifica a meno che non si agisca avanzando.

( se vi interessa..continuate…pag 3 di 7 )

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