Archivio per 26 luglio 2010

Il Tempio di Gerusalemme..(Futuro..prossimo !!!)   Leave a comment


 

 

Israele ha fretta: presto il Tempio

In Questa ..Nefasta,,Apoteosi..Futura Prossima..vi è anche lo Zampino delle Lobbies Massoniche americane.. (andate a questo articolo…

Massoneria… the darnel grows with the wheat (la zizzania cresce con il grano..(Vangeli)..ma  aspettiamo la Fine.. 

(PREMESSA ..)

(12 Ottobre 2009)

L’Azerbaijian si trova a ridosso dell’Iran, con cui condivide una frontiera: ottima posizione per i progetti aggressivi israeliani. Difatti in Azerbaijian ha aperto una filiale la Elbit Systems, la più importante delle imprese elettroniche della difesa giudaica. La Elbit si occupa di sviluppo, fabbricazione e integrazione di «sistemi centralizzati di reti di comando, controllo, comunicazioni (C4ISR)». Insomma, guerra elettronica, spionaggio tecnologico SIGINT, e soprattutto teleguida di aerei e di elicotteri senza pilota.

Che l’Azerbaijian, un Paese arretrato di 8 milioni di abitanti (il 94% musulmani, e i due terzi sciiti) abbia bisogno di simili sofisticati armamenti, è alquanto dubbio. Ma il presidente azero a vita Ilham Alyer, a parte le mazzette miliardarie che implicano certi affari, ha una disputa con l’Iran su un giacimenti petrolifero del Caspio. E il ministro israeliano Lieberman, ebreo-russo, è stato lesto ad approfittarne.

Il 6 maggio scorso Lieberman aveva incontrato il «presidente» Aliyer a Praga, e insieme hanno organizzato una visita ufficiale del presidente sionista Shimon Peres: visita avvenuta nonostante la massiccia opposizione della popolazione. I rapporti diventano sempre più cordiali. Già oggi l’Azerbaijian fornisce ad Israele il 20% delle sue importazioni petrolifere e prodotti derivati, per 3,5 miliardi di  dollari, e si parla di forniture di gas naturale liquefatti attraverso la Turchia fino al porto di Haifa. In cambio, l’Azerbaijian ha cominciato a comprare dal settembre 2008 armamenti, munizioni, mortai, sistemi radio da Israele. Evidentemente, il «presidente» ritiene che oggi la sua forza armata abbia bisogno di droni e reti elettroniche integrate per lo spionaggio.

Anche il Turkmenistan – data la sua lunga frontiera con l’Iran – è oggetto delle cordiali attenzioni israeliane. Per la prima volta, in questo Paese Israele ha aperto un’ambasciata: la capitale, Ashgabat, sorge a 30 chilometri dal confine iraniano. L’ambasciatore scelto da Avigdor Lieberman è una comprovata spia del Mossad: Reuven Dinal, che nel ‘96 Mosca ha espulso per spionaggio. Sicuramente l’ambasciata si dedicherà agli «ascolti» all’interno del territorio iraniano, e all’allevamento dei gruppi etnici anti-regime, minoranze locali frontaliere che hanno bisogno di soldi ed armi per le loro operazioni di agitazione e terrorismo.

Il più famoso di questi gruppi è «Jundullah», alias Movimento dei popoli resistenti dell’Iran, che due settimane prima delle elezioni presidenziali (29 maggio) ha fatto saltare con esplosivi  la moschea di Zahedan in Iran, causando 25 morti e oltre un centinaio di feriti. Recentemente Jundullah, ben guidato, ha stretto un’alleanza con i Mujaheddin-e-Khalk (Mujaheddin del Popolo), i cui capi abitanto in Francia sotto la protezione di Sarko. La setta è nella lista delle organizzazioni terroristiche della Unione Europea, come in quella della CIA (che però al bisogno ha usato i MeK per i suoi scopi); o meglio lo era, perchè dalla lista europea l’ha fatta cancellare il ministro degli Esteri di Sarko, il noto Bernard Kouchner.

L’intensa amicizia franco-israeliana ha avuto recentemente una conferma in più: il generale Gaby Askenazi, capo dello Stato Maggiore israeliano, ai primi di settembre ha compiuto un viaggio-lampo in Francia, prima in Normandia per incontrare l’ammiraglio Michael Mullen, capo di Stato Maggiore di tutte le forze USA, e poi a Parigi in un abboccamento con il generale Jean-Louis Georgelin, capo di Stato Maggiore francese. La visita è stata clandestina – se n’è avuto notizia solo a cose fatte – perchè Askenazi è accusato dei crimini di guerra e delle atrocità commesse a Gaza dal Rapporto Goldstone, e dunque è passibile (in teoria) di arresto internazionale. Evidentemente, Sarko gli ha dato garanzie quanto al territorio francese. Ma di cosa hanno parlato, gli amiconi?

Ufficiosamente,il criminale di guerra e l’ammiragio Mullen si sono intrattenuti su «Iran, Siria, Hezbollah» e sulle grandi manovre Juniper Cobra 05, che le truppe israeliane e quelle americane stanno per tenere insieme in Israele. Ma non è credibile che due amiconi che si telefonano ogni settimana abbiano bisogno d’incontrarsi per dirsi le solite cose. I due – anzi i tre, perchè il generale Georgelin comanda oggi anche i Caschi Blu europei (UNIFIL) di stanza nel Libano meridionale per sorvegliare Hezbollah – hanno discusso sugli effetti e le ricadute politico-militari di un eventuale attacco aereo israeliano contro l’Iran. Si è parlato di come neutralizzare la reazione di Hezbollah, considerato un fantoccio iraniano, e della Siria, che effettivamente ha un trattato di mutua difesa con Teheran: l’attacco alle installazioni in Persia dovrà accompagnarsi ad operazioni belliche contro il Libano e la Siria.

Forse non è una semplice coincidenza se il 6 ottobre il re Abdullah, dell’Arabia Saudita, s’è recato in visita in Siria con l’ostentato proposito di «migliorare le relazioni con Damasco», con cui i sauditi sono ai ferri corti da anni. E’ una visita senza precedenti, compiuta da un monarca ultra-ottantenne a cui si attribuisce una forte ostilità verso l’Iran sciita (gli israeliani, subito smentiti, hanno sparso la voce che in caso di attacco all’Iran, i sauditi consentirebbero il sorvolo dei loro caccia-bombardieri).

Secondo alcuni, il re saudita è andato a cercare di convincere Assad di staccarsi dall’alleanza con l’Iran. Secondo la diplomazia di Damasco, «una migliore comprensione tra Siria e i capi sauditi può costituire un più ampio schieramento arabo a sostegno degli sforzi di pace di Obama»; dato che «c’è una tendenza in Occidente ad approcciare l’Iran in modo più pacifico» e meno «belligerante», e questo «corrisponde alla sensibilità dell’Arabia Saudita ed ha reso possibile la visita».

Insomma il contrario delle voci messe in circolo dalla propaganda israeliana.

Intanto, Ankara ha rifiutato di partecipare all’esercitazione aero-navale congiunta NATO «Anatolian Eagle» (con la partecipazione di USA, Italia e Turchia) perchè vi avrebbe preso parte anche Israele: gli aerei che Israele avrebbe mandato in Turchia per la manovra sono gli stessi che hanno massacrato la gente di Gaza, è stata la esplicita motivazione. L’esercitazione ha dovuto essere cancellata, con gran dispetto del Pentagono che fa finta di non capire il messaggio.

L’immagine di Israele è parecchio compromessa.

Un miliardario ebreo-americano, Chaim Saban, ha offerto al governo del Qatar di comprare Al-Jazeera, la più autorevole rete araba, onde far passare al pubblico arabo messaggi più simpatici per lo Stato sionista.

Saban, lui stesso un tycoon televisivo, ha offerto 5 miliardi di dollari.

Ma quel che accade a Gerusalemme è ancor più indicativo.

(CI SIAMO…) 

(12 Ottobre 2009)

Da settimane, la polizia israeliana vieta l’accesso degli arabi alla spianata delle moschee il luogo più sacro dopo la Mecca.

Sono in corso scontri, arresti arbitrari, taciuti ovviamente dai nostri media.

Carri armati israeliani sono penetrati nella striscia di Gaza a protezione di bulldozer corazzati che distruggono i campi: sono avvenute sparatorie.

In tutto questo, Netanyahu ha espresso l’intenzione di visitare il sito cosiddetto «archeologico»,

ossia i tunnel che gli israeliani hanno scavato sotto la spianata delle Moschee per cercarvi l’introvabile rudere del Tempio ebraico,

e ne è stato dissuaso a fatica, a quanto pare da pressioni occidentali:

questo tipo di «visite» somigliano troppo a quella che Sharon compì, con 2 mila israeliani armati, sulla Spianata, e provocò l’intifada.

«Netanyahu vuole provocare un’altra esplosione, un’altra intifada, per aver la scusa di rigettare i negoziati coi palestinesi»,

ha detto Muhammad Dahlan, membro del comitato centrale di Fatah.

L’accelerazione nella creazione di sempre nuovi insediamenti su terreni che, in caso di negoziati,

dovrebbero essere lasciati all’autorità palestinese, è ovviamente una conferma di queste intenzioni.

Il re Abdullah di Giordania, molto allarmato, ha avvertito Washington

che la politica degli insediamenti israeliani a Gerusalemme Est

minaccia le buone relazioni tra Giordania e Israele;

e il suo ambasciatore ha elevato una protesta ufficiale presso il governo israeliano

per un nuovo insediamento su terreni appartenenti al villaggio arabo di Walaja,

che è praticamente a Gerusalemme Est.

I disordini – di cui i nostri media tacciono così tenacemente – sono cominciati, secondo i palestinesi,

quando gruppi di cosiddetti coloni ebraici hanno tentato di «dissacrare al-Aqsa sotto la protezione delle forze di sicurezza israeliane», che sono arrivate con decine di veicoli militari armati attorno al sito;

la popolazione musulmana, allertata dall’autorità religiosa (Wakf),

s’è radunata per difendere il suo luogo sacro;

ci sono stati scontri.

Poi il divieto per i musulmani di pregare ad Al-Aqsa.

E’ consentito invece l’accesso ai turisti, e agli israeliani che vogliono «pregare».

Questo tipo di azioni sta accelerando, come si accelerano gli insediamenti nuovi;

come direbbe l’Apocalisse (12: 12), «sanno di avere poco tempo».

Occupare tutta la terra è del resto la esplicita mira dei «coloni»: è YHVH che glielo ordina.

Quasi tutti i coloni sono americani della setta Habad, ossia Lubavitcher; uno dei loro rabbini, Manis Friedman,

ha recentemente sancito:

«Il solo modo di combattere una guerra morale è il modo ebraico:

distruggi i loro luoghi sacri, uccidi uomini, donne, bambini e il loro bestiame».

I musulmani, temono dunque per le loro moschee di Gerusalemme:

adesso il divieto d’entrata, domani la distruzione.

Ben conoscono le intenzioni del rabbino Shlomo Goren, colonnello di Tsahal,

che ogni anno raduna centinaia di suoi fedeli che provano a penetrare nella spianata delle moschee

e porre la prima pietra del Tempio futuro, che coronerà le aspirazioni degli ebrei.

La reazione della polizia israeliana diventa ogni anno più debole (1).

I musulmani di Palestina sentono che questo tempo – il tempo ultimo, in cui la moschea di Al Aqsa sarà distrutta – si avvicina.

Qualche mese fa lo sceicco Hamed Al Beitawi, uno dei più autorevoli teologi,

ha avvertito gli estremisti ebraici che l’attacco ad Al Aqsa sarà considerato da tutto l’Islam

come l’attacco alle sacre moschee di Mecca e Medina.

«Al Aqsa non è una questione da prendere alla leggera.

E’ l’anima della nostra esistenza in questa terra, l’anima dell’Islam in questa regione.

Ogni attentato contro il luogo sacro scatenerà un incendio che finirà solo con la distruzione e l’estinzione d’Israele».

Non è una minaccia, è – dal punto di vista islamico – qualcosa di più:

una promessa contenuta nella Sura XVII, nominata «al-Isra», parola che allude insieme ad Israele e al viaggio notturno di Maometto, che nel 621 (così vuole la credenza) fu portato in volo dall’arcangelo Gabriele dalla moschea sacra (della Mecca) alla «moschea ultima»: appunto Al-Aqsa, che significa «la più lontana» o anche «l’estrema».

Fatto singolare, la Sura XVII unisce la rievocazione di quel volo notturno ad un duro monito verso i Bani Israel, i figli d’Israele.

Il primo versetto esordisce:

«Gloria a Colui che trasse il suo servo in un viaggio notturno dalla moschea sacra alla moschea ultima (Aqsa), della quale abbiamo reso sacro il recinto».

Il versetto 4 dice: «Nel Libro avevano avvertito i figli d’Israele: ‘Per due volte seminerete il caos sulla terra, per due volte vi eleverete con grandissima superbia».

4. «Quando si compì il tempo della prima delle due predizioni, contro di voi sollevammo dei servi nostri, spaventosamente forti, che penetrarono violentemente negli abitacoli segreti delle vostre case; e questa nostra predizione fu compiuta».

6. «Vi abbiamo concesso la rivincita su di loro, abbiamo fatto aumentare i vostri beni e i vostri figli, di voi abbiamo fatto un popolo numeroso».

7. «Se voi operate il bene, lo fate a vostro vantaggio; se fate il male, (agite) contro di voi. Quando giunse il termine per il compimento della seconda predizione, (abbiamo consentito ai vostri nemici) di sfigurarvi la faccia (forse: di umiliarvi, ndr) e penetrare nella moschea (nel Tempio) come avevano già fatto altra volta per distruggere ogni cosa di cui si erano impadroniti».

8. «Forse il Signore vi userà misericordia. Ritornerete al male? Torneremo pure noi».

Seguono vari insegnamenti e precetti per ben agire.

Ma il versetto 104 torna sull’argomento, con una profezia inquietante:

«Poi dicemmo ai Bani Israel: ‘Riempite la terra, abitatela.

E quando giungerà l’ultima promessa, vi faremo venire a schiere compatte».

I due castighi già avveratisi possono essere la distruzione del Tempio compiuta dai babilonesi nel 586 avanti Cristo,

e quella compiuta dalle legioni di Tito nel 70 dopo Cristo.

Ma il versetto 104 sembra alludere ad un terzo castigo, ad una «ultima promessa»,

lontana come la lontana-ultima moschea Al Aqsa,

il cui segno premonitore sarà quando sarà avvenuto il ritorno degli ebrei in Palestina «a schiere compatte».

Così leggono i musulmani questa sura misteriosa. E ritengono che i tempi del compimento siano vicini.

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1) Questo Shlomo Goren, l’ho conosciuto personalmente anni fa. Mi spiegò che effettivamente, il Tempio dovrà essere ricostruito, è un obbligo religioso. Mi raccontò di aver avuto questa illuminazione quando, giovane ufficiale del suo commando di parà, nella guerra dei Sei Giorni (1967) occupò per qualche giorno la spianata delle moschee. Allora, Shlomo Goren subì una specie di «sindrome di Gerusalemme» talmudica: con la mente offuscata e il cuore gonfio, capì che lo scopo della sua vita era distruggere le moschee di quel luogo sacro, per ricominciare i sacrifici nel luogo dove era sorto il Tempio ebraico. La cosa è molto nota in Israele. E’ citata esplicitamente in un libro dello storico Avi Shlaim, «The Iron Wall – Israel and the Arab world», che descrive quel momento fatale come gliel’ha raccontato il rabbino  colonnello: «Provammo un’atmosfera di esultanza spirituale. I parà gironzolavano come inebetiti. Narkis (l’ufficiale comandante del gruppo armato) stava lì in piedi, chiuso nei suoi pensieri, quando Gore gli si avvicinò e gli disse: ‘Uzi, questo è il momento di piazzare un cento chili di esplosivo nella moschea di Omar e liberarci della sua presenza per sempre’. L’altro rispose: «Sta’ zitto». Goren replicò: «Uzi, con questo gesto entrerai nei libri di storia’. Narkis rispose: ‘Ho già il mio nome nelle pagine della storia di  Gerusalemme’. Gore si allontanò senza dire più una parola».

Preoccupiamoci..di ISRAELE..altro che dell’IRAN..!!!!! (All’attenzione di Fiamma Nirenstein)   Leave a comment


(All’attenzione di Fiamma Nirenstein)

     

In Israele ripetuti suicidi di psichiatri che curavano massime cariche governative ..

Appena una settimana dopo il suicidio dello psichiatra di Benjamin Netanyahu (dr. Moshe Yatom ndr), disperato per non essere riuscito a sviluppare una cura efficace per il primo ministro, Israele è stata scossa da un secondo caso con la morte del collega: Yigal Peleg, 61 anni.

Peleg, che era stato assunto dal ministro della Difesa Ehud Barak per la sua “security-dipendenza”, è stato trovato morto lunedì sera nella sua casa di Tel Aviv per un’overdose di valium. Una lettera lasciata da Peleg spiega che il fallimento di Yatom ha provocato una diffusa disperazione nella comunità psichiatrica d’Israele, e si teme che un rimedio terapeutico al “bipensiero” sia molto più remoto di quanto non si fosse previsto.

La “security-dipendenza”, spesso caratterizzata dal sostenere idee totalmente opposte a quelle espresse in precedenza, è ora ritenuta quasi incurabile.

La perdita per depressione clinica di due analisti tanto illustri in così breve tempo ha lasciato Israele nel timore di un’ondata di “psichiatricidi”. Molti funzionari di governo sono attualmente sotto analisi, e praticamente tutti manifestano la stessa tendenza al bipensiero che ha spinto Yatom e Peleg a farla finita. Se le attuali cure si dimostreranno inefficaci, si correrà il rischio di un suicidio di massa.

“I profani non si rendono conto dello stress che comporta curare le psicosi ideologicamente indotte” spiega il dott. Rafael Eilam, autore del best-seller Follia sionista sul lettino: la pericolosa ricerca di una cura (Sanity Books, 2010).

“Prendete la ‘security-dipendenza’: un cliente affetto da questa malattia non riesce a percepire che dominio e sicurezza non sono la stessa cosa. Dominare qualcun altro vuol dire garantire la propria sicurezza, poiché il dominato cerca istintivamente di sfuggire al dominio con ogni mezzo.” Data la quasi totale inconsapevolezza degli affetti da “security-dipendenza” riguardo alla loro stessa aggressività, gli psichiatri che li tengono in cura spesso provano il forte impulso a colpire il proprio cranio con un qualsiasi oggetto contundente. Questo tende a ridurre la qualità delle loro successive ricerche.

Problemi simili sono affrontati dagli psicoanalisti che si trovano di fronte a casi di disordini da iper-violenza, che pare stiano dilagando tra i leader israeliani. I pazienti afflitti da questa terribile malattia non sono abbastanza maturi da comprendere i propri bisogni, men che meno quelli degli altri, e distruggono tutto ciò che trovano nelle loro vicinanze, come un bambino permaloso che fracassa i suoi stessi giocattoli. La malattia ha una prognosi povera, dal momento che chi ne è affetto solitamente non ne è consapevole all’inizio di ogni attacco. Secondo Eilam gli attacchi selvaggi degli ultimi anni contro il Libano e Gaza, che hanno contribuito a portare Israele all’attuale stato di emarginazione internazionale, potrebbero essere attribuiti a questo tipo di tendenze.

In uno sviluppo piuttosto sorprendente, gli psichiatri di tutto il mondo si stanno ora raggruppando a sostegno dei loro colleghi israeliani in lotta, e hanno così formato il movimento Free Israel. Come prima azione importante hanno in programma d’inviare una flotilla a Tel Aviv carica di aiuti umanitari per gli psicoanalisti israeliani e i loro pazienti di alto profilo, ovvero tonnellate di anti-depressivi per i primi e tranquillanti per elefanti per i secondi.

Gli organizzatori della flotilla ammettono che si tratta solo di palliativi, ma sostengono che in particolare i tranquillanti per pachidermi sono notoriamente efficaci – perlomeno in maniera moderata – nel calmare i sintomi della Sindrome Infantile da Onnidistruttività Neurologica (SION), tra cui il più grave è quello di un impulso cronico a rubare, truffare, torturare e uccidere tutti quelli che, secondo il giudizio della vittima – che è per definizione infallibile – impediscono il progresso verso la creazione del paradiso sionista.

by Michael K. Smith, autore di “Ritratti di un impero” e della “Pazzia di re Giorgio”, e lavora per Common courage press.

Può essere contattato all’indirizzo proheresy@yahoo.com Fonte della traduzione qui. Fonte originale qui.

Traduco le note dell’articolo relativo al suicidio precedente, quello del dr. Moshe Yatom

Moshe Yatom, un prominente psichiatra che aveva curato con successo le forme più estreme di malattia mentale e che è stato trovato morto nella sua casa di Tel Aviv il 7 giugno 2010, causa – pare – una ferita da arma da fuoco autoindotta. Una nota lasciata dallo psichiatra dice che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, suo paziente da 9 anni: “mi ha succhiato via tutta la vita”.

“Non ce la faccio più”, ha lasciato scritto.

“La rapina è riscatto, l’apartheid è libertà, gli attivisti di pace sono terroristi, l’omicidio è autodifesa, la pirateria è legalità, i Palestinesi sono Giordani, l’annessione è liberazione, non c’è fine a queste contraddizioni. Freud aveva promesso che la razionalità avrebbe regnato sulle passioni istintuali, ma non aveva conosciuto Bibi Netanyahu, che direbbe che Gandhi inventò il tirapugni di ferro”.

Agli psichiatri suona famigliare che l’essere umano abbia la tendenza a massaggiare la verità per evitare di confrontarsi con del materiale che emotivamente agita, ma Yatom pare sia stato sbalordito da ciò che definì “una cascata di menzogne” che sgorgava dal suo illustre paziente.

Yatom diventò sempre più depresso nel vedere la mancanza di progresso nel far si che il Primo Ministro riconoscesse la realtà ed anche soffrì di infarti, mentre cercava di afferrare il pensiero del Primo Ministro che in un suo diario aveva caratterizzato come “un buco nero di auto-contraddizioni”. Il primo infarto avvenne quando Netanyahu disse la sua opinione sugli attacchi del 9/11° Washington e New York, ossia “che erano bene”. Il secondo avvenne dopo una sessione il cui il paziente insisteva sul fatto che l’Iran e la Germania nazista erano identici. E il terzo quando il Primo Ministro affermò che il programma di energia nucleare dell’Iran era “una camera a gas volante” e che tutti gli Ebrei ovunque “vivevano permanentemente ad Auschwitz.

Gli sforzi di Yatom per calmare l’isteria di Netanyahu avevano un altissimo tributo emozionale e di routine finivano in un fallimento. “L’alibi con lui è sempre lo stesso”, lamentava in un altro diario.

“Gli Ebrei sono sull’orlo dell’annientamento nelle mani dei goyim razzisti ed il solo modo di portare a casa la pelle era quello di un massacro finale”.

Pare che Yatom stesse trasformando il suo diario in un libro sul caso Netanyahu. Molti capitoli di un manoscritto incompleto, intitolato “Psicotico con gli steroidi” sono stati trovati nel suo studio.

Un paragrafo dell’8 marzo:

“Bibi arrivò alle 3 per la sua sessione pomeridiana. Alle 4 si rifiutò di andarsene ed affermò che la mia casa era in realtà la sua. Quindi mi chiuse a chiave nel seminterrato per tutta la notte mentre si intratteneva copiosamente con i suoi amici al piano di sopra. Quando cercai di scappare, mi chiamò terrorista e mi mise in catene. Lo pregai di avere pietà, ma disse che non poteva garantirla a qualcuno che non esisteva affatto”.

by Michael K. Smith

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