Una proposta: Eugenio Benettazzo al Tesoro   Leave a comment


Se vogliamo evitare la fine della Grecia,bisogna intraprendere politiche in controtendenza ,politiche da Stato sovrano..che guarda agli interessi della Nazione

prima di genuflettersi agli interessi delle Lobbies straniere (U.S.A in primis)

 

 

 

 

 

 

 

 

Intervista a Beppe Grillo del 3 settembre 2009 ad Annozero

Tutto il video di Grillo è interessante,in particolare sentite cosa dice a min 4,17

 

Un articolo di “Rivista indipendenza.org” n. 16

Il processo di unificazione europea (con significativo sbocco nell’introduzione dell’euro), è tra i responsabili primari dell’impennata del debito/credito pubblico e sta favorendo la preoccupante crescita del debito estero. Veri beneficiari, le oligarchie finanziarie statunitensi ed il sistema capitalistico statunitense nel suo insieme.

 

Si proverà a spiegare cosa realmente sia il debito pubblico e le origini delle sue ingenti dimensioni, per comprendere anche come la questione debito pubblico sia la spia di una subordinazione nazionale sempre più pervasiva.

Nonostante gli effetti incidano profondamente sulle condizioni materiali della maggioranza della popolazione, manca una corretta individuazione delle sue cause.

 

Fin dai primi anni Novanta, il debito pubblico è il principale pretesto addotto per giustificare i tagli alla spesa sociale ed agli investimenti pubblici, l’aumento della pressione fiscale nonché lo smantellamento – attraverso le privatizzazioni– del sistema delle partecipazioni statali.

Le cause addotte: corruzione e ingordigia del ceto politico democristiano e socialista spazzato via da “Mani Pulite”. [scenari a tinte fosche se non si fosse proceduto in tal senso, con accento puntato in particolare per le generazioni future]

Da qui l’enfasi all’intervento salvifico del Trattato di Maastricht: i suoi disciplinanti vincoli per il risanamento dei conti pubblici indispensabili per evitare la “bancarotta” del paese. Le privatizzazioni, peraltro imposte da accordi europei come quello Andreatta-Van Miert del 1973,

avrebbero consentito di incamerare risorse vitali.

Nonostante le finanziarie “lacrime e sangue” varate specialmente dal centrosinistra, il rapporto Debito pubblico/Prodotto interno lordo (PIL) è stimato nel 2002 (da Banca d’Italia) a quota 106%, alcuni punti percentuali in più rispetto al 1991.

Le modalità di realizzazione e gli introiti delle privatizzazioni, attuate sotto la ben remunerata “consulenza” delle grandi banche d’affari a dominanza statunitense, ci mostrano poi che l’obiettivo di espellere il controllo statale da preminenti settori produttivi e dal comparto bancario

è stato ben prevalente rispetto alla sbandierata necessità di fare cassa.

La nostra interpretazione è un’altra. L’espansione del debito pubblico ha le sue cause nel sostegno ad un sistema capitalistico italiano in crisi, dagli anni Settanta, per eventi esterni, in particolare le crisi petrolifere; la sua crescita esponenziale si attiva con l’avvio del processo d’integrazione monetaria europea.

Un glossario estremamente sintetico e preliminare

Distinguere le nozioni di

avanzo / disavanzo (deficit) : si ha un disavanzo quando, in un dato anno, la spesa del settore statale è maggiore delle relative entrate (nel caso opposto, si registra un avanzo di bilancio).

L’entità del disavanzo misura dunque la quantità di fondi di cui lo Stato ha bisogno, annualmente, per coprire le spese.

debito pubblico : somma di tutti i disavanzi di bilancio rilevati nel corso degli anni

 

Per coprire le spese in disavanzo, il Tesoro prende in prestito fondi. In cambio, emette titoli gravati da interessi, iscritti nel bilancio dello Stato alla voce “spesa per interessi”. Una voce tenuta sotto osservazione dagli economisti, che dividono in due parti il disavanzo di bilancio:

la componente finanziaria della spesa per interessi, appunto, il cui ammontare è direttamente proporzionale ai titoli di debito in circolazione ed al livello dei tassi d’interesse,

ed il disavanzo o avanzo primario, cioè la differenza, negativa o positiva, tra entrate e spese al netto degli oneri finanziari.

Dalle relazioni annuali della Banca d’Italia si rileva che dal 1991 in poi il disavanzo annuale dei conti pubblici è dovuto integralmente alla spesa per interessi: il resto del bilancio statale segnala una prevalenza, sempre più marcata negli anni, delle entrate sulle spese.

In altri termini, gli ultimi bilanci annuali si presentano in disavanzo esclusivamente per gli interessi da corrispondere sul debito pregresso.

Da qui una domanda: perché i governi di centrodestra e centrosinistra dell’ultimo decennio, i cui esponenti hanno esternato a più riprese preoccupazioni sull’entità del debito pubblico, non hanno agito sulla riduzione della spesa per interessi?

La risposta sta nello scenario determinato dal processo d’integrazione monetaria europea, come si rileverà nel prosieguo dello scritto.

Per misurare peso e pericolosità di disavanzo e debito pubblico e confrontarli con quello di altri Stati, è stato convenuto di esaminarli non come cifre a sé stanti, bensì in rapporto percentuale al PIL (la ricchezza prodotta capitalisticamente –da residenti nazionali e non– all’interno di un dato Stato).

Un rapporto il cui andamento dipende da quattro variabili: il tasso di crescita del PIL, il tasso d’interesse medio sul debito, l’ammontare del disavanzo o avanzo primario dell’anno in corso e quello del debito pubblico pregresso.

Gli indicatori statistici, va però rilevato, svolgono sovente una funzione politica: presentare un quadro finanziario in cui il rapporto tra debito e PIL supera il 100%, e dare l’idea che occorrerebbe impiegare più della ricchezza prodotta in un anno per estinguere il debito, funziona nell’allarmare la collettività e spingerla ad accettare i sacrifici richiesti.

Taluni rilevano poi che è del tutto arbitrario rapportare una grandezza economica indicante una consistenza formatasi nel corso degli anni (debito pubblico) con un’altra che stima il flusso di beni e servizi prodotto in un anno (PIL). Sarebbe semmai più corretto rapportare il debito pubblico con un’altra grandezza economica rappresentante una consistenza: l’insieme delle attività finanziare nette detenute dalle famiglie, ad esempio.

Mistificazioni e falsi allarmismi sul debito pubblico

Secondo la vulgata dominante, il debito pubblico rappresenta un peso economico per la collettività, in particolare per le generazioni future –il “su ogni cittadino grava un debito di decine di milioni” ripetuto ossessivamente dai mezzi di comunicazione– e un pericolo di bancarotta per lo Stato.

Affrontiamo le due tesi. Se ogni cittadino è gravato da un debito di tali dimensioni, chi è il fortunato creditore?

Nei confronti di chi lo Stato-collettività (due concetti che vanno tenuti distinti, ma che in questa sede assumeremo come identici) si è indebitato?

Qui sta la sorpresa: nell’ipotesi che i titoli statali vengano sottoscritti da cittadini di questo Stato –la situazione vigente fino a qualche decennio fa–, il debito pubblico è contemporaneamente un credito pubblico; tale passività dello Stato risulterebbe nello stesso tempo un’attività per tutti i “cittadini” –dal piccolo risparmiatore agli istituti industriali e finanziari– possessori di titoli di Stato.

Insomma, il debito pubblico si configura come il “debito che la mano destra deve alla mano sinistra” di cui parlava l’economista Jean-François Melon.

Il pericolo di bancarotta (paventato in modo interessato) lascia il tempo che trova: la pratica dei rimborsi di titoli pubblici ha mostrato che lo Stato si può in teoria indebitare all’infinito rinnovando ad ogni scadenza il debito con i propri “cittadini”. Utilizzando il ricavato derivante dall’emissione di nuovi titoli, può estinguere quelli vecchi. [anche i più disonesti promotori finanziari o funzionari di banca non possono nascondere che l’investimento finanziario più sicuro è proprio quello in titoli di Stato.]

Oltre a diminuire le spese o aumentare le entrate per rimborsare i titoli, uno Stato effettivamente sovrano potrebbe inoltre, in caso di necessità, ricorrere ad estremi rimedi. D’altronde, si è mai visto uno Stato che va in fallimento nei confronti di propri cittadini od imprese? Semmai il contrario.

Se la remunerazione dei titoli non è particolarmente allettante, per non innalzare il costo delle emissioni

lo Stato potrebbe allora, come negli anni Settanta, farsi finanziare dalle banche.

Per ridurre drasticamente i rimborsi di titoli, potrebbe persino ricorrere a misure di consolidamento, che cioè congelano il rimborso del debito garantendo comunque il pagamento degli interessi. Tali misure certamente accenderebbero conflitti politici, ma escludono l’ipotesi di bancarotta. Non dimentichiamoci infine che, emettendo titoli, ci si impegna semplicemente a rimborsare una determinata somma di denaro: la Banca Centrale potrebbe dunque creare, ossia stampare, il denaro occorrente. Questa creazione di moneta, ora vietata dalle normative di Maastricht, può causare inflazione, ma il rischio di bancarotta è comunque escluso.

In conclusione: se i titoli di uno Stato effettivamente sovrano sono sottoscritti da suoi cittadini, il debito pubblico non è né un peso economico, né rappresenta un pericolo per l’economia nazionale.

I veri problemi posti dal debito pubblico. L’indebitamento verso l’estero

I problemi posti dall’indebitamento pubblico sono altri. Dato che la distribuzione dei titoli di Stato tra la collettività non è uniforme, si assiste ad un trasferimento di redditi, in termini di spesa per interessi, verso quella parte di essa detentrice di titoli pubblici. Soprattutto se i tassi di remunerazione sono elevati, il pagamento degli interessi, comportando maggiore pressione fiscale o riduzioni della spesa pubblica, accentua le disuguaglianze sociali a vantaggio dei ceti più abbienti detentori di titoli.

Tali iniqui trasferimenti di ricchezza rimarrebbero comunque interni ad un determinato Stato, e non invaliderebbero le argomentazioni addotte nel paragrafo precedente.

Il discorso cambia completamente se il debito pubblico viene contratto con investitori esteri.

Questo non si configurerebbe più come credito pubblico, bensì come debito estero: il pagamento degli interessi darebbe luogo ad una fuoriuscita di risorse dallo Stato, mentre la spada di Damocle delle strategie politico/finanziarie di istituti esteri graverebbe sul rimborso dei titoli.

Devastanti le conseguenze sulla sovranità finanziaria, come ben mostrano i casi di vari Stati dell’America Latina. Una situazione che oggi riguarda pure l’Italia:

il Bollettino economico della Banca d’Italia 2003 ha stimato che il 50% dei titoli di Stato italiani è in mano ad istituti esteri.

Anni Settanta ed Ottanta: l’espansione dei disavanzi pubblici

Per comprendere come si sia arrivati a tale indebitamento con istituti esteri e soprattutto da dove tragga origine il considerevole debito pubblico, è d’obbligo un excursus storico.

Gli anni Settanta sono stati –principalmente per le economie degli Stati a capitalismo avanzato dell’Europa occidentale e del Giappone– anni di forte instabilità anche politica, di stagnazione della crescita capitalistica e di forti aumenti dei prezzi.

Sulle origini di quest’ultimo punto, c’è chi ha parlato di inflazione importata, da ricondurre principalmente agli aumenti del prezzo del petrolio deliberati dai paesi produttori organizzati nell’OPEC nel 1973 (da 2-3 dollari a 12 dollari il barile) e nel 1979 (aumento a 32 dollari il barile).

Non è importante adesso analizzare questi ed altri rilevanti eventi di quegli anni. Ai fini di questo intervento, rileviamo come tali accadimenti esterni si siano ripercossi negativamente e con particolare intensità sul capitalismo italiota. Per sostenerlo, una delle risposte è stato il ricorso ad elevati disavanzi pubblici.

L’elevata spesa in disavanzo negli anni Settanta e poi negli anni Ottanta non risiede dunque in un improvviso esplodere della corruzione, come se nei decenni passati (esemplificativo Le Mani sulla città di Francesco Rosi del 1963) e ora sia assente.

Inoltre, si confrontino le cifre delle tangenti con quelle, ad esempio, delle spese per gli investimenti: emergerà che la corruzione in oggetto costituisce comunque una percentuale minima del debito complessivo.

La spesa del settore statale dunque s’impenna.

Sia quella esplicitamente diretta a convogliare fondi verso le imprese private e statali –ma le vere beneficiarie d’ultima istanza saranno le indebitate imprese private.

Sia quella indiretta come previdenza ed assistenza: saranno i contributi sul lavoro a finanziare

–tramite prepensionamenti, Cassa integrazione, sgravi contributivi ed altro– la ristrutturazione a base di licenziamenti e decentramento produttivo che le grandi imprese attueranno, specialmente negli anni Settanta, per contenere il costo del lavoro. Al contempo, si attutiscono le tensioni sociali.

Hanno ammesso economisti di tendenze liberiste come Francesco Giavazzi e Luigi Spaventa che, anche in virtù della spesa in disavanzo, la crescita capitalistica nel periodo 1972-1980 fu meno bassa rispetto agli altri Stati e si alleviò il peso sociale della disoccupazione. L’economista Augusto Graziani (Lo sviluppo dell’economia italiana, Bollati Boringhieri, 2000) rileva altresì come «la spesa pubblica in disavanzo rappresenta, per il settore privato, una fonte gratuita di risorse liquide» che gli consentì di risolvere, «nel corso degli anni Ottanta, il problema dell’indebitamento nei confronti delle banche», i cui oneri finanziari determinavano perdite in bilancio per la maggior parte delle imprese.

Eppure l’aumento dei disavanzi pubblici si spiega non soltanto con la forte espansione della spesa pubblica, che aumenta in Italia e in ogni Stato in Europa. Ciò che differenzia il nostro paese dagli altri è il mancato corrispondente aumento delle entrate. Nel mentre la riforma tributaria varata a metà degli anni Settanta appesantisce ulteriormente il carico fiscale sui lavoratori dipendenti, si lasciano ampi margini d’evasione fiscale a lavoratori autonomi e piccole, medie e grandi imprese. Il sistema capitalistico italiota trova così un proprio equilibrio. Tali classi, peraltro, soprattutto negli anni Ottanta, investiranno le proprie eccedenze fiscali proprio in titoli di Stato divenuti frattanto molto remunerativi.

Debito pubblico a basso costo. La gestione amministrativa del debito negli anni Settanta

Abbiamo richiamato le cause esterne all’origine dell’espansione dei disavanzi annuali di bilancio. Abbiamo rilevato che in Italia, a differenza di altri Stati in Europa, alla crescita della spesa non ne corrisponde una analoga delle entrate. Ora mettiamo in evidenza come l’entità dei disavanzi registrati negli anni Settanta sarebbe potuta essere molto più alta.

Pur ribadendo le nostre critiche all’indicatore statistico Debito pubblico/PIL, ce ne serviremo nell’esposizione delle nostre tesi. Tale rapporto passerà dal 41% nel 1970 al 59% nel 1980 (cfr Giancarlo Morcaldo, La finanza pubblica in Italia, Il Mulino, 1993): un’espansione piuttosto limitata, soprattutto tenuto conto dell’inflazione di quegli anni. Cosa rese possibile ciò? Il contenimento dei tassi d’interesse, al netto dell’inflazione addirittura negativi. In che modo? Grazie ai finanziamenti della Banca Centrale e del comparto bancario –quest’ultimo soggetto a controlli amministrativi sulla crescita e destinazione del credito– ed alla predisposizione di barriere amministrative al movimento di capitali verso l’estero.

Scendiamo più nel dettaglio. Nel periodo 1970-1976, i disavanzi statali furono coperti: dalla Banca d’Italia (50%), da prestiti erogati da istituti di credito (17%) e dalla Cassa Depositi e Prestiti, cioè l’Amministrazione Postale (14%) –queste ultime due voci a beneficio degli Enti locali e sanitari–, da titoli pubblici per la parte restante. La maggior parte del debito pubblico di quel periodo non era dunque contratto nei confronti di risparmiatori sul “mercato”. Dal 1977 si inverte la tendenza. È però negli anni Ottanta, come emergerà dai paragrafi successivi, che si aggrava notevolmente il costo delle emissioni e dunque l’entità del debito pubblico.

La Banca d’Italia finanziava il Tesoro prevalentemente attraverso due strumenti.

Primo: l’acquisto di titoli di Stato all’emissione. La Banca d’Italia sottoscriveva i titoli non collocati sul mercato stampando moneta.

Secondo: il conto corrente di tesoreria presso la Banca d’Italia, in cui i saldi debitori del Tesoro erano soggetti ad un tasso d’interesse dell’1%.

Tali sostegni della Banca d’Italia, avvenendo a costi nettamente inferiori a quelli derivanti dalla collocazione di titoli sul mercato, hanno consentito al Tesoro un considerevole risparmio in termini di interessi sul bilancio statale.

Risparmi analoghi permetteva il ricorso al comparto bancario, i cui prestiti concessi ad Enti locali e sanitari furono trasferiti al Tesoro e sostituiti con titoli pubblici dal 1977.

Il sostegno del sistema bancario, che finiva anche per acquistare parte dei titoli detenuti dalla Banca d’Italia, veniva assicurato tramite due forme di controllo amministrativo sul credito:

il massimale sui prestiti ed il vincolo di portafoglio.

Il massimale sui prestiti imponeva un limite massimo di crescita ai crediti concessi a talune categorie di clientela bancaria.

 

Il vincolo di portafoglio, invece, obbligava gli istituti di credito ad un investimento minimo in titoli di Stato commisurato all’entità dei loro depositi.

 

Anche il ricorso a tali strumenti –oltre a permettere di controllare la destinazione degli impieghi bancari– consentiva al Tesoro di emettere titoli a tassi d’interesse (cioè la loro remunerazione per chi li acquista) inferiori a quelli che si sarebbero determinati sul mercato. In sostanza, si aumentava forzatamente la domanda di titoli pubblici (che venivano così emessi ad un costo minore per lo Stato): con il massimale, convogliando le risorse bancarie non destinabili ai prestiti verso l’acquisto di titoli; con il vincolo di portafoglio, imponendone l’acquisto coatto.

Strumenti per limitare fortemente fughe all’estero di capitali

I bassi tassi d’interesse sui titoli emessi non provocano ingenti fughe di capitale per le restrizioni ed i controlli sui movimenti di capitale verso l’estero. I principali strumenti erano:

il divieto di investimenti all’estero a breve termine, e soprattutto il deposito vincolato infruttifero sull’acquisizione di attività all’estero (in misura pari al 50% dell’investimento) che, gravando tali acquisizioni di un costo aggiuntivo, riduceva la convenienza ad operare transazioni fuori casa.

Tali barriere, prevenendo imponenti fughe di capitali ed isolando il mercato finanziario italiano da quello internazionale, contribuivano a determinare tassi d’interesse interni più bassi di quelli vigenti all’estero.

Dall’adesione allo SME al Trattato di Maastricht. Fine dell’indebitamento a basso costo

 

La politica economica attuata negli anni Settanta si basò sull’utilizzo dell’inflazione e della spesa in disavanzo, nei conti pubblici, al fine di attutire i conflitti sociali e sostenere le grandi imprese; sulla svalutazione della lira, in particolare nei confronti delle valute europee, al fine di rendere competitive le esportazioni; sul controllo diretto del credito, i finanziamenti della Banca d’Italia e le restrizioni sui movimenti di capitale, al fine di ridurre la spesa per interessi sul debito pubblico. Di fatto il mercato finanziario italiano venne così isolato da quelli internazionali. Un isolamento che, al contrario di quanto affermano le teorie neoliberiste, non ha prodotto alcuna miseria e povertà, ma ha permesso di contenere gli effetti negativi indotti da eventi esterni.

Come il tutto viene smantellato

Il processo d’integrazione monetaria sconvolgerà tali equilibri. Richiamiamo brevemente le tappe principali.

13 marzo 1979. Entra in vigore il Sistema Monetario Europeo [SME. Anche il meccanismo di funzionamento dello SME imponeva una politica di tassi d’interesse elevati. Il mantenimento del cambio entro una delimitata banda di oscillazione (anche se del 6% per la Lira rispetto al 2,5% delle altre valute europee) penalizzava le esportazioni e dunque la bilancia commerciale. Per compensare il minor afflusso di valuta dovuto al passivo nei movimenti di merci, si doveva allora ricorrere ad importazioni di capitali. Quindi alzare i tassi d’interesse per rafforzare la quotazione della Lira e attrarre capitali esteri]. E’ volto ad instaurare un sistema di cambi fissi tra gli Stati aderenti. Un passo preliminare verso la creazione di uno spazio europeo integrato anche dal punto di vista finanziario, basato sui principi della “concorrenza” e sulla totale liberalizzazione dei movimenti di capitale (più precisamente, dei capitali finanziari privati): obiettivi raggiunti con la sottoscrizione dell’Atto Unico Europeo nel 1986 e del Trattato di Maastricht nel 1992

Tale liberalizzazione è incompatibile con la fissazione controllata dei tassi d’interesse ottenuta tramite gli strumenti di gestione amministrativa del debito descritti nel paragrafo precedente, che verranno così progressivamente smantellati. Dirompenti furono gli effetti sulla spesa per interessi.

Nel 1981 avviene il cosiddetto “divorzio” tra la Banca d’Italia, presieduta dal Governatore Carlo Azeglio Ciampi, ed il ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta: da quel momento la Banca d’Italia non garantisce più la sottoscrizione dei titoli rimasti invenduti. Diminuirà così progressivamente il finanziamento monetario delle esigenze del Tesoro, costretto ad alzare i tassi d’interesse sulle emissioni di titoli per poterli piazzare.

 

Nel 1983 viene accantonato il massimale sugli impieghi e cadono gli ultimi vincoli di portafoglio.

Nel 1984 vengono allentate le restrizioni nell’assegnazione di valuta per i viaggi all’estero.

Nel 1987 si ha l’abolizione dell’obbligo del deposito vincolato infruttifero sull’acquisto di attività estere.

Nel 1990 entra infine in vigore la direttiva CEE sulla liberalizzazione dei movimenti di capitale a breve termine.

Tra le rilevanti conseguenze, sottolineiamo il venir meno dell’obbligo di utilizzare il sistema bancario per i rapporti economici con l’estero.

L’incanalamento di tutte le transazioni con l’estero nel sistema bancario, fino ad allora prevalentemente statale, consentiva a Tesoro e Banca d’Italia di attuare controlli coercitivi sui flussi valutari e sui cambi.

Si rinuncia così a cuor leggero a strumenti decisivi per l’esercizio della sovranità monetaria e finanziaria.

L’impennata del debito pubblico e l’inefficace riduzione dei disavanzi primari

 

Nel nuovo contesto di progressiva liberalizzazione dei movimenti di capitale, i tassi d’interesse vengono agganciati a quelli vigenti sui mercati internazionali.

Tassi sulla cui determinazione l’economista e docente universitario Marcello De Cecco (cfr la Repubblica, 14 gennaio 2004) rivela che è «l’economia statunitense a chiamare la danza ed il resto del mondo a dover ballare al ritmo da loro imposto».

Nella prima metà degli anni Ottanta, ad esempio, i tassi d’interesse internazionali, e di riflesso gli interessi da corrispondere sui titoli di Stato italiani, conosceranno una forte impennata in virtù della politica monetaria restrittiva attuata dal Governatore della Federal Reserve (la Banca Centrale statunitense), Paul Volcker.

La restrizione della quantità di moneta puntava ad accrescere la quotazione del dollaro ricorrendo ad alti tassi d’interesse. Ne derivò non soltanto l’artificiale moltiplicazione del debito estero per Stati come quello del Messico, che nel 1982 si dichiarò “insolvente”.

Gli aumenti dei tassi si estendono anche all’Italia, le cui autorità monetarie adottano una politica volta ad importare capitali esteri per compensare lo squilibrio nei movimenti delle merci (e dunque il minor afflusso di valuta) indotto dai cambi fissi dello SME.

Tali aumenti, sommandosi al progressivo venir meno degli strumenti di gestione amministrativa del debito pubblico descritti in precedenza, producono un’impressionante lievitazione della spesa per interessi nel bilancio statale.

Dunque del rapporto Debito/PIL, che passa dal 59% nel 1980 all’85% nel 1985. Non solo. Rileva ancora Graziani che tassi così elevati, trasmettendosi anche su quelli dei finanziamenti bancari, hanno prodotto «effetti depressivi sugli investimenti (…) Il Governo fu costretto ad intervenire sistematicamente in favore della grande industria, moltiplicando trasferimenti e sussidi», appesantendo ulteriormente il debito.

Frattanto, nel 1985, il tasso d’interesse medio pagato sul debito pubblico diviene maggiore del tasso di crescita del PIL. Ciò comporta ulteriori effetti moltiplicatori sul rapporto Debito/PIL.

Di fronte a tale impennata, Tesoro e Banca d’Italia affermano che occorre ridurre gradualmente i disavanzi primari –dunque tagliare la spesa pubblica ed aumentare la pressione fiscale. Riducendo questi, si sosteneva, si sarebbero magicamente ridotti i tassi d’interesse sul debito e dunque il suo ammontare complessivo. Una strategia di politica economica inevitabilmente destinata al fallimento. A partire dal 1986, si cominciano a ridurre gradualmente i disavanzi primari, trasformatisi dal 1991 in avanzi primari (e questo succedeva con Craxi ed Andreotti ancora protagonisti della vita politica italiana).

Eppure, nonostante lo Stato –nel 1991 e negli anni successivi– spendesse, per fornire beni e servizi ai “cittadini”, meno di quanto incassasse al netto della spesa per interessi, i tassi d’interesse indotti dall’esterno sul debito non si arrestano e tantomeno il suo ammontare complessivo.

Anzi, la riduzione dei disavanzi primari, riducendo la domanda interna per consumi ed investimenti, provoca un abbassamento della crescita del PIL. Si alimenta così l’avvitamento su se stesso del rapporto Debito/PIL. Un circolo vizioso irrefrenabile se non si interviene sui tassi d’interesse, che moltiplicati per l’ammontare del debito in circolazione danno luogo ad un considerevole ammontare della spesa per interessi.

Per dare un’idea dei numeri in gioco e del suo peso, in un saggio di Modigliani, Baldassarri e Castiglionesi (Il miracolo possibile, Laterza, 1996) sono rinvenibili i seguenti dati: mentre la somma dei disavanzi primari, tra il 1980 e il 1991, aumentava il debito pubblico di circa 250.000 miliardi di lire, nello stesso periodo la spesa per interessi lo aumentava di circa 800.000 miliardi.

Dal 1991 al 1994, mentre la realizzazione di avanzi primari diminuiva il debito complessivo di circa 100.000 miliardi, la spesa per interessi lo aumentava di circa 500.000 miliardi.

Tagli alla spesa, aumento della pressione fiscale ed introiti derivanti dalle privatizzazioni hanno dunque fatto il solletico ad un debito pubblico arrivato a tali livelli proprio per la rinuncia, imposta dalle normative europee, a controllare la spesa per interessi indotta dall’esterno.

Il rapporto Debito/PIL, infatti, dopo aver raggiunto il 124% nel 1994, è progressivamente calato al 106% nel 2002: ma questo è potuto accadere solo in virtù del calo a livello internazionale dei tassi d’interesse.

Dal credito pubblico all’indebitamento estero

La liberalizzazione dei movimenti di capitale, obiettivo fondamentale dei Trattati europei, oltre ad aver avviato la crescita esponenziale del rapporto Debito pubblico/PIL, ha aperto ampi spazi agli investitori esteri, liberi di investire e disinvestire senza restrizioni.

La posizione debitoria netta verso l’estero dell’Italia, praticamente nulla all’ingresso dell’Italia nello SME, è andata progressivamente crescendo negli anni successivi.

Nello specifico dei titoli di debito pubblico,

se negli anni Ottanta i risparmiatori italiani, incentivati dalle alte remunerazioni, dall’anonimato e dalle esenzioni fiscali, risultavano ancora i maggiori acquirenti,

la situazione si capovolge negli anni Novanta.

I piccoli risparmiatori, anche in virtù del calo delle remunerazioni, sono spinti all’acquisto di rischiose obbligazioni private [Un titolo obbligazionario è in sostanza un “pezzo di carta” rappresentativo di un debito ed è emesso dalle società di capitali per reperire mezzi finanziari].

Al loro posto, ecco gli istituti finanziari esteri con quel 50% di acquisti di titoli di Stato stimato dalla Banca d’Italia.

A riguardo, sempre Marcello De Cecco (L’economia italiana negli ultimi trent’anni, in Sabino Cassese, Ritratto dell’Italia, Laterza, 2001) evidenzia che il Tesoro avrebbe attuato, nell’ultimo decennio, una politica «diretta a rendere i titoli di debito italiani negoziabili sui mercati finanziari internazionali e a spostarne la proprietà, almeno in gran parte, agli investitori istituzionali stranieri».

Più precisamente il Tesoro, in una situazione di calo generalizzato dei tassi d’interesse, invece di provare ad accorciare la durata media dei titoli di Stato –attualmente pari a quasi sei anni– per sfruttare i più bassi tassi a breve e medio termine, emette titoli a lungo e lunghissimo termine dai rendimenti più elevati, superiori al tasso di crescita del PIL. Ad esempio, nel primo semestre 2003 il Tesoro ha emesso dei BTP trentennali al tasso quasi del 5%. Ciò in una situazione in cui il rendimento dei BOT a 12 mesi è stato pari all’1,86%.

Come si spiega questa deleteria gestione delle finanze statali?

Nelle linee guida 2003-2004 sulla gestione del debito pubblico formulate dal Tesoro, si può leggere la spiegazione: «L’offerta dei titoli viene calibrata coerentemente con le esigenze degli operatori»,

vale a dire degli istituti finanziari esteri a dominanza statunitense,

i quali, rileva ancora De Cecco, «controllano i mercati sui quali i titoli di Stato sono trattati e possono senza difficoltà farne cadere i prezzi».

Parole che da sole dovrebbero gettare l’allarme sulla deriva da Repubblica delle banane del nostro paese e della penetrante influenza di oligarchie finanziarie estere.

Non c’è solo un problema, comunque non irrilevante, del drenaggio di fondi per interessi verso l’estero.

Le conseguenze sono soprattutto politiche:

si consente ad istituti finanziari esteri di disporre di ulteriori strumenti di ricatto per dettare la politica economica statale.

Lo dimostrano le pressioni, coronate da successo, dell’agenzia di rating statunitense Standard & Poor’s

sul varo del decreto Scip 2 sulla cartolarizzazione degli immobili degli Enti previdenziali, o le minacce di declassamento del debito pubblico lanciate dalla stessa agenzia in caso di mancato approntamento di una riforma delle pensioni.

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