la TOSCANA e gli ETRUSCHI   Leave a comment


 

http://www.repubblica.it/scienze/2016/03/31/foto/toscana_trovata_pietra_di_2500_anni_fa_potrebbe_svelare_il_mistero_degli_etruschi-136610729/1/?ref=HRESS-1#1

Una scoperta che potrebbe rivelarsi fondamentale per ricostruire il linguaggio degli Etruschi. Un gruppo di ricercatori del Mugello Valley Archaeological Project ha portato alla luce una stele recante la scrittura etrusca. La scoperta è stata fatta nel sito di Poggio Colla in Toscana. La pietra, 227 chili e alta poco più di un metro, faceva parte di un tempio sacro che 2500 anni fa venne demolito per costruirne uno più grande. Nascosta per oltre duemila anni, la stele si presenta ben conservata, solo in parte scheggiata e bruciacchiata. Contiene 70 lettere leggibili e segni di punteggiatura, caratteristiche che la rendono uno dei più lunghi esempi di scrittura etrusca mai rinvenuti finora. Gli scienziati sono convinti che le parole e i concetti espressi dalla pietra siano una rarissima testimonianza di questa civiltà, considerando che quello che noi sappiamo degli etruschi, lo dobbiamo unicamente a, necropoli, tombe e oggetti funerari. La stele ritrovata potrebbe rivelare ulteriori preziosi dettagli sulla religione etrusca e sui nomi delle loro divinità. La traduzione verrà fatta dall’Università del Massachusetts di Amherst
(foto Mugello Valley Project)

Toscana, trovata pietra di 2500 anni fa: potrebbe svelare il mistero della lingua degli Etruschi

LA BELLEZZA DEL TERRITORIO

[…] una piana vasta e spaziosa è cinta da montagne che hanno sulla sommità boschi antichi di alto fusto,

la selvaggina vi è abbondante e varia, ai loro piedi, da ogni lato, si estendono, allacciati tra loro in modo da coprire uno spazio lungo e largo;

al limite inferiore sorgono boschetti, le praterie cosparse di fiori producono trifoglio e altre erbe aromatiche tenere, essendo tutti quei terreni irrigati da sorgenti inesauribili.

Il fiume (Arno)attraversa la campagna e siccome è navigabile

porta alla città i prodotti dei terreni a monte, almeno in inverno e primavera, perché in estate è in magra.

Si prova un piacere grandissimo a contemplare l’insieme del paesaggio oltre la montagna

perché ciò che si vede non sembrerà una campagna, ma un quadro di paesaggio di grande bellezza.

Questa varietà, questa disposizione felice, ovunque tu posi lo sguardo, lo rallegra. »

(Gaio Plinio Cecilio Secondo)

 

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La Toscana è tutta quanta una città continuata e un giardino; il popolo naturalmente gentile, il cielo sereno; l’aria piena di vita e di salute”.

(Ugo Foscolo)

http://www.turismo.intoscana.it/site/it/itinerario/La-Toscana-degli-Etruschi-affascinanti-percorsi-nella-storia/

Chi vuole conoscere la Toscana degli Etruschi avrà di che divertirsi in un percorso che si snoda attraverso le città e i borghi che furono fondati dal loro popolo: da Volterra a Fiesole, da Arezzo a Populonia in un percorso di arte, storia e paesaggio. Secondo la descrizione fattane da Dionigi di Alicarnasso, storico greco, gli Etruschi erano una popolazione antichissima e unica, non avendo affinità, sia linguistiche che di stile di vita con altre genti. Il termine di Etruschi indica quindi una popolazione vissuta in Etruria, tra il IX ed il III sec. a.C.

La civiltà etrusca rappresenta una delle culture di maggior spessore in Italia e nell’intero bacino mediterraneo. Partiti dalla regione che da essi prende il nome, ovvero dai territori frapposti tra Arno e Tevere, affermarono il proprio predominio anche in altre zone della penisola, dalla pianura padana, all’Emilia, alla Liguria, all’Umbria, al Lazio, alla Campania, intessendo fitti rapporti commerciali con tutte le popolazioni del Mediterraneo.

L’Etruria non assurse mai a rango di Stato unitario; ogni città mantenne sempre una propria autonomia di governo e non di rado vi furono aspri contrasti tra i vari centri. Una delle rare occasioni di aggregazione unitaria era costituita dalle riunioni presso il santuario federale di Fanum Voltumnae. Dodici erano le città principali, che nel VII-VI sec. a.C. costituivano la “Dodecapoli”: Veio, Cerveteri, Tarquinia, Vulci, Orvieto, Chiusi, Vetulonia, Volterra, Perugia, Cortona, Arezzo, Fiesole. Si è propensi a credere che a seguito della crisi economica e politica di alcune di esse, sia avvenuta la sostituzione con Pisa, Populonia e Roselle.

Grazie alle campagne di scavo e alle indagini archeologiche, si è potuto riportare alla luce le vestigia delle necropoli, degli insediamenti, delle zone artigianali e dei materiali lavorati. Tra questi spiccano la ceramica ed i metalli, che ci hanno aperto uno spaccato sugli usi, i costumi, la vita quotidiana, i rapporti commerciali e la storia di questo popolo. Se i resti di un santuario del VI sec. a.C., rinvenuto presso la Torre Pendente di Pisa, ed un’imponente tomba a tumulo del VII-VI sec. a.C., scavata nella sua immediata periferia, hanno sfatato la vecchia ipotesi che l’espansione etrusca non avesse oltrepassato l’Arno pisano, per certo sotto la linea di questo fiume si collocano le maggiori aree di interesse etrusco.

Da Volterra (dove si visitano le splendide urne, i sarcofaghi lavorati, le oreficerie ed i bronzi), a Populonia, importante già nel Villanoviano (IX-VIII sec. a.C.) e ricco centro metallurgico di cui oggi restano le necropoli (con le principali tipologie di sepoltura: a pozzetto, a tumulo, a edicola, rupestri) e i ruderi dell’acropoli, a Vetulonia, Roselle, Poggio Buco, Marsiliana, Sovana, Saturnia, Orbetello, Cosa, è tutto un fiorire di centri e di siti di indubbio spessore e significato.

Né si potranno trascurare i centri del Senese e della Valdichiana: su tutti Chianciano Terme (con i resti del frontone del Tempio di Fucoli ed altri innumerevoli reperti al Museo Archeologico delle Acque) e Chiusi (con alcune tra le più note tombe dipinte, e gli splendidi cánopi).

Ma anche Arezzo (patria della splendida “Chimera”, uno dei bronzi etruschi più noti), Cortona (dove fu rinvenuto un famoso candelabro), la stessa Fiesole, Prato ed alcune località del Chianti offrono numerose occasioni per conoscere una civiltà unica quanto misteriosa.

 

IL RUOLO DELLA DONNA

donna etrusca

La donna nella società etrusca, diversamente dalla donna greca e in parte anche dalla donna romana,

non si occupava solo delle attività domestiche.

La rilevanza sociale della donna etrusca trova significative conferme nella documentazione archeologica e nelle storiografia latina e greca.

La struttura della famiglia etrusca non era dissimile da quella delle società greca e romana. Era, in altre parole, composta dalla coppia maritale, padre e madre, spesso conviventi con i figli ed i nipoti, tale struttura è riflessa dalla dislocazione dei letti e delle camere nella maggior parte delle tombe. Merita però attenzione la condizione sociale della donna che, a differenza del mondo latino e greco, godeva di una maggiore considerazione e libertà, sia nell’ambito religioso sia in quello politico-culturale.

Questo era però scandaloso per i Romani, che non esitarono a bollare quest’eguaglianza come indice di licenziosità e scarsa moralità da parte delle donne etrusche.

Per loro, dire “etrusca” ad una donna, era sinonimo di “prostituta”.

Ma la condizione sociale della donna nella civiltà etrusca era veramente unica nel panorama del mondo mediterraneo, e forse ciò derivava dalla diversa stirpe dei popoli: pre-indoeuropei gli etruschi, indoeuropei latini a greci.

Nelle iscrizioni, la donna etrusca, al pari dell’uomo, appare fornita di formula onomastica bimembre – nome individuale o prenome + nome di famiglia o gentilizio – a partire dal VII secolo a.C. (ad esempio su di un’olla di bucchero da Montalto di Castro, della fine del VII secolo a.C. si legge “mi ramunthas kansinaia” = “io (sono) di Ramuntha Kansinai”, mentre su un vaso da Capua del V secolo a.C. si trova scritto “mi culixna v(e)lthura(s) venelus” = “io (sono) il vaso di Velthura Venel”). Come noto le donne romane erano invece individuate col solo nome gentilizio.

Nell’epigrafia etrusca, inoltre, relativamente ai figli, si registra accanto alla menzione del patronimico, anche quella del matronimico (ad esempio a Tarquinia sul sarcofago della Tomba dei Partunu, datata al III secolo a.C., si legge “Velthur, Larisal clan, Cucinial Thanxvilus, lupu aviils XXV” = “Velthur, di Laris figlio, (e) di Cuclnei Thanchvil, morto di anni 25”). Questa tradizione viene mantenuta in terra d’Etruria anche durante la prima età imperiale, come attestato da numerose iscrizioni latine (prevalentemente a Chiusi, Perugia e Volsinii).

La donna, inoltre, continuava a portare il proprio patronimico o il proprio nome anche da sposata (ad es. su di un sarcofago da Tarquinia del V-I secolo a.C. si legge “Larthi Spantui, figlia di Larc Spantu, moglie di Arnth Partunu”). Per quanto si desume dalle iscrizioni di possesso su oggetti (vasi anche da simposio, statuette, fibule, ex voto) la donna, fin dal periodo orientalizzante, risulta, al pari dell’uomo, titolare di diritti reali: in qualche caso la donna risulta destinataria del dono (su un vaso del VI secolo a.C. si legge “mi(ni) aranth ramuthasi vestiricinala muluvanice” = “mi donò Aranth a Ramutha Vestiricinai”), in altri è la donna stessa a disporre di un proprio bene (ad es. su una fibula d’oro del 650 a.C. si legge “mi velarunas atia” = “io (sono) della madre di Velaruna”).

Le iscrizioni di possesso femminile su oggetti d’uso, sotto un diverso profilo, dimostrano come la donna, nei ceti alfabetizzati (aristocratici, ma anche scribi e vasai), sapeva leggere e scrivere. La donna etrusca risulta titolare di tombe, sarcofagi e urne, così come mostrato dalle relative iscrizioni femminili o da coperchi di sarcofagi e urne con rappresentazione di recumbenti femminili. Si segnala inoltre il rinvenimento, in non pochi casi, di corredi pertinenti a deposizioni femminili di particolare rilevanza quantitativa e qualitativa (ad es. i corredi di “Culni” della Tomba dei Vasi Greci di Caere databile alla fine del VI secolo o all’inizio del V secolo a.C. e di “Larthia” della Tomba Regolini Galassi di Caere del 650 a.C.): l’importanza del corredo attesta chiaramente il prestigio sociale e la ricchezza della defunta.

Si ritiene che la donna fosse anche titolare di attività economiche: alcune iscrizioni arcaiche (“Kusnailise” su ceramica e “Mi cusul puiunal” su tegola di prima fase) ed ellenistiche (dei bolli volsiniesi con l’iscrizione “Vel numnal”) sono da interpretare come firma della proprietaria della bottega. Dall’attribuzione da parte di Tito Livio (Storie, I, 34 e 39) a Tanaquilla (moglie del re etrusco di Roma Tarquinio Prisco) di capacità divinatorie («esperta qual era, come lo sono di solito gli etruschi, nell’interpretazione dei celesti prodigi») si desume che anche le donne dell’aristocrazia potevano interpretare i segni degli dèi.

LA DONNA NELLA VITA RELIGIOSA

Nella storia della nostra penisola la civiltà etrusca fu l’ultima che permise alle donne l’accesso al mondo della religione e del culto, conferendo loro anche la massima autorità spirituale nella gerarchia riposta al culto.

Nel mondo etrusco il principio femminile fu venerato nelle figure di molteplici dee. La principale dea etrusca fu probabilmente UNI, dalla quale derivò la romana IUNO, Giunone. Per gli etruschi Uni fu la Grande Madre, la generatrice universale, la protettrice delle partorienti, la dispensatrice del potere materno e nutritivo destinato alle creature viventi per la loro prosperità e crescita. Uni corrisponde all’archetipo della madre, la donna quale creatrice e origine del creato.

Con l’avvento di Roma e della sua civiltà patriarcale, le donne furono via via estromesse da ogni carica e diritto superiore, fino a che il Cristianesimo arrivò a negare la loro possibilità di avere un’anima, confinandole al ruolo marginale di creature inferiori.

La possibile esistenza di classi di sacerdotesse in Etruria è stata sostenuta da Massimo Pallottino (Studi Etruschi 3, 1929, p. 532) con riferimento al termine “hatrencu” (ad es. “Murai Sethra hatrencu” = “Sethra Murai, la sacerdotessa” su parete della Tomba delle Iscrizioni di Vulci del III-I secolo a.C.) e da Mauro Cristofani (Studi Etruschi 35, 1980 p. 681) con riferimento a “tameru”. Che la donna potesse avere un ruolo anche in certe pratiche religiose è possibile ipotizzarlo attraverso l’analisi di alcuni sarcofagi, come quello di Londra al British Museum con defunta sdraiata e cerbiatto che si abbevera (Tarquinia – IV secolo a.C.). Il Trono della tomba 89/1972 a Verucchio, in provincia di Rimini, mostra, nella parte bassa, un uomo e una donna di altissimo rango trasportati in corteo, su carri imponenti, verso un luogo recintato e all’aperto dove si svolge un rito, forse un sacrificio, gestito da due sacerdotesse alla presenza di guerrieri armati di elmo e lancia, e nella parte alta numerose donne intente a varie attività, tra cui quella del lavoro su alti e complessi telai.

Viene riferita un’epigrafe (su sepolcro da Tarquinia del IV-III secolo a.C.) che attesterebbe addirittura una donna magistrato: “il giudice Ramtha è stata moglie di Larth Spitus, è morta a 72 anni, ha generato 3 figli” (Arnaldo d’Aversa, La Donna Etrusca, p. 57; Paolo Giulierini in Archeologia Viva – luglio-agosto 2007 p. 58 – Le (discusse) donne d’Etruria).

Aristotele (IV secolo a.C.) afferma che «gli Etruschi banchettano con le loro mogli, sdraiati sotto la stessa coperta» (Fragm. 607 Rose). L’iconografia etrusca (cfr., ad es., il Sarcofago cd. degli Sposi da Caere del VI secolo a.C., esposto al Museo di Villa Giulia in Roma; le pitture della Tomba dei Leopardi del V secolo a.C. e della Tomba della Caccia e della Pesca del VI secolo a.C. di Tarquinia; l’Urna cd. degli Sposi Anziani del II-I secolo a.C., esposta al Museo Guarnacci in Volterra) in effetti dimostra che le donne dell’aristocrazia partecipavano ai banchetti, sdraiate accanto agli uomini o sedute su un trono a fianco del letto, e tale partecipazione ne denota il ruolo nella società.

Per converso deve essere ricordato che in Grecia le uniche donne ammesse ai banchetti erano le etere (prostitute). La partecipazione delle donne ai banchetti con gli uomini fu oggetto di pesante censura in termini di immoralità da parte degli autori greci (in particolare Teopompo, scrittore della metà del IV secolo a.C.); tale opinione fu in parte determinata da un atteggiamento di incomprensione, dovuto al ben diverso ruolo sociale attribuito alla donna greca specialmente nel periodo classico, ed in parte all’ostilità verso un popolo nemico che in passato aveva a lungo contrastato i greci.

Il ritrovamento in deposizioni femminili (per quanto è dato desumere dai relativi corredi) di coppie di morsi di cavallo (a Bologna, Veio) e di carri (a Veio, Marsiliana, Vetulonia…) sottolinea il prestigio ed al tempo stesso la libertà di movimento delle donne dell’aristocrazia etrusca.

La partecipazione della donna etrusca a manifestazioni pubbliche è testimoniata dalle pitture della tomba Tarquinese delle Bighe (fine VI secolo – primi V secolo a.C.). In un fregio che corre su tutte e quattro le pareti della camera funeraria sono raffigurate varie gare sportive: lotta, pugilato, salto, lancio del disco, lancio del giavellotto, corsa di bighe. Il pubblico, seduto su quattro tribune (poste agli angoli delle parete di fondo con quelle laterali), è rappresentato da uomini e donne (matrone con velo e giovinette con tutulus). Nella tribuna raffigurata sulla parete destra, in particolare, una matrona con velo (forse una sacerdotessa) è rappresentata in prima fila e due giovinette, più arretrate, assistono ai giochi tra degli uomini. La matrona con un gesto solenne sembra dare inizio alla gara delle bighe.

Il commediografo latino Plauto (III-II secolo a.C.) allude,

attraverso le parole dello schiavo Lampadione,

all’uso diffuso tra le donne etrusche di prostituirsi per procurarsi la dote (Cistellaria 296-302): “Io ti chiamo per ricondurti tra le ricchezze, e sistemarti in una doviziosa famiglia, dove avrai da tuo padre ventimila talenti per dote. Perché la dote non la debba fare qui da te, seguendo la moda etrusca, prostituendo vergognosamente il tuo corpo!”.

Anche per il riferimento alla prostituzione che sarebbe stata praticata dalle donne etrusche valgono le considerazioni già svolte a proposito della partecipazione femminile ai banchetti a proposito degli autori greci.

Sappiamo semmai da fonti storiche (Gaio Lucilio – II secolo a.C.) fa riferimento a “le cortigiane di Pyrgos”: apud Servio, Ad Aeneid., R, 164), ed in parte anche archeologiche,

che in Etruria la prostituzione veniva praticata nella sua forma più “nobile”: la prostituzione sacra (diffusa in Siria, Fenicia, Cipro, Corinto, Cartagine, Erice). Il santuario del porto di Pyrgi (odierna Santa Severa) era costituito da due templi principali, uno greco e uno tuscanico più recente, racchiusi da un recinto sacro che lungo un lato presentavano tante piccole cellette che forse servivano appunto per la prostituzione sacra. Come noto, le prostitute sacre offrivano se stesse ai pellegrini e ai viaggiatori per sostenere le spese del tempio ed incrementarne le ricchezze.

etruschi

Gli Etruschi furono gli unici, tra i popoli antichi, a non disprezzare le donne, ma le rispettarono come persone e le amarono come compagne. Coltivarono i piaceri della vita più della guerra: amarono le feste, la musica, i banchetti, i giochi, il sesso…”. Le parole del professor Giuseppe Moscatelli fanno capire, meglio di ogni altra presentazione, il perché dell’attualità di questo popolo.

C’è tutto un filone di ricerca e di pubblicazioni che tratta questi aspetti. Ricordo che da bambino, altri tempi, non ci permettevano di vedere alcune tombe. Erano “vietate ai minori” per le troppe scene di sesso.

Gli etruschi e l’eros     di Anna Alfieri e Carla Valdi

eros etruschi

Ben fatti, atletici e sessualmente attivi. Questi erano gli Etruschi.
Simboli fallici di varie proporzioni e variamente disposti, svolazzano sulle pareti delle tombe di Tarquinia e sui vasi esposti al Museo Nazionale. Molti sono espliciti, altri decorati o camuffati, così ironici da far sospettare che siano stati dipinti solo per scherzo.
La perplessità aumenta se si considera che tutto questo sfarfallìo fallico si trova nelle pareti dei sepolcri che, secondo la nostra cultura, dovrebbe ispirare ben più meste immagini.
Ma gli Etruschi non soffrivano delle nostre inibizioni ed erano allegramente in grado di suscitare l’invidia dei loro contemporanei, incapaci di avere come compagne delle donne così passionali da dedicarsi ad ardenti attività erotiche collettive, fare sesso durante le gare atletiche e gli esercizi acrobatici o amoreggiare perfino alle corse dei cani.

Di maldicenza in maldicenza, gli storici arrivano a dire che le donne etrusche, per una forma estrema di matriarcato, ovviamente incomprensibile sia ai rozzi Romani che ai più sensibili Greci, allevassero i figli senza chiedersi chi ne fosse il padre, figura reputata non necessaria.
In effetti le donne in Etruria godettero di una condizione particolarmente libera, mai però separata da una profonda consapevolezza della solidarietà familiare.
Quella etrusca, era una società in cui le donne contavano; donne giovani, dalla sessualità precoce,consapevoli del proprio corpo, alle quali era sconosciuta la decadenza dovuta all’età.
Per gli uomini era anche meglio.
La vita politica coincideva con la loro piena vita sessuale e al potere c’erano quasi sempre giovani vigoroso e attivi. Questo si evince dalle pitture parietali delle tombe di Tarquinia, singolari ed uniche per la raffigurazione di rapporti sessuali di qualunque tipo, ben diverse dalle omologhe egizie, dove la religione ed il senso quasi parossistico della morte incombono ovunque.
L’aspettativa di vita degli Etruschi era, in media, di quarant’anni. Essi vivevano, quindi, un tempo breve, e morivano giovani con ormoni in eccedenza. Perciò il sesso permeava ogni attività.
Negli affreschi tarquiniesi, anche quando non appare esplicito, esso si rivela nel turgore delle labbra, nella languidezza degli occhi di taglio orientale, nelle capigliature folte, lunghe e ricciolute, nella muscolatura poderosa, nell’impianto fisico delle figure, nella scioltezza dei movimenti, nella disinvoltura dei rapporti, assolutamente privi di qualsiasi volgarità.
Anche la riproduzione di animali, uccelli in volo, delfini che giocano tra le onde, leonesse dalle mammelle turgide, leoni dalle criniere fulve e le code ritte, tutto rimanda ad una vitalità carnosa e sessuale. L’erotismo era natura e la natura erotismo. Mangiare, ballare, suonare, compiere rituali religiosi, ogni atto aveva una pienezza di significato denso ed arcaico che avvicinava, sensualmente, l’umanità agli Dei.

(un articolo di Renato de Paoli) 

Lo storico Teopompo, del IV sec. a.c., alla corte di Filippo il Macedone, è una delle fonti degli usi etruschi, tramandato dalle citazioni di Ateneo, erudito e grammatico greco a Roma nel II -III sec. d.c.

per i Greci la libertà delle donne era un insulto, e se aveva pari dignità dell’uomo era un abominio, per cui le notizie devono essere assunte con parecchia tara, un po’ come quando gli storici cristiani scrissero sui pagani.
Secondo Teopompo presso gli etruschi le donne erano “tenute in comune”, ma fa parte della denigrazione perchè gli etruschi avevano in grande considerazione il matrimonio e non praticavano la poligamia.

La donna etrusca godeva molta più libertà e diritti rispetto alle donne greche e romane: partecipava ai banchetti distesa a fianco del marito, con grande scandalo dei greci, che ai banchetti non ammettevano donne, se non le etere, le prostitute di lusso.

Sempre secondo Teopompo, le donne etrusche avevano molta cura del loro corpo, e così era, di una donna elegante si diceva a Roma che “vestiva all’etrusca”. Le etrusche amavano i gioielli, le vesti raffinate, le acconciature importanti e il trucco vistoso. Ma lo storico sostiene pure che stessero nude anche in mezzo agli uomini, che sedessero accanto ad altri uomini e che bevessero come i maschi.
Le Etrusche sono sempre ritratte con vesti sontuose, tranne le danzatrici, che danzavano seminude, con veli e sciarpe. Per la scelta del partner nel bamchetto, dagli affreschi non risulta questa promisquità, a parte il vino che le etrusche bevevano effettivamente come gli uomini.

Secondo Teopompo, inoltre le etrusche sfornavano figli e li allevavano senza sapere chi fosse il padre . Gli affreschi delle necropoli mostrano uomini e donne, raffigurati in pratiche sessuali, ma sempre persone adulte e mature.

I bambini e i ragazzi, spesso nudi, costume usuale a quell’età, sono rappresentati in atteggiamenti sempre consoni all’età, nessuno osava toccarli.

Teopompo poi si scandalizza per l’esibizionismo sessuale in pubblico, con tanto di sesso di gruppo, scambio di coppie e sodomia, ma questo lo disse anche la Chiesa a proposito dei Romani, e ingiustamente.

A Roma si chiamava “vizio greco” la pratica di sedurre fanciulli di ceto inferiore per farne oggetto di piacere.
Presso gli etruschi c’era libertà sessuale, delle donne e della omosessualità, ma non c’è traccia del “vizio greco” di molestare fanciulli.
Greci e Romani disapprovavano l’omosessualità che in Etruria compariva naturalmte nelle raffigurazioni, ma non disdegnavano la pedofilia. Timeo, Platone e Plauto, insieme a tanti altri giudicano indegne le donne etrusche che vivevano libere mentre i saggi greci le rinchiudevano nel gineceo trattandole come schiave.

Sappiamo da fonti storiche ed archeologiche, che in Etruria si praticava la prostituzione sacra, la ierodulia, come da ogni parte del mondo nel matriarcato. Presso il tempio di Pyrgi le ierodule offrivano piacere ai pellegrini in cambio di moneta per il tempio. Il sesso non era peccato, ed era perfino sacro.
Poche raffigurazioni, come nel “Sarcofago degli sposi”, dalla Banditaccia di Cerveteri, mostra tanta calma affettuosità tra due partner, sdraiati nello stesso triclinio, dove il marito tiene affettuosamente una mano sulla spalla della moglie. Dello stesso tono estessa posa l’urna cineraria degli sposi nel Museo di Ceri.

Essere bisessuali non era un gran problema per i Romani. Catullo non esitava a dichiarare il suo grande amore per Lesbia e le sue aspirazioni omosessuali, Cicerone era molto preso dal suo servo e Adriano, per quanto sposato, amava i giovinetti, ma i limiti degli amori omosessuali erano quelli dei greci: l’uomo deve essere attivo e il partner passivo. Ed ecco Tibullo che si lamenta del malcostume, non dell’abuso dei fanciulli, bensì che vi sia l’orribile usanza di pagarli, gli dice male perchè lui è povero:

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