«Andate dunque e imparate che cosa significhi: misericordia io voglio e non sacrificio»   Leave a comment


01-01-2013 di  Chiara Lubich
fonte: Città Nuova

«… misericordia io voglio e non sacrificio».

Chara Lubich

Chara Lubich

Ricordi quando Gesù ha detto queste parole? Mentre era seduto a mensa, alcuni pubblicani e peccatori s’erano messi a tavola con lui. Accortisi di questo, i farisei avevano detto ai suoi discepoli: «Perché il vostro Maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». E Gesù, sentite queste parole, aveva risposto: «Andate dunque e imparate che cosa significhi: misericordia io voglio e non sacrificio».

Gesù cita qui una frase del profeta Osea e questo fatto dimostra che a Gesù piace il concetto lì contenuto: è infatti la norma secondo la quale Egli stesso si comporta. Essa esprime il primato dell’amore su qualsiasi altro comandamento, su qualsiasi altra regola o precetto. È questa la novità del cristianesimo. Gesù è venuto a dire che Dio vuole da te, nei confronti degli altri uomini, prima di tutto l’amore e che questa volontà di Dio era già stata annunciata nelle scritture come lo dimostrano le parole del profeta Osea. L’amore è per ogni cristiano il programma della sua vita, la legge fondamentale del suo agire, il criterio del suo muoversi. Sempre l’amore deve prendere il sopravvento sulle altre leggi. Anzi: l’amore per gli altri deve essere per il cristiano la solida base su cui può legittimamente attuare ogni altra norma.  (andate al link di sotto)

«… misericordia io voglio e non sacrificio».

Fabrizio de Andrè: “La citta vecchia”

Presentando La città vecchia durante un’esibizione del ’97, De André disse: “è una canzone del 1962, dove precisavo già il mio pensiero. Avevo 22 anni, adesso ne ho… E il
mio pensiero non è cambiato, perché un artista, a qualsiasi arte si dedichi, ha
poche idee, ma fisse. Io credo che gli uomini agiscano certe volte
indipendentemente dalla loro volontà. Certi atteggiamenti, certi comportamenti
sono imperscrutabili. La psicologia ha fatto molto, la psichiatria forse ancora
di più, però dell’uomo non sappiamo ancora nulla. Certe volte, insomma, ci sono
dei comportamenti anomali che non si riescono a spiegare e quindi io ho sempre
pensato che ci sia ben poco merito nella virtù e poca colpa nell’errore, anche
perché non ho mai capito bene che cosa sia la virtù e cosa sia l’errore”. Tale
conclusione sostiene e giustifica le commosse parole finali di questa canzone,
che già nel titolo richiama una celebre poesia di Umberto Saba, intitolata
appunto Città vecchia.
Si tratta qui di una serie di “quadri” di vita
di un quartiere genovese del centro storico, attraverso i quali, ancora una
volta, De André rappresenta il mondo degli emarginati, a lui così cari ed invece
così spesso dimenticati, persino dal buon Dio.
Prostitute e pensionati sono descritti con evidente simpatia, perché raffigurano la schiettezza contro l’ipocrisia del vecchio professore dall’ambiguo comportamento.

Le ultime due strofe delineano con maggiori particolari la zona dell’angiporto e i personaggi che lo abitano: ladri, assassini, approfittatori senza scrupoli. Ed è proprio
qui che De André chiede di non giudicare con il metro della legalità e della
mentalità borghese, bensì di provare per quei poveri esseri un forte senso di
pietà, poiché essi non sono null’altro che vittime della società e della storia.

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi,
una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia.

E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l’esperienza
dove sono andati i tempi di una volta per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione.

Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.

Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l’ombra di un sorriso tra le braccia della morte.

Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie
quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.

Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette
quando incasserai delapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire “micio bello e bamboccione”.

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.

Se tu penserai, se giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.

 

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