Archivio per ottobre 2013

LA TENEREZZA E SENSUALITA’..MASCHILE E FEMMINILE..IN UN PASSO DI DANZA : IL TANGO   Leave a comment


 https://youtu.be/vQfxBXstcUM

Massaggio Hawaiano Lomi Lomi   Leave a comment


Il massaggio hawaiano o lomi lomi è una tecnica di massaggio che deriva le sue origini dagli insegnamenti dei Kahuna, gli sciamani delle isole Hawaii, che lo utilizzavano come rituale di guarigione e rito iniziatico di passaggio.
Nella forma che viene proposta questi insegnamenti sono stati integrati con tecniche di altre discipline (Rebalancing, craniosacrale, ad esempio), tecniche di mobilizzazione articolare e lavoro consapevole con l’energia. Ne risulta un massaggio piuttosto completo, che lavora sia sul piano fisico (muscoli, circolazione sanguigna, articolazioni) che sul piano più “sottile” (sensazioni, emozioni, energia).

Pubblicato 29 ottobre 2013 da sorriso47 in massaggio, Salute e benessere

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TANGO: (CArlos GArdel: el dia que me quieres)   Leave a comment


 

 

 

el dia que me quieres

Acaricia mi ensueño
el suave murmullo
de tu suspirar.
Como ríe la vida
si tus ojos negros
me quieren mirar.
Y si es mío el amparo
de tu risa leve
que es como un cantar,
ella aquieta mi herida,
todo, todo se olvida.

El día que me quieras
la rosa que engalana,
se vestirá de fiesta
con su mejor color.
Y al viento las campanas
dirán que ya eres mía,

y locas las fontanas

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se contarán su amor.

La noche que me quieras
desde el azul del cielo,
las estrellas celosas
nos mirarán pasar.
Y un rayo misterioso
hará nido en tu pelo,
luciernagas curiosas que verán
que eres mi consuelo.

El día que me quieras
no habrá más que armonía.
Será clara la aurora
y alegre el manantial.
Traerá quieta la brisa
rumor de melodía.
Y nos darán las fuentes
su canto de cristal.

El día que me quieras
endulzará sus cuerdas
el pájaro cantor.
Florecerá la vida
no existirá el dolor.

La noche que me quieras

 

Pubblicato 29 ottobre 2013 da sorriso47 in Arte e cultura, bellezza

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Che cos’è la Malattia di Huntington?   Leave a comment


 

corea dna

 

La Malattia di Huntington (MH) è una patologia ereditaria causata dalla degenerazione di cellule cerebrali (neuroni) situate in specifiche aree del cervello. E’ caratterizzata da un esordio più frequente in età adulta (tra i 30-45 anni) ma può di fatto insorgere a qualunque età, dall’infanzia alla vecchiaia.
Le cellule cerebrali colpite dal processo degenerativo si trovano in strutture profonde del cervello chiamate gangli della base (in particolare nucleo caudato e putamen) ma anche le cellule della parte esterna del cervello (corteccia cerebrale) che sono essenziali a funzioni come il pensiero, la percezione e la memoria, vengono ad essere coinvolte in varia misura.
Il caratteristico quadro clinico che deriva dalla degenerazione progressiva dei neuroni nelle aree indicate comprende sia movimenti involontari (chiamati Còrea dal termine greco che significa danza) sia riduzione delle capacità cognitive che alterazioni del tono dell’umore.
La frequenza della malattia, che varia a seconda delle diverse popolazioni, è di 5-10/100.000 nati vivi.

Come si eredita la Malattia di Huntington?

Il modello di trasmissione della malattia è di tipo autosomico dominante, vale a dire che essa può essere trasmessa da un genitore affetto ai suoi figli con una probabilità del 50% per ciascun figlio, a prescindere dal sesso e dall’ordine di genitura (primogenito, secondogenito ecc). In effetti ciò che viene trasmesso non è la malattia ma la mutazione (cambiamento) di un gene che si trova sul cromosoma 4. Nel 1983 il gene collegato alla malattia fu localizzato sul braccio corto del cromosoma 4 ma non era ancora stato isolato. Per ottenere questo importante risultato furono necessari altri dieci anni di intense ricerche che condussero finalmente nel 1993 all’isolamento del gene vero e proprio che fu chiamato IT-15. Il prodotto di questo gene è una proteina detta huntingtina che svolge molte importanti funzioni non ancora del tutto note. Il gene IT-15 non colpito dalla mutazione presenta al suo interno una specifica sequenza CAG che si ripete tra 10-30 volte mentre, se è presente la mutazione, tale sequenza si ripete per un numero eccessivo di volte (da 39 ad oltre 100). Le ripetizioni comprese nella fascia intermedia (allele intermedio) rendono meno definibile il futuro stato di malattia per l’individuo ma possono comportarlo per i suoi figli in quanto l’alto numero di ripetizioni è instabile e può aumentare nel passaggio alla generazione successiva.

Tutti quelli che hanno la mutazione avranno la malattia?

Sì, ogni individuo che abbia ereditato il gene IT-15 “mutato” prima o poi nella sua vita svilupperà la malattia. Il periodo di insorgenza, tuttavia, è estremamente variabile.
I sintomi iniziali possono presentarsi in alcuni come bruschi mutamenti dell’umore, inusuali condizioni di apatia, irritabilità, depressione e rabbia, difficoltà nella guida, nell’imparare cose nuove o nel prendere una decisione. Altri possono presentare cambiamenti nella scrittura e movimenti involontari delle dita, dei piedi, del viso o del tronco. Questi movimenti, che sono segni di “còrea”, possono accentuarsi quando la persona è ansiosa. Altri ancora possono avere disturbi dell’equilibrio e del coordinamento motorio con accentuato rischio di cadute. L’ordine di comparsa di questi sintomi e la gravità possono variare notevolmente da un individuo all’altro.

A che età si manifesta la malattia?

Così come i segni e i sintomi anche l’età di insorgenza della malattia è molto variabile.
Nella sua forma più classica, la MH insorge in età adulta (35-45 anni) con un quadro clinico caratterizzato soprattutto da movimenti involontari.
In alcuni casi, invece, la malattia si manifesta prima dei 20 anni (còrea giovanile) con sintomi che includono un rapido declino del rendimento scolastico, cambiamenti nella scrittura, problemi motori come rigidità, tremori, lentezza e rapidi spasmi muscolari (miocloni). Molti di questi sintomi sono simili a quelli presenti nel Morbo di Parkinson e differiscono nettamente da quelli coreici che caratterizzano invece l’insorgenza in età adulta.
La còrea giovanile sembra progredire molto più rapidamente di quella in età adulta.
Alcune persone, infine, possono manifestare la malattia dopo i 55 anni (còrea tardiva). In questi casi la diagnosi può essere resa più complessa sia per la presenza di sintomi di altre patologie che possono mascherare quelli della MH sia perché i sintomi coreici possono essere particolarmente lievi e perciò più difficili da individuare.

Per quanto tempo vive un malato di MH?

La letteratura internazionale riporta dati relativi alla sopravvivenza dei malati che oscillano tra i 10 e i 30 anni. Ovviamente si tratta di dati statistici da guardare solo come un riferimento generale in quanto esiste, per questi come per tutti i malati, a prescindere dalla patologia, una estrema variabilità individuale legata sia all’età di insorgenza, sia alle personali condizioni fisiche sia, infine, al modo di vita e alla qualità di assistenza disponibile.

Come si fa una diagnosi di MH?

Nel 1967 moriva il grande cantante e compositore folk americano Woody Guthrie. Nonostante fosse un personaggio famoso e vivesse in un paese avanzato come gli USA, aveva trascorso gli ultimi 13 anni della sua vita passando da un medico all’altro alla ricerca di un nome per la malattia che lo aveva colpito: a volte considerato un alcolista, a volte un paziente psichiatrico, dentro e fuori da un ricovero all’altro, prima di riuscire ad avere l’esatta diagnosi di MH sebbene si tratti di una malattia che un neurologo esperto può diagnosticare molto facilmente. In effetti questa malattia, probabilmente per il complesso intreccio dei suoi diversi sintomi, ha avuto una storia assai travagliata tale da crearne un’immagine “misteriosa” e assai poco scientifica anche nel mondo medico con effetti a dir poco disastrosi sulle famiglie colpite.
Dal 1993, tuttavia, la scoperta del gene ha reso disponibile, sotto forma di un test genetico (test diagnostico), un importante strumento per aiutare il medico a formulare – o confermare – una diagnosi di MH in un paziente che mostri già un certo tipo di sintomi.
La storia familiare con la relativa ricostruzione dell’albero genealogico è un altro elemento essenziale nella formulazione della diagnosi di MH.
Ulteriori informazioni possono essere fornite da TAC (tomografia assiale computerizzata) e RMN (risonanza magnetica nucleare) che consentono di ottenere eccellenti immagini delle strutture cerebrali. I pazienti affetti da MH possono mostrare riduzione di alcune parti interne del cervello (in particolare del nucleo caudato e del putamen) e ampliamento di cavità cerebrali dette ventricoli.
La diagnosi corretta deriva dall’attenta considerazione delle informazioni fornite dai vari strumenti disponibili e non da un solo elemento in quanto la sintomatologia è assai variabile e legata sia alla fase che alla durata della malattia (ad es. un paziente in fase iniziale può avere TAC e RMN normali).

Che cos’è il test genetico presintomatico?

Su un prelievo di sangue di un individuo a rischio per MH ma ancora del tutto privo di qualunque sintomo di malattia è possibile effettuare un’analisi genetica che consente di accertare la presenza o l’assenza della mutazione nel gene IT-15. La decisione di sottoporsi al test è una scelta molto personale che non può essere presa con leggerezza perché il risultato del test non limita i suoi effetti al singolo individuo: il coniuge, i figli, i fratelli e le sorelle dell’individuo a rischio saranno infatti, in diverso modo, tutti coinvolti.
E’ perciò consigliabile fare riferimento a centri di ricerca che dispongono di professionisti idonei. Non ci sono scelte “giuste” o “sbagliate”, la cosa davvero importante è che ci siano scelte libere e consapevoli. Nessuno può imporre ad un altro di sottoporsi al test e chi decide di farlo deve potersi avvalere di una esauriente consulenza genetica, di un counseling psicologico per un’accurata valutazione dei pro e contro dei possibili risultati del test, di una visita neurologica e di laboratori competenti nell’effettuare il test.
Data l’attuale impossibilità di prevenire la malattia non vengono effettuati test sui minori. L’età minima richiesta per sottoporsi al test è 18 anni.
In considerazione dei problemi psicologici, medici, etici e legali connessi al test presintomatico per la MH, in tutti i centri del mondo dove si effettua il test devono essere rispettate le Linee-Guida Internazionali emanate nel 1990 e poi ancora nel 1994 da una commissione congiunta di scienziati (Research group on HD della World Federation of Neurology) e familiari (International Huntington Association) a tutela delle persone a rischio.

Quali sono le principali ragioni pro e contro il test presintomatico?

Vivere con un rischio di malattia del 50% può diventare, per alcuni, una fonte di ansia insostenibile.
Se sono giovani, lo stato di incertezza può determinare una situazione di stallo che impedisce scelte di vita importanti come la scelta degli studi (vale la pena impegnarsi all’università se poi…), del lavoro (quale lavoro sarebbe meglio nel caso che…), della vita affettiva (è giusto sposarsi e far gravare tutto sul partner in caso di…) e riproduttiva (è giusto mettere al mondo dei figli con il rischio che…). Alcuni arrivano perciò alla decisione di sottoporsi al test per raggiungere una situazione di certezza, quale che sia.
Se sono persone più grandi, con figli in età di scelte matrimoniali e familiari, può farsi pressante il senso di responsabilità verso le nuove generazioni e quindi il desiderio di chiarire il proprio stato in modo da fornire ai figli dati certi perché possano, a loro volta, fare le proprie scelte consapevolmente.
In altri casi (la maggior parte), tuttavia, la persona a rischio raggiunge uno stato di equilibrio con il suo 50% e sceglie di non sottoporsi al test principalmente in considerazione di due elementi: la mancanza di una terapia preventiva e il fatto che il test, in caso di risultato positivo, può solo preannunciare la presenza della MH in futuro ma non dire quando ciò avverrà esattamente.

E’ possibile fare diagnosi prenatale per la MH?

La diagnosi prenatale per MH è disponibile da diversi anni ma pone problemi particolarmente complessi ed è perciò consigliabile che la coppia in cui uno dei partner sia a rischio si rivolga ad un centro di ricerca competente per avere una consulenza mirata prima di avviare una gravidanza.
Infatti l’applicazione in periodo prenatale del test genetico diretto darebbe, in caso di risultato positivo, una informazione di futura insorgenza di malattia non solo nel bambino ma anche nel genitore a rischio che potrebbe invece non desiderare informazioni su se stesso o, in ogni caso, non desiderare ricevere una dose doppia di notizie sfavorevoli come invece inevitabilmente avverrebbe.
Per l’individuo a rischio che non abbia precedentemente effettuato il test su se stesso in quanto non desidera conoscere la propria condizione genetica ma che vorrebbe poter conoscere l’eventuale rischio di un proprio figlio, le Linee-Guida Internazionali raccomandano la scelta di un diverso tipo di test (test di esclusione) che non è rivolto al gene della malattia ma che, attraverso l’uso di marcatori genetici, è in grado di riconoscere se il cromosoma 4 trasmesso al feto dal genitore a rischio deriva dal nonno (o dalla nonna) sano o da quello malato di MH. Se il cromosoma 4 ereditato dal feto risulta derivare dal nonno (o dalla nonna) sano il rischio di MH per il feto stesso diventa molto basso (inferiore all’1%), se invece risulta essere uno dei due cromosomi 4 del nonno (o della nonna) affetto si ottiene l’informazione che il rischio del feto è uguale a quello del proprio genitore (50%) ma niente altro viene ad essere svelato circa lo stato genetico del genitore stesso.

Esiste una cura per la MH?

Il neurologo esperto della malattia può prescrivere vari farmaci per tenere sotto controllo i principali sintomi motori e/o psichiatrici che caratterizzano la MH. Questi farmaci sono utili per alleviare la sintomatologia e migliorare la qualità di vita del malato ma, allo stato attuale delle cose, non sono ancora in grado di guarire la malattia o interromperne il decorso.

Quale tipo di assistenza è consigliabile per i pazienti con MH?

Sebbene anche il medico di famiglia sia a volte in grado di effettuare una diagnosi di MH, è consigliabile consultare un neurologo esperto della malattia per avere i suggerimenti più appropriati a tenere sotto controllo i diversi sintomi. Il medico di famiglia informato e aggiornato è poi un elemento prezioso nel seguire più assiduamente il malato e aiutare la famiglia a reperire le risorse e le strutture disponibili sul territorio per avere un supporto.
Estremamente importante è il mantenimento quotidiano di un esercizio fisico che, come è stato dimostrato, favorisce nel paziente un migliore stato di benessere sia fisico che psichico. E’ consigliabile agire anche sul piano della terapia del linguaggio in quanto la malattia può rendere difficoltosa la parola e di conseguenza meno comprensibile il linguaggio con il risultato di portare ad un progressivo isolamento del malato in quanto esiste il forte pregiudizio che se una persona non parla o parla male non capisca. Nei pazienti con MH questo non corrisponde quasi mai alla realtà in quanto la loro capacità di comprensione del linguaggio è molto spesso superiore e conservata ben più a lungo della loro capacità di parlare in modo facilmente comprensibile.
Altrettanto indispensabile è la cura dell’alimentazione per evitare la perdita di peso. I malati bruciano quotidianamente 5000-6000 calorie che dovrebbero essere fornite suddivise in circa 5 pasti giornalieri con l’eventuale aggiunta di integratori vitaminici e proteici. E’ consigliato limitare i latticini in quanto tendono ad aumentare la secrezione di muco che, a sua volta, incrementa il rischio di tosse e soffocamento. I liquidi devono essere forniti in giusta quantità, soprattutto nella stagione più calda, per evitare disidratazione. L’uso di una cannuccia può agevolare il bere così come può risultare utile aggiungere all’acqua degli addensanti che ne facilitino la deglutizione.
Sebbene non sia attualmente disponibile una terapia per guarire la malattia, è possibile migliorare la qualità di vita di questi malati e ridurre il rischio di complicazioni attraverso una assistenza corretta e aggiornata ai progressi delle ricerche attualmente in corso in tutto il mondo.

Questo testo è in parte tratto da informazioni fornite dal National Institute of Health (NIH) e dal National Center for Biotechnology Information (NCBI) degli Stati Uniti e in parte fornito dal gruppo di ricerca sulla MH del Consiglio Nazionale delle Ricerche: Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione (ISTC) e Istituto di Neurobiologia e Medicina Molecolare (INMM) C.N.R.

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Pubblicato 29 ottobre 2013 da sorriso47 in scienza, Scuola

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Non sono lesbica ma mi sono innamorata di lei   Leave a comment


 

LESBICHE

 

Mi sono innamorata. Non avrei mai pensato di innamorarmi di nuovo a 38 anni, sposata con l’uomo che ho giurato di amare, e con due bambini ancora piccoli. Ma soprattutto, non avrei mai pensato di innamorarmi di una donna. Ecco, l’ho detto. Non ho il coraggio di usare la parola “lesbica”, perché non è così che mi sento. O forse semplicemente perché mi fa paura. Non per pregiudizi, assolutamente. Ma come vi sentireste voi senza ormeggi, strappate via da qualcosa di inesplicabile? Senza sapere in che direzione state andando?
«Nuovamente Eros / di sotto alle palpebre languido / mi guarda coi suoi occhi di mare / con oscure dolcezze / mi spinge nelle reti di Cipride / inestricabili»: è Ibico, uno dei lirici greci che avevo studiato al liceo, da ragazzina. Avevo sottolineato la frase senza neppure capire di cosa si trattasse: che ne sapevo io, a 16 anni, di «oscure dolcezze»? Ma sono andata a cercarlo nei miei scaffali, quel libro dimenticato; perché adesso, vent’anni dopo, mi sento così, persa in queste reti inestricabili e senza sapere che cosa fare.
La mia vita, vista da fuori, è semplice e lineare. E fortunata. Una vita protetta, da sempre. Prima dai miei genitori. E poi – mi sono sposata giovane, appena finita l’università – un marito, due bambini molto desiderati, una casa piena di cose belle; tutte cose di cui sono estremamente grata. Eppure. Eppure ci sono quelle «oscure dolcezze». E c’è lei. Ci siamo conosciute, ironia del caso, proprio a un matrimonio. Un matrimonio di quelli impegnativi, due giorni in campagna, organizzazione perfetta, peonie e candele ovunque. Da film. Io avevo appena litigato con mio marito, o almeno cercato di litigare: con lui è impossibile, appena tento di affrontare qualche argomento spinoso si fa venire mal di testa. Mi chiedo se lo faccia anche sul lavoro, o se è un trattamento riservato a me. In ogni caso, eccoci al matrimonio, a far finta di essere di ottimo umore, con i bambini più capricciosi del solito, mentre cerco di entrare nel vestito che mi stava bene due gravidanze fa. Lei era al tavolo accanto. È arrivata e tutti si sono girati. Ha qualcosa nel modo di camminare, di sorridere, di guardarti, che semplicemente ti arresta. Non è bella in modo tradizionale, no. È alta, sguardo fiero, il portamento di un’amazzone. È a quello che ho pensato quando l’ho conosciuta.
E no, non è una donna a cui piacciono le donne. Sposata anche lei, una figlia già adolescente. Un matrimonio in crisi, a cui aveva appena deciso di mettere la parola fine. Un bel lavoro, di quelli che ti occupano cuore e mente. E quello sguardo fiero, senza paura. Io non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Quando ci hanno presentate. Quando ci siamo messe a ballare. Le gambe lunghe, il profilo orgoglioso, la scollatura. La guardavo e mi sorprendevo a pensare: chissà com’è, nuda… Alle due del mattino eravamo ancora lì, a chiacchierare, una sigaretta dietro l’altra; a raccontarci. Quella notte non ho dormito. E il giorno dopo, quando ci siamo salutate, scambiandoci i cellulari, l’ho abbracciata e tremavo. Avevo paura che indovinasse tutto, dalla mia vertigine. Ma indovinare che cosa?
È quello che non so. Non lo so da allora. Tutte le volte che ci sentiamo via Skype, che ridiamo insieme. Tutte le volte che non risponde ai miei messaggi. Tutte le volte che sento un’esitazione nella sua voce, nelle sue parole – ma forse l’esitazione è solo mia. Ci siamo riviste. Sono andata a trovarla (lei abita in un’altra città), con la scusa di una mostra che volevo assolutamente vedere, di «anch’io ho bisogno di ossigeno», lasciando i bambini a mio marito. Sono andata a trovarla nella sua nuova vita, senza conoscere la sua vita di prima; nel suo appartamento caotico da single di ritorno. Siamo state alzate di notte, di nuovo, a fumare e bere vino, ridendo e raccontandoci tutto: paure e desideri, uomini e delusioni. Io sentivo quelle «oscure dolcezze» che mi avvolgevano, mi toglievano il respiro, volevo allungare la mano e prenderla. La guardavo, accendendomi un’altra sigaretta, e pensavo a come sarebbe stato spogliarla.
Non l’ho fatto. Non so se per rispetto o per paura. Ma sono tornata a casa come ubriaca. Tornata nella mia vita protetta, troppo protetta, con questo segreto. Ci penso. Sempre. E soprattutto, mi sembra di incontrare storie di amazzoni, e di donne che amano donne, ovunque. Ci inciampo nei film, nei libri che leggo… Nelle innumerevoli notizie di diritti gay sui giornali, alla tv. Ecco, l’ho pronunciata, la parola “gay”. Ma è la mia storia? È la sua storia? O è solo un innamoramento, un’infatuazione che rimarrà così, sospesa? E se fosse solo una scusa, un modo per non vedere che il rapporto con mio marito, con cui ormai non faccio quasi più sesso, sta sprofondando in una routine anestetizzata? Non so che cosa succederà. So solo che, nelle ombre di donne fiere, a testa alta, che voltano l’angolo per strada, ogni tanto mi sembra di vedere lei. E vorrei mollare tutto per correrle dietro. (Testo raccolto da Lisa Corva)
Lo psicoanalista: «La sessualità è fluida»
Professor Vittorio Lingiardi*, ma è davvero possibile scoprirsi gay a 38 anni? «È possibile. La costruzione della propria identità sessuale non è un percorso lineare, con un inizio e una fine. Inoltre, comportamenti e identità non sempre coincidono. La consapevolezza del proprio orientamento (etero, omo, bisessuale) in media si definisce nel corso dell’adolescenza. Ma per tutta la vita può accadere di essere “sorpresi” dai propri desideri». In questi casi significa che il proprio vero orientamento era stato represso? «Non si può generalizzare. Un studio serio a riguardo è del 2008 di Lisa Diamond: Sexual Fluidity, pubblicato dalla Harvard University Press. La studiosa ha analizzato i casi di decine di donne che, nel corso della propria vita, hanno “sconfinato” dall’etero all’omosessualità». Soggetti per lo più femminili, quindi: sono le donne ad avere una sessualità più “fluida” e cangiante? «Stando alle ricerche scientifiche sulla fluidità sessuale sì, l’incidenza è maggiore nel mondo femminile. Forse perché i ruoli sono meno rigidi». Vista l’età, nasce il sospetto che siano le donne le più sessualmente “annoiate” dal partner fisso… «Oddio, questo non lo so. Ma se fosse così basterebbe cambiare partner, non orientamento! Mille ragioni ci spingono a cercare un legame: il desiderio, la passione, la curiosità, la ricerca di intimità, di sicurezza. Le ragioni intellettuali sono quelle a cui credo meno».
(*Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, è professore ordinario di Psicologia Dinamica presso la Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università La Sapienza, Roma. È autore di numerosi studinsul genere e la sessualità) C.M.

Pubblicato 29 ottobre 2013 da sorriso47 in donna, eros, etica sessuale

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