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primo levi

Ognuno è ebreo di qualcuno

Nel 1969 a Primo Levi fu chiesto il motivo per cui avesse firmato un manifesto che condannava il militarismo israeliano in Medioriente.

La risposta di Levi sarebbe stata: ognuno è ebreo di qualcuno. Ed è inevitabile, il pensiero corre alla Striscia di Gaza, ai palestinesi, a tutta l’area sottoposta al controllo di Israele.

Affinché gli israeliani abbiano la loro terra in Medioriente, i più – palestinesi, musulmani di tutta la regione –

devono subire gravi perturbazioni, uso della forza, tentativi di genocidio.

I sottomessi, gli eredi del tragico destino, diventano carnefici, simili agli aguzzini della Seconda guerra mondiale.

Un singolo individuo o un popolo, vittime di un pesante sopruso, non portano dentro di sé la garanzia di certezza che poi non si comporteranno come i persecutori.

Non c’è una strada che porta il tiranneggiato ad un gradino superiore di correttezza etica o morale.

Nella concezione di protezione della vita umana, di qualsiasi nazionalità essa sia,

Levi capisce che serve una secca e dura presa di posizione che va al di là del gruppo, del popolo. È un fatto di umanità, sia esso singolo individuo o popolo intero.

La frase del ’69 dello scrittore si ritrova dodici anni più tardi nel suo romanzo Se non ora, quando?.

Qui i polacchi diventano gli ebrei dei tedeschi e dei russi.

Per Primo non ci sono eletti, non esistono ragioni di stato o di popolo al di sopra delle teste, ma esseri umani con le loro identità.

La posizione eretica di Levi, il suo antisionismo sarà punito con diverse forme.

Lo scrittore, ad esempio, non trovò per molto tempo un editore che pubblicasse le sue opere in Israele perché ritenuta letteratura sgradita.

E solo uno scrittore con la vita come la sua poteva prendere una posizione così ardua e scomoda.

Che ogni vita fosse sacra per Primo Levi in quel romanzo è ripetuto sotto molte fisionomie.

È vita anche quella del nemico, perché la vita è la vita:

«…In una scuola rabbinica piombano gli ufficiali del reclutamento, e tutti gli allievi vanno coscritti in fanteria.

Passa un mese, e gli istruttori si accorgono che tutti i ragazzi hanno una mira infallibile: diventano tutti tiratori scelti.
Perché? Non ve lo so dire il perché, la storia non lo dice.

Forse perché studiare il Talmud aguzza la vista.

Viene la guerra, e il reggimento dei talmudisti va al fronte, in prima linea.

Sono in trincea, con i fucili puntati, ed ecco il nemico che avanza. Il comandante grida “Fuoco!”: niente, nessuno spara.

Il nemico si fa sempre più vicino.
Il comandante urla di nuovo “Fuoco!”, e di nuovo nessuno obbedisce: il nemico è ormai a un tiro di sasso. “Fuoco, ho detto, brutti figli di puttana!

Perché non sparate?” urla l’ufficiale (…). –

Allora uno degli studenti dice: “Non vede, signor capitano? Non sono sagome di cartone, sono uomini come noi.

Se gli sparassimo, gli potremmo fare del male”».

Levi si spinge anche più in là, articolando la semplicità del suo ragionamento fa dire a Mendel sulla morte della moglie: «…deve giacere in una fossa con cento altre donne, e con i bambini, per i peccati di qualcun altro, magari per i peccati stessi dei tedeschi che le hanno mitragliate sull’orlo della fossa?».

La vittima esiste per espiare il peccato del carnefice,

perché alla fin fine «i treni corazzati li hanno fatti i tedeschi, ma i tedeschi li ha fatti Dio».

Una zona d’ombra, dove il persecutore si confonde con la vittima, un cerchio senza fine.

E i corpi umani si trasformano in strumenti di un disegno divino.
Compilare graduatorie di persone o popoli migliori o peggiori è come alzare il tono della discussione e battere i pugni sul tavolo, schiaffeggiare.

Mendel dice ancora: «i tedeschi pensano che un ebreo valga meno di un russo e un russo meno di un inglese,

e che un tedesco valga più di tutti;

pensano anche che quando un uomo vale più di un altro uomo, ha il diritto di farne quello che vuole, anche di farlo schiavo o di ucciderlo.
(…) Io, invece, credo che non abbia molto senso dire che un uomo vale più di un altro.

Un uomo può essere più forte di un altro ma meno sapiente. O più istruito ma meno coraggioso.

O più generoso ma anche più stupido. Così, il suo valore dipende da quello che ci si aspetta da lui;

uno può essere molto bravo nel suo mestiere, e non valere più niente se lo si mette a fare un altro lavoro».

Popoli eletti

Un’analisi attenta del film fa pensare che Schindler’s list sia un’operazione di inequivocabile selezione di una specie che impone ancora una volta un modello di supremazia. La maggioranza non organizzata deve sacrificarsi per garantire la vita ad un’altra parte dell’umanità, la minoranza, la parte eletta. Per semplificare in maniera sportiva: il ciclista gregario che regala per spirito di squadra la sua gara, la sua stagione al capo del gruppo per farlo vincere, e tutta la sua vita andrà più o meno in quella direzione.

Spielberg esaspera sorprendentemente questo concetto, giocando ad affermare che una parte del mondo, la maggioranza debole e non organizzata, deve soccombere per salvare e mantenere in vita la minoranza, ricca e potente.

Riaffermando con l’olocausto, la più tragica storia che l’umanità abbia visto, la supremazia dell’occidente:

la maggioranza dell’umanità è vittima sacrificale, e una minoranza è degna di essere salvata perché eletta. Eletta da chi?

Leggi anche L’industria dell’Olocausto

Commenti.

Francesco Panaro

In Italia c’è sempre più intolleranza? Alcuni ebrei italiani filoisraeliani non accettano e non ammettono che si possa discutere?
Il 14 ottobre del 2011 al Festival di Storia è stato invitato il professore israeliano di Storia europea Shlomo Sand dell’università di Tel Aviv a presentare il suo libro “Come costruire una nazione inventando un popolo”, su Israele, il suo essere lì, in Palestina. Come si capisce dal titolo, è un libro di storia sulla questione israeliana. Durante la presentazione Il professor Sand è stato minacciato, non gli sono state risparmiate aggressioni verbali di una certa durezza da parte degli esponenti dell’associazione Italia-Israele. Hanno tentato di interrompere la presentazione portando scompiglio nella facoltà di Scienze Politiche. Naturalmente sono intervenute le forze dell’ordine per ristabilire un minimo di sicurezza intorno al professore israeliano. Nelle presentazioni fatte in tutto il mondo per promuovere il libro “non si era verificato un episodio paragonabile a quello accaduto a Torino”, ha detto lo stesso Shlomo Sand.
Chi frequenta i social network avrà notato la violenza verbale di alcuni ebrei italiani, collegabili ad associazioni filoisraeliane. Non crediate che si è di fronte ad episodi isolati messi in atto da ragazzi. No, ce ne sono di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali. Cresce sempre più l’intolleranza alla discussione. Alcuni ebrei italiani, filoisraeliani, non ammettono che si possa discutere o mettere in dubbio religioni e il comportamento dei popoli. Come se volessero tornare indietro.
Le miti comunità ed associazioni ebraiche italiane dovrebbero prendere in considerazione questi comportamenti, dovrebbero leggere questi episodi come un campanello d’allarme di qualcosa che non funziona, di un malessere, chiamiamolo così.
Nicola, grazie delle domande insistenti (anche se sento, non fra le righe, un chiaro rumore…).
Come ho già scritto ad un’amica di social network, per ora bisogna accontentarsi di questo scritto. Sulla questione continuo a lavorare e sarà oggetto di un altro articolo un po’ più lungo. Però, veda, rimane comunque il 99% dei fatti esposti – compreso quello di Levi inviso agli israeliani e ad alcuni (troppi) ebrei in linea con quel Paese – che generalmente non viene preso in considerazione per comodità. Però capisco che quello che più infastidisce alcuni e che viene contestato qui, soprattutto, è che si metta in discussione “il popolo eletto”. Le “eresie” sono molto fastidiose. Si ricorda dell’ebreo Spinoza? Si potrebbe fare un lungo elenco.

Plinia Morelli

Qualche giorno fa ho visto un servizio sulla strage di Sant’Anna di Stazzema. Atroce. Incredibile. Un uomo, allora bambino, raccontava quel giorno, visto con gli occhi di un bambino che non si rendeva conto di ciò che stava accadendo. E’ vivo perché un soldato giovanissimo delle SS che avrebbe dovuto uccidere lui e altri bambini, non lo fece, rischiando probabilmente la propria vita, chissà, sparò in aria e disse loro di scappare. Tutti gli altri bambini del paese furono barbaramente trucidati. Pochi “eletti”? Non credo. La verità è che in questi gesti, forse i sopravvissuti, sicuramente noi “testimoni”, troviamo la forza di vivere, di andare avanti nonostante l’orrore, di sperare e di credere possibile che tanti possano salvarsi, tutti forse un giorno. Come potremmo altrimenti sopravvivere agli orrori e alle stragi che pure abbiamo conosciuto, anche se non vissuto in prima persona?
Bello il suo pezzo, anche se l’interpretazione del film non mi trova d’accordo. Se ogni vita è sacra, salvare anche una sola vita è un gesto sacro, fuori dalla possibilità di giudizio. Quella è l’unica vita che in quel momento poteva essere salvata. Ciascuno avrebbe dovuto salvare anche solo quell’unica vita che il destino gli aveva affidato. Non è stato così.
il 15 Agosto 2011

Gisella

IL CATTIVO VINCE SEMPRE.
Levi, poi, spiega come l’uomo diventi cattivo coi suoi simili. Che i più cattivi, i più stupidi, i più crudeli diventano dei «Prominent». Racconta la condizione umana, oltre l’esempio dei campi di sterminio. In Sommersi e i salvati, per esempio, dove descrive la “zona grigia” fatta da coloro che nel sistema-lager sono conniventi, colpevoli senza parere. Praticamente tutti.
Levi quindi non ci consegna solo pagine di memoria sulla Shoah, ma anche un modello umano ordinario fatto di crudeltà, un meccanismo di sopraffazione sempre attivo. E non solo ad Auschwitz.
Quanto alle posizioni politiche, poi, quelle di Levi sono a prova di retorica: fu lui, ebreo, a dire, nel 1969: «Ognuno è ebreo di qualcuno». In occasione della ricorrenza ci sarebbe da domandarsi: «Chi è il mio ebreo personale?». Giusto per evitare di sentirsi troppo puri.
Il cabaret Shoah non fa ridere. Né riflettere.
La vignetta di Vauro su Fiamma Nirenstein.
Poi uno sfoglia le prime pagine dei giornali e si imbatte in titoli come quello de Il Giornale: «A noi Schettino, a voi Auschwitz». Oppure entra in Facebook e si trova davanti le foto di un bambino palestinese bruciato vivo dal fuoco israeliano, immagine usata dai filopalestinesi come arma politica. La mente va a quel Se non ora quando?, titolo di un libro di Levi diventato lo slogan di chi manifestava contro il Cav, altrimenti detto «Er Banana».
PRENDIAMOCELA CON VAURO.
E ancora assiste a polemiche assurde come quella contro Vauro reo di aver tratteggiato la giornalista Fiamma Nirenstein con il fascio littorio e la stella di David. Il giornalista Peppino Caldarola in un articolo sul Riformista l’aveva subito attaccato, scrivendo che Vauro l’aveva disegnata come una «sporca ebrea». Vauro l’aveva querelato. E ha vinto la causa.
Ma l’intellighenzia tutta si è rivoltata contro il vignettista toscano: Pierluigi Battista sul Corriere della Sera ha usato la questione per chiedersi «a che punto è l’antisemitismo in Italia». Nei panni di Battista forse ci preoccuperemmo più degli usi strumentali di un dibattito culturale, che trasforma una questione davvero importante in melassa, arma d’offesa politica. O magari in soggetto da barzelletta.
Venerdì, 27 Gennaio 2012

bambina col vestito rosso

Sopravvivere, costi quel che costi. Questo è il fine. Schindler’s list ne riassume la filosofia. Se per la vita di una singola persona dello stesso popolo, della stessa religione degli stessi usi e costumi debbano soccombere milioni di persone è ben fatto.
Non si parla di un gesto di migliaia di persone per salvarne qualcuna, no, ma di persone che subiscono le decisioni di poche altre. Chiarimento. Non si parla nemmeno del contrario, dei gesti che un singolo può fare per salvare una o più persone.
Sopravvivere ai tuoi simili
La parte più importante del film Schindler’s list di Steven Spielberg gira proprio intorno a questo concetto. Chi non ricorda la scena drammatica del film dove il capomastro ebreo viene fatto scendere dal treno che era diretto al campo di concentramento di Treblinca grazie alla dura e determinata intermediazione di Schindler con i nazisti? Questo film è stato applaudito dentro e fuori le sale di proiezione di tutto il mondo. Gli spettatori hanno esultato come reazione liberatoria proprio in quella scena.
Ma come è possibile salvare la vita di una persona mentre in quel treno ci sono parecchie centinaia di ebrei, zingari e omosessuali che stanno andando nei forni crematori? Come è possibile che Spielberg/Schindler salvi solo uno dei passeggeri diretti al massacro? Sembra che la favola spielberghiana abbia una sola direzione: ci sono eletti migliori fra il popolo eletto che meritano di vivere più di altri.
Dunque, la sostanza del film. I nazisti propongono “altri ebrei” in cambio di quelli che Schindler vuole far scendere dal treno della morte, tanto, dicono nella cinica visione delle cose, che differenza fa? In quelle condizioni una persona vale l’altra, dicono gli aguzzini. Schindler non ammette sostituzioni: “i suoi ebrei” sono stati erroneamente destinati ai forni crematori, per sbaglio. La domanda qui è: perché Spielberg/Schindler preferisce questa scelta, perché lancia il segnale che ci sono alcuni che hanno il diritto di sopravvivere ad altri?
Per fare la frittata bisogna rompere le uova
Zygmunt Bauman tenta una risposta semplice e sconcertante. È d’uso nella diplomazia scegliere una strada che permetta di risolvere i problemi. Un percorso fatto di parole che ha un risvolto catastrofico nei fatti per il prezzo pagato in vite umane. Madaleine Albright, quando era ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite, rispondendo all’insidiosa domanda della giornalista Leslie Stahl della Cbs se fosse stato giusto o meno il lungo embargo adottato dagli Stati Uniti in Iraq – visto che aveva provocato la morte di cinquecentomila bambini – rispose che riconosceva come drammatica la scelta fatta, aggiungendo che a volte bisogna pagare un prezzo che conviene pagare.
«La Albright – dice Bauman – non fu e non è l’unica a seguire questo tipo di ragionamento. “Non puoi fare una frittata senza rompere le uova” è la scusa preferita dai visionari, dei portavoce delle visioni con approvazione ufficiale e dei generali che agiscono dietro ordine dei portavoce. Nel corso degli anni, questa formula si è trasformata in un vero e proprio slogan dei nostri prodi tempi moderni». Il film spielberghiano trae il senso estetico dalla pratica molto in uso nella diplomazia internazionale. Per interessi si fa vivere una parte sacrificandone un’altra.

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