Archivio per 20 ottobre 2013

Nulla è per Caso….   Leave a comment


Ci illudono che esista una perfezione

intrinseca nelle cose,

che esista un corpo perfetto,

un amore perfetto, un compagno perfetto,

un figlio perfetto,

un sorriso perfetto,

Maria Predelli

 

 

 una gioia perfetta.

Distogliendoci così dal vedere che cio’


che c’è di più perfetto al mondo..

sono le nostre diversità, i nostri gusti,

il desiderio di migliorare, l’imperfezione.

Sì, la perfezione reale è il nostro essere imperfetti.. e per questo..

assolutamente meravigliosi.

Esseri da scoprire, eventi da creare, attimi da vivere.


Stephen Littleword
da “Nulla è per caso”

Pubblicato da Stella  a 05:02

Priebke, il legale: non ci siamo fatti mettere i piedi in testa né dalle autorità né dagli ebrei   Leave a comment


 

erick

 

 

Può rivelarsi persino fortunata, la coincidenza tra l’anniversario del 16 ottobre 1943 e la morte dell’ufficiale nazista Erich Priebke (non troppo ex, stando a quel che ha lasciato detto). Quantomeno un’occasione da non perdere. Perché rende ancor più ricca di significati la celebrazione del rastrellamento nel ghetto di Roma. Per la città e per l’intero Paese di cui Roma si sente capitale, soprattutto in simili frangenti.

Settant’anni fa gli occupanti tedeschi andarono a cercare gli ebrei casa per casa, deportandone più di mille nei campi di concentramento. E mentre ci si prepara a commemorare un evento che evoca morte e orrore, ma anche dignità e liberazione, la non prematura scomparsa del capitano delle Ss che sei mesi dopo quel 16 ottobre partecipò al massacro delle Fosse Ardeatine ha fatto riemergere fatti ed emozioni che attribuiscono ulteriore importanza alla memoria di una turpe operazione di sterminio.

La voce di un «nipote delle Fosse Ardeatine», ad esempio, ha dato corpo all’iniquità della sorte che ha accompagnato vittime e carnefici degli eccidi nazifascisti. L’uomo aveva seppellito suo padre, morto a 83 anni d’età, due giorni prima che se ne andasse Priebke, e suo padre era figlio di una delle persone uccise dal capitano e dagli altri soldati tedeschi nella macabra rappresaglia del ‘marzo 1944. «Priebke è sopravvissuto pure ai figli delle sue vittime, e questa è la vera, grande ingiustizia», ha testimoniato quel nipote, divenuto «portatore sano» di memoria.

E poi sono spuntati i pensieri più contorti, che nell’informazione globalizzata circolano a grande velocità, come niente fosse. Così un vecchio arnese della cosiddetta «strategia della tensione» come Mario Merlino, nato proprio in quel disgraziato ‘44, un neofascista che si mescolò agli anarchici al tempo della bomba di piazza Fontana, ha potuto scrivere che «il Capitano Erich Priebke ha raggiunto i camerati che lo hanno preceduto sul campo dell’Onore», con tanto di maiuscole. Come se, in tarda età, un tale personaggio che è stato pure insegnante nelle scuole medie superiori avesse voluto dare sfogo a sentimenti che probabilmente coltivava anche quando, all’inizio degli anni Settanta, ebbe un ruolo non irrilevante nella inquietante vicenda di attentati e depistaggi che ha segnato la storia della Repubblica.

Una vergogna per l’Italia, al pari dell’evasione dall’ospedale militare dell’altro ufficiale nazista protagonista del rastrellamento al ghetto e del massacro delle Fosse Ardeatine: il colonnello Herbert Kappler, tranquillamente fuggito dalla camera del Celio in cui era detenuto e in teoria sorvegliato, nel caldo Ferragosto del 1977. Uno scandalo, un «mistero di Stato» mai del tutto svelato nelle sue complicità istituzionali, che suonò come un oltraggio agli ebrei di Roma e non solo. Mai riparato, peraltro. Tutto questo, e altro ancora, ha disseppellito la morte di Priebke. E tutto questo non va dimenticato nel giorno in cui si ricorda il 16 ottobre 1943. Perché l’esercizio della Memoria si tramuti da vizio di pochi in virtù di molti. Il più possibile.

 

Giachini, avvocato dell’ex capitano nazista, dopo le polemiche e il caos su funerali e sepoltura del ‘boia’: “Volevano fargli fare la fine di Bin Laden. Ma la famiglia ha avuto quel che le spettava dopo tentativi di prevaricazione, cioè il rispetto della salma che anche nei Paesi incivili è garantito

 

ROMA – “Non ci siamo fatti mettere i piedi in testa né dalle autorità né dalla comunità ebraica.

La famiglia di Priebke ha avuto quel che le spettava, il rispetto della salma che anche nei Paesi incivili è garantito, e il diritto alla pratica religiosa.

Abbiamo ottenuto quel che volevamo dopo una settimana di tentativi di prevaricazione”.

Lo ha detto all’Ansa il legale della famiglia dell’ex capitano delle Ss Erich Priebke, Paolo Giachini. “Non dirò quando la salma lascerà Pratica di Mare né dove andrà (ieri ha detto o in Italia o in Germania, ndr) – aggiunge – perché sono vincolato dal segreto professionale. La famiglia e la prefettura mi hanno chiesto il massimo riserbo”.

http://video.repubblica.it/dossier/priebke/priebke-nel-videotestamento-i-gap-sapevano-che-ci-sarebbe-stata-una-rappresaglia/143388/141922?ref=HREC1-4

 

La comunità ebraica – prosegue Giachini – voleva fargli fare la fine di Bin Laden, con le ceneri disperse in mare, per non creare un luogo di pellegrinaggio, hanno detto. Invece chi vorrà potrà rendere omaggio a una figura diventata simbolo di dignità, libertà e sopportazione umana”. Le dichiarazioni dell’avvocato arrivano il giorno dopo l’annuncio di un accordo sulla sepoltura del ‘boia’ delle Fosse Ardeatine

 

 

Il ricordo e la venerazione – ha detto ancora l’avvocato Giachini – non sono qualcosa di fisico ma vanno oltre. L’accordo trovato con le istituzioni soddisfa pienamente la famiglia del signor Priebke: rivolgiamo un ringraziamento alle autorità e al prefetto di Roma che ha collaborato e si è impegnato a trovare una soluzione anche se in veste istituzionale ci aveva impedito i funerali a Roma e ad Albano”.

Decine di migliaia di antagonisti a Roma. Bombe carta contro ministeri: (ve-sa2013)bacio: si contesta anche cosi’   Leave a comment


bacio 19  10 2013

http://video.repubblica.it/edizione/roma/corteo-roma-manifestante-in-sedia-a-rotelle-spray-contro-mezzo-gdf/143583/142117?ref=HREA-1

 

Giornata di canti, slogan e qualche momento di tensione nella capitale. Percorso blindato da piazza San Giovanni a Porta Pia. Disinnescati tre ordigni più forti di una bomba a mano. Anche alcuni minorenni portati in questura. Lanci di bottiglie davanti a CasaPound.

Serrata dei commercianti. Il vicepremier Alfano condanna episodi di violenza /

tende montate corteo,l'accampata a Roma 2      tende montate corteo,l'accampata a Roma

LEGGI LA CRONACA MULTIMEDIALE

di CARMINE SAVIANO e MICHELA SCACCHIOLI

Ci hanno provato. E, in parte, ci sono riusciti. A guastare con la violenza una giornata che metteva al centro del dibattito pubblico un tema fondamentale. Quello della riacquisizione di diritti resi più opachi da una politica economica che, se vira solo sull’austerity, può cancellare tratti importanti del welfare State. Con i cappucci abbassati, i caschi in testa. Con in mano sampietrini divelti o bottiglie di vetro. Afferrati e scagliati contro le forze dell’ordine. Un centinaio di anarchici, si dice. Ma le definizioni lasciano il tempo che trovano: un centinaio di scalmanati, di cani sciolti, espulsi e attaccati dagli stessi manifestanti per aver innescato inutili focolai di tensione.

In una giornata che ha visto sfilare per le strade di Roma decine di migliaia di cittadini (forse 100.000) in lotta per la casa, in lotta contro la precarietà. Cittadini che si oppongono, in modo civile, allo spreco delle grandi opere.
Gli scontri iniziano quando il corteo, partito da piazza San Giovanni intorno alle 15, supera la stazione Termini e arriva nei pressi dei palazzi che ospitano i centri del potere economico italiano, il ministero dell’Economia, quello dei Trasporti. Sono da poco passate le 18 quando si avvertono i primi boati. All’interno del corteo c’è chi cerca di sminuire, “sono solo petardi”, “si tratta di esplosioni innocue”. Ma non è così. Bombe carta. E nelle ore successive saranno ritrovati e disinnescati anche tre ordigni con una capacità di fuoco superiore a una bomba a mano.
VIDEO Scontri e cariche / Gli incappucciati staccano sanpietrini

Ma non va a finire così. Nel corteo si crea subito una sorta di servizio d’ordine. L’obiettivo è uno solo: impedire che si sfiori l’ennesima guerriglia urbana. I cani sciolti vengono braccati, vola anche qualche schiaffo. Ogni cosa pur di fermare gesti totalmente estranei alla ragioni della protesta, alla cittadinanza, al legittimo tentativo di portare nelle piazze temi di interesse generale. I più indignati sono i No Tav. E non si pensi a para guerriglieri in passamontagna calati dalla Val di Susa per mettere a ferro e fuoco la capitale. Si tratta di nuclei familiari, di impiegati, cittadini che nulla hanno a che fare con qualsivoglia forma di protesta violenta. Puntano il dito contro i cani sciolti, perché “stanno distruggendo la nostra azione politica”. C’è amarezza: “Siamo partiti all’alba, ore e ore di pullman: ci hanno fermato in autostrada credendo di ritrovare chissà quale arsenale. Poi qui queste persone, che niente hanno in comune con la nostra lotta, si comportano in modo assurdo”. Ancora: “L’effetto sarà uno solo: domani tutti parleranno delle violenze dei No Tav”. Non è così. Non è andata così.
Perché tra i quindici fermati della giornata (anche alcuni minorenni) non c’è nessuno riconducibile alle lotte contro l’alta velocità. E anche l’etichetta di antagonisti rischia solo di confondere le acque circa la loro provenienza politica. Nient’altro che guastatori. O presunti tali. Perché senza i loro eccessi, del tutto anti-democratici, la giornata sarebbe stata ricordata come un corteo pacifico, animato da musica, canti e balli dove i migranti che hanno partecipato hanno dato fondo a tutta la loro capacità di coinvolgimento. Così sin dall’inizio della manifestazione, quando la testa la testa del corteo imbocca via Merulana e le uniche critiche riguardano la serrata messa in atto dai commercianti: lungo tutta la strada del “pasticciaccio brutto” è in funzione una solo pizzeria. Poi tutto chiuso.
E mentre il corteo inizia a defluire, poco dopo le otto di sera, già si raccolgono commenti a caldo nei vagoni della metropolitana che riporta i manifestanti verso i pullman parcheggiati nello spiazzale antistante la fermata Anagnina. Interrogativi, soprattutto. “Ci ascolteranno adesso?”, “Ci chiameranno per discutere i problemi di questo Paese e per risolvere le questioni che rendono la nostra vita terribilmente grigia?”. Domande rivolte al governo. Non da teppistelli. Ma da ragazzi che ancora credono di poter migliorare la loro condizione. E da madri e padri che vogliono la stessa, identica, cosa.

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