TESTI per riflettere : Il Discorso della verità contro i cristiani,tratto da: Celso. Contro i cristiani.   Leave a comment


l Discorso della verità contro i cristiani

Tratto da: Celso. Contro i cristiani.
Traduzione, premessa al testo e note di Salvatore Rizzo.
Biblioteca Universale Rizzoli – Milano, 1989.
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celso               origene

Premessa al testo

Quando, verso l’anno 248, s’accingeva a confutare le critiche contro i Cristiani contenute in un libro inviatogli dal suo caro discepolo, amico e benefattore Ambrogio, Origene non sapeva che, con la sua replica destinata a vincere i secoli, avrebbe, proprio lui, trasmesso ai posteri la memoria di un’opera e di un autore che altrimenti sarebbero caduti nell’oblio più completo. E neppure sapeva che avrebbe lasciato i posteri nelle stesse sue incertezze circa l’identità’ dell’autore del Discorso della verità. E mentre per altri scritti, intesi a condannare con ingegno ed acume forse superiori la dottrina cristiana, non si trovò barriera o rimedio se non il potere stesso dell’imperatore cristiano e il rogo da lui decretato, [1] a questo libro serio ed informato, ma nel complesso non molto superiore al livello di una buona sintesi scolastica, e già dimenticato settant’anni dopo la sua stesura, [2] solo lo zelo e la scrupolosità di Origene assicurarono l’immortalità’ e, allo stato delle nostre scarse e frammentarie conoscenze circa gli scritti anti-cristiani antichi, un’importanza certo superiore a quella cui di per se stesso avrebbe potuto aspirare. […] L’autore del Discorso della verità si manifesta come uomo colto, versato nella filosofia platonica, anche se nei limiti della scolasticità, interessato ai fenomeni religiosi e sociali del suo tempo e appassionato sostenitore dell’ordine e delle leggi dello stato. Questo impegno politico, evidente nei primi frammenti dell’opera e in quelli dell’ VIII libro, soprattutto negli ultimi, e la particolare sensibilità per i problemi che la diffusione e la consistenza del cristianesimo andavano ponendo all’amministrazione ed alla organizzazione dell’ impero romano, ci inducono a ritenere Celso non soltanto un letterato o una persona dalla solida cultura filosofico-letteraria, non soltanto un pensatore, entusiasta ammiratore di Platone, ma anche un uomo interessato alla politica dell’impero, forse un amico o un collaboratore o, addirittura, un portavoce, almeno ufficioso, dell’imperatore stesso.
Il Discorso della verità contro i cristiani

 

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(I, 2) La loro dottrina e’, all’origine, barbara. In effetti i barbari sono abili a scoprire dottrine, ma per quanto riguarda la loro valutazione, il consolidamento e l’esercizio, in vista del conseguimento della virtù, di quanto i barbari hanno scoperto, i Greci sono certo più capaci.
(I, 4) La parte morale della dottrina, poi, non costituisce un insegnamento elevato e nuovo perché la si trova tale e quale anche presso gli altri pensatori.[3]
(I, 5a) Giustamente essi non credono negli dei foggiati dalle mani degli uomini, perché sarebbe assurdo che fossero dei i prodotti di artefici quanto mai vili e malvagi nell’indole, prodotti spesso confezionati anche da uomini ingiusti. Ma questa non e’ una novità, perché già Eraclito disse: “chi si rivolge a cose inanimate credendole divinità fa come chi parla ai muri delle case”.[4] Questo e’ anche il pensiero dei Persiani, come racconta
Erodoto.
(I, 8a) E non voglio dire che chi abbraccia una buona dottrina, quando per essa corresse pericolo [5] nel mondo, debba abbandonarla o simulare di averla abbandonata o sconfessarla. Infatti nell’uomo c’e’ qualcosa che e’ affine alla divinità e superiore alla materia, e le persone in cui questa parte si esplica aspirano rettamente con tutte le loro forze all’essere che e’ loro affine e bramano che si dica e si ricordi loro sempre qualcosa che lo concerna. Ma nell’accogliere le dottrine bisogna seguire la ragione ed una guida razionale, perché chi accoglie il pensiero altrui senza questa precauzione e’ sicuramente passibile di inganno.

[1] Come avvenne per l’opera di Porfirio, condannata da un imperiale decreto.
[2] Il Discorso della verità fu scritto probabilmente nel 178.
[3] Basti pensare a
Socrate stesso (presso Platone) e a Seneca: “Uguali ai nostri sono gli ammonimenti e gli insegnamenti dei filosofi: l’onesta’, la giustizia, la fermezza, la temperanza, la verecondia”.
[4] La condanna del culto delle statue, discendente direttamente dalla legge ebraica, e’ tema frequente dell’
apologetica dei primi secoli.
[5] Celso non allude qui (come Origene vuol fare intendere) al martirio cristiano, ma alla costanza del filosofo (si ricordi Socrate). Il martirio cristiano per i pensatori pagani e’ frutto di fanatismo e di irragionevolezza.

 

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I Cristiani invece fanno proprio come quelli che, contro i principi della ragione, prestano fede ai sacerdoti questuanti di Cibele,[6] agli indovini, ai vari Mitra e Sabadii [7] e al primo venuto, comprese le apparizioni di Ecate o di altra dea o di altri demoni. Come infatti tra quelle persone spesso degli uomini scellerati trovano facile terreno nella dabbenaggine di chi si lascia facilmente ingannare e le portano dove vogliono, così succede tra i cristiani. Alcuni su ciò in cui credono non sono disposti ne’ a dar conto ne’ a riceverne, ma si limitano a dire: “Non indagare, ma abbi fede” e “la tua fede ti salverà”. E aggiungono: “La sapienza nel mondo e’ un male, la stoltezza un bene”.
(I, 27) Ma i cristiani sono volgari e rozzi, volgare e’ la loro dottrina e per la sua volgarità e per la sua assoluta incapacità ai ragionamenti ha conquistato le sole persone volgari, sebbene tra di essi non vi siano solo persone volgari, ma anche persone moderate e ragionevoli e intelligenti, nonché disposte all’interpretazione allegorica.(III, 16a) Attirano la gente usando mille modi e inventano motivi di terrore.[8] Infatti combinano insieme le errate interpretazioni dell’antica concezione, con queste, come fossero melodie di un flauto, incantano ed ammaliano preventivamente la gente, come quelli che strepitano coi tamburi intorno agli iniziandi ai riti coribantici.

(III, 17) Le cerimonie della religione cristiana sono simili ai riti egiziani. Chi si accosta a quelli vede splendidi santuari, boschi sacri, vestiboli grandiosi e splendidi, templi meravigliosi e intorno ad essi superbi padiglioni. Vede cerimonie molto pie e dalla misterica religiosità. Quando però poi si entra e ci si fa più accosto, si osserva che vengono adorati un gatto o una scimmia o un coccodrillo o un caprone o un cane.[9] I Cristiani deridono gli Egiziani che pure presentano molti misteri di non poco conto, poiché insegnano che tali cerimonie sono onori resi non ad animali effimeri, come i più credono, ma ad eterne idee. Perciò quelle cerimonie producono l’impressione, in chi ha appreso questi misteri, di non essere stato iniziato invano. E i Cristiani, così facendo, si comportano da sciocchi, perché nelle interpretazioni che riguardano Gesù non introducono nulla di più serio dei caproni e dei cani degli Egiziani.
(III, 44) Più assennati sono quei Cristiani che fanno le seguenti prescrizioni: “Nessuno che sia istruito si accosti, nessuno che sia sapiente, nessuno che sia saggio (perché tutto ciò e’ ritenuto male presso di loro);[10] ma chi sia ignorante, chi sia stolto, chi sia incolto, chi sia di spirito infantile, questi venga fiducioso!”. E infatti che persone del genere siano degne del loro dio, essi lo ammettono apertamente proprio in quanto vogliono e possono convertire solo gli sciocchi, gli ignobili, gli insensati, gli schiavi, le donnette e i ragazzini.[11] Come potrebbe altrimenti ritenersi un male, infatti, l’essere istruito ed esperto nelle migliori dottrine ed essere ed apparire intelligente? Che impedimento questo produrrebbe ai fini della conoscenza di Dio? Perché non dovrebbe essere piuttosto un vantaggio e un mezzo con cui si possa meglio pervenire alla verità?
(III, 55) Vediamo che anche nelle case private lavoranti di lana, ciabattini e lavandai e la gente più ignorante e più rozza, non ardiscono parlare alla presenza dei padroni più anziani e più assennati, ma quando riescono a trarre in disparte i loro figli e con questi qualche sciocca donnetta, allora espongono le storie più mirabolanti e dicono che non bisogna ubbidire al padre ed ai maestri, ma si deve prestare ascolto a loro. Quegli altri – dicono – cianciano e sono degli storditi e in realtà non conoscono ne’ sono in grado di operare nessun bene, ormai in balia come sono dei loro pregiudizi, vuote ciance e null’altro. Loro soli invece conoscono la norma della vita: e i ragazzi, se daranno loro retta, saranno felici e renderanno prospero il casato.

[6] Evirati, sfacciati e spudorati, i sacerdoti questuanti recavano per le città la statua della dea siriaca o Atargatis, la versione siriaca della frigia Cibele, la Magna Mater dei romani.
[7] Gli iniziati ai misteri di una divinità si identificavano con essa e spesso venivano chiamati col nome del Dio. Mitra, in origine divinità iranica, poi identificato con le divinità solari elleniche, ebbe culto misterico in occidente a partire dal I secolo a.C. Sabadio, divinità trace e frigia della vegetazione, fu associato con Mitra e con Attis e quindi con la dea siriaca e con Cibele. Ecate, in origine divinità lunare, ma spesso confusa con Artemide e con Persefone, era anche la massima dea delle maghe e delle incantatrici.
[8] Giust. II 9,1: “Dicono che sono favole vane e terrificanti quelle che noi raccontiamo circa la punizione degli ingiusti nel fuoco eterno e che noi vogliamo che gli uomini vivano in rettitudine per paura”. Queste favole terrificanti sono, secondo Celso fraintendimenti dell’ antica dottrina.
[9] Le divinità degli egiziani erano rappresentate in forme di animali e di uomini con teste di animali.
[10] Per il pagano Celso il concetto cristiano di “fede” era inconcepibile e sospette dovevano apparirgli le espressioni “rovinerò la sapienza dei sapienti e condannerò la prudenza dei prudenti (Isaia 1,19). La ricerca di Dio e della verità resta pur sempre, per un pagano, appannaggio del filosofo.
[11] Che la propaganda cristiana si svolgesse spesso tra la gente umile ed ignorante, era un dato di fatto e nello stesso tempo il motivo dell’accusa che i pagani rivolgevano ai cristiani.

E se, mentre così parlano, vedono comparire o un maestro o una persona intelligente o anche il padre di quei ragazzi, allora i più prudenti se la squagliano impauriti, gli sfrontati invece incitano i fanciulli a ribellarsi sussurrando loro cose del genere: non se la sentiranno e non potranno spiegare niente di buono ai fanciulli alla presenza del padre e dei maestri, perché vogliono evitare la stoltezza e la rozzezza; quella e’ gente completamente corrotta, giunta al limite della cattiveria e pronta a punirli.

Ma, se son disposti, bisogna che lascino perdere il padre ed i maestri e vengano con le donnette e coi ragazzini compagni di giochi nella bottega del cardatore [12] o in quelle del ciabattino o del lavandaio, perché possano ricevere l’istruzione completa. E con queste chiacchiere li convertono.

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(I, 28) T’inventasti la nascita da una vergine: in realtà tu sei originario da un villaggio della Giudea e figlio di una donna di quel villaggio, che viveva in povertà filando a giornata. Inoltre costei, convinta di adulterio, [13] fu scacciata dallo sposo, falegname di mestiere. Ripudiata dal marito e vergognosamente randagia, essa ti generò quale figlio furtivo. [14] Spinto dalla povertà andasti a lavorare a mercede in Egitto, dove venisti a conoscenza di certe facoltà per le quali gli egiziani vanno famosi. Quindi ritornasti, orgoglioso di quelle facoltà e grazie ad esse ti proclamasti Dio. Tua madre, dunque, fu scacciata dal falegname, che l’aveva chiesta in moglie, perché convinta di adulterio e fu resa incinta da un soldato di nome Pantera.[15] Ma l’invenzione della nascita da una vergine e’ simile alle favole di Danae, di Melanippe, di Auge e di Antiope.[16] Ma era forse una bella donna tua madre e, appunto perché bella, a lei si unì Dio, che pur non e’ naturalmente portato ad amare un corpo corruttibile? Non sarebbe stato neppure verosimile che Dio si fosse innamorato di lei. Ella non era donna di condizione ricca o regale, dal momento che nessuno la conosceva, nemmeno i vicini, e, una volta venuta in odio al falegname e ripudiata, non la salvò né la divina provvidenza ne’ il Verbo della Persuasione.[17] Tutto questo, dunque, non ha nulla a che vedere col regno di Dio.
(V, 14) Altra loro stolta credenza e’ che, quando Dio, quasi fosse un cuoco, avrà acceso il fuoco, tutto il resto dell’umana stirpe sarà abbrustolita, e loro soli resteranno, e non solo i vivi, ma anche, risorti con quelle loro stesse carni dalla terra, quelli che nei tempi andati, quando che fu, morirono. Solo i vermi potrebbero nutrire tale speranza! Infatti quale
anima umana potrebbe desiderare ancora un corpo putrefatto? Del resto questa dottrina non e’ accolta nemmeno da alcuni di voi ne’ da certi Cristiani:[18] la grande empietà ad essa connessa non solo infatti e’ ripugnante, ma e’ anche impossibile a dimostrarsi. Non e’ in effetti possibile che un corpo completamente corrotto ritorni alla natura originaria e proprio a quella primitiva costituzione dalla quale si e’ dissolto. Non potendo dare alcuna risposta, essi ricorrono all’assurdo sotterfugio che, cioè, a Dio tutto e’ possibile. Ma la turpitudine, almeno, non e’ possibile a Dio, né Dio può volere ciò che e’ contrario alla natura. E se tu bramassi, data la tua malvagità, qualche nefandezza, non per questo Dio potrà attuarla, ne’ per questo si deve credere che senz’altro si verificherà. Perché Dio e’ causa prima della retta e giusta natura, non del desiderio sconveniente, ne’ della traviata licenza. Egli potrebbe sì fornire all’anima una vita eterna, ma “i cadaveri” dice Eraclito “son da buttar via più che lo sterco”. Ma rendere irragionevolmente eterna la carne, piena di cose che il tacere e’ bello, Dio certo né lo vorrà, né lo potrà. Egli e’ infatti la ragione di tutti gli esseri e quindi non e’ in grado di operare contro la ragione e contro se stesso.
Brano inviato da Alfio

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