“Vincere” , il teologico film di Marco Bellocchio ("2)   Leave a comment


Vincere

Vincere è un film storico del 2009, diretto e sceneggiato da Marco Bellocchio, con la partecipazione di Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi come principali interpreti. È stato l’unico film italiano in concorso al Festival di Cannes del 2009.[2][3]

È stato il film più premiato ai David di Donatello 2010, con otto premi su quindici candidature, fra cui quello per il miglior regista, ma non ha vinto quello per il miglior film, conquistato da L’uomo che verrà.

 

Vincere

Marco Bellocchio, con il film "Vincere", ci presenta un dramma di denuncia, capace di far riflettere su cosa il potere può causare alla mente umana.

Sette David di Donatello e quattro Nastri d’Argento, più numerose nomination.

 

Roma 13 giugno 2011, Villa Madama: vertice Italia -Israele con il Presidente Silvio Berlusconi e il premier israeliano Benjamin Netanyahu.     Berlusconi DUCE DUCE DUCE   vincere_mussolini-bellocchio-1024x682

 

Italia, inizi del ’900. Ida Dalser, una donna benestante, incontra un giovane rivoluzionario socialista e se ne innamora perdutamente. Quel giovane si chiama Benito Mussolini. La Dalser seguirà fedelmente Mussolini, arrivando fino a vendere tutti i suoi possedimenti per aiutarlo a fare carriera politica. Darà addirittura alla vita il figlio del Duce, Benito Albino. Ma l’ascesa politica dell’uomo è tanto inarrestabile quanto la sua decisione di mettere in disparte il figlio e la moglie.

Bellocchio affronta, con questa sua opera, una storia quasi sconosciuta. Ignorata dagli italiani per buona parte del secolo scorso (fu confusa con una delle numerosissime storie che dopo la guerra furono inventate per demolire il ricordo del fascismo), fu riscoperta e analizzata in un documentario nel 2005. Ida Dalser fu la presunta moglie di Mussolini Benito, presunta in quanto il documento di matrimonio non fu mai ritrovato, e Benito Albino fu ufficialmente riconosciuto dal Duce come figlio suo. La donna fu respinta, rapinata, rinchusa in manicomio e abbandonata dal mondo, ma continuò per tutta la vita a gridare il suo amore per Mussolini ed a cercare qualcuno che la ascoltasse e che la aiutasse a riconquistare ciò che era suo. La donna morì, sola e dimenticata, nel manicomio di S.Clemente di Venezia nel 1937, manicomio dove lo stesso Mussolini la rinchiuse e si assicurò che non uscisse più. Suo figlio Benito Albino, internato anche lui nel manicomio Mombello di Milano dalla polizia politica, la seguì nel 1942.

Il film, oscuro come il periodo che l’Italia si appresta ad attraversare, è girato prevalentemente nella penombra. Anche il primo incontro tra la Dalser e Mussolini ne è testimone: la donna lo vede al sole, a capo di rivoluzionari, e rimane affascinata dal suo carisma. Ma poi, all’ombra dei palazzi, con gli occhi tappati dall’ombra, non si accorgerà di che tipo di uomo ha davanti, rapita da un bacio vuoto e privo di emozioni.

Emozioni che Mussolini, interpretato da un magistrale Timi, non prova mai. Né quando è in compagnia di Ida, né quando tiene i suoi lunghi monologhi al popolo. Le scene dove i due hanno rapporti sessuali sono buie e predominano colori freddi, dove un glaciale Mussolini è in netto contrasto con una passionale Ida Dalser.

La Dalser è a sua volta è l’opposto di Mussolini. Le sue urla si ripercuoto per tutta la durata del film. Gli occhioni da cane bastonato della Mezzogiorno aumentano la melodrammaticità di una storia già di per sé tragica. Sebbene nella prima parte del film predominino la passione e l’amore della donna per Mussolini, nella seconda parte (cioè da quando essa viene allontanata dal Duce) unici sentimenti presenti sono il dolore e la speranza della donna, vittima assieme al figlio non di crimini o misfatti, ma solo di essersi innamorata e fidata ciecamente di un uomo cinico e crudele. Alla fine, il suo unico scopo diventerà quello di poter vedere riconosciuto il suo amore per Mussolini, di avere la conferma che tutto quello per cui aveva combattuto e per cui aveva perso tutto fosse vero. Ma, purtroppo per lei, le sue grida non sono ascoltate da nessuno. Infatti la scena più bella e simbolica del film rappresenta proprio questo: una Ida Dalser internata in manicomio si arrampica sopra un’inferriata e getta al di là delle lettere, sperando che qualcuno le legga e la aiuti. Lettere che non verranno mai lette.

Bellocchio con questo film smonta definitivamente il fascismo in sé e per sé.Infatti, uscendo ed ignorando lo schema politico del periodo, più volte analizzato e commentato in altre occasioni, si sofferma sull’uomo, sulla figura di Mussolini. Il Duce ci viene raffigurato come un uomo spregevole, cinico, un uomo che sfida apertamente Dio in una discussione teologica, un uomo affascinato ed attratto esclusivamente dal potere, un uomo che non prova amore e, anzi, arriva a rifiutare un amore sincero per ottenere un matrimonio a sfondo politico. Gran merito sempre di Bellocchio nel film è quello di aver alternato a scene con un Filippo Timi infervorato che scende in piazza per gridare alla rivoluzione, delle scene con il vero Mussolini che parla al popolo, riuscendo così a creare una continuità narrativa ed a rendere più credibile il personaggio di Timi.

Degne indubbiamente di nota le intepretazioni di Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi. La prima, superba nell’interpretazione della Dalser, riesce perfettamente a trasmettere quel senso di angoscia e di oppressione subito dopo la passione e l’amore provato nella prima parte del film. Il secondo interpreta in modo magistrale sia Mussolini Benito sia Benito Albino da adulto. I suoi occhi, durante i suoi monologhi al popolo, trasmettono rabbia, sono pieni di carisma, capaci di fulminare un solo uomo con lo sguardo. Entrambi hanno ricevuto grandissime critiche, in Italia ma soprattutto in America, dove la Mezzogiorno ha vinto il premio alla miglior attrice protagonista della National Society of Film Critics Awards 2010.

"VINCERE "

"VINCERE"

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