Archivio per 19 ottobre 2014

iL VANGELO DI TOMMASO APOSTOLO (DETTI SEGRETI DI GESU’)   Leave a comment


http://web.tiscalinet.it/Agrapha/Vangeli/Vang_Tommaso_descr.html

Fra i testi copti scoperti nel 1945 a Khenoboskion, si è subito rivelato di eccezionale interesse quello contenente il Vangelo di Tommaso, di cui comunque si conosceva l’esistenza attraverso allusioni e alcune citazioni nella letteratura patristica.
Da sempre tutti gli studiosi del settore bramavano a questo testo, sino a poco tempo fà ancora sconosciuto e poiché era viva l’impressione che doveva trattarsi di un documento importantissimo, immenso era quindi il rammarico di esserne all’oscuro.
La scoperta del Vangelo di Tommaso ha confermato le opinioni che si avevano al riguardo, tanto che non si è esitato a considerarlo come il «Quinto Vangelo» e a ritenerlo degno di essere incorporato ai sinottici.
Il manoscrittto copto appartiene all’inizio del sec. IV, ma l’originale in lingua greca risale senza dubbio fra la fine del I e gli inizi del II secolo (90 ÷ 120 d.C.).
Questo fatto colloca il Vangelo di Tommaso fra i primi documenti cristiani, praticamente in coincidenza con le date di composizione dei Vangeli Canonici, e solleva la questione delle reciproche influenze e dell’ambiente religioso di cui esso esprimeva il pensiero.
Il Vangelo di Tommaso infatti (il quale non ha nulla a che vedere con il Vangelo dell’infanzia dello Pseudo-Tommaso, con cui veniva confuso prima della scoperta di Khenoboskion) presenta una serie di oltre cento logia di Gesù, che hanno forma identica, o molto simile, a quella di versetti contenuti nei quattro Vengeli canonici (soprattutto Matteo e Luca) o che hanno uno stretto rapporto concettuale con passi neotestamentari. Ma molti di essi per la loro collocazione o per l’aggiunta di qualche particolare, risultano differenti nel significato. Altri hanno una struttura ed un significato che ben si accorda con lo spirito dei testi canonici, ma un contenuto assolutamente nuovo. Infine, un terzo circa dei paragrafi di cui è composto il Vangelo di Tommaso non ha alcuna corrispondenza, né come forma né come contenuto, con i testi canonici, e proprio questi paragrafi costituiscono l’aspetto più interessante di questo tesoro di spiritualità ed anzi danno la chiave per una interpretazione diversa, non solo delle parti che si differenziano dai testi noti, ma spesso anche di versetti formalmente identici; essi infatti, sono chiaramente ispirati alla dottrina gnostica.
Questa constatazione propone agli studiosi un grave quesito: ci troviamo di fronte alla rivelazione gnostica di una fonte comune, indipendente e contemporanea alla redazione dei Vangeli canonici?
Il Vangelo di Tommaso, come è indubitamente accertato, pur presentando notevoli legami con i canonici, non deriva da essi, si deve allora senz’altro supporre una fonte comune (o una collezione scritta di detti o una tradizione orale) da cui abbiano preso le mosse tanto i Vangeli canonici quanto il Vangelo di Tommaso (Didimo Thoma)
A scagionarlo dalla grave accusa di «eresia» dovrebbe bastare il fatto che molte affermazioni di esso, ispirate allo gnosticismo, trovano esatta rispondenza in passi di Giovanni e delle lettere paoline; la conclusione può essere che, al momento della primitiva stesura dei Vangeli di Tommaso, di Giovanni e delle lettere di Paolo, l’interpretazione gnostica era perfettamente legittima, però in Giovanni e Paolo è rimasta in parte soverchiata da oscuri motivi, mentre in Tommaso essa appare prevalente, anzi esclusiva.
Degno di nota è infine il fatto che la scoperta del Vangelo di Tommaso ha permesso, fra le altre cose, di risolvere il problema di buona parte dei Papiri di Ossirinco (scoperti tra il 1897 e il 1908) assai mutili e di dificile interpretazione.
Per finire, è vero che, per il suo carattere di collezione di logia, di parabole e, raramente di dialoghi tra Gesù e i discepoli, il Vangelo di Tommaso sembra avere un aspetto meno affascinante dei corrispettivi canonici (con la loro cornice narrativa), e sembra frammentario e quasi disordinato; ma in realtà, esso segue una chiara linea logica riunendo a gruppi esortazioni alla gnosi, parabole ed esposizioni dottrinali.

Queste sono le parole segrete che Gesù il Vivente¹ ha detto e Didimo Giuda Tommaso² ha trascritto.
1) Cfr. Ap. I 18. Più avanti Tommaso spiegherà la ragione di tale appellativo: Gesù è contrapposto all’uomo terreno, il cui spirito è “sepolto” nella materia.
Nel papiro frammentario di Ossirinco 654, si legge: «Queste sono le parole pronunciate da Gesù il Vivente… e a Tommaso. Disse loro: “Chiunque ascolterà queste parole, la morte non gusterà”. Il termine «segreto» è evidentemente da intendere non riferito alle singole parole o frasi, dato che in esse non c’è nulla di segreto, ma all’interpretazione esoterica che va data loro.
2) L’apostolo che qui si presenta come autore dell’apocrifo è chiamato soltanto “Tommaso” in Mc. III 18; Mt. X 3; Lc. VI 15; Jo. XIV 5; Atti I 13. Ma assolutamente nulla vieta di pensare che il vero nome fosse «Giuda», come è sempre indicato anche da Efrem, da Taziano e dalla Didaché, in quanto «Tommaso» è un soprannome (in aramaico Töma significa: gemello). Solo Giovanni in tre passi del suo Vangelo (Jo. XI 16; XX 24; XXI 2) dà il terzo nome:«Tommaso detto Didimo»; ma è una tautologia, perché anche Didimo significa “gemello”.

1.) Egli disse: – Chiunque trova la spiegazione di queste parole non gusterà la morte¹.
1) Jo. VIII 51 e anche Jo. III 15-16; V 24; VI 40, 47; Mc. IX 1; Mt. XVI 28; Lc. IX 27.

2.) Gesù disse: – Colui che cerca non cessi dal cercare, finché non trova¹ e quando troverà sarà commosso, e quando sarà stato commosso contemplerà e regnerà sul Tutto².
1) Cfr. Mt. VII 8 e Lc. XI 9 e 10. A differenza di Matteo e Luca quello di Tommaso è un chiaro invito alla gnosi. Anche nella Pistis Sophia 100 è detto:«Non cessate di cercare e non fermatevi finché non abbiate trovato i misteri purificatori che vi sublimeranno».
2) L’itinerario gnostico avviene secondo le seguenti tappe: conoscenza del bene, sua accettazione, contemplazione, elevazione mistica, immedesimazione con Dio e di conseguenza dominio dell’universo cosmico.

3.) Gesù disse: – Se coloro che vi guidano vi dicono: «Ecco! Il Regno è nel cielo», allora gli uccelli del cielo vi saranno prima di voi. Se essi vi dicono: «Il Regno è nel mare», allora i pesci vi saranno prima di voi¹. Ma il Regno è dentro di voi ed è fuori di voi. Quando conoscerete voi stessi, sarete conosciuti e saprete che siete figli del Padre Vivente. Ma se non conoscerete voi stessi, allora sarete nella privazione e sarete voi stessi privazione².
1) Cfr. Lc. XVII 20-24; e anche Mc. XIII 5, 21-23; Mt. XXIV 26-28. L’aggiunta di Tommaso:«ed è fuori di voi» allude al fatto che, una volta effettuata la scoperta nella propria interiorità, occorrerà estraniarsi dalla materia, uscire dal proprio «io» terrestre per congiungersi e unificarsi con Dio.
Questo loghion sottolinea fortemente l’interiorità, l’attualità e spiritualità del Regno. Notare l’insistenza sulla conoscenza di sé che è uno dei temi centrali del Vangelo. Scintille del Padre, soltanto prendendo coscienza del proprio «io», vivono con il Padre che vive; in caso contrario sono povertà. In un contesto identico del Papiro di Ossirinco, 654, «chiunque conosce se stesso troverà il Regno… Conoscerete voi stessi e vedrete che siete figli del Padre». Un maestro gnostico non aveva dubbi a riguardo e avvertiva i discepoli: «Lascia la ricerca di Dio, la creazione e altre questioni consimili. Cercalo partendo da te stesso… Conosci le fonti del dolore, della gioia, dell’amore, dell’odio… Se esamini attentamente tali questioni troverai Dio in te stesso» (Ippolito, Refut., VIII, 15, 1-2).
2) Lo Pseudo Ippolito, Philosophumena V 6 ci spiega che, secondo la dottrina dei naasseni (una delle più antiche sette gnostiche), «la conoscenza dell’uomo è l’inizio della perfezione», l’ignoranza di se stessi è quindi imperfezione e tenebre. Per l’espressione «Figli del Padre Vivente» cfr. Rom. IX 26b e per la parte finale del paragrafo cfr. 1.Cor. VIII 2-3; XIII 12.

L’interpretazione del Loghion può non convincere  ,ma conoscendo  e non reprimendo quello che sinceramente siamo..

questa è la strada per conoscere ed avere misericordia di noi stessi e degli altri.

Con ciò voglio dire :è:

meglio essere peccatori che “irreprensibili”.

” i Farisei sono come cani nella mangiatoia dei buoi (il popolo)

essi non “mangiano” l’essenza della mia parola e non permettono ai buoi di mangiare.

Mettono fardelli impossibili da portare ma essi non li muovono neanche con un dito.”

con Papa Francesco si avverte il Volto vero della Misericordia e del Pensiero del Padre che è nei cieli: questo è Messianesimo   Leave a comment


Synod14 – 15ª Congregazione generale: Discorso del Santo Padre Francesco per la conclusione della III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi, 18.10.2014

Saluto del Presidente Delegato Card. Raymundo Damasceno Assis

Questo pomeriggio, nel corso della quindicesima e ultima Congregazione generale Sinodo straordinario sulla famiglia, il Santo Padre Francesco ha rivolto ai Padri Sinodali e a tutti i partecipanti in Aula il discorso che riportiamo di seguito:

Discorso del Santo Padre

Eminenze, Beatitudini, Eccellenze, fratelli e sorelle,

Con un cuore pieno di riconoscenza e di gratitudine vorrei ringraziare, assieme a voi, il Signore che ci ha accompagnato e ci ha guidato nei giorni passati, con la luce dello Spirito Santo!

Ringrazio di cuore il signor cardinale Lorenzo Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo, S.E. Mons. Fabio Fabene, Sotto-segretario, e con loro ringrazio il Relatore il cardinale Péter Erdő, che ha lavorato tanto anche nei giorni del lutto familiare, e il Segretario Speciale S.E. Mons. Bruno Forte, i tre Presidenti delegati, gli scrittori, i consultori, i traduttori e gli anonimi, tutti coloro che hanno lavorato con vera fedeltà dietro le quinte e totale dedizione alla Chiesa e senza sosta: grazie tante!

Ringrazio ugualmente tutti voi, cari Padri Sinodali, Delegati Fraterni, Uditori, Uditrici e Assessori per la vostra partecipazione attiva e fruttuosa. Vi porterò nella preghiera, chiedendo al Signore di ricompensarvi con l’abbondanza dei Suoi doni di grazia!

Potrei dire serenamente che – con uno spirito di collegialità e di sinodalità – abbiamo vissuto davvero un’esperienza di “Sinodo”, un percorso solidale, un “cammino insieme”.

Ed essendo stato “un cammino” – e come ogni cammino ci sono stati dei momenti di corsa veloce, quasi a voler vincere il tempo e raggiungere al più presto la mèta; altri momenti di affaticamento, quasi a voler dire basta; altri momenti di entusiasmo e di ardore. Ci sono stati momenti di profonda consolazione ascoltando la testimonianza dei pastori veri (cf. Gv 10 e Cann. 375, 386, 387) che portano nel cuore saggiamente le gioie e le lacrime dei loro fedeli. Momenti di consolazione e grazia e di conforto ascoltando e testimonianze delle famiglie che hanno partecipato al Sinodo e hanno condiviso con noi la bellezza e la gioia della loro vita matrimoniale. Un cammino dove il più forte si è sentito in dovere di aiutare il meno forte, dove il più esperto si è prestato a servire gli altri, anche attraverso i confronti. E poiché essendo un cammino di uomini, con le consolazioni ci sono stati anche altri momenti di desolazione, di tensione e di tentazioni, delle quali si potrebbe menzionare qualche possibilità:

una: la tentazione dell‘irrigidimento ostile,

 

gesù peccatrice             gesù sabbia

 

gesù apostoli

cioè il voler chiudersi dentro lo scritto (la lettera) e non lasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese (lo spirito); dentro la legge, dentro la certezza di ciò che conosciamo e non di ciò che dobbiamo ancora imparare e raggiungere. Dal tempo di Gesù, è la tentazione degli zelanti, degli scrupolosi, dei premurosi e dei cosiddetti – oggi- “tradizionalisti” e anche degli intellettualisti.

La tentazione del buonismo distruttivo,

che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei “buonisti”, dei timorosi e anche dei cosiddetti “progressisti e liberalisti”.

La tentazione di trasformare la pietra in pane per rompere un digiuno lungo, pesante e dolente (cf. Lc 4,1-4) e anche di trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati (cf. Gv 8,7) cioè di trasformarlo in “fardelli insopportabili” (Lc 10, 27).

La tentazione di scendere dalla croce, per accontentare la gente, e non rimanerci, per compiere la volontà del Padre; di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio.

La tentazione di trascurare il “depositum fidei”, considerandosi non custodi ma proprietari e padroni o, dall’altra parte, la tentazione di trascurare la realtà utilizzando una lingua minuziosa e un linguaggio di levigatura per dire tante cose e non dire niente! Li chiamavano “bizantinismi”, credo, queste cose…

Cari fratelli e sorelle, le tentazioni non ci devono né spaventare né sconcertare e nemmeno scoraggiare, perché nessun discepolo è più grande del suo maestro; quindi se Gesù è stato tentato – e addirittura chiamato Beelzebul (cf. Mt 12, 24) – i suoi discepoli non devono attendersi un trattamento migliore.

Personalmente mi sarei molto preoccupato e rattristato se non ci fossero state queste tentazioni e queste animate discussioni; questo movimento degli spiriti, come lo chiamava Sant’Ignazio (EE, 6) se tutti fossero stati d’accordo o taciturni in una falsa e quietista pace. Invece ho visto e ho ascoltato – con gioia e riconoscenza – discorsi e interventi pieni di fede, di zelo pastorale e dottrinale, di saggezza, di franchezza, di coraggio e di parresia. E ho sentito che è stato messo davanti ai propri occhi il bene della Chiesa, delle famiglie e la “suprema lex, la “salus animarum (cf. Can. 1752). E questo sempre – lo abbiamo detto qui, in Aula – senza mettere mai in discussione le verità fondamentali del Sacramento del Matrimonio: l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà e la procreatività, ossia l’apertura alla vita (cf. Cann. 1055, 1056 e Gaudium et Spes, 48).

E questa è la Chiesa, la vigna del Signore, la Madre fertile e la Maestra premurosa, che non ha paura di rimboccarsi le maniche per versare l’olio e il vino sulle ferite degli uomini (cf. Lc 10, 25-37); che non guarda l’umanità da un castello di vetro per giudicare o classificare le persone. Questa è la Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica e composta da peccatori, bisognosi della Sua misericordia. Questa è la Chiesa, la vera sposa di Cristo, che cerca di essere fedele al suo Sposo e alla sua dottrina. È la Chiesa che non ha paura di mangiare e di bere con le prostitute e i pubblicani (cf. Lc 15). La Chiesa che ha le porte spalancate per ricevere i bisognosi, i pentiti e non solo i giusti o coloro che credono di essere perfetti! La Chiesa che non si vergogna del fratello caduto e non fa finta di non vederlo, anzi si sente coinvolta e quasi obbligata a rialzarlo e a incoraggiarlo a riprendere il cammino e lo accompagna verso l’incontro definitivo, con il suo Sposo, nella Gerusalemme Celeste.

Questa è la Chiesa, la nostra madre! E quando la Chiesa, nella varietà dei suoi carismi, si esprime in comunione, non può sbagliare: è la bellezza e la forza del sensus fidei, di quel senso soprannaturale della fede, che viene donato dallo Spirito Santo affinché, insieme, possiamo tutti entrare nel cuore del Vangelo e imparare a seguire Gesù nella nostra vita, e questo non deve essere visto come motivo di confusione e di disagio.

Tanti commentatori, o gente che parla, hanno immaginato di vedere una Chiesa in litigio dove una parte è contro l’altra, dubitando perfino dello Spirito Santo, il vero promotore e garante dell’unità e dell’armonia nella Chiesa. Lo Spirito Santo che lungo la storia ha sempre condotto la barca, attraverso i suoi Ministri, anche quando il mare era contrario e mosso e i ministri infedeli e peccatori.

E, come ho osato di dirvi all’inizio, era necessario vivere tutto questo con tranquillità, con pace interiore anche perché il Sinodo si svolge cum Petro et sub Petro, e la presenza del Papa è garanzia per tutti.

Parliamo un po’ del Papa, adesso, in rapporto con i vescovi… Dunque, il compito del Papa è quello di garantire l’unità della Chiesa; è quello di ricordare ai pastori che il loro primo dovere è nutrire il gregge – nutrire il gregge – che il Signore ha loro affidato e di cercare di accogliere – con paternità e misericordia e senza false paure – le pecorelle smarrite. Ho sbagliato, qui. Ho detto accogliere: andare a trovarle.

Il suo compito è di ricordare a tutti che l’autorità nella Chiesa è servizio (cf. Mc 9, 33-35) come ha spiegato con chiarezza Papa Benedetto XVI, con parole che cito testualmente: «La Chiesa è chiamata e si impegna ad esercitare questo tipo di autorità che è servizio, e la esercita non a titolo proprio, ma nel nome di Gesù Cristo … attraverso i Pastori della Chiesa, infatti, Cristo pasce il suo gregge: è Lui che lo guida, lo protegge, lo corregge, perché lo ama profondamente. Ma il Signore Gesù, Pastore supremo delle nostre anime, ha voluto che il Collegio Apostolico, oggi i Vescovi, in comunione con il Successore di Pietro … partecipassero a questa sua missione di prendersi cura del Popolo di Dio, di essere educatori nella fede, orientando, animando e sostenendo la comunità cristiana, o, come dice il Concilio, “curando, soprattutto che i singoli fedeli siano guidati nello Spirito Santo a vivere secondo il Vangelo la loro propria vocazione, a praticare una carità sincera ed operosa e ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati” (Presbyterorum Ordinis, 6) … è attraverso di noi – continua Papa Benedetto – che il Signore raggiunge le anime, le istruisce, le custodisce, le guida. Sant’Agostino, nel suo Commento al Vangelo di San Giovanni, dice: “Sia dunque impegno d’amore pascere il gregge del Signore” (123,5); questa è la suprema norma di condotta dei ministri di Dio, un amore incondizionato, come quello del Buon Pastore, pieno di gioia, aperto a tutti, attento ai vicini e premuroso verso i lontani (cf. S. Agostino, Discorso 340, 1; Discorso 46, 15), delicato verso i più deboli, i piccoli, i semplici, i peccatori, per manifestare l’infinita misericordia di Dio con le parole rassicuranti della speranza (cf. Id., Lettera 95, 1)» (Benedetto XVI, Udienza Generale, Mercoledì, 26 maggio 2010).

Quindi, la Chiesa è di Cristo – è la Sua Sposa – e tutti i vescovi, in comunione con il Successore di Pietro, hanno il compito e il dovere di custodirla e di servirla, non come padroni ma come servitori. Il Papa, in questo contesto, non è il signore supremo ma piuttosto il supremo servitore – il “servus servorum Dei”; il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo – per volontà di Cristo stesso – il “Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli” (Can. 749) e pur godendo “della potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa” (cf. Cann. 331-334).

Cari fratelli e sorelle, ora abbiamo ancora un anno per maturare, con vero discernimento spirituale, le idee proposte e trovare soluzioni concrete a tante difficoltà e innumerevoli sfide che le famiglie devono affrontare; a dare risposte ai tanti scoraggiamenti che circondano e soffocano le famiglie.

Un anno per lavorare sulla “Relatio synodi” che è il riassunto fedele e chiaro di tutto quello che è stato detto e discusso in questa aula e nei circoli minori. E viene presentato alle Conferenze episcopali come “Lineamenta”.

Il Signore ci accompagni, ci guidi in questo percorso a gloria del Suo nome con l’intercessione della Beata Vergine Maria e di San Giuseppe! E per favore non dimenticate di pregare per me!

[03046-01.01] [Testo originale: Italiano]

http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2014/10/18/0771/03046.html

I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio   Leave a comment


Mons. Paglia

“I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno di Dio”, disse Gesù ai farisei che lo ascoltavano nel tempio. Senza dubbio, queste parole suonarono come una bruciante sferzata per i farisei. Loro, che si consideravano (ed erano ritenuti) “puri”, sarebbero stati preceduti dai pubblici peccatori e dalle prostitute! Qual è il rimprovero che Gesù fa ai farisei? Anzitutto la distanza tra il “dire” e il “fare”. E lo esemplifica con la parabola dei due figli. Il primo si dichiara pronto ad andare a lavorare nella vigna, ma non lo fa’, il secondo invece, dopo il diniego, si reca alla vigna. Gesù mette a nudo la contrapposizione tra le parole e la vita. Le parole da sole non salvano, occorre metterle in pratica. In tal senso aveva detto Gesù: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7, 21). L’esempio del secondo figlio è efficace: egli adempie la volontà del padre non a parole, che sono anzi contrarie ad essa, ma con i fatti.

La distanza tra il dire e il fare esplicita cos’è la religiosità farisaica stigmatizzata da Gesù. È un’accusa rivolta a chiunque bada più all’apparire che all’essere, più alle parole che al fare, più all’esteriorità che al cuore. E se ci esaminiamo un poco vediamo subito quanto ciascuno di noi somiglia al primo figlio pronto più a dire sì con le labbra che a fare concretamente la volontà di Dio. Talora c’è anche un’obbedienza che ha il tono e la forma della deferenza, dell’apparenza e dell’equilibrio, ma che nel profondo nasconde una sottile ribellione interiore. Come può esserci un’esteriore disobbedienza che presenta una superficie scomposta e indisciplinata ma che in realtà ha nel profondo una sostanza valida ed esemplare di impegno.

Gesù afferma che è più facile per un peccatore ravvedersi piuttosto che per un benpensante, sicuro e altezzoso della sua giustizia, spezzare l’involucro duro del suo autocompiacimento e delle sue abitudini. E prende spunto dalla predicazione del Battista: i farisei l’hanno respinta, mentre i peccatori si sono convertiti. Costoro, infatti, non si sono contentati di ascoltare, ma hanno chiesto: “Cosa dobbiamo fare?”(Lc 3, 10-14); e hanno messo in atto quanto il predicatore diceva loro. Questa è la fede: ascoltare l’invito della predicazione del Vangelo e percepirlo come rivolto personalmente a se stessi, non come parole astratte su cui dibattere e discettare. Chi si lascia toccare il cuore dal Vangelo, costui si allontana da se stesso (in fondo la religiosità farisaica è il compiacimento di se stessi, del proprio comportamento, delle proprie azioni) e si abbandona alla volontà di Dio.

L’esempio di Francesco d’Assisi che ricorderemo il 4 ottobre è l’opposto della religiosità farisaica. Egli fu discepolo nel senso pieno del termine: ascoltò il Vangelo e lo mise subito in pratica alla lettera. Non è un eroe. È un uomo che si è lasciato amare dal Signore sino in fondo e per questo lo ha seguito senza resistere. Ha lasciato tutto perché aveva trovato uno che lo amava più di se stesso. In verità è così anche per noi. Gesù ci ha amati più di noi stessi. Francesco d’Assisi lo riconobbe. Noi facciamo fatica, perché i nostri occhi sono pieni ancora di noi stessi e dei nostri problemi. Volgiamo il nostro sguardo al Signore e lasciamoci insegnare da lui

gesù bambino affam ato

Mio padre,rimasto orfano in tenera età di padre a di madre,

fu allevato dalla nonna materna con i soldi delle puttane fiorentine

Quando c’ era il tuo amore per me..   Leave a comment


ho ringraziato il cielo,e ho vissuto con tutta l’ anima ,la mia gioia e la mia cura quel periodo…

non ho mai preteso il tuo amore,quindi non sentirti in colpa se dopo non ne sei stata più sicura,

perché mi hai dato tantissimo…sentire il solletico dei messaggeri della fata dei boschi,

essere inondato di tutto l’ amore della principessa del mare è inaudito,immenso…

princesa Maravilla.

Anche se prima ti ho già detto qualcosa di tuoi sensi di colpa,voglio precisare questo:

Pensa se all’ inizio della nostra relazione avessi dato retta alle tue titubanze,

e non ci fosse stato il miracolo che dopo abbiamo vissuto insieme…

dio mio, la primavera non sarebbe arrivata…

la luna e le stelle avrebbero rimpianto per l’ eternità i tuoi occhi che mi guardavano così innamorati.

Non ci sarebbe stata nessuna cassetta con le nostre canzoni…

non avrei notato che quando giochi con i kiwido in primavera

le tue braccia sono ali di farfalla…

 

ali di farfalla 1

non ti avrei dedicato una poesia sul forum facendola seguire da un’ altra dopo due minuti…

non ci sarebbe stata nessuna conversazione di questo tipo – “ci mettiamo distesi?” “No,restiamo seduti”

“Va bene” “Mettiamoci distesi và”…

non ti avrei fatta cadere rovinosamente su di me tentando di prenderti in braccio…

non avremmo mangiato i biccottini…

non avremmo scoperto che tu eri più grande di me perché avevi due anni e due mesi…

non mi avresti regalato i rimedi dello zio Gigen e i plettri…

non avremmo accumulato insieme sonno,estasi e amore per mesi e mesi…

non mi avresti cantato “ Il tempo di morire” guardandomi negli occhi e stringendo le mie mani…

non avrei fatto così tanti ritardi agli appuntamenti e poi vedendoti…

non avrei chiuso gli occhi per qualche istante,come per svegliarmi da un sogno,

e non ti avrei fatto quel sorriso riaprendoli…

non avresti scoperto con quanta velocità riesco a sporcare un vestito…

non ti avrei detto,ogni volta che stringevi la mia mano camminando per strada,

“Ma guarda che le mani non si stringono mica per questo verso”…

non avrei chiamato dolci colline i tuoi fianchi…

non ti avrei guardato con occhi così innamorati ogni volta che ti mettevi sopra di me durante l’ amore…

non avrei sbagliato strada in una città che conosco a memoria dicendoti “Scusa,è che mi distrai troppo”…

non mi avresti detto che già dall’estate scorsa eri venuta a cercarmi qua…

non avresti mai ascoltato Rino insieme a me,accarezzandomi i capelli mentre guidavo.

Non avrei mai avuto l’ impressione a volte di sentire il tuo profumo,

dopo che la nostra storia era finita,e questo non si sarebbe ripetuto di nuovo…

proprio ora che ti sto scrivendo…

Pubblicato 19 ottobre 2014 da sorriso47 in abbracci, donna, Poesia, storie d'amore

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