Archivio per 31 maggio 2015

Carl Jung ed il suo “libro rosso”. Viaggio di un uomo in cerca della sua anima   Leave a comment


http://artlovedream.wordpress.com/    Dal mio blog Artdreamlove

“A confronto con l’inconscio”
Del contenuto del Libro Rosso di Carl Jung, prima della pubblicazione, si è saputo a sufficienza a partire dall’importante capitolo VI dell’autobiografia Ricordi sogni riflessioni, titolato significativamente ‘A confronto con l’inconscio’.
In una delle sue ultime interviste Jung parlando del libro “Sette sermoni ad mortum” aveva detto:
Gli anni … in cui ho seguito le immagini interiori sono stati il momento più importante della mia vita. Tutto il resto è derivato da questo. È iniziato in quel momento, ed i dettagli seguenti quasi non hanno più importanza. Tutta la mia vita è consistita nell’elaborazione di quello che era scaturito dall’inconscio e mi aveva inondato come una corrente enigmatica e aveva minacciato di travolgermi. Questo era materiale per più di una sola vita. Tutto quello che è venuto dopo è stata solo la classificazione esterna, l’elaborazione scientifica, e l’integrazione nella vita. Ma l’inizio numinoso che conteneva tutto, fu allora.”

                                             La prima pagina del Libro Rosso di Carl Jung
Per decenni il Libro Rosso è stato avvolto nel mistero. Si pensava che ne esistesse solo una copia, custodita in una banca svizzera dagli eredi di Jung. Invece pochissime copie del libro, che Jung stesso aveva distribuito ai suoi collaboratori più intimi, erano già in circolazione. Uno storico di nome Sonu Shamdasani ne aveva trovato alcune parti, le aveva studiate e dopo 3 anni di contrattazioni con gli eredi di Jung era riuscito a convincere la famiglia a permettergli l’accesso all’originale per tradurlo e pubblicarlo.
Così, circa 50 anni dopo la morte di Jung avvenuta nel 1961, il Libro Rosso è stato finalmente pubblicato. Si è potuto costatare che “I sette sermoni ai morti” costituivano in realtà la parte finale del manoscritto originale. In aggiunta il libro rosso includeva dopo ciascun sermone una omelia di Filemone, lo spirito guida di Jung.
Agli inizi della sua carriera Jung era amico e allievo di Sigmund Freud. Nei confronti del suo maestro nutriva un senso di reverenza pur non condividendo tutte le sue idee. Nel 1912 il libro di Jung “Psicologia dell’Inconscio” era stata la causa scatenante della rottura del loro rapporto, in quanto in esso Jung praticamente definiva le teorie di Freud incomplete e ne prendeva le distanze. Questa rottura con quello che tuttavia aveva ritenuto un solido punto di riferimento nella sua carriera e l’ostilità dei seguaci di Freud a cui fu sottoposto lasciò Jung incerto sul suo futuro e lo portò verso un momento di depressione. Cominciò a ritirarsi in una sorta di meditazione a cui si dedicava tutte le sere, dopo aver vissuto una normale giornata con i suoi pazienti e con la sua famiglia. Sperimentava stati di coscienza inusuali paragonabili a quelli ottenuti tramite meditazione sciamanica o uso di mescalina, con l’utilizzo di uno specifico metodo di esplorazione psicologica, detto “immaginazione attiva” che gli permetteva di “andare alla base dei processi interiori”, “tradurre le emozioni in immagini” e “cogliere le fantasie che sollecitavano dal sottosuolo”… Annotava le sue visioni in un diario, i sette libri neri. Presto cominciò a trascrivere il contenuto dei diari, dopo averlo aggiornato, nel Liber Novus. Lo copiò in scrittura calligrafica, come i manoscritti medioevali, dotandolo di 60 splendide illustrazioni da lui stesso dipinte. Poiché era rilegato in pelle rossa Jung stesso lo chiamava comunemente il libro rosso.


Tutto cominciò nel 1913. Jung stava compiendo un viaggio in treno verso Schaffhausen, quando ebbe la visione di una terribile alluvione che inondava l’Europa con macerie galleggianti e migliaia di morti.
Ebbe inizio così la serie di 12 fantasie di premonizioni che fecero temere a Jung, che in un primo momento non riusciva a comprenderle, di essere minacciato da una psicosi.
Le visioni sono scene di sangue e devastazione:
Un mare di sangue che inonda il mare del Nord. L’eroe Sigfriedo che galleggia morto su un’acqua nera, il piede di un gigante enorme cammina su una città con massacri di inaudita crudeltà, un mare di sangue con una sterminata processione di morti, la sua Anima sorge davanti a lui e gli chiede se accetterà guerra e distruzione, gli mostra immagini di devastazione, armi da guerra, resti umani, navi affondate, nazioni distrutte…una voce dice che ovunque muoiono vittime sacrificali
Nel giugno-luglio del 1914 infine i tre sogni in cui si vede in un paese straniero ma deve tornare rapidamente a casa perché sta per arrivare un’ondata di freddo glaciale.
Il 1 agosto 1914 scoppia la prima guerra mondiale e Jung capisce che non si trattava di una psicosi ma era penetrato in una dimensione inconscia che coincideva con quella di tutta l’umanità. Capì che non era schizofrenico ma che, alcuni mesi prima, aveva avuto una profezia. Quello che aveva sognato non si riferiva a lui ma all’Europa. I contenuti erano stati così pesanti e dolorosi che aveva temuto di impazzire. Si chiese allora quale rapporto ci fosse tra la sua psiche personale e quella collettiva, una relazione totalmente sconosciuta dalla psicologia del tempo.
Proprio queste visioni avevano spinto Jung ad analizzare se stesso tramite un diario. Non avrebbe potuto aiutare i suoi pazienti, pensava, se fosse stato egli stesso psicotico. Allo stesso tempo la capacità di condurre una vita sociale normale, con la sua famiglia e con il suo lavoro, lo confortava dal suo timore di impazzire.

Il viaggio interiore durò intensamente dal 1913 al 1917 ma il lavoro sul libro rosso continuò fino al 1930. Sebbene avesse deciso di non pubblicarlo mentre era in vita, Jung si aspettava che un giorno fosse letto da altri. Infatti scrive: ”Ho lavorato su questo libro per 16 anni. Venire a conoscenza dell’alchimia nel 1930 mi ha portato lontano da esso. L’inizio della fine arrivò nel 1928, quando Guglielmo mi ha inviato il testo del “Fiore d’Oro”, un trattato alchemico. Lì i contenuti di questo libro trovarono la loro attualizzazione e non potevo più continuare a lavorarci sopra. Per l’osservatore superficiale, appare come follia…”
È una esperienza che ricorda fortemente un viaggio psichedelico o un’odissea in cui il protagonista incontra strani personaggi che gli lasciano ognuno una verità.


Jung dice di “aver perso la sua anima”. Sentiva che poteva riconnettersi con lei solo immergendosi nel suo mondo interiore. Con questo viaggio sperava dunque di entrare in una conversazione con la sua anima, “lo spirito delle profondità”.
Jung esplora il collegamento tra il personale e il transpersonale, si confronta con forze profonde del suo inconscio personificate in personaggi immaginari e mitologici ma non perde mai di vista la convinzione che il suo è il viaggio di uno scienziato, perché comprendere le sue stesse visioni e i suoi simboli sarebbe stato fondamentale per lui per formulare una nuova forma di psicoterapia.

(continua)

http://alexiameli.altervista.org/il-libro-rosso-di-carl-jung-viaggio-di-un-uomo-in-cerca-della-sua-anima/

Alexia Meli

autrice del libro La ricerca di se stessi

la ricerca di se stessi

Sally, ragazza madre che per sbarcare il lunario fa la donna delle pulizie in albergo, e Darren, giovane laureato in biologia, che lavora per appuntamento come gay escort, hanno deciso di dare una svolta alla propria vita. Il loro amore è una scoperta, giorno per giorno, di avere molto in comune e tanta voglia di realizzarsi ed esprimersi. Il lavoro di Darren come ballerino in un night club all’inizio sembra una buona opportunità, ma finisce per trascinare Sally in una spirale di autodistruzione. Sally però non si arrende. Le brutte esperienze e il senso di profonda solitudine che prova sembrano anzi rafforzarla: vuole ancora capire il senso della sua vita e il suo posto nel mondo. Sullo sfondo di una Londra gentile ma distante, a volte perversa a volte spirituale, Sally e Darren lottano per riemergere dal buio e ritrovare se stessi. Ognuno ha preso strade diverse, ma quando sembra che Darren sia scomparso per sempre dalla vita di lei, si ritrovano,More >

Le donne occidentali sono attratte dagli uomini “androgini”   Leave a comment


Navigando in internet sono incappata in un articolo di Queerty.com il cui titolo parla da solo
“Alle donne eterosessuali dei paesi più ricchi piacciono maschi effeminati. Vogliono andare a letto con i gay.”
guardalo qui

Bene, mi sono detta, quindi i miei gusti non sono affatto avulsi e patologici. E’ un trend collettivo.
Nei paesi dove le cattive condizioni di salute risultano essere una minaccia per la sopravvivenza le donne tendono verso gli uomini più maschili. Preferiscono che i loro uomini abbiano facce più corte e più larghe, sopracciglia più folte, zigomi e mascelle prominenti. Nell’articolo viene detto che gli uomini “in salute” sono quelli con più testosterone, l’ormone responsabile di muscoli, mascelle, sopracciglia, barba e voce profonda. Il testosterone è legato anche alla fertilità. La mascolinità però ha un prezzo alto. Più gli uomini hanno un testosterone alto più sono antipatici, non cooperativi, aggressivi e disinteressati alla famiglia.
Si potrebbe dire che l’aumentato tenore di vita e la diminuita necessità per la donna di essere difesa fanno si che alle donne occidentali non occorre più un uomo troppo maschile, brutale e brutto.
Sempre sul web mi sono poi soffermata su una ricerca pseudo-scientifica, che mi ha fatto sorridere parecchio, secondo cui le donne che prendono la pillola anticoncezionale durante l’ovulazione sarebbero attratte da uomini più maschili, mentre negli altri giorni del ciclo sarebbero attratte dai gay. Non prendo la pillola da anni (per problemi di salute) e da anni sono attratta dagli uomini dai tratti femminili, tutti i giorni del ciclo. Perché non dovrei esserlo? Non si può chiedere ad una donna di non essere attratti dalla bellezza, perché la bellezza è donna.

Ci sono molte ragazze che amano gli uomini più femminili o cosiddetti androgini. Sono attratte dagli uomini con il viso allungato e fine, con il corpo rasato, specialmente il petto. Capelli lunghi, make up e sopracciglia curate sono ricercatissimi. Anche l’uso di abiti dalle linee femminili non è affatto malvisto, come jeans a vita bassa, top che lasciano scoperti pancia e fianchi, perfino un abito femminile o una minigonna se indossata in un party o in discoteca risulta molto sexy. A queste donne piacciono gli uomini che indossano accessori che li rendono eleganti, come sciarpe, gioielli o bigiotteria, borsette.
Contrariamente all’aspetto le donne vedono sempre un uomo in loro perché l’attitudine continua ad essere quella di un uomo. Gli androgini non si comportano come le donne, o almeno non hanno le loro debolezze. Possono parlare di vari argomenti, maschili e femminili, sono sensibili. Queste donne non cercano uomini sottomessi, ma alla pari. Non vogliono invertire i ruoli, sono invece impaurite da uomini troppo maschili e dominanti. Un uomo bello, androgino, sensibile e affettuoso dà più sicurezza ad una donna, anche nella previsione di una relazione più duratura, più sincera e della capacità di occuparsi di una eventuale famiglia.
Ma attenzione, a volte l’apparenza inganna…

Nel mondo anglosassone sono chiamate “ fag hag”, donne che amano i gay. Sorprenderà sapere che una buona percentuale di persone che consumano pornografia o comunque erotico gay è costituita da donne. L’idea di due uomini insieme risulta per molte decisamente sexy e eccitante e le storie d’amore spesso sono tenerissime. Le donne sono anche molto interessate dalla relazione paritaria tra i due uomini, che rende le storie d’amore tra gay diverse da quelle tra un uomo e una donna.
Tra i motivi per cui le donne provano attrazione verso i gay sono da non sottovalutare la bellezza, il fatto che questi uomini abbiano più cura del proprio corpo e del proprio abbigliamento rispetto agli eterosessuali. Spesso una donna viene attratta da un uomo per la sua eleganza per poi scoprirne l’omosessualità. Senza ovviamente generalizzare, i gay sembrano essere comunque diventati i migliori amici delle donne americane. Ha cominciato Julia Roberts con la commedia romantica “Il matrimonio del mio migliore amico”, hanno continuato Sex and the City, Desperate Housewives, Ugly Betty, Gossip Girl in cui gli amici gay vengono descritti come indispensabili nella vita di una donna.
Le donne dicono di loro che sono divertenti, ci puoi parlare di tutto, senza temere di essere giudicate noiose o di essere fraintese, e amano fare shopping. Sanno cucinare. Capiscono il punto di vista femminile, ma possono dare consigli da uomo. Sanno ascoltare le amiche. Con loro si può discutere di sentimenti, di colori, di arte, di bellezza. Con loro puoi andare dappertutto, non ti metteranno le mani addosso, non si faranno idee strane su di te e in più hanno sempre la forza di un uomo che in molti casi è utile…
Le donne, nei confronti dei gay, provano un naturale senso di compartecipazione: omofobia e misoginia sono simili, infatti i gay sono odiati perché vogliono assomigliare alle donne, che tradizionalmente vengono viste come esseri inferiori.
Gli uomini gay generalmente tengono in gran considerazione le proprie amiche e quando le vedono giù di umore sanno come aiutarle. Sanno ascoltare tutte le loro confidenze. Le donne possono essere affettuose con loro, possono restare abbracciate, possono far sentire il loro affetto ma senza far saltare nella loro testa la molla di quel “maledetto” sesso che domina i pensieri degli uomini quando sono con le donne.
Ed ecco il paradosso! Cosa volere di più da un uomo? Un gay ha tutto quello che una donna occidentale desidera ed è normale che dall’affetto amichevole le fantasie e i desideri delle donne possono andare oltre…e finire a letto. Provare a sedurre un uomo che non vuole e non può essere sedotto…questo è davvero espressione del maschile!

C’è chi ritiene dannosa la maschilizzazione delle donne e la femminilizzazione degli uomini nel mondo occidentale.
Avendo letto in questi giorni di Jung, come pure riflettuto sull’animus e sull’anima, cioè quegli archetipi inconsci, immaginati come ipotetici contenitori depositari del maschile, per quanto riguarda le donne, e del femminile, per quanto riguarda gli uomini, penso che forse vi è un’altra motivazione più profonda.
Come aveva affermato Maslow nella formulazione della sua piramide dei bisogni, una persona che non sa cosa mangiare difficilmente avrà bisogni di autorealizzazione, anche se possono esserci eccezioni . Infatti è notorio che il digiuno aumenta le visioni spirituali e che i monaci digiunavano per essere più vicini a Dio. L’elevato tenore di vita comporta nelle donne occidentali un aumento del bisogno di autorealizzazione. Cosa aveva detto Jung a proposito del processo di autorealizzazione e individualizzazione? Che una fase fondamentale è rappresentata dall’integrazione del principio opposto a quello del proprio genere nella propria psiche. Per una donna è fondamentale trovare e integrare il maschile dentro di sé, maschile che è depositario del principio del Logos.
Per un uomo è fondamentale trovare l’Anima, la parte femminile portatrice del principio dell’Eros.
In definitiva, per sviluppare tutto il proprio potenziale,( non è l’autorealizzazione sinonimo di sviluppo delle potenzialità?) un essere umano deve accettare e integrare la propria bisessualità. Si è potenzialmente bisessuali a livello fisico e potenzialmente a livello psicologico. E credo che sia normale per una persona psicologicamente bisessuale essere attratta da altre persone bisessuali.
Perché le donne? Le donne sono quella parte della società che nel mondo occidentale stanno avendo molti cambiamenti. I cambiamenti del maschile sembrano una conseguenza dei cambiamenti delle donne che “stanno venendo fuori”.
Stiamo assistendo alla nascita di donne più maschili, nel senso di Jung, che hanno ben integrato in se stesse il principio maschile e questa completezza le rende più potenti e autonome.
Stiamo quindi avviandoci verso un mondo almeno psicologicamente bisessuale? Sembra di sì, e perché no?
Le donne, diventate più maschili, nel senso che hanno integrato il principio maschile del Logos, amano, vogliono, desiderano, hanno bisogno di uomini più femminili.
A maggior ragione se la donna nell’infanzia o nell’adolescenza è stata ferita da una maschile aggressivo o insoddisfacente comunque traumatico, se ci sia stato il classico conflitto col padre o con la figura maschile, quello di cui una donna ha bisogno per superare il trauma e integrare l’Animus è una figura maschile con caratteristiche psicologiche femminili, quali accettazione, protezione, accoglienza, cura. Solo un uomo femminile può curare e guarire la “ferita del maschile” di una donna .
Un uomo più femminile può garantire una società in cui ci sia uguaglianza vera tra i due sessi ed una società meno aggressiva e più pacifica.
Un uomo femminile è un uomo che ha sviluppato molte delle sue potenzialità, ha integrato il principio femminile dell’Eros ed è potenzialmente bisessuale.
Un uomo con tratti psicologici femminili appare più spirituale e saggio. Prova comprensione, accettazione, accoglienza, amore e appare più adatto a tirare avanti una famiglia, dialogare con una compagna, più vicino al mondo della donna ed è sicuramente più amabile e desiderabile!!

Alexia Meli
autrice di La ricerca di se stessi

Come ho scoperto il mio Animus (per C. Jung il lato maschile nella psiche di una donna)
La forza e l’energia che un uomo può donare ad una donna e che la rende inarrestabile.

Un amore a prima vista. Un’attrazione fatale, un’esperienza di coinvolgimento che interessa tutto l’essere, il suo lato fisico, mentale, emotivo, spirituale. La sensazione di aver trovato l’anima gemella. Il sentirsi improvvisamente “vivi”. Il risveglio dell’Eros. Ecco quello che io ho provato nel vedere Brian Molko e che il mio personaggio Sally ha provato nel vedere Darren.
Cos’è questa attrazione? Il più appassionante degli stati d’animo, l’amore. Perché esiste? Perché proprio quella persona e non un altra? Perché proprio Brian, mi chiedevo…cosa ha lui che gli altri non hanno?
Altre volte ho accennato che proprio il mio morboso interesse nei confronti di Brian Molko e della musica dei Placebo è stato il motivo scatenante che mi ha spinto ad interessarmi di psicologia. Fin dalle primissime volte che ho avuto contatti con la sua figura, anche se niente mi era ancora chiaro, di una cosa ero ben certa: lui mi poneva davanti in modo chiaro e evidente la me stessa che io non vedevo. Non si trattava di proiezioni, cioè io non proiettavo su di lui contenuti della mia psiche in termini di aspettative o desideri o convinzioni e pregiudizi. Era diverso, lui era realmente l’uomo che avevo sempre sognato ed era incredibilmente simile a me.
L’anima gemella di cui parla la mitologia, l’altra parte di se stessi. Proprio vero, e se da un lato era come aver incontrato me stessa dall’altro era come aver incontrato quello che mi serviva a sentirmi realmente completa.
Ho cominciato a leggere di psicologia e psicoanalisi proprio per capire la natura del legame a doppio filo con questo musicista e così ho capito, leggendo qualcosa su Jung, di aver incontrato in Brian il mio Animus.
L’Anima e l’Animus
Una parte della nostra personalità comprende il ruolo di maschio o femmina che ci è attribuito. Per la maggior parte delle persone questo ruolo è determinato dal genere fisico, ma Jung, come Freud, Adler e altri, ritiene che noi siamo tutti bisessuali in natura. Quando cominciamo a vivere come feto abbiamo organi sessuali indifferenziati che solo gradualmente, sotto l’influsso degli ormoni, diventano maschili o femminili. Quando cominciamo la vita sociale da bambini non siamo né maschi né femmine in senso sociale. Quasi immediatamente cominciano a vestirci di rosa o di azzurro e gradualmente ci modelliamo come maschi o femmine.
In tutte le società le aspettative sugli uomini e sulle donne differiscono di solito basandosi sui diversi ruoli della riproduzione ma con dettagli differenti che fanno parte della tradizione. Ci si aspetta che le donne siano meno aggressive e materne e che gli uomini siano forti e privi di emozioni.
Jung, però, riteneva a ragione che queste aspettative non permettono il completo sviluppo di tutte le nostre potenzialità. Noi possiamo sviluppare tutte le potenzialità maschili e femminili nello stesso soggetto, ma tradizionalmente ci viene attribuito un ruolo che ne sviluppa solamente la metà, le potenzialità maschili o quelle femminili.
Quando si parla di maschile e femminile si intendono qualità psicologiche o principi. Maschile è generalmente ciò che è attivo, e femminile ciò che è passivo, senza alcuna connotazione di giudizio negativo. Nessun principio è migliore, entrambi hanno bisogno dell’altro per funzionare.
Secondo Jung l’Anima è l’aspetto femminile presente nell’inconscio dell’uomo, e l’Animus è l’aspetto maschile presente nell’inconscio della donna. Insieme formano la coppia divina, il syzygy. L’Anima può essere rappresentata nei sogni per esempio da una giovane donna, o da una strega o dalla madre terra. L’Animus può essere personificato tra l’altro da un vecchio saggio, uno stregone, un gruppo di uomini.
Questi due archetipi sono quelli in massima parte responsabili della nostra vita amorosa. Come suggerisce un mito greco, siamo sempre in cerca della nostra metà (quella che gli dei ci hanno tagliato) nei membri del sesso opposto. Quando ci innamoriamo abbiamo trovato qualcuno che corrisponde particolarmente bene al nostro Animus o Anima.

In questo articolo mi occuperò maggiormente dell’Animus.
L’Animus rappresenta il maschile, quindi azione, ma anche spirito, ragione e logica.
L’Animus è quindi l’uomo dentro la donna. Fisicamente una donna è femmina. Come abbiamo detto sopra psicologicamente una donna può esprimere solo parte del suo potenziale nella vita quotidiana. In una donna la parte più dinamica, intellettuale e auto assertiva trova meno espressione, come pure creatività e pensiero razionale sono mantenuti latenti.
L’animus ha tre radici: l’immagine collettiva di uomo che una donna acquisisce, la propria esperienza con gli uomini della sua vita, i principi maschili latenti in lei.
In generale possiamo dire che l’uomo nei sogni e nelle fantasie di una donna rappresenta il suo potere mentale e sociale, la sua abilità di agire attivamente nel mondo. L’Animus è anche espressione dei suoi sentimenti verso l’uomo, maturati attraverso le esperienze con uomini e soprattutto la relazione col padre. In definitiva l’Animus rappresenta la sintesi della sua esperienza di contatto con l’uomo.
L’animus può essere meravigliosamente creativo o potentemente distruttivo, a seconda della relazione che la donna ha col maschile.
Se evidenzia “complessi” nell’esperienza della donna con la figura maschile, l’Animus si manifesta nei suoi sogni e nelle sue fantasie come un uomo che imprigiona, che seduce ma solo per condurre la donna in pericolo o torturarla, in generale come una figura negativa.
L’Animus positivo si manifesta invece come l’uomo che risolve problemi, mostra sapienza e vero amore, appare come un salvatore, un liberatore dalla stessa morte.
L’Animus negativo o non integrato porta la donna verso relazioni distruttive, con se stessa e con gli altri.
A volte l’Animus appare come una raccolta di frasi e opinioni apprese nell’infanzia che vengono a costituirsi come pregiudizi e preconcetti, limitanti e giudicanti, e che una donna utilizza nei suoi rapporti con se stessa e con gli altri. Spesso la relazione negativa col padre è la causa di un complesso di inferiorità.
Se integrato, l’Animus può apparire in sogno come una figura maschile eroica o spirituale.
Uomini che assistono, fanno da guida, o immagini del saggio che da consigli sono simboli dell’Animus integrato. Sogni di uomini mascherati, stranieri che invadono la casa, gruppi di uomini, bande violente sono immagini simbolo di Animus non integrato.
La buona relazione con l’Animus mostra che una donna può integrare la sua capacità di essere indipendente, le sue qualità maschili. Significa anche che una donna comincia a rivedere l’esperienza col proprio padre in modo diverso, in modo da guarire le ferite.
L’Animus integrato infatti si riferisce alla capacità di una donna di vedere il suo essere maschio positivamente, identificandosi e associandosi con esso. Quando una donna smette di proiettare il maschio dentro di sé negli altri uomini comincia ad integrare l’Animus.
Come principio attivo l’Animus dà ad una donna la capacità di usare la sua creatività trasformando idee intuitive in realtà. L’integrazione dell’Animus è cruciale per l’auto-realizzazione.

L’Animus integrato è il miglior alleato della donna. Le donne con un alto grado di integrazione dell’Animus ricevono impulsi intuitivi e agiscono con saggezza. L’Animus integrato dice ad una donna che è inarrestabile. La incoraggia a realizzare i suoi sogni. L’animus integrato rende potente una donna con assertività, coraggio, pensiero analitico, forza, vitalità, decisione focalizzazione e desiderio di successo.
Il grado di difficoltà che una donna ha nell’integrare l’Animus corrisponde direttamente alla difficoltà di relazione con gli uomini con cui ha avuto esperienze negative sin dall’infanzia. Incontri con uomini mostruosi creano immagini mostruose di uomini. Quando non è integrato, ma è negato o represso, agisce come un mostro, possiede la psiche e fa da sabotatore. Allora si manifestano aggressione, brutalità, autoritarismo. L’Animus diviene un depositario di tutti i principi maschili perversi.
Il modo in cui funzionano anima e animus può diventare conscio ma in sé gli archetipi sono elementi inconsci e autonomi; divenirne coscienti aiuta però ad integrarli.
Anima e Animus sono per Jung mediatori tra il conscio e l’inconscio.

Secondo quanto dice Jung, nel mio Animus, il maschile dentro di me, convergono elementi propri della cultura tradizionale, per esempio che maschile equivale a forza, coraggio,violenza. Maschile è pungente e tagliente, acuto, intelligente, logico, tenace, avventuroso.
Insieme ad essi convergono le mie esperienze personali con l’universo maschile, a cominciare da mio padre e mio fratello. In questo caso il maschile dentro di me non è positivo, perché attorno alle esperienze con la figura di mio padre nel tempo si è venuto a formare uno di quelli che Jung chiama complessi. Una serie di esperienze negative si sono messe insieme comportando emozioni negative e credenze negative, pregiudizi, paure e quant’altro di negativo sia nei confronti del genere “maschile” sia nei confronti di me stessa.
Questa figura paterna dominante è infatti autoritaria, giudicante, limitativa. Non mi ha aiutato a crescere, mi ha impedito di esprimermi, ha creato in me un clima di paura. Naturalmente ho capito poi che è normale che, in conseguenza di questo atteggiamento di paura e pregiudizio, tutte le mie esperienze “dell’uomo” successive siano state negative, simili alla originaria, quasi tese a confermarla, mio malgrado. Di questo ne da una spiegazione la prima legge psicologica di Assagioli. Le immagini o figure mentali e le idee tendono a produrre le condizioni fisiche e gli atti esterni ad esse corrispondenti. Le idee tendono a tramutarsi in realtà, e di questo parla anche ampiamente la legge di attrazione, oggi tanto popolare.
In me c’è però anche un altro uomo, che si esprime in modo positivo e rappresenta il mio “ideale” di uomo, tutto ciò che avrei sempre desiderato e non è stato. Jung dice che il momento in cui inizia il processo di integrazione dell’Animus nella psiche femminile allora avviene anche la guarigione dei suoi aspetti negativi.
Non ho visto in Brian “la mia esperienza di maschile”, infatti ho pensato che non era un uomo come tutti gli altri. Ho visto quella che era la mia “aspirazione” al maschile, un bisogno o desiderio non soddisfatto.
Se la mia esperienza di “maschile” è stata negativa, da dove proviene la mia aspirazione al “maschile ideale?” E’ essa stessa semplicemente espressione del desiderio di integrazione?
L’Animus ha cominciato a manifestarsi in me esattamente come descritto da Jung. Si trattava di un Animus positivo, senza dubbio.
Brian ha cominciato ad apparire nelle mie fantasie e nei miei sogni a occhi aperti come la guida spirituale, una persona buona che sapeva togliermi dai guai, un uomo puro, chiaro, onesto, autentico. Non un santone, ma un uomo autorevole seppure fragile, di cui non avevo affatto paura ma verso cui nutrivo fiducia totale e incondizionata.
Credo di poter affermare che questi tratti del suo carattere da me evidenziati gli appartengano nella realtà, come si può capire dall’ammirazione dei suoi fans, ma probabilmente in parte ho proiettato su di lui il mio Animus positivo. I due aspetti, realtà e proiezione, si confondono e finiscono col farmi cadere nel sofismo. La realtà oggettiva esiste? Non è sempre filtrata dal nostro pensiero? Non vediamo negli altri in buona parte ciò che ci piace vedere o che simile a noi o che ci aspettiamo di vedere?
Quindi, che Brian sia davvero un uomo autentico o che io abbia notato in lui la sua autenticità, che sia davvero la mia guida o che io gli abbia proiettato il ruolo, finisce col non avere più nessuna importanza. Lui è così per me. In lui io vedo quello di cui ho bisogno per superare il complesso del padre, per attivare l’integrazione, il “maschile ideale”, la figura spirituale in senso lato, il guru, il maestro. Forse in questo processo si è attivato anche un altro archetipo, quello del vecchio saggio, o del guru, che interviene con funzioni di guida.
La figura del maschile ideale non è solo spirituale. Brian continua a coinvolgermi a tutti i livelli, non escluso quello sessuale, che comunque sembra più normale, mentre è più evidente la novità costituita dal coinvolgimento spirituale, proprio per le sue funzioni di guida e assistenza nel processo di crescita personale. Con la sua guida mi sento inarrestabile e forte, questo è verissimo.
Integrare il maschile in me ha significato superare il complesso originato dal padre?
Da dove provengano queste aspirazioni al maschio ideale? Posso solo supporre che, accanto alle esperienze di maschile, legate al mio vissuto, in questo ipotetico contenitore chiamato “archetipo” ci siano anche esperienze non dirette, ma che fanno parte dell’inconscio collettivo, di grandi uomini saggi come Gesù, Buddha, cavalieri e altri miti che il mio inconscio ha utilizzato per esprimersi.
Infatti credo di poter affermare che il “maschio ideale” che ho visto in Brian, che è dentro di me, che è una parte dell’Animus, e che mi ha fatto innamorare, altro non è che l’esatto contrario dell’Animus negativo, cioè il concentrato di figure maschili negative che hanno contribuito a creare il mio complesso di inferiorità.
In altre parole, laddove la figura maschile nell’infanzia e nell’adolescenza ha bloccato bisogni e aspirazioni che sono rimasti incompiuti e latenti, un’altra figura maschile ideale provvede a soddisfarli.
Se il mio vero padre ha lasciato insoddisfatti in me bisogni di crescita, di indipendenza, di autonomia, di autostima, di autoaffermazione, di creatività, di espressione, di avventura, di felicità e di vittoria l’inconscio li ha conservati come un tesoro nascosto in attesa che qualcuno li soddisfacesse. Quando mi è accaduto di incontrare l’uomo dei miei sogni si è attivata quella scintilla per cui ho creduto che si, lui fosse l’uomo capace di soddisfarmi nel profondo.
L’incontro, anche se con una persona con cui è molto improbabile avere una vera relazione, o una persona del passato, attiva l’Animus positivo ed inizia un processo inarrestabile di auto crescita e auto integrazione, che è anche un processo di auto guarigione.
Credo che l’incontro con l’Animus non sia affatto casuale, ma avvenga in un momento molto preciso del processo di individuazione, così come aveva postulato lo stesso Jung. Un incontro di cui abbiamo bisogno e che noi stessi attraiamo nella nostra vita, così come quando eravamo dominati dall’Animus negativo attraevamo soltanto esperienze negative.
Un incontro che, in definitiva, serve a sviluppare dentro di noi quella parte positiva di cui abbiamo bisogno, ampliandola sempre di più con l’aiuto dell’uomo di cui ci innamoriamo, e che andrà a contrastare e oscurare l’Animus negativo, che rimarrà sempre presente ma spesso inattivo.

Il processo di individuazione è un processo di auto-realizzazione che consiste nella completa integrazione dei contenuti della psiche attinenti sia al conscio, che all’inconscio personale e collettivo. Integrarli significa renderli coscienti e accettarli. E’ una esperienza che Jung descrive come la ricerca e la scoperta del divino in se stessi e della totalità dell’Essere. Una volta che una persona ha accettato i suoi contenuti inconsci, che normalmente non accetta o nega, l’individuo ha raggiunto lo scopo del processo di individuazione che è essere quello che si è, unici, individui, appunto.
Il processo non può essere stimolato dall’esterno, ma nasce dall’interno. Comincia diventando consci della Persona, la maschera che portiamo ogni giorno, del ruolo che siamo costretti a recitare per essere connessi e accettati dalla società di cui facciamo parte. La maschera dà agli altri una impressione di noi stessi ma nasconde la vera natura della persona.
La seconda fase consiste nel divenire coscienti dell’Ombra. L’Ombra raccoglie tutte le tendenze, le energie e le pulsioni negative e le emozioni e desideri che sono incompatibili con la civiltà in cui viviamo e per questo motivo neghiamo e rimuoviamo. L’Ombra è un fenomeno collettivo, anche. Tendiamo a proiettare le nostre tendenze negative nell’altro. Non le vediamo in noi, ma le vediamo negli altri. Il diavolo rappresenta le tendenze negative di tutta l’umanità. L’Ombra dentro di noi è la causa dei conflitti e delle guerre.
Un’altra fase consiste, come già visto, nel divenire coscienti dell’Anima o dell’Animus. La quarta fase consiste nel diventare consci degli archetipi spirituali che Jung chiama personalità “mana”, cioè con poteri straordinari. Per l’uomo si manifesta l’archetipo del vecchio saggio, nella donna quello della Madre Terra .
Il processo di individuazione appare spesso come una unione di opposti. Nella fase dell’Ombra si uniscono bene e male fino a vedere l’uomo capace di entrambi e accettarli. Poi impariamo a vedere in noi stessi sia il maschile che il femminile. Infine dobbiamo possedere l’unione tra materia e spirito, corpo e psiche. Questa fase include la liberazione dell’uomo dal padre e della donna dalla madre per arrivare alla vera individualità.
Infine, trovare la divinità dentro di sé. Diventare un centro di autocoscienza, diventare consci del Sé.

Alexia Meli
autrice di La ricerca di se stessi

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L’importanza della conoscenza di noi stessi (lo Gnosticismo e Carl Jung)   Leave a comment


“Non è tramite la sua crocifissione che Gesù porta la salvezza..

ma semplicemente con il suo insegnamento e con la sua vita.”

La parola gnosticismo ai nostri tempi non è molto diffusa. Ben più comune è infatti il suo contrario, agnosticismo.

Agnostico letteralmente significa ignorante, che non conosce, e per estensione ateo, senza alcuna fede.

Eppure lo gnosticismo è più antico. All’opposto degli agnostici, essi sono conoscitori. Gnosis infatti in greco significa conoscenza. Gli gnostici sono vissuti maggiormente durante i primi tre-quattro secoli dell’era cristiana. Molti di loro si consideravano cristiani o giudei o appartenenti agli antichi culti egizi, babilonesi, greci o romani. La loro non era una setta o una nuova religione ma si trattava di persone che avevano in comune la convinzione che la conoscenza diretta e personale della verità dell’esistenza è lo scopo supremo della vita umana.
Questa conoscenza della verità, o gnosi, non è razionale o scientifica e nemmeno filosofica, ma è una conoscenza che nasce dal cuore in modo intuitivo e per questo è chiamata nel Vangelo della Verità Gnosis kardias, o conoscenza del cuore. La fede quindi non è cieca accettazione di un dogma ma illuminazione e trasformazione interiore, un processo psicologico profondo.
Gli gnostici non negavano la verità di Gesù e neanche le leggi divine, visti come mezzi per arrivare ad una verità che, una volta ottenuta, non avrebbe avuto bisogno di leggi o di fede. Come per la moderna psicologia, per loro la teologia e l’etica sono tappe nel cammino verso la conoscenza di se stessi.
È facile immaginare come questa attitudine che richiedeva all’uomo l’esercizio della sua piena libertà sia stata osteggiata, repressa e condannata come eresia dalle religioni ortodosse. I testi di teologia ancora oggi si riferiscono agli gnostici come la prima e la più perniciosa di tutte le eresie. L’imperatore Costantino e i suoi crudeli vescovi praticarono il genocidio contro gli gnostici. A questo primo olocausto purtroppo ne seguirono altri. L’ultima grande esecuzione risale al Rogo di circa 200 gnostici nel 1244 nel castello di Montsegur in Francia. Ebrei e Cristiani hanno odiato e perseguitato gli gnostici con persistente determinazione.
Vediamo di capire il motivo di tanto odio.
Gli gnostici si differenziavano per la loro attitudine verso il mondo. Essi rifiutavano il denaro, il potere, il governo, la famiglia, le tasse e tutte le obbligazioni a cui un membro della società è sottoposto, rifiutando così l’intero sistema. Ritenevano che la vita umana non possa esaurirsi all’interno delle strutture rigide della società. Nessuno perviene alla sua verità essendo quello che la società vuole che sia o che faccia. In realtà, famiglia, società, chiesa, professione, politica, etica e comandamenti, nessuno di essi conduce al benessere vero dell’anima, ma al contrario spesso queste sono proprio le trappole che ci tengono lontani dalla vera spiritualità.
Possiamo immaginare dunque il motivo per cui è stata considerata a lungo l’eresia più perniciosa, perché non riconosce nessun potere terreno e si basa su intuizioni che possiamo sentire solo col cuore.
Lo gnosticismo non mira a una trasformazione del mondo ma di se stessi e della propria attitudine verso il mondo.

Se vogliamo ottenere la Gnosi, la conoscenza del cuore che rende libero l’essere umano, dobbiamo liberarci prima del falso cosmo creato dalla nostra mente condizionata.
Ma per capire meglio dobbiamo analizzare, seppure brevemente, i cardini dello gnosticismo.
Per gli antichi gnostici l’essere umano non è solamente una creatura fatta di materia, mente ed emozioni ma ha anche una terza componente che essi chiamano pneuma, cioè spirito. È grazie al risveglio e al cammino di questa componente che inizia il processo di Gnosi.
Questa componente spirituale non si esprime attraverso dottrine o dogmi ma attraverso l’uso di mitologia e simboli nei sogni, nelle visioni e negli stati alterati della coscienza. I simboli rivelano un cammino di sviluppo psicologico o spirituale.
Secondo gli gnostici la condizione dell’essere umano è determinata essenzialmente da due stadi: la discesa dell’anima umana dal mondo di luce, avvenuta nel passato, e il suo destino che è il ritorno a quel mondo di luce perduto.
Come molte religioni o quasi tutte, gli Gnostici affermano che l’essere umano ha perduto la sua condizione di interezza e felicità e si è trovato a vivere in un mondo in cui regnano il male e la sofferenza. Ma a differenza delle altre religioni la colpa di questa caduta non dipende dall’uomo ma dal creatore. Sappiamo che il creatore viene chiamato dagli gnostici Demiurgo, o architetto, perché non è il vero dio e proprio da questa interpretazione della deità e da ciò che ne deriva nasce il blasfemismo degli gnostici .
Nella visione gnostica il vero Dio non è il creatore dell’universo , ma “emana” da se stesso la sostanza di tutto quello che c’è nel mondo, visibile e invisibile. Tutto è Dio, perché tutto consiste della sostanza di Dio.
Gli Eoni sono delle divinità intermediarie che esistono tra gli esseri umani e il vero Dio, sono in realtà emanazioni di Dio. Gli eoni erano spesso rappresentati in coppie maschio/femmina dette sizigie. Nel loro insieme, essi costituiscono il pleroma, la “regione della luce.” Quando un eone chiamato Sophia “emanò” senza il suo eone partner, il risultato fu il Demiurgo, o mezzo-creatore, una coscienza imperfetta, un essere che divenne il creatore del Kosmos, la materia e la psiche, che egli creò ad immagine del pleroma ma in modo imperfetto. Questo essere, ignaro delle sue proprie origini, crede di essere l’unico vero dio, ma è solo il demiurgo.
L’essere umano rispecchia il dualismo del mondo: in parte è fatto dal falso creatore demiurgo ed in parte ha la luce del Vero Dio. Ha una componente fisica e psichica, e una spirituale, una scintilla divina, di cui generalmente gli esseri umani ignorano l’esistenza, imprigionati come sono nel mondo materiale e delle emozioni. La morte libera la scintilla divina dalla sua prigione ma se non c’è stato un lavoro di gnosi è probabile che l’anima si rincarni in un altro corpo. Allo stesso modo, nel corso della storia, gli esseri umani evolvono dall’essere schiavi del materialismo alla libertà spirituale, tramite l’etica della religione.
Gli esseri umani dunque sono intrappolati in un mondo fisico dalla ignoranza delle loro vere origini, della loro natura essenziale e del loro destino. Dei Messaggeri di luce provengono dal Vero Dio per assistere gli uomini in questo processo di Gnosi. Alcune di queste figure più importanti sono Seth (terzo figlio di Adamo), Gesù e il profeta Mani.

La maggior parte degli gnostici considera Gesù come la principale figura di salvatore.
Gesù non salva dal peccato ma dall’ignoranza che è causa del peccato. Gesù porta la conoscenza, la Gnosi del vero Dio.

Non è tramite la sua crocifissione che Gesù porta la salvezza ma semplicemente con il suo insegnamento e con la sua vita.

Il processo di conoscenza comunque rimane individuale, perché ciascun individuo arriva alla sua salvazione attraverso il suo personale cammino. Il compito dei messaggeri di luce è soltanto quello di risvegliare la scintilla divina. Gli gnostici rifiutavano anche l’etica o la moralità come un sistema di regole da seguire imposte dall’esterno, perché le regole sono del demiurgo e servono i suoi propositi. La moralità deve nascere da se stessi, dalla propria illuminazione.

Questi concetti, ripresi dal Teosofismo, dalla psicologia di Jung e dalla cultura degli anni 60 e 70, sono ormai entrati a far parte del nostro tempo. Ci sono anche molte analogie con il buddismo e la stessa religione cristiana. Ma in particolare Jung ha contribuito alla corretta interpretazione dello gnosticismo e alla sua diffusione nella cultura del nostro secolo.
Jung afferma un vecchia credenza gnostica quando dice che l’Io deve diventare pienamente cosciente della sua alienazione dal Sé prima di poter ritornare a uno stato di comunione con l’inconscio.
Come Jung gli gnostici non rigettano necessariamente il mondo, che essi riconoscono come uno schermo su cui il Demiurgo della mente proietta il suo sistema ingannevole. Come molte delle persone sensibili e meditative vissute in tutte le ere gli gnostici cercarono la verità dentro se stessi. Molti si ritirarono in comunità o diventarono eremiti, altri continuarono a vivere all’interno della società pur non riconoscendola come portatrice della verità, esattamente come avviene oggi.
Barbara Hannah, collega di Jung ricorda che lo psicoanalista le aveva detto a proposito degli Gnostici di sentirli come un gruppo di amici che lo capivano. Fin da ragazzo Jung amava Schopenhauer, il grande filosofo tedesco, vicino alle idée gnostiche. Schopenhauer enfatizzava la sofferenza del mondo e il Creatore per lui non era tutto bontà o tutta saggezza, né il cosmo era una perfetta armonia, e la volontà creatrice del mondo era cieca e imperfetta.
È stato grazie all’influenza di Jung che si è potuti arrivare alla pubblicazione della raccolta più grande di testi originali Gnostici mai scoperti nella storia, il Codice Nag Hammadi.
I testi gnostici erano stati dati al rogo come eretici e si pensava che non ne esistesse più alcuna traccia, finché lo scozzese James Bruce scoprì in Egitto degli antichi frammenti di papiro contenenti delle scritture. In seguito nel 1945 un contadino egizio, scavando nelle vicinanze della montagna di Jabal al- Tarif vicino al Nilo, nell’alto Egitto, rinvenne una intera collezione di codici gnostici. Apparentemente facevano parte della biblioteca del complesso monastico fondato in quella zona da Pacomio, monaco Copto.
Di fondamentale importanza per dare al ritrovamento dei codici l’attenzione che meritava fu proprio l’interesse da parte di Jung e del suo collaboratore prof. Gilles Quispel, che ne curò la traduzione e la pubblicazione . Infatti Quispel acquistò uno dei codici a Brussel e ne cominciò la traduzione. Il codice fu chiamato Codice Jung e fu presentato al suo Istituto a Zurigo in occasione del suo 80° compleanno. Fu così il primo tra i ritrovamenti di Nag Hammadi ad essere reso disponibile agli studiosi.
Così come lo gnosticismo la psicologia di Jung si fonda sull’interpretazione dei simboli mitologici e dei sogni come espressione delle esperienze interiori. Quando nel 1940 gli fu chiesto se lo Gnosticismo fosse filosofia o mitologia rispose che gli Gnostici in realtà hanno a che fare con immagini vere, come sono vere quelle che anche ai tempi moderni possono scaturire in persone che vivono esperienze psicologiche profonde. Gli gnostici a suo parere esprimevano immagini archetipali che esistono al di là del tempo e delle circostanze storiche.
In termini di psicologia Junghiana possiamo dire che essi perseguivano più di ogni altra cosa l’esperienza della pienezza dell’essere e davano espressione alle loro esperienze nel processo di individuazione con un linguaggio poetico e mitologico.
Così facendo tiravano fuori del materiale psichico molto significativo e ispirante, anche il contenuto dell’inconscio collettivo e le varie forze e immagini archetipali.
Jung non si dichiarò mai Gnostico come seguace di un credo, così come non si dichiarò mai seguace di alcuna particolare religione ma indubbiamente era molto vicino allo gnosticismo e contribuì alla sua interpretazione.
Vedeva nello gnosticismo l’espressione della battaglia universale dell’uomo per ritrovare la sua pienezza, concetto molto vicino alle sue teorie psicoanalitiche. L’individuazione, o il processo di trasformazione interiore si basa, come per gli gnostici, non sulla fede in qualcosa di esterno ma su una esperienza interiore della psiche, che è la fonte di ogni vera conoscenza.
Secondo Jung il materiale inconscio dell’essere umano rivela l’esistenza di un potenziale spirituale più alto, fonte di intuizione, e nell’uomo c’è anche la spinta a trovare la pienezza dell’essere e accedere a quel potenziale spirituale.
Prima della comparsa del processo di gnosi o di individuazione l’anima umana è dominate da molte forze cieche e stupide (proiezioni e compulsioni inconsce, come il Demiurgo e gli Arconti degli gnostici).
L’analogia con Jung risulta evidente se pensiamo all’Io umano alienato, l’Io cosciente che si è allontanato dall’originaria interezza dell’inconscio, ed essendo inconsapevole delle sue radici nell’inconscio stesso, tuttavia avvertendo dentro di sé la pulsione costante al ritorno alla condizione di una felicità perduta, ricrea un mondo attorno a sé con le sue proiezioni inconsce.
Come il demiurgo gnostico l’Io alienato, cieco e arrogante, proclama che non esiste altro dio al di fuori di se stesso. Crea il suo proprio cosmo non tenendo conto della verità superiore, e per tale ragione il cosmo non può che essere falso e parziale.
Per gli gnostici il processo di conoscenza della verità superiore avviene tramite la sofferenza. La psiche deve concedersi l’esperienza del buio, della paura e dell’alienazione. Infatti anche per Jung il processo di individuazione ha come prima fase il confronto con la parte del proprio inconscio definita Ombra.
Non si tratta di pessimismo fine a se stesso. Per gli gnostici il pessimismo cosmico, cioè il riconoscimento del male nella vita del cosmo verrà compensata dalla liberazione dell’anima dalle tenebre, dall’oppressione e dall’ignoranza, e dal suo ritorno nell’unione con il Pleroma. Questo può essere paragonato al Sé di Jung.

Questo Sé, la pienezza dell’essere, è unico per ogni individuo e è raggiunto principalmente con l’integrazione dell’Io con l’inconscio e con l’integrazione degli opposti, come luce e buio, maschile e femminile, bene e male, all’interno della psiche dell’individuo stesso.
La prova più evidente dell’orientamento gnostico di Jung è comunque il suo lavoro Sette sermoni ai morti. Qui Jung sceglie proprio Basilide di Alessandria, maestro religioso dello gnosticismo cristiano primitivo, come autore dei sermoni, e usa con precisione termini come Pleroma e Abraxas per simbolizzare degli stati psicologici e il suo concetto di processo di individuazione.
Infine Jung si è occupato di alchimia, uno dei rami più importanti di quella che talvolta è stata chiamata tradizione Pansofica o teosofica. Secondo Jung questa tradizione ha assunto molte forme nel corso dei secoli ed era stata ripresa nel diciannovesimo secolo dal movimento teosofico creato da Elena Blavatsky. Anche l’Alchimia era stata una manifestazione della tradizione gnostica. Jung riconobbe una forte similitudine tra il processo di trasformazione simbolizzato dagli gnostici come il viaggio dell’anima attraverso le regioni eoniche e il simbolismo di Paracelso della trasfigurazione della vile materia nell’oro.
In conclusione possiamo dire che Jung è stato uno gnostico in quanto vero conoscitore della psiche umana, che ha fatto della conoscenza la ragione della sua vita, e perché ha ripreso in chiave moderna i contenuti dello gnosticismo dei primi secoli dell’era cristiana, interpretandoli nel loro simbolismo e introducendoli nella vita comune attraverso la sua visione della psiche umana.

(continua)

http://alexiameli.altervista.org/lo-gnosticismo-e-carl-jung-limportanza-della-conoscenza-di-se-stessi/

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