L’Etica sessuale della Chiesa..nel periodo del Medioevo   Leave a comment


Premetto che non sono uno studioso del Medioevo..e che mi interessa.conoscere la vita sessuale dell’essere umano ..nei secoli.Per questo mi ha interessato un video di un canale televisivo a pagamento..sull’argomento.

Lo pongo alla vostra visione.

LA CONDIZIONE DELLA DONNA NEL MEDIOEVO (XI – XIII SECOLO)

Nel mondo medievale la donna era considerata un essere inferiore, cosa che era confermata e ribadita dalla Chiesa. Nel diritto canonico infatti, se fino a S. Tommaso la donna era stata “cosa necessaria all’uomo”, con i Padri della Chiesa, essa divenne “la porta dell’Inferno”. Fin dal suo ingresso nel mondo, la donna tardo medievale partiva svantaggiata. La nascita di una bambina era vista come una disgrazia, e provocava nei padri l’angoscia per la dote, che le avrebbero dovuto fornire. Accolta male, nutrita male e vestita peggio dei suoi fratelli, la sua vita era vista come votata a due sole attività: le cure casalinghe e la procreazione. L’educazione femminile era quasi totalmente trascurata e le ragazze vivevano sempre chiuse in casa, fatta eccezione per i momenti in cui accompagnavano la madre nella chiesa parrocchiale.
Si cercava di non lasciare mai del tempo libero alle ragazze, poiché l’ozio era ritenuto un cattivo consigliere. Apparentemente timida e riservata, la ragazza medievale viveva tutta la sua vita in sudditanza, e questo valeva per qualsiasi ceto di appartenenza. E’ certo che alcune donne più forti riuscivano a liberarsi, ma in generale la vita che conducevano era assai misera.

Matrimonio
Giunte all’età giusta, se non erano inviate in convento, le ragazze venivano date in sposa ad un uomo prescelto dal loro genitore. Una volta sposate, uscivano dalla tutela paterna per passare a quella del coniuge e si spostavano a casa con il marito. Le più fortunate divenivano le padrone del focolare domestico, ma nella maggior parte dei casi si spostavano a casa dei suoceri, dove dovevano subire l’autorità della nuova famiglia, e dove potevano essere sorvegliate in assenza del marito. Bisogna notare anche che, mentre l’adulterio delle donne, o i rapporti prematrimoniali, erano puniti o con un’ammenda o, spesso, con la morte per fuoco, le donne sposate dovevano spesso convivere e tollerare la presenza di schiave, amanti del marito, e di figli bastardi. Le mogli potevano inoltre essere ripudiate per sterilità, ma potevano loro stesse divorziare se il marito non era in grado di dar loro dei figli, o se questi avesse dissipato la loro dote, bene inalienabile che doveva tornare interamente alla moglie dopo la morte del marito. Va inoltre notata una particolarità, se, come abbiamo detto l’adulterio era ferocemente punito, l’abbandono del tetto coniugale non prevedeva nessuna pena. In quei casi, i mariti si limitavano ad emettere un bando per invocare il ritorno della moglie, ma le donne non erano punite.

Vedovanza
Alla morte del marito, salvo uno specifico testamento, le donne dovevano lasciare la casa e tornare a casa del padre. Dagli atti giuridici del tempo, risulta che a volte i figli obbligavano la madre a compilare un inventario delle cose portate via! Questi erano comunque dei casi limite, infatti la maggior parte delle volte, i mariti lasciavano alle loro mogli l’usufrutto della casa in cui queste potevano dirigere la famiglia, fino alla maggiore età dei figli maschi. Spesso la vedovanza permetteva alle donne di liberarsi sessualmente. Infatti, vergini fino al matrimonio, e minacciate di morte, in caso di adulterio, le donne potevano avere rapporti con uomini diversi, sempre nell’ambito della più grande discrezione, solo dopo la scomparsa del marito.
La vita pubblica e il convento
La vita pubblica delle donne medievali era assai limitata. Alle donne era vietato esprimersi in pubblico, tanto che, anche nelle cause legali, queste dovevano farsi rappresentare da un uomo, ossia dal padre, dal marito o dal parente maschio più vicino. Come abbiamo detto, le ragazze che non venivano date in moglie a nessuno, se non erano messe a servizio, venivano mandate nei conventi. Queste vocazioni forzate, spesso non erano gradite dalle giovani donne. Abbiamo testimonianze posteriori di suore scrittrici (Suor Maria Clemente Ruoti), che si lamentano della vita del convento. Bisogna però dire che la clausura ha rappresentato, per lungo tempo, l’unica possibilità, per una donna, di accedere alla cultura. I conventi servivano anche da ricovero per le donne bisognose. A partire dagli inizi del XIII secolo, comparvero molte fondazioni di ordini e di monasteri per donne. Queste comunità femminili di religiose vivevano soprattutto grazie ai compensi ricavati dall’artigianato e dalla cura dei malati.

Fonte: http://www.italiadonna.it

Nella storiografia divulgativa , quella scritta da “storici” amateurs, ricorre un buffo fenomeno che gli studiosi di professione ben conoscono: la frequente retrodatazione di usi e di tradizioni che appartengono al passato più o meno prossimo e che vengono presentati, e in genere entrano nell’immaginario collettivo, come ben più antichi di quanto non siano. Concorre a configurare questo bizzarro effetto deformante, una sorta di superstizione progressista: s’immagina la storia  come la frequenza di eventi, istituzioni e strutture, in costante evoluzione positiva, in progresso; ed è quindi ovvio, se ne deduce, che l’oggi sia migliore dello ieri e che il domani sia ancora migliore dell’oggi. In questi ultimi anni, per la verità, tale beata illusione è stata messa a dura prova, e forse nessuno  l’adotterebbe per le cose contemporanee.
Ma sopravvive per il passato: difatti si parla di un medioevo nel quale si bruciavano le streghe, che invece poverine andavano piuttosto con i loro roghi a illuminare il già “luminoso” Rinascimento, perché nel “buio Medioevo” erano quasi sconosciute. Oppure ci si immagina l’aristocrazia feudale nei secoli Dodicesimo e Tredicesimo come fatta tutta di signorotti a immagine del manzoniano don Rodrigo, la cui nobiliare prepotenza era, invece, del tutto seicentesca, e quattro cinque-secoli prima nessuno l’avrebbe tollerata. Così accade quando si immaginano i costumi sessuali. La pruderie ottocentesca discenderebbe da casto e represso Medioevo, in un rassicurante continuismo che solo di recente avrebbe lasciato il passo a una crescente libertà sessuale. Inutile dire che così non era: tra il Medioevo e il casto romanticismo si è incuneata la cultura libertina, che dà dei punti alle nostre fantasie più osées; ma  che a sua volta, guarda caso, aveva nel medioevo molti più modelli di riferimento di quanti non ci aspetteremmo. Medioevo casto e represso. È uno dei più radicati tra i nostri luoghi comuni; come quello di un medioevo igienicamente poco raccomandabile, ad esempio. Errore. La nostra età di mezzo pullulava di “bagni” e di “stufe”, in parte ereditate dall’età romana – ma anche da certe tradizioni barbariche ad esempio dal bagno di vapore turcomongolo – , in parte reimportate attraverso il mondo musulmano, a sua volta erede della tradizione bizantina. E nei bagni non ci si limitava a lavarsi: “stufa” era sinonimo di bordello. D’altro canto, lo spettacolo della nudità, aborrito dalla riforma protestante in poi – era nei secoli di mezzo alquanto comune e consueto. E allora, il Medioevo mistico, innamorato della Vergine Maria e per il resto tutto onore e gelosia, nel quale circolavano congegni come le cinture di castità? L’amore mistico e spirituale, quello rivolto alla Madonna e passato poi, attraverso trovatori , trovieri e Minnesänger all’amor cortese e al culto della “donna angelica”, costituiva senza dubbio una grande, etica ed estetica. Ma c’era anche ben altro. L’amore fatale, l’amore-passione travolgente e inestinguibile è, secondo un ormai classico studio di Denis de Rougemont, L’amour et l’Occident (1939), un’invenzione dell’occidente medievale, i grandi modelli del quale sono un romanzesco (Tristano e Isotta) e uno storico (Abelardo ed Eloisa). Jack Goody (il furto della storia, Feltrinelli 2006) ha obiettato che le cose non stanno proprio così:  e che anche l’Antico Egitto, poi almeno India, Cina e Giappone la sapessero lunga al riguardo. Certo comunque, il medioevo conosceva bene la lussuria, che Dante tratta come un grande peccato, (il più lieve tuttavia tra quelli mortali) e ci mostra condannata nell’Inferno. Ma eccoci al punto: la poesia cavalleresca e più tardi quella lirica e la novellistica, al pari magari di certe dissimulate forme d’arte plasticofigurativa, sono meno molto amare di quanto siamo abituati a pensare di esempi d’amore fisico anche alquanto spinto: al limite, non di rado, quel che per noi sarebbe l’erotismo se non addirittura la pornografia. Il bel libro recente di Florence Colin-Goguel, L’image de l’Amour charnel au Moyen Âge  (Seuil 2008, prefazione di Michel Pastoureau) ci dà ampia materia di modificare a proposito del nostro medioevo, parecchie idées reçues che pigramente ci portiamo dietro. Zavorrato dall’austera continenza d’origine paolina e poi ascetica, ma insidiato non solo dall’eredità erotica della cultura latina bensì anche da certi modelli biblici ( il Cantico dei Cantici… ), il Medioevo occidentale ha coltivato un interesse e una propensione per l’amore fisico spesso sconfinato – come nella tradizione goliardica – in forme grottesche, dissacratorie e paradossali, ma alimentato anche da una raffinata tensione intellettuale che si sfogava perfino in un accurata trattatistica e raggiungeva, invadendola, perfino la teologia morale. Tempo di gelosia e di segregazione, il Medioevo era anche età di società di soli uomini e di donne sole, dove rapporti omosessuali e autoerotismo avevano modo di espandersi. Dietro le stesse tradizioni cavalleresche e monastiche, chiericali e universitarie, si avverte spesso, e nemmeno troppo nascosto, il brivido dell’androginia e dell’eros “alternativo”. Gli stessi cacciatori d’una “repressione della donna” in età medievale avrebbero modo di ricredersi, quanto meno studiando la società aristocratica. In pieno dodicesimo secolo, corti come quella di Eleonora duchessa di Aquitana (la madre di Riccardo cuor di Leone) erano luoghi nei quali si praticava e si teorizzava l’adulterio, mentre più tardi, nelle società mercantili l’uso delle more delle russe e delle circasse tenute come schiave domestiche avrebbe diffuso forme di poligamia pratica e popolato il mondo di bastardi: che sovente avevano anzi un loro ruolo e perfino araldico riconosciuto. Scorrendo le immagini e le pagine proposte della colin-Goguel, allieva di Le Goff e di Chastel, si resta addirittura stupiti nel constatare come dalla musica ai tornei, dai giochi alle passeggiate in giardino, dagli usi enogastronomici alle stesse metafore religiose, il medioevo fosse pervaso di erotismo e di attrazione carnale . La stessa eresia catara, che proclamava come il massimo peccato contro Dio fosse la riproduzione, che perpetuava la schiavitù dello spirito entro la prigione carnale, era poi molto meno severa nei confronti delle forme di erotismo che contassero dispersione del seme e non dessero quindi frutti. E questa considerazione attenua di molto lo stupore di qualcuno, allorché constata quanto il catarismo fosse diffuso in contrade gioiose come la dolce Provenza. Per tacere dei frequenti coiti diabolici. Immaginari, d’accordo, anzi illusori. Ma dopo il dottor Freud, la sappiamo lunga al riguardo.
Tratto da Medioevo in Umbria articolo di Franco Cardini

VITA DELLE DONNE NEL MEDIOEVO

Se l’età medievale concepiva la società divisa in tre ordini, quelli che pregano, quelli che combattono e quelli che lavorano, le donne di certo costituivano una categoria a sé. Indipendentemente dalla condizione sociale, esse dovevano obbedire a regole comportamentali basate sul pregiudizio che la donna fosse inferiore e dovesse sottomettersi all’uomo: prima al padre, poi al marito e persino ai figli. Le donne venivano date in sposa giovanissime, poco più che bambine, spesso contro la loro volontà; Il loro principale compito era generare figli, possibilmente maschi. Non era quindi importante che sapessero leggere e scrivere; invece, fin da bambine, imparavano a filare, tessere, tagliare, cucire, ricamare, cucinare, accudire i fratelli minori. L’influenza della famiglia era predominante; la giovane figlia non osava rifiutare di sposare colui al quale suo padre o la sua famiglia la destinavano. La sposa portava una dote che le era donata dai genitori; si poteva verificare il caso in cui il marito accusasse ingiustamente la moglie di adulterio per disfarsene e per cambiare sposa. All’età di 30 anni le donne erano considerate anziane e il periodo di mortalità, date le ripetute gravidanze e le scarse condizioni igienico-sanitarie, era compreso tra i 30 e i 39 anni. Le mogli dei contadini si occupavano della casa, dei bambini, della cucina, raccoglievano la legna, badavano alle bestie e spesso tiravano l’aratro come gli uomini. Le mogli degli artigiani facevano le operaie, filavano e tessevano. Lavoravano anche quando erano incinte e si fermavano solo per partorire. Le donne nobili e ricche dovevano saper dirigere la servitù, curare la conversazione e il loro aspetto, sempre mantenendo un comportamento riservato e serio. Molti uomini del Medioevo scrivevano libri per insegnare alle donne come dovevano comportarsi. Ecco come un anziano marito istruisce la giovanissima moglie sul comportamento da tenere per strada:
“Quando vai in città o in chiesa, vai convenientemente accompagnata da donne onorate secondo la tua condizione, e fuggi qualsiasi compagnia sospetta, senza mai permettere che una donna malfamata sia vista vicino a te. E mentre cammini porta la testa alta, le palpebre abbassate, senza sbatterle e guarda dritto davanti a te, senza guardare intorno a te né uomini né donne, né a destra né a sinistra, e senza guardare in su, e sbirciare qua e là, e senza fermarti a parlare con nessuno per la strada….”

APPROFONDIMENTO: MATRIMONIO CATTOLICO NEL MEDIOEVO
Tra il 1300 e il 1400 i matrimoni non erano svolti in un solo giorno, sposarsi implicava una sequenza di fatti dilatati nel tempo che poteva durare anni e coinvolgeva un numero sempre elevato di attori questo per permettere di trovare accordi economici e garantire una pubblicizzazione della formazione della nuova coppia. I primi attori erano i sensali che rappresentava un vero e proprio mestiere con il compito di sondare le offerte del mercato matrimoniale e far circolare informazioni tra chi era interessato a combinare una unione. Non esisteva più un prezzo per la donna ma c’era la dote che la famiglia doveva sborsare al futuro marito e che spesso era di importo gravoso. Dal XII secolo la dote divenne mezzo per costruire alleanze efficaci in una società all’epoca estremamente competitiva. La dote restava di proprietà della sposa e consentiva alla sua famiglia di essere costantemente presente nella vita di coppia. All’opera dei sensali seguiva la fase più delicata della trattativa in cui ci si provava a mettere in contatto con la famiglia prescelta senza scoprire troppo le carte. Ci si affidava agli amici comuni o a persone autorevoli che potevano creare un clima di fiducia reciproca con funzione di mediatori chiamati mezzani. Raggiunto l’accordo i parenti più stretti degli sposi si incontravano e lo confermavano con una stretta di mano (impalmamento) oppure un bacio come succedeva a Roma (abboccamento). Spesso lo sposo era presente e riceveva la stretta di mano o il bacio della donna. Questo era un accordo che era considerato vincolante. Fermare il parentado termine usato per sancire l’alleanza e che dà l’idea di accordo matrimoniale ormai stabilito e che non si sarebbe potuto interrompere senza provocare problemi. Il matrimonio non era concluso, la cerimonia successiva lo trasformava in un atto solette (il giuramento) in cui lo sposo e il padre della sposa davano assenso alle nozze e un notaio redigeva un atto che fissava l’entità e le modalità di pagamento della dote incaricando arbitri a sorvegliare che le condizioni fossero rispettate. La sposa non partecipava e aspettava che il partner l’andasse a visitare. Il rito solenne avveniva in chiesa, territorio neutro, che metteva le famiglie in assoluta parità. Al giuramento seguiva un banchetto pubblico. Impalmamento e giuramento erano simili alla promessa di diritto canonica in cui l’uomo e la donna (e non il padre di lei) si promettevano di prendersi per marito e moglie. Molto tempo passava dal giuramento all’anello quando finalmente appariva lo sposo: l’incontro avveniva in casa della sposa o dell’intermediario alla presenza di un notaio che avrebbe redatto il contratto davanti allo sposo che infilava l’anello alla sposa. Il rito dell’inanellamento era diventato il rito che dal XIII secolo divenne l’anello nuziale vero e proprio (prima l’anello era simbolo della promessa). Il giorno dell’anello era una cerimonia privata celebrata in casa e senza l’intervento di un sacerdote. Era con la traductio (corteo nuziale) che veniva conferita una dimensione pubblica al matrimonio coinvolgendo l’intera comunità; successivamente la sposa trasferiva a casa del marito. La donna andava a cavallo, vestita sontuosamente con servitori che portavano il corredo e i doni ricevuti dallo sposo. Dopo il giuramento l’uomo inviava uno scrigno (il forzierino) pieno di gioielli. Il marito forniva successivamente il guardaroba intero. Con questi gesti inizia la vestizione della sposa che sanciva l’ingresso della donna nel nuovo gruppo familiare mostrando la propria appartenenza al marito. Il rito era costosissimo ma tutto apparteneva sempre all’uomo il quale successivamente poteva rivendere tutto o riconsegnare ai legittimi proprietari oggetti presi solo in prestito. Entrando nella casa del marito, la sposa offriva regali ai parenti e riceveva dalle donne anelli della famiglia atto che rafforzava i legami familiari e la continuità dei ruoli femminili. Entro una settimana la sposa doveva rientrare a casa (la ritornata): la famiglia della sposa era pronta a riprendersi la figlia vedova e la dote da rigirare per un altro eventuale matrimonio. La dote era della sposa ma era gestita dal marito e doveva servire al suo mantenimento in caso di vedovanza. Ma, se rimaneva vedova, difficilmente poteva restare in casa coi figli, spesso restava o con i parenti del marito o tornava a casa ma in questo caso perdeva i figli che dovevano rimanere nella casa della famiglia di origine per assicurarsi il proseguimento del lignaggio familiare. Il ritorno a casa era accompagnato da festeggiamenti, banchetti organizzati nelle case delle famiglie. Le spese erano considerevoli e le autorità promulgavano leggi (suntuarie) che ponevano un limite al numero degli invitati in riferimento alla quantità e qualità del cibo. Terminati i festeggiamenti il matrimonio era concluso e iniziava la vita coniugale. Nei ceti popolari la situazione era complessa data la variabilità dei riti nuziali. Ci si poteva sposare ovunque, in casa della sposa, sui campi, in bottega o addirittura al letto se colti in flagrante o anche da soli o in presenza di amici e parenti suggellando l’accordo con un anello, con un bacio o con la rottura del bicchiere. Ci si poteva sposare in pochi giorni o in anni per avere il tempo di sistemare tutte le questioni economiche o perché si doveva dare la precedenza al matrimonio di fratelli o sorelle oppure si doveva aspettare la morte del genitore non consenziente. Anche in questo caso il matrimonio poteva essere un processo lungo che iniziava con trattative affidate ad amici e parenti veri e propri intermediari di professione. Anche i ceti popolari dovevano accordarsi sulla dote e sul corredo della sposa da portare al marito e tutto poteva essere messo per iscritto non necessariamente da un notaio ma spesso gestivano loro lo scambio dei beni gli interessati stessi alla presenza di due testimoni. Talvolta a redigere la scritta di parentado era il prete che era anche notaio in quanto vi si affidavano, spesso, persone analfabete. Il gesto del tocco della mano poteva essere ripetuto più volte ed era il rito più caratteristico della promessa in molti stati italiani del tardo Medioevo. Gli sposi potevano toccarsi la mano in segreto prima di coinvolgere le famiglie e rifarlo in pubblico con parenti ed amici. Il tocco era seguito dal bacio e dalla bevuta nello stesso bicchiere. Il bacio più che un gesto affettuoso altro non era che un segno che sanciva un accordo libero e volontario ed anticipava anche i rapporti sessuali che avrebbero reso irrevocabile il patto. Il bacio violento (fatto davanti a tutti senza il consenso della sposa) era equivalente ad un ratto e metteva la famiglia della donna dinanzi al fatto compiuto perdendo anche il controllo parentale e spesso portava a liti. Anche gli uomini del ceto medio basso facevano doni, non era oro o prodotti pregiati ma scarponi (simbolo del lavoro e che non tutti potevano permettersi) e cibo. Raramente erano regalati gioielli. Senza dubbio questi doni avevano un valore simbolico molto più importante; la donna regalava un fazzoletto di pregiato lino bianco simbolo della disponibilità per una donna di unirsi in matrimonio. A offrire il dono era lo sposo e la donna poteva unirsi in matrimonio anche solo accettando un regalo oppure rifiutarlo se non voleva accettare l’uomo proposto. La celebrazione del matrimonio era accompagnata dal tocco della mano e dal bacio (in Veneto e Friuli) e in Toscana, Emilia, Bologna e Italia Meridionale era l’anello e l’anello permetteva di testimoniare l’esistenza di un vincolo matrimoniale contratto e la presenza o meno di un anello era ciò su cui si basavano i giudici ecclesiastici fiorentini per stabilire al validità o meno di un legame. L’anello però era associato sia al matrimonio ma anche al fidanzamento e su questo si distinguono due terminologie:
– per verba de futuro (io ti prenderò in sposa)
– per verba de presenti (ti prendo in sposa)
Se per la chiesa il consenso del presente attribuiva validità al matrimonio, per i fedeli importava che il rito sancisse lo scambio del consenso rendendolo visibile ad altri. Anche il consenso segreto era vincolante ma non lo era dinanzi al mondo e quindi era necessario ripetere in pubblico il rito affinché la nuova unione fosse riconosciuta dalla comunità e fossero conosciuti anche gli effetti del vincolo. Il corteo aveva il compito di informare tutta la comunità della nascita di una coppia. Le relazioni tra uomini e donne erano asimmetriche infatti ruoli maschili e ruoli femminili erano segnati da profonde differenze e ciò è visibile anche a livello linguistico: era l’uomo che conduceva in matrimonio una donna che veniva “data” dallo sposo. La donna cambia la sua condizione, il matrimonio diventava un vero e proprio di passaggio che contraddistingueva lo status di moglie e madre. Per l’uomo invece era l’inizio di una serie di rituali che accompagnavano le varie fasi della sua maturazioni. Il destino di una donna era diventare sposa o sposa di un marito o sposa di Cristo entrando in convento. Il mestiere per la donna non rappresentava un principio di identificazione. Anche entrare in convento voleva dire sottoporsi alla vestizione in cui si dava importanza all’abbandono delle vesti più che del cambio di abito in quanto tale. Anche qui troviamo l’uso simbolico della cerimonia nuziale anello e corona. Per molte ragazze la monacazione era un ripiego che spesso era vissuta drammaticamente. Dal momento che le doti per entrare in convento erano inferiori a quelle necessarie per sposarsi, spesso si tendevano a limitare i matrimoni e mandare le figlie in convento. Per molte la monacazione era una scelta consapevole vissuta talvolta contro la volontà dei genitori. Non era necessario sposarsi in chiesa, la coppia poteva assistere alla messa nuziale, la messa era una funzione religiosa che non coincideva con il momento del matrimonio. Dal XI secolo il matrimonio venne considerato il simbolo dell’unione di Cristo con la Chiesa e da allora fu sottoposto alla giurisdizione della chiesa cui spettava di dettare le regole. La chiesa mirò a togliere alla giurisdizione delle famiglie, clan e signori feudali (come era dal V secolo) per puntare sulla liberà volontà degli individui. Il matrimonio era valido solo se presente il libero consenso degli sposi. Ma era difficile capire qualche fosse il momento preciso in cui si formava il vincolo matrimoniale: si trovano due posizioni bastava il consenso, serviva il consenso e la consumazione.
Prevale la teoria del consenso anche grazie all’opera di Pietro Lombardo il quale affermò che se il consenso per “futuro” esso creava una promessa, in caso di “presente” esso rendeva il matrimonio indissolubile. Non era richiesta forma solenne o presenza di sacerdoti o testimoni, un uomo e una donna maggiorenni potevano unirsi in qualsiasi momento da soli e in qualsiasi luogo a patto che il consenso (e non era prevista l’obbligatorietà della consumazione) era “presente”. Ciò rimase immutato fino al Concilio di Trento momento in cui si decise per la forma pubblica e solenne del vincolo con l’eccezione dell’Inghilterra dove il libero consenso rimase in vigore fino al settecento. Da ciò si capisce come il matrimonio fino al Concilio di Trento non destava l’interesse degli ambienti ecclesiastici, era evidente che i matrimoni contratti senza alcuna formalità potevano turbare la pace sociale provocando inimicizie. Il Concilio Lateranense IV nel 1215 stabilì che le coppie dovessero annunciare pubblicamente in chiesa la loro intenzione di sposarsi in modo che il prete potesse essere informato dai fedeli di eventuali impedimenti. La pubblicazione dei bandi aveva proprio lo scopo di evitare le unioni tra consanguinei non di rendere pubblica la cerimonia anche se era un modo per far partecipare tutta la comunità. In FRANCIA, INGHILTERRA, GERMANIA, per assicurarsi maggiore pubblicità la celebrazione avveniva dinanzi la chiesa alla presenza del prete; in Italia del nord era il notaio che presidiava la cerimonia; tra i ceti popolari che non ricorrevano al notaio era il prete che interveniva con le medesime funzioni del notaio con la redazione di atti pubblici o privati, comprese le scritture matrimoniali in cui si stabiliva la dote. Nel XII secolo in Sicilia Ruggiero II inserì l’obbligo della celebrazione solenne di fronte alla chiesa e alla presenza di un sacerdote nelle sue Costituzioni del Regno di Sicilia promulgate nel 1231. A Gaeta, ad esempio, era previsto che dopo la cerimonia in casa della sposa in cui lo sposo le metteva l’anello al dito, la sposa si recava in chiesa e lì sulla soglia si ripeteva il rito dell’anello alla presenza di un sacerdote che benediceva l’anello e interrogava gli sposi sulla loro volontà effettiva di unirsi. Subito dopo entravano in chiesa per ascoltare la messa. La Chiesa era riuscita ancora prima del Concilio di Trento a diffondere una forma religiosa e pubblica di celebrazione. La funzione del prete era assistere allo svolgimento di una cerimonia che era sacramentale anche senza la sua presenza, e anche il ricorso al prete per benedire l’anello, il letto, la camera prima della consumazione del matrimonio serviva per scongiurare interventi “diabolici” che impedivano alla coppia di procreare. In ogni caso il matrimonio era un evento religioso, se gli sposi erano da soli al momento di scambiarsi il consenso invocavano Dio, la Vergine o i santi come testimoni in questo modo il vincolo era illegale agli occhi del mondo ma perfettamente valido dinanzi a Dio. Ma l’assenza di una codificata cerimonia religiosa non deve indurre a ritenere che il matrimonio fosse laico dato che nonostante l’enorme confusione era certa una cosa, ossia che il consenso era l’essenza del matrimonio ed erano proprio gli sposi ad essere ministri del loro sacramento. La copula carnale mantenne un ruolo importante nella dottrina della chiesa e costituiva la prova incontrovertibile del consenso al presente e quindi trasformava la promessa in matrimonio. Anche la promessa ebbe un ruolo molto importante. Nonostante il diritto canonico se ne distaccava in quanto obbligava direttamente al matrimonio, e quindi il rapporto tra promessa e matrimonio diventava vincolante anche a causa degli influssi germanici che li consideravano due tappe dello stesso processo. In caso di rottura della promessa il partner abbandonato poteva ricorrere al tribunale per ottenere l’adempimento della promessa ma spesso il giudice non obbligava il matrimonio perché veniva meno il principio di libera scelta. Questa complessità favoriva i matrimoni clandestini. Dal momento che il consenso era sufficiente, i matrimoni privati senza alcuna forma di pubblicità erano validi a tutti gli effetti: in assenza di testimoni e di altre forme pubbliche era difficile anche in sede giudiziaria giudicare la validità o la nullità in caso di contestazione da parte di uno degli sposi. Se uno dei partner cambiava idea ed abbandonava il tetto coniugale l’altro poteva ricorrere al giudice ecclesiastico pur correndo il rischio di non dimostrare l’esistenza del vincolo. La testimonianza di amici, parenti e vicini era necessaria se si voleva dimostrare di aver intrattenuto un rapporto matrimoniale col proprio partner. Se era positivo il giudice ordinava la coppia di rendere il vincolo solenne con pubblica cerimonia e ripresa della convivenza, altrimenti dichiarava il vincolo nullo. I matrimoni clandestini quindi mettevano in dubbio i principi d’indissolubilità della chiesa e rendeva semplice la bigamia. L’abbandono era il modo più semplice per interrompere una unione senza bisogno di tribunali; ma anche chi non aveva contratto vincoli poteva rivolgersi al giudice per ottenere il riconoscimento sfruttando il fatto che non fosse obbligatoria alcuna forma di pubblicità. Rendeva la cosa ancora più complicata la difficoltà di distinguere promessa e matrimonio, differenza basata sui verbi al presente e al futuro. In caso di matrimonio riparatore (Cittadella 1560) si poteva celebrare anche durante la flagranza… addirittura un fabbro ad interrogare gli sposi alla presenza di testimoni i quali fornirono agli sposi in prestito un anello per rendere la cerimonia perfetta. Potevano gli sposi anche usare altre parole, difatti non vi era ancora una codifica ufficiale questo perché bastava anche un semplice senso di accenno del capo, gesto che in caso di processo poteva non essere sufficiente per arrivare alla sentenza. In assenza di atti scritti si parla di presunzioni. Conseguentemente è facile intuire come i matrimoni clandestini non rappresentavano che elementi di grave incertezza dato che c’era di mezzo anche l’asse ereditario e la legittimità della prole. I matrimoni clandestini creavano ostilità dei laici soprattutto dei ceti sociali elevati che volevano vedere il proprio patrimonio al sicuro. La legge della carità imponeva ai cristiani di stringere alleanze matrimoniali con chi non era legato a loro da vincoli di parentela per poter entrare allargare rapporti con altre famiglie. La chiesa instaurò, quindi, degli impedimenti che riguardava il divieto di matrimonio con consanguinei ed affini, limiti contro cui si scaglierà Lutero. Anche i poteri secolari intervennero per bloccare il fenomeno dei matrimoni clandestini. Nel settentrione furono create altre forme di pubblicità: la presenza di testimoni e di un notaio (che redigeva l’atto pubblico), e la consegna dell’anello da parte dello sposo in pubblico. Ma al centro dell’attenzione era sempre il tema del consenso paterno. Molti statuti comminarono pene dure a chi si sposava senza l’approvazione del padre, la madre aveva voce in capitolo solo in assenza del padre e in assenza di una lunga linea maschile consanguinea. Erano i matrimoni delle figlie ad essere sottoposte ad un rigido controllo familiare e chi le sposava clandestinamente erano puniti con pene pecuniarie e le ragazze perdevano il diritto alla dote. A Bologna nel 1454 si puniva con la morte lo sposo clandestino a meno che la sposa non avesse acconsentito in quel caso la pena era pecuniaria => reato di ratto – lo sposo clandestino era un rapitore che sottraeva la fanciulla alla casa paterna la quale accettando offendeva il padre e rimaneva senza dote. Esso era un reato contro l’ordine perché suscitava scandali ed inimicizie. Ma è anche vero che in alcuni stati il consenso era richiesto solo in caso di minore età (15-25 anni in media). Pene più severe in Spagna e Francia: in Spagna la regina Giovanna promulgò nel 1505 una legge sui matrimoni clandestini che prevedevano la diseredazione; in Francia Enrico II nel 1556 proibì agli uomini minori di 30 anni e alle femmine sotto i 25 di sposarsi senza l’approvazione paterna pena diseredazione. Ma queste pene NON dichiaravano NULLO il vincolo la quale rimase competenza della chiesa. Le questioni patrimoniali era appannaggio del potere secolare, per regolare le spese nuziali, la dote e stabilire alimenti per moglie e figli in caso di separazioni. Sul controllo dei comportamenti matrimoniali i tribunali secolari entravano in conflitto con quelli ecclesiastici che esercitavano una giurisdizione criminale => reati di “misto foro”. In Francia dal XVI secolo le competenza ecclesiastiche si erodono in virtù del principio che solo al Capo dello Stato e ai suoi ministri spettava punire il colpevole con sanzioni affettive, lasciato alla chiesa solo le pene di natura spirituale. La promessa non era un semplice progetto per il futuro ma rappresentava l’atto costitutivo del vincolo e da quel momento la donna non poteva frequentare altri uomini (e non viceversa). Tutte le tappe successive altro non erano che delle conferme alla promessa di conseguenza è difficile stabilire una differenza tra promessa e matrimonio vero e proprio. Anche Graziano se ne occupò scindendo il matrimonium initiatum (scambio del consenso) e matrimonium ratum (con la consumazione) concezione che rimase valida anche dopo il Concilio di Trento in cui si stabilì il matrimonio dinanzi ad un parroco e celebrato solennemente. La sessualità quindi era ampiamente tollerata in quanto la promessa legittimava la frequenza della donna, poteva bere, mangiare e conversare insieme e poteva anche dormirci insieme SENZA necessariamente finire con un rapporto sessuale anche perché era spesso difficile avere intimità a meno che non si pagava per servirsi di un letto (che magari era di uno o piu fratelli della donna) per rapporti più intimi. In alcune zone della Francia, Germania, Svizzera, Olanda i rapporti sessuali altro non erano che valvole di sfogo per ragazzi che si sposavano anche a trent’anni. Ma perché tutto questo tempo? Perché spesso gli uomini si spostavano per lavoro o per guerre ad esempio oppure condannati al bando o per sfuggire dai creditori, anche le donne si spostavano ma per tratti molto brevi; il fatto era che la promessa anche se vincolante non bastava, serviva anche l’anello e la coabitazione. Erano i pretendenti che potevano avviare le trattative col padre della ragazza: per prendere tempo, vincere le resistenze familiari o addirittura attendere che si concludesse il matrimonio della sorella perché in assenza del padre il fratello non poteva sposarsi se prima non dava la dote alla sorella.
Ovviamente le lunghe attese non favorivano in contenimento dei desideri sessuali; fino al Concilio di Trento l’istituto del matrimonio trasformava la promessa seguita dalla copula carnalis in matrimonio. Il partner abbandonato ricorreva ad un tribunale per var riconoscere la validità del vincolo costringendo l’altro ad una coabitazione, pertanto era meglio che l’intimità non travalicasse certi limiti. Ma i limiti venivano oltrepassati spesso. Spesso si finiva in tribunale perché l’uomo aveva interrotto l’iter matrimoniale senza arrivare alla traductio (trasferimento in casa del marito) e spesso il responsabile era il maschio in quanto si presumeva che la donna si fosse concessa solo se aveva la certezza di arrivare al matrimonio e nel momento in cui donava il suo corpo stipulava un contratto con cui si garantiva il matrimonio e l’atto poteva avvenire nei luoghi e nei momenti più disparati. La scritta di parentado era determinante nel favorire il passaggio all’atto sessuale completo. Se la promessa era l’atto costitutivo del vincolo è evidente che il rapporto sessuale era un evento che poteva capitare tra i due innamorati e davanti ai giudici ecclesiastici spesso si scendeva neo particolari più intimi; una certa libertà sessuale era consentita anche alle ragazze a patto di arrivare alle nozze.
Cosa succedeva se uno dei due non formalizzava il legame e convivere insieme?
Parenti amici e vicini esercitavano un controllo affinché si arrivasse in tempi ragionevoli ad una conclusione. Il vicinato stesso controllava il percorso matrimoniale tanto più se si sospettavano rapporti sessuali. I mediatori erano i parroci, frati, notai, procuratori o signorotti e se i tentativi erano vani la ragazza poteva denunciare il seduttore. La seduzione di una vergine o vedova casta era uno STUPRO (non come lo intendiamo oggi), in quanto la violenza era solo una aggravante che comportava la pena di morte dopo il giudizio del foro secolare che aveva il compito di comminare pene di sangue.
Cosa otteneva una donna che ricorreva al foro ecclesiastico?
Se c’era stata una promessa, il seduttore doveva mantenerla altrimenti o la sposava o la dotava. L’obiettivo era comunque quello di favorire il matrimonio o col seduttore o con un altro grazie alla dote ricevuta dal primo. Nei tribunali secolari del tardo Medioevo le pene per lo stupratore erano pecuniarie e spesso era cancellata se poi l’uomo decideva di sposare la donna. Lo STUPRO preceduto da promessa di matrimonio fu definito “stupro qualificato”. Perché le nozze si potessero celebrare si richiedeva la parità di condizione sociale tra i partner. Il processo serviva a togliere gli ostacoli che impedivano la conclusione del matrimonio. Il giudice ecclesiastico doveva mediare i conflitti, offrire una soluzione senza giungere ad una punizione anche se si trattava di casi di stupro e aveva anche il compito di mediare i conflitti, trovare una soluzione arrivando ad usare anche metodi coercitivi, quale la minaccia del carcere la cui sola parola convinceva il seduttore a convolare a nozze che potevano essere celebrate anche all’istante. I processi per stupro fanno capire come ai giovani era consentito sperimentare rapporti sessuali durante l’iter matrimoniale perché la promessa stessa era considerata come atto vincolante.
La sessualità era consentita al di fuori del percorso matrimoniale, ciò che era definito dalla chiesa concubinato non era un legame fondato sul rifiuto del sacramento del matrimonio ma un vincolo di solidarietà tra uomo e donna spesso provvisorio (per salute o per bisogno), altre volte invece stabile che non era possibile legalizzare per mancanza di dote, per eventuali differenze di status sociale o perché uno dei due era già sposato e spesso erano le donne che ad un certo punto non avevano più il sostegno del marito e quindi erano “giustificate” in quanto era costretta a cercare un altro partner. Raro era giustificare il concubinato senza ricorrere a pratiche lesive dell’onore maschile.
Metter su una famiglia voleva dire romperne due. Il matrimonio rappresentava un rischio d’impoverimento per le famiglie di origine. Chi e quando sposarsi non era una scelta individuale ma doveva dipendere dagli ingenti patrimoni che andavano trasmessi. Per tutti il matrimonio era possibile solo quando sia l’uomo che la donna erano in grado di apportare risorse economiche senza impoverire le famiglie di origine. In Europa vi erano due modelli di matrimonio:
– Europa Nord Occidentale -> ci si sposava tardi perché prima del matrimonio i giovani di entrambi i sessi andavano a lavorare in altre famiglie in modo da poter mettere su casa per proprio conto.
– Europa Orientale e Sud (Italia) -> in Italia i giovani si potevano sposare presto evitando di andare a servizio perché le nuove coppie si stabilivano in casa dei genitori degli sposi.
Nella formazione della famiglia non vi erano esempi unici: l’età del matrimonio, il tipo di residenza, la dimensione della famiglia variavano a seconda del ceto sociale di appartenenza, del contesto geografico ecc… Tra i salariati ci si sposava presto e si andava a vivere per conto proprio perché non si era legati ad aziende a conduzione familiare, in questo caso era tutto molto più complicato e si doveva aspettare il momento giusto per non incrinare l’equilibrio tra braccia e bocche da sfamare, in questi casi la coppia veniva accolta nella famiglia del marito creando una serie di famiglie multiple tipicamente contadine. Anche gli artigiani si sposavano tardi solo dopo l’apprendistato. Metter su bottega e famiglia erano eventi collegati anche perché il lavoro e la dote della moglie potevano essere decisivi per dare avvio ad una attività autonoma.
Nelle élite a determinare l’accesso al matrimonio era la forma di trasmissione della proprietà: se il patrimonio veniva diviso tra tutti i figli maschi era più facile che tutti mettessero su famiglia per conto proprio. Se doveva restare indiviso per privilegiare un unico figlio solo allora l’erede convolava a nozze restando nella casa paterna insieme ai fratelli e alle sorelle destinati al celibato. Il modello successorio fu applicato raramente sia perché nonostante i principi ugualitari del diritto romano fin dal XII secolo le figlie dovettero rinunciare all’eredità in cambio di una dote, ma anche perché la necessità di mantenere unito il patrimonio spingeva i fratelli a non dividere l’eredità e a convivere sotto lo stesso tetto. Questo si accentuò dal XVI secolo dove per evitare la dispersione dei patrimoni le famiglie dovettero drasticamente limitare i matrimoni dei figli. Celibato e nubilato erano fenomeni, dunque, diffusi non sempre per scelta individuale ma per garantire la conservazione del casato, evitare la polverizzazione della proprietà terriere o per mancanza di risorse considerando che per una donna la dote era essenziale. Se il numero delle figlie era elevato anche le famiglie aristocratiche dovevano fare una scelta che portava a conflitti. Era un miracolo avere una figlia che avesse la dote minima per entrare in convento, spesso erano costrette ad invecchiare nella casa paterna rendendosi utili nei servizi domestici una volta passata al fratello. Anche i cadetti erano in difficoltà, dovevano rinunciare al matrimonio entrando in convento o dandosi all’avventura delle armi. La Chiesa medievale aveva imposto limiti pesanti alla libera scelta creando una serie di impedimenti di parentela non limitandosi ai consanguinei ma anche agli affini e i parenti spirituali. Il Lateranense IV nel 1215 ridusse i gradi di consanguineità da 7 a 4 con la motivazione che gli ultimi tre non venivano rispettati ma non si otteneva il rispetto neanche del quarto grado e nei piccoli villaggi si chiedeva la dispensa a causa della scarsità del mercato matrimoniale. I matrimoni tra parenti permettevano ai beni di non essere sperperati rafforzando i legami di parentela. Regola dell’“omogamia” -> ci si sposava con chi apparteneva allo stesso ceto sociale. Era obbligatorio evitare mescolanze, matrimoni male assortiti che valevano per tutte le classi sociali. Per tutti sposarsi onorevolmente significava conservare il proprio status e impedire la caduta verso un gradino più basso della scala sociale. In questa strategia la dote era uno strumento importante, solo se era adeguata al ceto sociale della giovane consentiva di trovare un marito di pari rango. I giuristi e teologi stessi tuonavano contro i matrimoni misti.
E’ possibile parlare di libertà di scelta?
Abbiamo detto che a decidere il matrimonio era l’accordo amorevole tra le famiglie non l’amore tra gli sposi che era visto come elemento di scandalo contrapponendo la passione giovanile alla ragione degli adulti. Libertà di scelta significava libertà dalla passione e perciò era necessario che i giovani si sottomettessero al giudizio saggio dei genitori che non esercitavano il loro ruolo con tirannia ma, come scrisse Leon Battista Alberti, talune volte era facile che i genitori consigliassero i figli (come fu per lui) secondo le proprie attitudini e passioni, pur rimanendo il fatto che se le esigenze personali cozzavano con quelle familiari, queste erano le uniche a prevalere. Così con la morte del primogenito che doveva sposarsi poteva costringere il figlio cadetto ad abbandonare la carriera intrapresa per perpetuare il casato, oppure se le figlie erano numerose potevano essere loro a decidere di prendere il velo lasciando la più bella libera di sposarsi con un uomo. Genitori e figli condividevano la concezione del matrimonio come alleanza: la scelta del partner era un affare che coinvolgeva l’intera famiglia, amici, parenti e vicini che si davano da fare per mettere insieme giovani e ragazze in età da matrimonio. Le donne svolgevano un ruolo importante nell’individuazione di possibili pretendenti grazie alla loro capacità di diffondere la voce. Nelle élite le madri venivano incaricate di accertare le caratteristiche della futura sposa. Il luogo privilegiato per gli incontri era la chiesa e qui ad esempio due figure eminenti come Alessandra Macinghi Strozzi e Tornabuoni dei Medici che in chiesa sottoposero le future nuore ad un esame molto accurato soffermandosi sul collo e sulle mani.
Alla distinzione di genere dobbiamo aggiungere quelle di ceto: le figlie delle élite erano segregate in casa e avevano pochissime opportunità di incontrare coetanei. Le ragazze di ceto medio basso invece erano abituate a rimanere fuori dalle mura domestiche essenzialmente per lavoro ma anche per veglie e feste. A loro era permesso “amoreggiare” nel senso avere i primi approcci, conversare, prima che le famiglie vengano coinvolte per lo scambio della promessa e la definizione di accordi; non in luoghi segreti senza dimenticare che questa frequentazione non doveva superare i limiti consentiti. E più che i rapporti, erano temute le promesse segrete che i giovani potevano volgere a loro favore in tribunale.
Avviati i primi approcci cosa accadeva?
Gli uomini potevano prendere l’iniziativa di andare a parlare col padre della donna o con lo zio o fratello se orfano e proporre una trattativa. Normalmente si preoccupavano di avere prima il consenso dei propri parenti. Se i giovani sapevano che il consenso non ci sarebbe stato avrebbero mantenuto segreto il consenso e talvolta era necessario aspettare la morte del genitore non consenziente. Anche se i figli maschi avevano un certo margine di iniziativa, erano soggetti all’autorità parentale al pari delle sorelle e spesso i genitori facevano valere la minaccia della diseredazione per piegare ribellioni in famiglia. Il matrimonio implicava un accordo sereno tra padri e figli vera e propria base su cui improntare il matrimonio; la condizione della ragazze era diversa da quella dei fratelli. La promessa e tutta la trattativa era condotta esclusivamente dagli uomini (fratelli, zii, padre) che avevano il compito di “interrogare” il pretendente. Alle ragazze rimaneva la possibilità di ribellione, quindi non accettazione del partner imposto che si esprimeva secondo un rituale: il pianto, tristezza e malinconia, ritrarsi dal tocco della mano o volgere il capo per non essere baciata. Era anche possibile non accettare i doni. Molti parroci e confessori condividevano gli stili di vita dei loro fedeli e che spesso non osavano mettere in discussione l’autorità paterna pertanto le donne che volevano un appoggio dovevano recarsi dai giudici vicari dei tribunali che avevano una preparazione teologica migliore. La chiesa aveva tutto l’interesse a limitare i poteri del padre e dei signori nei confronti delle figlie offrendo protezione alle stesse mettendo in mezzo anche altre questioni senza dimenticare che l’accento del diritto canonico sulla libertà di scelta mirava a salvaguardare le vocazioni religiose date che queste non erano particolarmente gradite dalle famiglie in quanto la dote concessa doveva servire per stringere alleanze vantaggiose. Il diritto canonico specificava che se si sospettava la coercizione della famiglia, la donna poteva essere condotta in un luogo sicuro ed essere interrogata sulle sue effettive volontà: su iniziative del giudice le ragazze venivano allontanate dalla famiglia e ospitate in un monastero in cui dopo alcuni giorni di riflessione e interrogatori prendevano la decisione. In questo modo la chiesa offriva la possibilità di decidere autonomamente. Alcune ragazze non avevano il coraggio di ribellarsi alle richieste della famiglia. Anche la comunità aveva un controllo fondamentale sulle decisioni matrimoniali, intervenendo per ripristinare l’ordine, riaggiustare equilibri rotti e denunciare comportamenti trasgressivi. E spesso erano bande giovanili create secondo strutture gerarchiche a mantenere l’ordine con rituali di disapprovazione collettivi spesso anche violenti che alla fine sancivano la reintegrazione nella comunità. Meno aggressivi erano i serragli, barriere e barricate al corteo della sposa.

Nell’’Alto Medioevo sono pochissime le donne laiche con un alto grado di istruzione e di cultura. Ci restano alcune lettere di Amalasunta (498–535d.C.) figlia del re Ostrogoto Teodorico, mentre di Lutgarda, moglie di Carlo Magno, sappiamo che frequentò la scuola palatina. E’ nei monasteri, nelle abbazie e nei chiostri che le donne occidentali iniziano il lento cammino della emancipazione intellettuale. In campo religioso infatti ci sono numerose testimonianze di monache colte e dedite a lavori intellettuali: bibliotecarie, scrivane e amanuensi, insegnanti. Alcune di esse scrissero opere di carattere agiografico, cronache, biografie. Abbiamo testimonianza di monache amanuensi nel convento di Chelles, nell’Ile de France e ad Arles. A Chelles, sede di una importante biblioteca, si ritirarono Gisla e Rotrude, sorella e figlia di Carlo Magno. Nel X secolo Rosvita di Gandersheim (935 – 973 d.C.) monaca benedettina sassone, il cui nome significa “suono vigoroso”, divenne celebre per la sua produzione letteraria, sia devozionale che profana.
Rosvita aveva una cultura classica, lesse Virgilio e Terenzio; compose due poemi epici e scrisse in prosa rimata opere edificanti (“La conversione di Taide”, “Caduta e conversione di Maria, nipote di Abramo”) con l’intento di dare vita ad una letteratura piacevole, ma di sicura moralità cristiana. Nell’ambito della scuola medica salernitana ricordiamo l’attività di una donna medico, Trotula (XI sec. d.C.) alla quale viene attribuito un trattato di medicina intitolato “Passionibus mulierum curandorum” (Sulla malattie delle donne),che riguardava le problematiche mediche femminili e non solo le classiche questioni di ostetricia.
I particolari della vita di Trotula sono sconosciuti. Nacque a Salerno intorno al1050 da una famiglia nobile salernitana, i de Ruggiero. Ebbe la possibilità di frequentare le scuole superiori e di specializzarsi in medicina. Sposò il medico Giovanni Plateorio ed ebbero due figli che seguirono le attività dei genitori.
All’epoca la scuola era aperta anche alle donne che partecipavano sia come studentesse sia come insegnanti. Trotula frequentò la scuola medica di Salerno come insegnante e le sue lezioni furono raccolte in volumi. Ebbe nuovissime idee sotto molti aspetti: riteneva che la prevenzione fosse molto importante per la medicina ed utilizzava insoliti metodi per quell’ epoca. In caso di malattie consigliava metodi dolci che includevano bagni e massaggi. I suoi consigli erano facili da applicare e accessibili anche alle persone più povere. Divenne molto famosa per le scoperte nel campo della ginecologia e dell’ostetricia e cercò nuovi metodi per rendere meno doloroso il parto. Nel XIII secolo le idee e i trattamenti di Trotula erano conosciuti in tutta l’Europa.

LE FILOSOFE

Con il termine filosofe intendiamo riferirci a quelle donne che, in un’epoca non certo favorevole allo sviluppo del libero pensiero al femminile, elaborarono una loro personale visione del mondo e contribuirono al risveglio culturale e spirituale che contraddistingue i secoli del Basso Medioevo (1000 – 1492 d.C). Le più importanti filosofe medievali sono Eloisa del Paracleto e Ildegarda di Bingen.

ELOISA DEL PARACLETO:

“Quei piaceri d’amor che abbiamo gustato insieme sono stati così dolci per me, che non posso pentirmene e nemmenocancellarne il ricordo. Da qualunqueparte mi volga mi sono sempre davantiagli occhi con tutta la forza della loroattrazione” (Abelardo e Eloisa, Lettere d’amore).
Eloisa (1101 – 1164), nata in Francia e nipote di Fulberto, canonico di Notre-Dame, nel 1131 divenne Badessa del convento del Paracleto, comunità monastica di campagna fondata dal filosofo Pietro Abelardo (1079– 1142). Ella si ritirò a vita monastica in seguito alla drammatica conclusione del legame amoroso con lo stesso Abelardo, suo maestro, celebre filosofo e teologo, professore dell’Università di Parigi. Eloisa, all’epoca dei fatti sedicenne, ricambiò le attenzioni di Abelardo che era ospite in casa di suo zio; ben presto Fulberto scoprì la relazione e Abelardo si offrì di sposare la giovane purché ciò avvenisse in segreto. Il matrimonio fu celebrato nel 1119; Abelardo aveva circa quarant’anni e Eloisa diciotto. In pubblico entrambi negavano di essere uniti in matrimonio, in quanto lo stato coniugale era all’epoca incompatibile con la professione di filosofo che richiedeva la totale dedizione al pensiero e alla spiritualità. Eloisa, pur amando Abelardo, era disposta a rinunciare a lui e infatti si chiuse nel convento di Argenteuil. Lo zio, furioso, decise di vendicarsi: armò degli uomini che si recarono da Abelardo e lo evirarono. Egli lasciò Parigi e finì i suoi giorni girovagando per la Francia, mentre Eloisa si trasferì al convento del Paracleto e ne divenne la Badessa. Documento di questa vicenda è il carteggio di Eloisa con Abelardo.

ILDEGARDA DI BINGEN
Ildegarda (1098–1179), fanciulla di famiglia nobile e numerosa, visse fin da giovanissima in un monastero dedicato a San Disibodo, nella diocesi di Magonza, obbediente alla regola benedettina fu nominata badessa nel 1136. Fu allora che ebbe il coraggio di rivelare il suo dono profetico e le visioni che riceveva fin dall’ infanzia: “Per volontà divina il mio spirito nella visione sale in alto fino alle stelle in un’ aria diversa, si dilata e si allarga sopra le terre, in alto sopra differenti regioni, in luoghi lontani dove resta il mio corpo”. Dal suo primo monastero diresse la fondazione di altri due nell’Assia- Palatinato; quello di Bingen (dove lei si trasferisce nel 1147) e quello vicino di Eibingen, fondato nel 1165.E’ di straordinaria importanza oltre ai suoi libri profetici, il corpus di testi di scienze naturali che Ildegarda ci ha lasciato: sulla biologia, sulla botanica e sulla medicina; questi testi sono fondati essenzialmente sull’osservazione diretta e sull’ esperienza di vita monacale a contatto con molti casi umani. Ildegarda morì a più di 80 anni, il 1 settembre del 1179. Dopo la morte si era avviato un processo di canonizzazione, che però è stato interrotto. Ma il culto è continuato. Nel 1921 è nata in Germania la congregazione delle Suore di Santa Ildegarda.

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