La meravigliosa storia di Ipazia d’Alessandria..donna di Scienza..uccisa dalla Chiesa Cristiana   Leave a comment


Attualissimi brani tratti dalla lettera di Ipazia d’Alessandria al padre:

(Ipazia d’Alessandria nacque nel 350 d.C. e morì nel 415 d.C.
Straordinario esempio di studiosa e filosofa neoplatonica, matematica, astronoma di grande ingegno diresse il Museion, la più famosa Accademia dell’antichità. Fu martirizzata e uccisa dai monaci cristiani parabolani al servizio del vescovo Cirillo, perché divenuta figura scomoda per il nuovo potere religioso che avrebbe dominato parte del mondo e vilipeso per secoli l’intelligenza femminile e quella umana in generale.)

“Che le mie parole non siano veleno per il tuo male, Padre, perché ciò che abbiamo edificato a sostegno della libertà non potrà difendersi dai tempi, ci sono bestie di tutte le razze nell’arena e ognuna vorrebbe cospargere di sangue il passato che lo ha umiliato.
Le loro divinità sono il pretesto per esercitare la tirannia e la bramosia di potere ne è la vera motivazione. Costoro armano eserciti di affamati di cibo e speranza per difendere i loro interessi e mirano alla distruzione del nostro sapere, il nemico più temibile delle loro coscienze.
Ma saprò sacrificare la mia vita, se necessario, per la verità e la mia scienza.
La beatitudine del sapere è la vera gioia e l’unica ragione di vita.
Mio grande Teone e padre adorato, hai compreso la mia fedeltà alla grande anima dello spirito ellenico di cui i semi sono germogliati nel mio essere, la mia incorruttibile speranza in un mondo governato da filosofi giusti, la mia generosità.
Padre, io non vedo Ebrei, Cristiani, Pagani ma solo uomini.
Il mondo argina a fatica la materia malvagia che sta emergendo ma farò in modo che la nostra casa sia il fulcro della libertà dove verrà avversata ogni forma di crudeltà e di prevaricazione. Anche coloro che predicavano la liberazione dalle catene ne stanno forgiando delle altre, lavorando alacremente alle incudini.
Tu ricordi Sinesio, uno dei miei più cari discepoli: egli è cristiano ora, ma sempre a me devoto. Le nostre anime sono in completa comunione, ed egli si rivolge a me grato della luce che porta nel cuore, della sapienza che non conosce religione, o razza alcuna.
So che non temi la morte ma la mia incolumità. Ma io sono qui, a seguire le traiettorie della volta celeste che è infinitamente più grande di ogni paura e a fissarne i meccanismi con foga, senza badare ai bisogni del corpo. Le sue leggi ci mettono in comunicazione con l’immensità del mondo conosciuto e sconfiggono la nostra dipendenza dai manipolatori, dalle religioni che predicano pace e praticano vendetta.”

La filosofia è l’unità delle conoscenze, «la scienza delle scienze», ma è anche il mezzo con il quale l’uomo comunica tanto con i suoi simili che col dio: non si tratta, pertanto, di una comunicazione mistica o fondata su pratiche magiche, bensì razionale e tipica dell’uomo, il quale non è infatti «un puro spirito, ma uno spirito calato nell’anima di un essere vivente».[41] Lo stesso Dione di Prusa fu nella realtà un uomo come tanti altri, di media cultura e capacità, un oratore che però, una volta dedicatosi, seppur tardi, alla filosofia, «si applicò a educare gli uomini, fossero re o semplici cittadini, singoli o gruppi», abbandonando ogni retorica e ogni ricerca del successo personale nell’esclusivo interesse dell’educazione dei propri simili: e lo stesso aveva fatto Socrate, filosofo ben più grande, che mise a disposizione la propria sapienza a chiunque volesse indirizzarsi alla conoscenza e al bene.

Astronoma e matematica

Le fonti antiche sono concordi nel rilevare come non solo Ipazia fosse stata istruita dal padre nella matematica ma, sostiene Filostorgio, anche che «ella divenne migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia e che, infine, sia stata ella stessa maestra di molti nelle scienze matematiche».[23] Filostorgio non è soltanto uno storico della Chiesa, ma anche un appassionato, se non un esperto, di astronomia e di astrologia,[24] e le sue affermazioni trovano conferma in Damascio il quale scrive che Ipazia «fu di natura più nobile del padre, non si accontentò del sapere che viene dalle scienze matematiche alle quali lui l’aveva introdotta, ma non senza altezza d’animo si dedicò anche alle altre scienze filosofiche».[25]

Matematica, astronoma e filosofa, come aveva già attestato il padre, Ipazia aveva tutti i titoli per succedere al padre nell’insegnamento di queste discipline nella comunità alessandrina, nella tradizione del glorioso Museo fondato quasi 700 anni prima da Tolomeo I Soter. Anche se il vecchio Museo non esisteva più da quando era andato distrutto al tempo della guerra condotta da Aureliano, la tradizione dell’insegnamento delle scienze mediche e della matematica era però continuata ad Alessandria, mantenendo intatto l’antico prestigio, come conferma anche Ammiano Marcellino,[26] e Ipazia, già almeno dal 393, era a capo della scuola alessandrina, come ricorda Sinesio,[27] giunto ad Alessandria da Cirene per seguirvi i suoi corsi.

pazia «era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei da ogni parte tutti coloro che desideravano pensare in modo filosofico».[42] In questo passo, Socrate Scolastico, scrivendo intorno al 440, indica che ad Alessandria l’unica erede del platonismo interpretato da Plotino era stata Ipazia: diversamente, Ierocle, alessandrino di nascita ma formatosi ad Atene nella scuola del neoplatonico Plutarco (350-430), indica nel suo maestro l’erede della filosofia platonica in una successione che procede da Ammonio Sacca e, attraverso Origene, Plotino, Porfirio e Giamblico, giunge a Plutarco di Atene.[43] Analoga è la successione dei maestri neoplatonici indicata dal più tardo Proclo, anch’egli membro della scuola d’Atene.[44]

La distruzione dei templi di Alessandria

Il vescovo Teofilo
I cosiddetti decreti teodosiani, emessi dall’imperatore Teodosio tra il 391[55] e il 392,[56] avevano sancito la proibizione di ogni genere di culto pagano ed equiparato il sacrificare nei templi al delitto di lesa maestà punibile con la morte.

Socrate Scolastico sottolinea la particolare insistenza del vescovo Teofilo per ottenere dall’imperatore decreti che mettessero fine ad Alessandria ai culti dell’antica religione: «per sollecitudine di Teofilo, l’imperatore ordinò di distruggere i templi degli elleni in Alessandria e questo avvenne per l’impegno dello stesso Teofilo».[57] Fu risparmiato il tempio di Dioniso, che il vescovo ottenne in dono dall’imperatore, per essere trasformato in chiesa: già da anni un altro storico edificio, il Cesareo, il tempio di Augusto, era stato trasformato in cattedrale cristiana e costituiva il luogo di celebrazione più importante della comunità cristiana.

Una particolare resistenza opposero gli elleni alla distruzione del Serapeo, il tempio più antico e prestigioso della città, «così adorno di atri con amplissimi colonnati, di statue che sembrano vive e d’opere d’arte di ogni genere, che nulla vi è sulla terra di più fastoso all’infuori del Campidoglio».[58] Oltre al culto di Giove Serapide, vi erano celebrati i culti di Iside e delle divinità egizie e vi erano custoditi i loro «misteri».

Teofilo «fece tutto quello che era in suo potere per recare offesa ai misteri degli elleni»,[59] esponendo pubblicamente per dileggio gli oggetti di culto dei templi distrutti. Il gesto provocò l’ultima resistenza degli elleni: «sconvolti dall’insolito e insospettato evento, non poterono starsene tranquilli e tramarono tra loro una cospirazione ai danni dei cristiani; dopo aver ucciso e ferito molti di loro, occuparono il tempio di Serapide».[60] L’imperatore stesso, da Costantinopoli, appoggiò la comunità cristiana, sollecitando gli elleni a convertirsi: questi abbandonarono il tempio, che fu occupato dai cristiani. Il giorno prima della sua distruzione Olimpio, l’ultimo sacerdote del Serapeo, fuggì in Italia.

L’amabilità di Ipazia

« Per la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini: infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale »
(Socrate Scolastico, cit., VII, 15)
Quasi un secolo dopo, anche il filosofo Damascio riprende le sue considerazioni:

« era pronta e dialettica nei discorsi, accorta e politica nelle azioni, il resto della città a buon diritto la amava e la ossequiava grandemente, e i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei, come continuava ad avvenire anche ad Atene. Infatti, se lo stato reale della filosofia era in completa rovina, invece il suo nome sembrava ancora essere magnifico e degno di ammirazione per coloro che amministravano gli affari più importanti del governo »

La morte di Ipazia
In questo clima maturò l’omicidio di Ipazia, poiché, riferisce lo storico della Chiesa Socrate Scolastico, «s’incontrava alquanto di frequente con Oreste, l’invidia mise in giro una calunnia su di lei presso il popolo della chiesa, e cioè che fosse lei a non permettere che Oreste si riconciliasse con il vescovo».[66]

Era il mese di marzo del 415, e correva la quaresima:[67] un gruppo di cristiani «dall’animo surriscaldato, guidati da un predicatore di nome Pietro, si misero d’accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci.[68] Dopo che l’ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli. Questo procurò non poco biasimo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria. Infatti stragi, lotte e azioni simili a queste sono del tutto estranee a coloro che meditano le parole di Cristo».[66]

Il filosofo pagano Damascio si era recato ad Alessandria intorno al 485, quando ancora «vivo e denso di affetto era il ricordo dell’antica maestra nella mente e nelle parole degli alessandrini».[69] Divenuto poi scolarca della scuola di Atene, scrisse, cento anni dopo la morte di Ipazia, la sua biografia. In essa sostiene la diretta responsabilità di Cirillo nell’omicidio, più esplicitamente di quanto non faccia Socrate Scolastico: accadde che il vescovo, vedendo la gran quantità di persone che frequentava la casa di Ipazia, «si rose a tal punto nell’anima che tramò la sua uccisione, in modo che avvenisse il più presto possibile, un’uccisione che fu tra tutte la più empia».[70] Anche Damascio rievoca la brutalità dell’omicidio: «una massa enorme di uomini brutali, veramente malvagi […] uccise la filosofa […] e mentre ancora respirava appena, le cavarono gli occhi».[71]

Dopo l’uccisione di Ipazia fu aperta un’inchiesta. A Costantinopoli regnava di fatto Elia Pulcheria, sorella del minorenne Teodosio II (408-450), che era vicina alle posizioni del vescovo Cirillo d’Alessandria[72] e come il vescovo fu dichiarata santa dalla Chiesa.[73] Il caso fu archiviato, sostiene Damascio, a seguito dell’avvenuta corruzione di funzionari imperiali.[74] Anche secondo Socrate Scolastico, la corte imperiale fu corresponsabile della morte di Ipazia, non essendo intervenuta, malgrado le sollecitazioni del prefetto Oreste, a porre fine ai disordini precedenti l’omicidio. Tesi condivisa da Giovanni Malalas, secondo il quale l’imperatore Teodosio «amava Cirillo, il vescovo di Alessandria. In questo periodo gli alessandrini, col permesso del vescovo (Cirillo) di fare da sé, bruciarono Ipazia, un’anziana donna (παλαιά γυνή), filosofa insigne, da tutti considerata grande».[75]

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