La bellezza e la sensualità del tango   Leave a comment


 

 

La Magia..e la Sensualità..del Tango (un video mixer di ballerini sulle note di “Libertango”

di Astor Piazzolla..il Tango trasformato in liguaggio moderno

 

 

Come nacque il Tango

 

IL PRINCIPE DEL TANGO Rodolfo Valentino

(da “I quattro cavalieri dell’Apocalisse” di Rex Ingram, 1921)

 

 

«Non ci sarà mai più un coppia di ballerini come la nostra».

«Sono arrivata a una conclusione: non vale la pena che una donna versi una sola lacrima per un uomo».

Tra queste due consapevolezze, c’è tutto il percorso di María Nieves Rego, la “regina”. Che con Juan Carlos Copes ha cambiato la storia: il tango era una danza popolare e, insieme, gli hanno dato dignità di palcoscenico. Era passione di pochi fuori dall’Argentina e loro – con uno spettacolo che fece il tutto esaurito dal 1983 al 1985 sia in Europa sia a Broadway – hanno contagiato il mondo.

Sono stati una coppia in scena e nella vita, si sono amati visceralmente e visceralmente odiati… Materiale cinematografico perfetto che, grazie al regista German Kral, è appena diventato un docu-film: Un tango más (prodotto da Wim Wenders e dal 18 aprile distribuito in Italia dalla meritoria Wanted). Il racconto in prima persona di María Nieves si alterna a quello di Juan Carlos, a spezzoni d’epoca e alla ricostruzione della turbolenta love story. Con una scena clou, l’incontro in teatro dopo 17 anni di gelo: nel 1996 Copes la liquidò dalla compagnia senza neppure avere il coraggio di dirglielo in faccia.

Impossibile non tifare per lei, passata da un’infanzia degna di un romanzo ottocentesco (il padre anaffettivo che muore di tubercolosi, la madre che resta con cinque figli da crescere, il primo lavoro come domestica a 12 anni) al successo senza montarsi la testa e senza perdere lo spirito. «Mi sono convertita» scherza, in questo caffè di Buenos Aires, mostrando la sigaretta elettronica. «È venuto il tempo di smettere di fumare: ho iniziato a 11 anni e, considerando che ne ho 81, me lo sono concesso per 70 anni!».
E a ballare quando ha cominciato?
Da piccolina, ne avrò avuti quattro o cinque. Ascoltavo la musica alla radio in casa della mia madrina (da noi non c’era) e mi estraniavo: prendevo una scopa e giravo per le stanze.
E la prima volta in milonga?
Ne avevo 12. All’epoca le ragazze non potevano andare da sole e dovevo “scortare” la mia sorella maggiore. Mettevo sempre la stessa camicetta e la stessa gonna: non avevo scelta. Accettavo gli inviti di tutti, pure di quelli sudati o dei principianti. “Perché non rifiuti, sei così carina!” mi sgridavano le amiche. Ma a me interessava solo danzare. Credo che nelle mie vene non scorra sangue, ma tango.
Copes non era né sudato né principiante, immaginiamo.
L’ho conosciuto nel 1947 ed è stato un colpo di fulmine. Però era principiante… Non l’ho rivisto per un anno e, quando abbiamo ballato insieme per la prima volta, aveva imparato: la sintonia era perfetta. Abbiamo iniziato a praticare assieme, a inventare nuovi passi, a partecipare ai concorsi.
Dai concorsi agli spettacoli, da Buenos Aires a New York, con un direttore musicale come Astor Piazzolla.
Con lui ci siamo inventati la milonga de la mesa: il ballo sopra un tavolo. Lo abbiamo fatto anche alla televisione americana, all’Ed Sullivan Show. I nostri modelli non erano tangueri, erano i protagonisti di Cantando sotto la pioggia. Copes (lo chiama sempre per cognome, ndr) si ispirava a Gene Kelly, io a Cyd Charisse. Le ho “rubato” tanto, a partire dal modo di camminare.
E nel 1965 vi siete sposati a Las Vegas.
La situazione si è logorata subito dopo: era un donnaiolo. Da separati abbiamo continuato a lavorare assieme, è arrivato il tour trionfale di Tango argentino… Quando avevo già più di 60 anni, Copes mi ha cacciato dalla compagnia: è stato orribile. Mi sono lasciata andare, ho avuto una depressione tremenda, però non ho chiesto aiuto né allo psicologo né a nessun altro. Credo solo in Dio e in mia madre, che sta in cielo.
Come si è risollevata?
Non so neppure io dove ho trovato la forza. Devo ringraziare di sicuro Luis Pereyra, che nel ’98 mi chiamò per uno spettacolo e insistette tanto: è stata la svolta. Quando entravo in scena mi applaudivano e, finalmente, ho riconosciuto: Allora valgo!
È cambiato il ruolo femminile nel tango?
Sì, in modo meraviglioso, e sento di aver aperto la strada. Prima rimanevamo un passo dietro, imperava il machismo. In Argentina abbiamo un detto: “l’asino sempre davanti perché non si spaventi” (ride). Adesso è il contrario. Secondo me la donna conta per l’80 per cento, l’uomo per il 20 (scopri i suoi consigli d’oro).
Come spiega l’odierno boom internazionale del ballo?
È avvicinamento, dialogo, connessione. La gente ha bisogno di questo, non di tecnologia e legami virtuali.
La felicità più grande?
Il tango.
E il dolore maggiore?
Aver perso i miei cari. No, non aver perso l’amore: sarebbe romantico, ma una bugia.

JUAN CARLOS COPES y MARIA NIEVES – BUENOS AIRES 1974 -[HQ]

 

 

 

Esteban Morgado: “I miei nuovi tanghi d’amore”
di Maria Laura Giovagnini

«Quando vengo a suonare in Italia, applaudono ai primi accordi: riconoscono subito il brano». Lo dice stupito,Esteban Morgado, e rivela così una sua bella caratteristica: l’umiltà. Ha scritto composizioni struggenti, da Alas de Tangoa Tango del último amor (e l’arrangiamento più famoso di Morena, e la rivisitazione di Nuovo Cinema Paradiso), ma non fa certo il divo: basta vederlo il sabato alla libreria “Clásica y moderna” di Buenos Aires con la giornalista Silvina Chediek in Letra y musica, un format tutto da copiare: chiacchiere intelligenti & intermezzi musicali. Lui solo alla chitarra, a improvvisare.

Ora che esce il nuovo album, Buenos Aires desde el Aire, invece di mostrare soddisfazione, confessa un piccolo rammarico: «La mia musica ispira ai poeti per lo più testi d’amore. Mi piacerebbe avessero un maggior contenuto sociale e politico».
Ma ci vuole anche un po’ di romanticismo… Non può essere proprio questa la spiegazione del boom del tango in un momento storico come il nostro?
Sì, credo abbia a che fare soprattutto con l’abbraccio, in un mondo che tende a ricondurci esclusivamente a noi stessi: la musica si ascolta da soli, con l’auricolare, si sta sempre connessi però non si usa più più neppure il telefono… Chiamami, non voglio un messaggio! Chiedimi come sto, non mandarmi un emoticon su Whatsapp! Il tango – come danza – ha questa meraviglia, questa pazzia: un uomo e una donna vanno a una milonga e passano la notte abbracciandosi con cinque-dieci persone diverse. Molto erotico, sensuale, passionale. La musica invita a questa sensazione tanto magica – è come una fantasticheria, un sogno, una miscela di sensazioni che sprigionano una chimica.
Il suo è un parere doppiamente autorevole: ha studiato psicologia.
Sì, a lungo, e a lungo sono stato in analisi.
A proposito: come mai Buenos Aires è la città con la maggior percentuale di analisti?
È europea dal punto di vista culturale, parecchio intellettuale. Noi porteñi abbiamo un Ego sviluppatissimo: ci riteniamo superiori al resto dell’America Latina proprio per via delle radici nel Vecchio Continente. Siamo  malinconici, profondi. Ci sono un mucchio di sociologi che hanno scritto del fenomeno, e Bergoglio ha sintetizzato tutto in una barzelletta: “Sapete come si suicida un argentino? Sale sul suo Ego e si butta giù”. Figuratevi: abbiamo il tango, il Papa, Maradona, Messi…
E avete pure Morgado… La famiglia di che origine è?
Spagnola, ma uno dei mie quattro nonni – si chiamava Ferri – era italiano della zona del Po.
Come ha iniziato?
Suonando ogni tipo di musica: classica, folklorica, brasiliana. Nel 1990, per caso, ho accompagnato una cantante, Adriana Varela, e sono stato il suo direttore musicale per otto anni… Ho avuto la possibilità di conoscere il polacco Goyeneche, Antonio Agri (un violinista fantastico)… Mi piacque molto passare attraverso il tango a modo mio.
Che cos’ha più del jazz, più della musica classica?
Si tratta di qualcosa di assolutamente passionale, di cuore. Mi incatena con le note e con le parole. I poeti del tango sono incredibili, creano immagini bellissime. Poi si può giocare, improvvisare: con il quartetto non ci annoiamo mai, benché siano 15 anni che suoniamo assieme.
Dove sta andando il tango oggi?
Ci sono tanti musicisti e tante orchestre nuove: si torna a studiare. Io insegno chitarra da 40 anni, ma in varie scuole solo ora si riprende  a dare lezioni di bandoneón. Le cose si stanno muovendo, in forma di produzioni indipendenti però: non c’è appoggio da parte del governo.
Sono apporti originali o variazioni sul classico?
Alcuni fanno cover delle vecchie orchestre, altri compogono nuove musiche e testi legati all’oggi, con parole che nessuno si sarebbe immaginato. Non so se qualcuno abbia già menzionato il Whatsapp…
Gruppi da tenere d’occhio?

Davvero buona la Orquesta Tipica Fernandez Fierro. Oppure gli Amores Tangos, con un bandeneonista incredibile, Nico Perrone: ha 27 anni, un grande.
Qual è la storia di Tango del último amor? Rappresenta il mio imprinting nel mondo del ballo, i maestri lo mettevano spesso…
L’ho composto nel 2006 per una telenovela, una coproduzione russa-argentina. Avevo anche una parte, assieme al mio quartetto: si svolgeva per gran parte in una tangueria e noi suonavamo.
A quando in Italia?
Ci stiamo organizzando per maggio…

Davide Sparti: “La filosofia del tango”
di Maria Laura Giovagnini

Gli appassionati di tango? Sempre di più. I libri sul tango? Mai una novità… «Non è stato classificato come arte colta, erudita: è una danza di coppia e già questo la inscrive – erroneamente – nella società del divertimento. Fa sì che venga percepita come indegna di studio scientifico» spiega Davide Sparti, che costituisce una (felice) eccezione: professore di Epistemologia delle scienze sociali e di Teorie dell’identità all’Università di Siena, ha da poco pubblicato  Sul tango (l’improvvisazione intima) da il Mulino.
Eppure già Nietzsche diceva: “Conta per perduto il giorno senza danza”. E, soprattutto:  “Io crederei solo a un dio che sapesse danzare”…
In Nietzsche c’è la rivalutazione di quella che lui chiama la dimensione dionisiaca, e cioè di quelle forme di conoscenza che non sono state irregimentate ma sono legate alla corporeità. Un altro autore importante per “legittimare” il ballo è il filosofo francese Merleau-Ponty, l’autore di La fenomenologia della percezione, attivo negli anni ’40 e ’50, che si è concentrato moltissimo sui sensi. Pensiamo sempre al sapere come qualcosa di cognitivo, di enciclopedico, in realtà il sapere è radicato in un corpo attivo: abbiamo gambe che si muovono, occhi che vedono e che si rendono conto di esser visti, mani che toccano… Quando tocco mi sento anche toccato, in una specie di reversibilità tra l’essere attivo e l’essere passivo.

«Lo studio del tango si presta ad approfondire temi straordinari, fra cui quello del desiderio: la formazione di una coppia che consuma intimità e poi si dissolve è socio-antropologicamente interessante e attuale. Zygmunt Bauman non parla di danza ma afferma che in questa nostra epoca liquida moderna o postmoderna ci saremmo affrancati dalla capacità di stare in relazione e saremmo attratti da connessioni che si possono disconnettere. Ha in mente l’universo virtuale, però in chiave cinica – sbagliando – il tango può essere interpretato così.  Come se fosse un posto dove farsi una dose di euforia per poi riconsegnarsi al proprio mondo.

Perché “sbagliando”?
Non si tiene conto del fatto che sono circondato da altre persone che ballano a loro volta: l’energia della pista mi porta in qualche modo a installarmi dentro un meta-corpo collettivo. Una dimensione di grande potenza: non “vado individualmente”, mi prendo la mia dose di tande ben riuscite e me ne ritorno a casa. E poi non è che impari due mosse e mi diverta. Ci vuole un percorso relativamente lungo per avere l’accesso al divertimento della milonga e questa iniziazione scoraggia un po’.
E, al tempo stesso, attrae. Oggi c’è un vero boom del tango. Come lo spiega?
Ci sono almeno tre componenti da menzionare. La prima: il tempo passato online rende più attraente una pratica fondata sul corpo a corpo, sulla connessione “incarnata”. La seconda: non c’è niente di agonistico né di sessuale. Lo scopo non è godere del contatto, bensì generare una forma, ballando. Per gli amatori (non stiamo parlando dei professionisti), l’esperienza di “creare” è notevole. Chiunque – superando la cunetta iniziale per apprenderlo – può fare questa esperienza estetica. Infine: ha mantenuto l’istanza popolare, è accessibile a tutti e non contano –  all’interno di questo mondo parallelo che è la milonga – le divisioni tradizionali legate al prestigio e al guadagno e al ruolo professionale.
Quali cose contano, invece?
Sono tutti amatori, quindi in teoria è un gruppo di pari, orizzontale. In pratica, ci sono differenze che condizionano anche la scelta di invitare o di quale invito accettare… Le coppie si formano tenendo conto di criteri come lo stile, la bravura, l’atteggiamento in pista, il modo di porsi nel ballo. Criteri che vanno al di là della mera amicizia: è un’arena democratica però non è vero che tutti debbano ballare con tutti. Non sarebbe neppure giusto.
Fra i criteri meno “nobili” ci sono la giovinezza, il bell’aspetto.
Nel libro parlo anche dei lati oscuri del tango, tra cui questo. Però in un’epoca condizionata dalla cultura lipofobica, dalla snellezza, la selezione sulla base delle apparenze funziona in prima battuta, ma – se si è bravi – l’aspetto, l’età e il corpo passano in secondo piano.
Ci sono differenze fra le milonghe italiane e quelle di Berlino o Parigi?
Da noi, forse per il retroterra culturale latino, c’è maggiore disinvoltura nel rapportarsi in modo intimo agli altri. Il nucleo di chi balla in Italia va dai 40 ai 55, mentre sia in Francia sia a Berlino c’è un numero consistente di persone più giovani.
Come mai si arriva al tango solo dopo i 40?
Prima pensavo che fosse richiesta esperienza di vita per rapportarsi a questo ballo, in realtà credo dipenda dal suo venir percepito come un insieme di persone che danzano su una musica un po’ anacronistica al rallentatore in modo quasi subacqueo… Dall’esterno non sempre si coglie la ricchezza, non si comprende quella sorta di triangolazione fra la musica, me e l’altro con circolarità continua. Il leader propone, e nel follower c’è una sorta di eco, e sulla base di questa posso andare avanti o modificare. Tutto questo resta invisibile, si nota solo una gamba che parte o una coppia che si sposta… Eppure la magia del tango sta qui, nell’improvvisazione. In una società ossessionata dalla programmazione, che fa della sicurezza il valore supremo, è una sorta di impresa a rischio, si può costruire o fallire qualcosa mentre lo si porta a compimento.
Si può anche rivalutare la mancanza di chiarezza di scopi. Come insegna Nietzsche, «Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante».
Il tango presuppone momenti – se non di caos – di perturbamento contenuto, cui mi assoggetto volentieri. Poi mi organizzo, ci lavoro sopra. Ripetere le sequenze imparate è un tradimento delle potenzialità che offre.
Eppure tanti uomini smettono di studiare quando hanno messo insieme un bagaglio minimo: la disparità numerica gioca a loro favore e una dama la troveranno sempre…
Vero, ma nelle donne c’è un ragionamento altrettanto perverso: sono guidata, non serve continuare quando arrivo a un livello decente. Invece il dialogo deve essere alla pari.
Si continua a rappresentare il tango come un ballo erotico.
La concentrazione sulla musica, sui movimenti, sulla gestione dell spazio è tale che, se mi concentrassi sul puro contatto fisico, tutto sarebbe messo a repentaglio. È una danza intima ma c’è solo l’erotica è della creazione congiunta: il piacere non è il contatto fisico diretto, è la capacità di generare qualcosa insieme.

 

Carolina Bonaventura: “Nel tango ci vuole metodo…”
di Maria Laura Giovagnini

Il boom del tango oggi in tutto il mondo?Carolina Bonaventura (ballerina-coreografa- insegnante-anima di una scuola e boutique hotel per “adictos” a Buenos Aires, Mariposita) non ha dubbi sul perché. «Primo: ha un profondo significato psicoanalitico, è un modo per conoscere ed esprimere se stessi. Interessante anche l’aspetto sociale (ti basta un paio di scarpe e – ovunque ti trovi, da solo – cerchi una milonga e vai, i codici sono dappertutto gli stessi) e ci insegna parecchio sulla convivenza, in tempi d’intolleranza come questi: fu inventato alla fine dell’Ottocento nei conventillo, le case popolari di Buenos Aires dove convivevano genti emigrate da tutta Europa. Si ritrovavano nel patio, facevano musica e danzavano senza bisogno di parole, all’inizio. Hanno creato una nuova cultura vivendo insieme armonicamente pur non avendo le stesse tradizioni, lo stesso linguaggio, la stessa religione».

Carolina sa di cosa parla. Ha studiato scienze politiche all’università («Ho imparato un sacco sulla storia dell’Argentina») perché sognava la carriera diplomatica e, in effetti, alla fine è diventata “ambasciatrice” del suo Paese… Con il tango nel Dna (il nonno era direttore d’orchestra) ha messo a punto un metodo per favorire la consapevolezza del proprio corpo, con una serie di esercizi. «C’è chi dice: non serve la tecnica… Eccome, se serve! Certo, è una danza popolare, ma è stata creata da persone in contatto con il proprio corpo, non sedentarie, spesso facevano mestieri manuali. Ormai abbiamo perso quella connessione. Il mio obiettivo è che ognuno si esprima: non insegno a ballare come ballo io, ma a trovare la propria personalità».

Come ha messo a punto il suo metodo?
C’è un lavoro di 15 anni dietro. Io venivo dalla danza classica, e sapevo che quell’impostazione lì non andava bene: troppo rigidità. Mi sono focalizzata su cosa aiuta l’armonia: il Pilates, il Feldenkrais, l’Antiginnastica, l’Alexander… Insomma, tutti i metodi olistici. Per essere connesso con un altro devi prima essere connesso con te stesso, sapere quando sei in equilibrio e quando no… La tecnica non riguarda la perfezione estetica, riguarda la comunicazione. Nella vita è lo stesso: se non conosci te stesso, come puoi stare in una relazione di qualsiasi tipo?
Sembra che il tango abbia parecchio da insegnare come filosofia esistenziale…
Sì: come stare con qualcuno sentendosi però se stessi. Ti “perdi” senza perderti. Se non sei aperto non puoi comunicare, ma non è che uno decida e l’altro esegua: uno propone, e l’altro rende la proposta possibile. Se non ci sono i due ruoli, non c’è tango.
In percentuale come si divide il lavoro della coppia? C’è chi dice che a ciascun partner spetti il 50 per cento, Maria Nieves Rego sostiene che alla donna tocchi addirittura l’80 per cento…
Non è questione di percentuali. C’è un modo di dire, it takes two to tango, e per me è questo: bisogna essere in due. Il lider dà la direzione, la dimensione del movimento nello spazio. La seguidora ci mette la parte femminile, la parte “curva”, il significato del movimento. Lui è come l’architetto che pone le colonne per l’edificio (stile gotico? Barocco?), lei i dettagli per renderlo bello.
Quanti anni di studio occorrono per “mettere i dettagli”?
Molti. Per l’uomo è difficile all’inizio, per la donna diventa dura poi. Non sto parlando di adornos, ma di personalità. Devi essere “vuota” per capire, ma – in un millesimo di secondo – inserire il tuo “contenuto”. Per questo occorre un training profondo: è meraviglioso quando inizi a danzare in questo modo, è difficile distinguere se guidi o sei guidata, perdi i confini.
Suggerimenti per diventare brave ballerine?
Godersi il viaggio. Che significa: “voglio essere una brava ballerina?”.  È un’aspettativa che ti sei messa in testa. Un buona ballerina è quello che esprime la musica con il suo corpo, connessa col  partner. Necessita solo di una conoscenza profonda, non di abilità speciali come nello sport, nel balletto classico. Non c’è competizione. L’abbraccio non deve essere perfetto o spettacolare, ma farti sentire dentro la relazione e al tempo stesso libera. Ci vuole un sacco di pratica prima di trovare la via migliore per sé. Andare a lezione una volta la settimana non è abbastanza. Ripeto: servono gli esercizi di tecnica e poi la frequentazione di pratiche dove si sperimenta e si condivide, ci si aiuta gli uni con gli altri, si crea tango community… In milonga invece non si parla. Nessuno deve fare il maestrino. Non è nello spirito del tango, dove invece ci si dà una mano: tutti sono stati principianti, ognuno dovrebbe danzare una tanda a sera con un principiante…
Descrive un mondo ideale, in Europa non è così.
Be’, qui è parte della cultura, della tradizione. Del resto, anche l’improvvisazione è assai difficile per voi europei, perché siete abituati ad avere la stabilità: ok, metto da parte i soldi, mi compro casa… Da noi – storicamente – non c’è stabilità, non sappiamo cosa sia, non possiamo fare progetti. Tra cinque anni mi compro una casa? Impossibile! Viviamo l’instabilità, ci muoviamo nel’instabilità, il nostro cervello è abituato a trovare le soluzioni in un attimo, mandiamo informazioni veloci al corpo. Detto questo, chiunque può imparare a danzare: l’importante è essere pazienti con se stessi perché il processo è il risultato, quindi bene goderselo.  Stiamo imparando una cosa che fu creata in un diverso periodo storico: dobbiamo capirlo, rispettarlo. Non siamo più quelle persone lì, il ruolo delle donne è cambiato.
Un ultimo dubbio. Se il partner sente la musica in modo diverso da te?
Devi assecondarlo, altrimenti è una lotta e perdiamo lo spirito. Con qualcuno ti intenderai perfettamente, con altri no: normale. C’è chi si stressa perché crede di doversi capire con tutti: impossibile! Non succede neppure nella vita. Non siamo amici di tutti, no?

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Pubblicato 15 aprile 2016 da sorriso47 in spiritualità, tango

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