Enrico Caruso.. Lucio Dalla..la storia vera che ispirò.. la canzone “Caruso”   Leave a comment


“Caruso” di Lucio Dalla, spiegata

«Ma lo sapete che se non avessi rotto la mia barca Caruso non esisterebbe?». Suvvia Lucio, questa tua canzone è già più che celebre così com’è, non c’è bisogno di forzare aneddoti al riguardo. E invece no, Dalla lo giura, fu una disavventura nautica che diede inizio al percorso che portò il cantautore bolognese a scrivere uno dei suoi più apprezzati brani, una canzone che, fra l’altro, più di ogni altra spinse Luciano Pavarotti, per sua stessa ammissione, ad imparare ad apprezzare musica che non fosse solo lirica, tanto erano coinvolgenti e commoventi le note e le parole di Caruso.

Una poetica disavventura. Era il 1986, e Lucio Dalla, in compagnia dell’amica Angela Baraldi, si concedeva un momento di rilassata poesia, navigando fra Capri e Sorrento immerso nel sole, nella musica di Roberto Murolo e nelle onde traboccanti napoletanità di uno dei golfi più suggestivi al mondo. Ma il motore della barca, senza alcun preavviso, comincia a lamentarsi, una brutta tosse che spinge Lucio e Angela a spegnere le eliche, che non si sa mai. Pazienza, si può procedere con le vele, gonfiate dalla brezza salmastra del mare partenopeo che porta «nu profumo accussì fino», come vuole la musica dei fratelli De Curtis.

Ma quel giorno il dolce profumo il mare preferiva riservarlo ad altri fortunati, non a Dalla e alla Baraldi, e la bonaccia regnava tanto quanto l’impressione di una giornata che volgeva sempre più al peggio. Lucio riuscì comunque a farsi trainare al porto da alcuni buoni samaritani del luogo; ormeggiati a Sorrento (poteva certamente andare peggio), i due scambiano due chiacchiere con i meccanici di porto e no, niente da fare, fino al giorno dopo non se ne parla di rimettersi in mare.

La notte, dunque, deve essere passata a Sorrento, e l’albergo più comodo da raggiungere dai luoghi di ormeggio è l’Hotel Vittoria (e ancora, non che sia andata poi così male). Il Vittoria è una meravigliosa villa barocca baciata dalle onde del golfo, che quando il mare si fa un poco grosso sembra piangerle lei stessa direttamente nei flutti, quelle onde. «Signor Dalla, buongiorno! Certo che abbiamo una camera per lei, ci mancherebbe, macché camera, c’è giusto una suite libera pronta per lei!». Una suite qualsiasi? Nossignore, per il grande Lucio Dalla quale sistemazione migliore di quella che accolse il grande Enrico Caruso negli ultimi giorni della sua vita?

Due note su Enrico Caruso. Occorre qui compiere un dovuto inciso storico: per tutti coloro che non lo sapessero, Enrico Caruso non fu un tenore, fu il tenore. Commosse la Royal Opera House di Londra, il Metropolitan di New York, dove un pubblico in estasi lo implorò di bissare La donna è mobile, fu il primo cantante della storia a vendere più di un milione di dischi. Fu anche protagonista di un evento curioso: il 3 dicembre 1920, durante un tour negli Stati Uniti, rimase colpito al fianco dal crollo di una colonna della scenografia del Sansone e Dalila, fatto che segnò lo scatenarsi di una pleurite infetta che lo avrebbe portato, di lì a pochi mesi, alla morte.

Caruso, che forse ancor prima dei medici aveva capito che gli sarebbe rimasto ancora poco da vivere, decise di passare l’ultimo periodo della sua esistenza a Sorrento, vicino alla sua Napoli e al suo mare, presso l’Hotel Vittoria. La malattia non gli permetteva più di cantare, sfortunato Enrico, ma una passione, quando non può più essere esercitata, quale soddisfazione immensa può dare insegnarla? Caruso, in quegli ultimi mesi, diede allora lezioni di canto ad una giovane ragazza di cui, che meraviglia, si innamorò.

Una fine altrettanto poetica. Dalla conobbe queste ultime, delicate e sorprendenti sfumature della vita di Caruso quella stessa sera del 1986, al bar La Scogliera di Sorrento, dove fra un tiro di sigaretta e l’altro (rigorosamente non aspirato, come Lucio soleva fare), l’amico Luca Fiorentino gli raccontava di Enrico e di quella tenera e mai sbocciata storia d’amore. Che trovò, l’ultima sera della vita di Caruso, il suo momento più toccante: sentendo la morte ormai prossima (sarebbe stata, effettivamente, questione di poche ore), Enrico fece chiamare la donna nella sua stanza dell’Hotel Vittoria, fece portare un pianoforte sulla balconata, e cantò, per lei. Fu un miracolo di bellezza, di amore, di poesia, un uomo distrutto dalla malattia che canta per una donna che non avrà mai, pur trovandosela lì, davanti agli occhi, raccolta nell’aria profumata di Sorrento, nel docile fluttuare delle onde e nella poderosa lirica di Caruso stesso, dedito a rendere il suo ultimo tributo al mondo.

 

Caruso all’Hotel Vittoria di Sorrento  pochi giorni prima di morire

 

http://www.ilgrandeinquisitore.it/2014/11/giuseppe-moscati-medico-santo/

 

 

http://www.enricocaruso.dk/the-great-caruso/the-great-caruso.html

 

http://www.enricocaruso.dk/the-great-caruso/

 

 

 

 

30 Opera ARIAS INTERPRETED BY ENRICO CARUSO – GREATEST ITALIAN VOICES

1 Tosca: Aria from Act III, “E lucevan le stelle” 00:00
2 Germania: Aria from Act I, “No, non chiuder gli occhi vaghi” 2.44
3 Rigoletto: Aria from Act IV, “La donna è mobile” 5:52
4 Cavalleria Rusticana: Aria from Act I, “O Lola (Siciliana)” 8:21
5 Tosca: Aria from Act III, “E lucevan le stelle” 11:20
6 Gli Ugonotti: Aria from Act I, “Qui sotto il ciel” 13:48
7 Tosca: Aria from Act III, “E lucevan le stelle” 15:52
8 Iris: Aria from Act I, “Apri la tua finestra” 18:29
9 Aida: Aria from Act I, “Celeste Aida” 20:58
10 Aida: Aria from Act I, “Celeste Aida” 24:19
11 Germania: Aria from Act I, “No, non chiuder gli occhi vaghi” 26:55
12 Germania: Aria & Prologue, “Studenti udite” 29:40
13 Germania: Aria from Act II, “Cielo e mar” 31:35
14 La Gioconda: Aria from Act I, “O Lola (Siciliana)” 33:57
15 Adriana Lecouvreur: Aria from Act II, “No, più nobile” 36:21
16 Fedora: Aria from Act II, “Amor ti vieta” 38:54
17 Pagliacci: Aria from Act I, “Recitar…Vesti la giubba” 40:46
18 L’Elisir D’Amore: Aria from Act II, “Una furtiva lagrima” 42:58
19 Rigoletto: Aria from Act I, “Questa o quella” 46:29
20 Rigoletto: Aria from Act IV, “La donna è mobile” 48:35
21 L’Elisir D’Amore: Aria from Act II, “Una furtiva lagrima” 50:48
22 L’Elisir D’Amore: Aria from Act II (Part II), “Un solo istante” 53:13
23 Aida: Aria from Act I, “Celeste Aida” 56:14
24 Tosca: Aria from Act III, “E lucevan le stelle” 59:58
25 Rigoletto: Aria from Act I, “Questa o quella” 1:02:33
26 Manon: Aria from Act II, “Chiudo gli occhi (Il sogno)” 1:04:50
27 L’Elisir D’Amore: Aria from Act II, “Una furtiva lagrima” 1:07:31
28 Mefistofele: Aria & Epilogue, “Giunto sul passo estermo” 1:10:49
29 Mefistofele: Aria from Act I, “Dai campi, dai prati” 1:14:00
30 Mefistofele: Aria from Act I, “Dai campi, dai prati” 1:16:28

 

 

 

 

 

 

“L’ultimo suo lavoro è uno dei non pochi ricordi di quel delizioso Mezzogiorno, dove i canti popolari escono spontanei, melodici, e per imitarli ci vuole un’attitudine particolare, della quale il Tosti è provvisto abbondantemente. Il canto napoletano, da lui recentemente pubblicato, è uno dei suoi migliori per il carattere giusto, la snellezza e il fuoco che lo riscalda. S’intitola Marechiare, dal nome di un paesello, in riva al mare, ed i versi, molto graziosi, sono di Salvatore di Giacomo, buon poeta popolare”. Con queste parole, pubblicate sulla Gazzetta Musicale di Milano nel 1886, il giornalista Filippo Filippi sembra aver racchiuso completamente la poesia che si cela all’interno di una delle canzoni napoletane più celebri: A Marechiaro.

Le uniche definizioni che forse non convincono sono “poeta popolare” riferite a di Giacomo, una delle voci più originali della fine del secolo, nonché poeta, scrittore e giornalista, che riuscì attraverso la lingua napoletana a sublimare i più puri sentimenti dell’uomo. Inoltre egli fu capace di creare una leggenda che unita alla realtà consacrò ulteriormente A Marechiaro tra le canzoni più amate del mondo. In un racconto pubblicato sul “Corriere di Napoli” il 6 febbraio 1894, lo stesso di Giacomo narrò l’origine della canzone. Durante una gita fatta con alcuni amici all’Aquarium di Napoli, decise di fare un giro nel golfo a bordo di un vaporetto della Stazione Zoologica. Da lì a Marechiaro il passo fu breve e si ritrovarono tutti in un’osteria situata non lontana dalla celebre “fenestrella”.

Il padrone dell’esercizio confessò alla comitiva che il celebre di Giacomo era stato lì a pranzo e che dopo aver osservato il panorama, compose la canzone. In verità, nello stesso articolo, l’artista affermò che quella era la sua prima volta a Marechiaro. In realtà, come sostengono in molti, il compositore scrisse quegli splendidi versi mentre beveva un caffè seduto a un tavolino del prestigioso Gambrinus. Eppure senza saperlo, di Giacomo aveva descritto una realtà che era esistita davvero. Reale era la finestra con il garofano sul davanzale e reale era anche una giovane che si chiamava Carolina, moglie di uno dei proprietari di quell’osteria dove l’artista si era seduto la prima volta. Dell’ispirazione di Francesco Paolo Tosti, si sa invece, che trasse quella melodia così semplice eppure così ammaliante, ispirandosi alle note intonate da un posteggiatore. L’uomo ogni sera prima di iniziare, con il suo flauto, ad accompagnare le canzoni del suo compagno suonava, per esercitarsi, quello stesso motivetto che apre A Marechiaro. Si narra che di Giacomo per far musicare il suo testo chiese, scherzosamente all’amico Tosti il compenso di una sterlina d’oro. Somma che l’artista pagò pur di contribuire alla creazione della celebre canzone.

Ancora oggi per ricordare il luogo che, nella leggenda o nella realtà, ispirò il poeta napoletano, vi è sotto la “fenestrella” di Marechiaro una targa commemorativa a forma di pergamena con il pentagramma della canzone. A rendere ancora più suggestivo il luogo, alcuni garofani rossi riempiono il davanzale per dare vita a una delle storie d’amore più emozionanti della canzone napoletana.

 

 

 

 

 

 

Text written by Salvatore Cardillo in 1911 for Caruso.

A restored (not digitally restored) version with the original orchestration can be heard here: http://www.youtube.com/watch?v=Rt5tIQ…

More Caruso info on my website: http://www.enricocaruso.dk (English).

TEXT (may not be the Caruso version …):

Italian/Neapolitan: Core ‘Ngrato

Catari, Catari, pecche me dice sti parole amare,
pecche me parle e ‘o core me turmiente, Catari?
Nun te scurda ca t’aggio date ‘o core, Catari,
nun te scurda!

Catari, Catari, che vene a dicere stu parla ca me da spaseme?
Tu nun’nce pienze a stu dulore mio,
tu nun’nce pienze, tu nun te ne cure.

Core, core, ‘ngrato,
t’aie pigliato ‘a vita mia,
tutt’e passato e
nun’nce pienze chiu!

Catari, Catari…
tu nun `o ssaje ca
fino e `int`a na chiesa
io so’ trasuto e aggiu pregato a Dio,
Catari.
E ll`aggio ditto pure a `o cunfessore:
sto’a suffri pe` chella lla…
sto’a suffri,
sto’a suffri nun se p? credere…
sto’a suffri tutte li strazie!`
E `o cunfessore,ch’e perzona santa,
mm`ha ditto: `Figliu mio
lassala sta!…

English: Ungrateful Heart

Caterina, Caterina, why do you say those bitter words?
Why do you speak and torment my heart, Caterina?
Don’t forget, I gave you my heart, Caterina,
don’t forget.

Caterina, Caterina, why do you come and say those words that hurt me so much?
You don’t think of my pain,
you don’t think, you don’t care.

Ungrateful heart,
you have stolen my life.
Everything is finished
and you don’t care any more!

Catarí’, Catarí’
you do not know that even in church
I bring my prayers to God, Catari.
And I recount my confession to the priest: “I am suffering
from such a great love.”

I’m suffering,
I’m suffering from not knowing your love,
I’m suffering a sorrow that tortures my soul.
And I confess, that the Holy Mother
spoke to me: “My son, let it be, let it be.”

 

 

 

Lasciati amar     http://www.enricocaruso.dk/musicdetails.php?mid=83

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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