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Il sermone della montagna (Gesù..vangelo di Matteo (5,1-12-segg)   Leave a comment


 

Il cosiddetto discorso della montagna è un sermone rivolto da Gesù ai suoi discepoli e ad una grande folla, riportato nel Vangelo secondo Matteo 5,1-12. Tradizionalmente si pensa che Gesù abbia rivolto questo discorso su una montagna al nord del mar di Galilea, vicino a Cafarnao.

È sovente paragonato con quello simile ma più corto del Vangelo secondo Luca: 6,17-49, detto discorso della Pianura. Alcuni commentatori pensano che si tratti dello stesso discorso, altri credono che Gesù predicasse cose simili in varie circostanze e altri ancora pensano che Matteo e Luca vi abbiano raccolto vari insegnamenti separati di Gesù.

Il discorso della montagna è una esplicitazione e un approfondimento dei dieci comandamenti che vengono completati da Gesù Cristo e arricchiti da un significato universale. Per molti pensatori, come Lev Tolstoj[1], Martin Luther King[2][3] e Mahatma Gandhi[4], questo discorso contiene i principali valori della fede cristiana

le beatitudini 5,1-12a

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Matteo%205

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Pendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati e causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

 

Il discorso della montagna è introdotto da una breve frase che indica l’occasione in cui è stato pronunziato: «Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo…» (vv. 1-2). Sulla montagna sono presenti le folle, ma Gesù direttamente si rivolge ai suoi discepoli. Anche il terzo evangelista introduce in modo analogo il suo «discorso del piano» (cfr. Lc 6,17a.20a). È dunque chiaro che già nella tradizione Q il discorso inaugurale di Gesù è rivolto primariamente ai discepoli, e con essi alla comunità cristiana, anche se indirettamente esso riguarda tutti. Il nome della montagna in cui Matteo ambienta il discorso non è menzionato, ma, designandola con l’articolo determinativo, egli lascia supporre che si tratti di un luogo ben preciso, da un punto di vista però non geografico, ma teologico: si tratta del nuovo Sinai, sul quale Gesù, come un tempo Mosè, rivela la legge di Dio ai suoi discepoli.

All’inizio del discorso Matteo riporta l’elenco di nove categorie di persone le quali vengono dichiarate «beate». Questo genere letterario è attestato non solo nella letteratura biblica e giudaica, ma anche in diversi altri passi dei vangeli (cfr. Mt 11,6; 13,16; 16,17; 24,46; Lc 1,45; 11,28 ecc.). È dunque probabile che il suo uso risalga a Gesù, il quale certamente se ne è servito per designare i destinatari del lieto annunzio; la tradizione, e poi gli evangelisti, hanno trasmesso le parole di Gesù, adattandole alle esigenze delle prime comunità cristiane.

I primi destinatari della salvezza

Le beatitudini non sono state certamente pronunziate da Gesù nella forma in cui sono riportate da Matteo. Luca infatti nel discorso del piano ne riporta solo quattro (cfr. Lc 6,20b-23; cfr. Mt 5,3.4.6.11-12), le quali, pur con notevoli differenze, sono interamente contenute in quelle matteane: esse sono tutte, come l’ultima di Matteo, in seconda persona plurale («voi»); inoltre nella seconda e terza beatitudine, Luca inserisce l’avverbio «ora»; i poveri non vengono da lui qualificati come «in spirito», gli «afflitti» che «saranno consolati» diventano coloro che «piangono, ma un giorno rideranno»; infine «coloro che hanno fame e sete di giustizia» sono semplicemente coloro che «hanno fame».

Queste somiglianze e differenze fanno supporre che i due evangelisti conoscessero una lista originaria di tre beatitudini in terza persona plurale (così erano formulate le beatitudini giudaiche), a cui la comunità aveva aggiunto una quarta formula in seconda persona plurale riguardante i perseguitati.

Le tre beatitudini più antiche, che riflettono da vicino la predicazione di Gesù, dovevano suonare più o meno così:

1. Beati i poveri, perché di essi è il regno di Dio (dei cieli).

2. Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
3. Beati coloro che hanno fame, perché saranno saziati.

Se si esaminano queste tre beatitudini alla luce dei paralleli biblici e giudaici, appare chiaramente che esse si riferiscono tutte ad un’unica categoria di persone,  costituita da coloro che, proprio a causa della loro povertà, sono afflitte e soffrono la fame. In realtà dai racconti evangelici risulta che Gesù era circondato da malati, indemoniati, emarginati sociali e religiosi, in una parola da persone provate nel corpo e nello spirito; esse non appaiono di solito come particolarmente pie o giuste, almeno secondo i canoni farisaici, anzi molte appartengono al gruppo dei «peccatori». Gesù è venuto dunque a contatto con i rappresentanti di una povertà ben più ampia e frastagliata di quella che ha trovato voce nei testi biblici e giudaici. A questi poveri che lo circondano Gesù annunzia la felicità più piena, che consiste nella fine della loro situazione miserevole.

Questo messaggio ha profonde radici nell’AT e nel giudaismo. Dio interviene in Egitto per liberare un popolo miserabile e oppresso (cfr. Es 3,7-8) ed esige la solidarietà verso i bisognosi (Dt 15,7-8). Al tempo stesso condanna lo sfruttamento dei poveri e la ricchezza frutto di ingiustizia (Am 4,1; 5,11-12; Os 12,9; Mi 6,10-12) e identifica il povero con il giusto (Am 2,6). Il profeta Sofonia annunzia che, dopo la catastrofe dell’esilio, Dio si sceglierà un popolo povero che confiderà nel nome del Signore (Sof 2,3; 3,11-13; cfr. Is 49,13; 57,15). Perciò il profeta escatologico porta il lieto annunzio ai «miseri» (Is 61,1) e diversi Salmi esaltano la povertà, che consiste nella fiducia in Dio e nella rinunzia a qualsiasi tipo di violenza (Sal 37,7-11; 69,33-34; Salmi di Salomone 5,1-3.7.10-11.13). Questo atteggiamento interiore viene chiamato a Qumran «povertà di spirito» (1QM XIV,6-7; cfr. 1QH 2,32.34-35). In greco il termine ‘anî, «povero», viene tradotto con ptôchos, che indica la povertà in senso economico, ma anche con praüs, che significa «mite», nel senso di «non violento».

La beatitudine dei poveri si comprende alla luce della predicazione di Gesù, il quale ha annunziato l’imminente venuta del regno di Dio: siccome Dio sta per instaurare la sua regalità su tutto il mondo, i poveri e gli oppressi otterranno finalmente giustizia, anzi saranno proprio loro i primi a entrare in possesso della salvezza (cfr. Mt 11,5; Lc 4,18). Gesù non si rivolge quindi a coloro che si ispirano all’ideale della povertà in senso spirituale, ma ai poveri effettivi, in senso sociale ed economico. A costoro il regno viene offerto non come ricompensa per i loro meriti, ma per pura grazia. È vero che essi devono aprirsi a questo dono (cfr. 1,14: «convertitevi!»), ma ciò che Gesù annunzia in primo piano non è la necessità della conversione, bensì la misericordia di Dio che la provoca.

La beatitudine dei discepoli (vv. 3-12)

Le beatitudini, indirizzate per la prima volta ai poveri della Palestina, sono state rilette ben presto dalla comunità cristiana in funzione della situazione in cui essa è venuta a trovarsi dopo la risurrezione di Gesù. Segno di questa antichissima rilettura è l’aggiunta di una beatitudine riservata ai perseguitati «per causa di Gesù» (cfr. v. 11). Su questa linea si pone anche Matteo, il quale utilizza le quattro beatitudini ricevute dalla tradizione, aggiungendo ad esse altre cinque formule analoghe. Egli ottiene così una lista di otto beatitudini, che inizia e termina con un riferimento al «regno dei cieli» (vv. 3.10). Il brano si può facilmente dividere in due parti di quattro membri ciascuno (vv. 3-6; 7-10), come appare dalla ripetizione del termine «giustizia» nei vv. 6 e 10. Al termine Matteo riporta la quarta formula ricevuta dalla tradizione, tenendola però distinta dalle precedenti.

Prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito (ptôchoi pneumati), perché di essi è il regno dei cieli» (v. 3). L’espressione «in spirito» è stata probabilmente aggiunta dall’evangelista, il quale, sulla linea della riflessione giudaica (Qumran), ha voluto sottolineare che la povertà deve essere espressione di un’umile e fiduciosa sottomissione a Dio: per entrare nella beatitudine finale del regno dei cieli non conta anzitutto la privazione dei beni materiali, bensì l’abbandono a Dio e l’impegno quotidiano per compiere la sua volontà (cfr. At 2,42-48).

Seconda beatitudine: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati» (v. 4): ai cristiani che per essere fedeli a Dio vanno incontro a sofferenze e persecuzioni (cfr. Is 61,2), l’evangelista annunzia, come aveva fatto il Deuteroisaia con il popolo in esilio (cfr. Is 40,1), la consolazione promessa da Gesù. Questa però non consiste più nel possesso di una terra, ma del regno di Dio da lui inaugurato.

Terza beatitudine: «Beati i miti, perché erediteranno la terra» (v. 5). In diversi manoscritti questa beatitudine occupa il secondo posto dell’elenco. Essa riguarda i «miti» (praeîs): questo termine, con cui i LXX traducono l’ebraico ‘anî (povero) quando assume un significato più spiccatamente spirituale, indica il comportamento di chi si abbandona totalmente alla volontà di Dio, rinunziando a qualsiasi forma di violenza. Sullo sfondo si può vedere la figura del Servo di JHWH (cfr. Is 42,2-3; 50,5-6), il giusto dei Salmi (cfr. Sal 36,7-11), il Messia umile (Zc 9,9) e lo stesso Gesù (cfr. Mt 11,28-29). A coloro che si pongono su questa strada (cfr. 5,39-41) Matteo promette, in nome di Gesù, il possesso della terra: questa espressione, ispirata al Sal 36, non indica più la terra di Israele, ma i beni messianici in tutta la loro pienezza. Questa beatitudine è molto simile alla prima, e potrebbe essere un’aggiunta secondaria fatta da Matteo stesso o dalla tradizione successiva a un elenco già definito di sette beatitudini.

Quarta beatitudine: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (v. 6). Viene qui esaltata la felicità di quelli che hanno fame e sete non tanto, come in Luca, di cibo materiale, quanto piuttosto di giustizia: anche qui Matteo, senza eliminare l’aspetto materiale della fame, ha letto nella formula trasmessa dalla tradizione soprattutto la ricerca della giustizia, che consiste nella fedeltà a Dio e ai suoi comandamenti. Si chiude così il primo gruppo di beatitudini, che ricalca da vicino, malgrado i ritocchi, le formule pronunziate dallo stesso Gesù.

Le quattro beatitudini successive (vv. 7-10) contengono nuove variazioni sul tema delineato nella prima parte. In esse sono proclamati felici i misericordiosi, cioè coloro che, come Dio stesso (cfr. Es 34,6), sono capaci di perdonare, i puri di cuore, che aderiscono a Dio in un modo pieno e senza ripensamenti (cfr. Sal 24,2-4), gli operatori di pace e i perseguitati a causa della giustizia, i quali lottano e soffrono per un mondo nuovo, in cui regna la pace e la giustizia (cfr.Is 11,1-9; Sal 72,2-3.7). L’evangelista propone dunque ai suoi lettori una serie di comportamenti che si ispirano al tema biblico dell’imitazione di Dio. A coloro che li adottano viene promesso rispettivamente che otterranno essi stessi misericordia, vedranno Dio, saranno chiamati suoi figli, e possederanno il regno dei cieli. In altre parole essi sperimenteranno un giorno la piena comunione con Dio, ottenendo con essa tutti i beni propri del regno.

Nella nona beatitudine si dice: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi» (vv. 11-12). Essa è già anticipata nell’ottava e si distacca dalle precedenti per la sua lunghezza e per l’uso della seconda persona («voi»): anch’essa è giunta a Matteo dalla tradizione (cfr. Lc 6,22-23), ma risale non a Gesù, bensì alla comunità, la quale l’ha coniata a partire dalla beatitudine da lui riservata agli afflitti. Diversamente dalle altre essa è rivolta direttamente ai cristiani che soffrono persecuzione a causa della loro fede in Gesù: ad essi è riservata nei cieli una grande ricompensa, che si identifica con la piena comunione con Dio (cfr. 1Pt 4,13-16).

Linee interpretative

Le beatitudini riportate da Matteo rappresentano un notevole sviluppo rispetto a quelle pronunziate da Gesù. Questi infatti proclamava la felicità dei primi destinatari del regno di Dio, identificati con le categorie più povere ed emarginate della società; così facendo egli annunziava che il regno di Dio avrebbe rappresentato un ribaltamento della situazione, portando loro un benessere immensamente superiore a quello di cui erano stati privati.

Matteo invece identifica otto (o forse originariamente sette) atteggiamenti spirituali, proponendoli ai suoi lettori cristiani come la via maestra per raggiungere la piena felicità che Gesù ha promesso a coloro che sono già entrati, mediante la fede, nella fase iniziale del regno di Dio. Così facendo Matteo ha esplicitato, alla luce della riflessione biblico-giudaica sulla povertà, le parole di Gesù adattandole alle esigenze di una comunità la quale vive ormai nell’attesa del compimento finale. Soprattutto ha messo in luce da una parte l’esigenza di lottare per la giustizia e per la pace, e dall’altra quella di adottare sempre un metodo non violento: ciò implica la disponibilità a perdere la sicurezza che viene dal possesso delle cose materiali e a pagare di persona.

Anche Luca però, pur mantenendosi più aderente alla formulazione originaria, ha adattato le beatitudini alla situazione dei suoi lettori. Sullo sfondo si percepisce una comunità cristiana in cui si fa sentire una dolorosa frattura tra ricchi e poveri. Questi ultimi si trovano proprio ora in una situazione di privazione materiale e sono facilmente discriminati ed emarginati. Ad essi l’evangelista ricorda che un giorno otterranno il regno con tutti i suoi beni. A coloro che sono ricchi e privilegiati egli invece, riprendendo nel brano da lui aggiunto alle beatitudini il linguaggio dei profeti (cfr. per es. i «guai» di Is 5,8-24; 1En 94,8; 96,4-6), annunzia che un giorno li colpirà la rovina. Come nella parabola del «ricco epulone» (Lc 16,19-31), egli prospetta un’altra vita nella quale la situazione attuale sarà completamente capovolta.

 

Pubblicato 8 settembre 2016 da sorriso47 in abbracci, anima, ANIMA ANIMUS, anima e corpo, animus, ASTROFISICA, Attualità, aurora borealis, AVVENTO DEL REGNO DI DIO, beauty, beauty of Universe, bellezza, Biodanza, blog, Breaking the Silence, cambiamento, cancro, canzone napoletana, Carl Jung, compassion, compassione, conoscenza, conoscenza di se stessi, contemplazione, corpo umano, corporeità umana, Coscienza Collettiva, coscienza originaria, creazione, cristianesimo, cuore di dio.., Curanderos, danza, democrazia, Dio, Diritti, earth, educazione, ENERGIA DEBOLE, energia elettromagnetica, genere, Gesù, Gesù Cristo, Gesù Cristo..frasi celebri, Giordano Bruno, giornalisti, Giuliana Conforto, giustizia, gnostici, Gnosticismo, God Father, God Mother, Gospel, grace, il sermone della montagna, prana, spiritualità, vangelo di matteo 5,12-12a

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book gratuito di Giovanna Garbuio..Vita,istruzioni per l’uso (Ho-oponoponopo)   Leave a comment


Vita,istruzioni per l’uso

cerchiamo di ridere ..che ridere fà bene alla mente ed al corpo..

 

il vero “modo” di “essere ” di una creatura umana ormai “liberata”..   Leave a comment


 

La Preghiera del guerriero
(di Stuart Wilde)

Sono quel che sono.
Avendo fede nella bellezza dentro di me, sviluppo fiducia.
Nella dolcezza ho forza.
In silenzio cammino con gli dei.
In pace capisco me stesso e il mondo.
Nel conflitto mi allontano.
Nel distacco sono libero.
Nel rispettare ogni creatura vivente, rispetto me stesso.
In dedizione onoro il coraggio dentro di me.
In eternità ho pietà per la natura di tutte le cose.
In amore accetto incondizionatamente l’evoluzione degli altri.
In libertà ho potere.
Nella mia individualità esprimo la Forza divina che è dentro di me.
In servizio do quel che sono diventato.
Sono quel che sono:

Eterno, immortale, universale e infinito. E così sia.

 

Pubblicato 19 novembre 2014 da sorriso47 in abbracci, anima, essere, Salute e benessere

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Uvas   Leave a comment


un bellisssimo post ..pieno di sano erotismo    Uvas.

“Coloco una uva entre mis labios, te la ofrezco. Me interrogas con la mirada, te guiño un ojo, sugiero con eso que no sólo puedes, sino que debes tomarla. Nuestros labios se juntan en un beso largo, profundo, mordisqueando. Tomas mi cabeza para no dejar de besarme, mientras con la otra mano, buscas ya tomar y acariciar mis senos.

Tu manos encuentran su meta, y un par de tus dedos, toma mi pezón rosado y suave, cual si fuera otra uva verde y toca, acaricia, erecta, juguetea . Llevas tu boca a esa uva carnosa y rosada y tu lengua la descubre, la despierta, la moja, la toca con su punta; tus labios la jalan suavemente, sueltan, chupan, buscando su intimo sabor

Fue entonces cuando junto a tu boca, tu índice también buscaba mis labios y lengua.

Lo complací. Tu dedo era una “simulación”, una representación tuya. Mi lengua recorrió tu dedo humedeciéndolo, mis labios lo aprietan suavemente, es un juego de transformación, yo tengo uvas, tu otro tipo de fruta.

digital nudeart 6

“Me enloquecen las uvas” dijiste en un susurro. Yo sólo atino a sonreír y traviesamente ofrecerte el platón, “No, no esas, las tuyas”, contestas….”Yo no tengo uvas, las uvas no son tan turgentes” digo pícara y maliciosamente al mismo tiempo que me ponía erguida para mostrarte mis senos; tomas con tus 2 manos uno y dices, “me refiero a éstas” y tocas mis pezones haciéndome temblar.

Continuamos en ese jugueteo rico y sexual, y poco a poco nos despojarnos de la ropa para recorrer con manos y lenguas, nuestra piel. Tu dedo encuentra mi entrepierna, haces “S’s” acercándose y alejándose de mi sexo presto para lo que quieras hacer con él, recorres mis piernas hasta mis pies, lo cuales besas y lames, poniéndome los sentidos a punto. Nos ponemos cómodos y es entonces cuando siento entrar en mí, no tus dedos, sino aquello que imaginé chupar y lamer minutos antes. Gimo al mismo tiempo que elevo mi cadera hacia a tí, te mueves despacio aún, para alargar el placer.

Cuerpo arqueado y chupando mis dedos, transportada en tu sexo poseyendo el mío, sintiendo tus manos moverse entre mis y en mis areolas, a un mundo en donde el lenguaje son las caricias, los gemidos, respiraciones agitadas. Donde montada en placer pido más.

Tus dedos siguen en mi boca, me enloquece imaginar que es tu pene. Lento y firme es tu movimiento, como dejando que el placer ejercido provoque sensaciones en todo mi cuerpo, piernas abiertas, tú en medio, llenando todo, busco tu mirada que electriza y paraliza, con una de tus manos sostienes y elevas mi cadera para que quede perfecta a la penetración, me gusta tu cara transfigurada por el esfuerzo que no para, queremos más, mis jadeos te indican que es lo que quiero y busco.

Movimientos feroces, posiciones estratégicas para gozarnos, frases susurrantes , enrojecimiento de pieles, besos ansiosos, todo enaltece ese momento de lujuria satisfaciéndose, deseo que se desvanece en cada empuje, en cada gemido, en esa mezcla de fluidos sexuales que nos está llevando al éxtasis más nuevo porque recién nos conocimos.

Tu cuerpo me sabe, mi cuerpo te reconoce en ese momento como suyo, esa entrega ante nadie, plena, total, estamos cansados pero no paramos, no podemos parar, son muchas las ganas. Tu pecho respira y lo siento en el mío, tu saliva está por toda mi piel, igual que la mía en el tuyo. Arrecias, aprieto, gritas, gozo, continuas, me muevo, “más, más”, no paras, te araño la espalda, echas la cabeza para atrás… un último empuje… gritamos, nos vemos a los ojos que están perdidos cada uno en su orgasmo. Quietud. Tregua.

Sudorosos, cansados, sedientos tomamos algo de vino, sonreímos al vernos… nos incorporamos… ahí están más uvas ¿Qué tal que iniciamos de nuevo el juego?”

cosa pensano molte donne..i genitali..ormai li conosciamo..perchè non provare a girare un nuovo tipo di filmati sull’educazione erotica?   Leave a comment


 

 

la compassione,l’amore,la bontà del Padre nei confronti dei figli   Leave a comment


[1]Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo.

[2]I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”.

[3]Allora egli disse loro questa arabola:

[11] “Un uomo aveva due figli. [12]Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del

patrimonio che mi spetta.

E il padre divise tra loro le sostanze.

[13]Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano

e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto.

[14]Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli

cominciò a trovarsi nel bisogno. [15]Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella

regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. [16]Avrebbe voluto saziarsi con le carrube

che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. [17]Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti

salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! [18]Mi leverò e

andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; [19]non sono più

degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. [20]Partì e si incamminò

verso suo padre.

Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo

baciò.

[21]Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di

esser chiamato tuo figlio.

[22]Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo,

mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. [23]Portate il vitello grasso, ammazzatelo,

mangiamo e facciamo festa, [24]perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era

perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.

[25]Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le

danze; [26]chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. [27]Il servo gli rispose: È

tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e

salvo. [28]Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo.

[29]Ma lui

rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu

non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. [30]Ma ora che questo tuo figlio che

ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso.

[31]Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; [32]ma bisognava far

festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato

ritrovato”.

QUESTA è..presumibilmente la PAROLA di Dio,incarnata 2000anni fà..nella persona di Cristo.

Vescovi,apostoli,più simili ai Farisei che a Dio..hanno continuato a mettere sulla gente..fardelli insostenibili.

Non hanno vissuto la sessualità umana .creata da Dio..

di fatto portando come vangelo della buona notizia, la medesima mentalità farisaia .

Gli studi antropologici confermano che l’essere umano ha il 99% del  dna delle scimmie del Corno d’africa.

Vi consiglio di vedere qualche filmato delle   nostre cugine–le scimmie Bonobos del Congo..

non si tratta di abitanti di Sodoma e Gomorra ma di “caste” cugine che si accoppiano anche nella posizione “missionaria”!!!!

Guardate questi filmati e fatevi due risate liberatorie—che ,alla fine,nella Chiesa ..è arrivato Francesco

 

bonobos-sexual.jpg ADAMO ED EVA

Eva che prende la mela      EVA CHE COGLIE LA MELA

 

ADAMO DA PICCINO

 

 

 

Ho finito le mie argomentazioni..sono talmente romantico che nel vederli..

mi sono venute le lacrime agli occhi…ed ho avvertito una rinnovata speranza nella vita…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando c’ era il tuo amore per me..   Leave a comment


ho ringraziato il cielo,e ho vissuto con tutta l’ anima ,la mia gioia e la mia cura quel periodo…

non ho mai preteso il tuo amore,quindi non sentirti in colpa se dopo non ne sei stata più sicura,

perché mi hai dato tantissimo…sentire il solletico dei messaggeri della fata dei boschi,

essere inondato di tutto l’ amore della principessa del mare è inaudito,immenso…

princesa Maravilla.

Anche se prima ti ho già detto qualcosa di tuoi sensi di colpa,voglio precisare questo:

Pensa se all’ inizio della nostra relazione avessi dato retta alle tue titubanze,

e non ci fosse stato il miracolo che dopo abbiamo vissuto insieme…

dio mio, la primavera non sarebbe arrivata…

la luna e le stelle avrebbero rimpianto per l’ eternità i tuoi occhi che mi guardavano così innamorati.

Non ci sarebbe stata nessuna cassetta con le nostre canzoni…

non avrei notato che quando giochi con i kiwido in primavera

le tue braccia sono ali di farfalla…

 

ali di farfalla 1

non ti avrei dedicato una poesia sul forum facendola seguire da un’ altra dopo due minuti…

non ci sarebbe stata nessuna conversazione di questo tipo – “ci mettiamo distesi?” “No,restiamo seduti”

“Va bene” “Mettiamoci distesi và”…

non ti avrei fatta cadere rovinosamente su di me tentando di prenderti in braccio…

non avremmo mangiato i biccottini…

non avremmo scoperto che tu eri più grande di me perché avevi due anni e due mesi…

non mi avresti regalato i rimedi dello zio Gigen e i plettri…

non avremmo accumulato insieme sonno,estasi e amore per mesi e mesi…

non mi avresti cantato “ Il tempo di morire” guardandomi negli occhi e stringendo le mie mani…

non avrei fatto così tanti ritardi agli appuntamenti e poi vedendoti…

non avrei chiuso gli occhi per qualche istante,come per svegliarmi da un sogno,

e non ti avrei fatto quel sorriso riaprendoli…

non avresti scoperto con quanta velocità riesco a sporcare un vestito…

non ti avrei detto,ogni volta che stringevi la mia mano camminando per strada,

“Ma guarda che le mani non si stringono mica per questo verso”…

non avrei chiamato dolci colline i tuoi fianchi…

non ti avrei guardato con occhi così innamorati ogni volta che ti mettevi sopra di me durante l’ amore…

non avrei sbagliato strada in una città che conosco a memoria dicendoti “Scusa,è che mi distrai troppo”…

non mi avresti detto che già dall’estate scorsa eri venuta a cercarmi qua…

non avresti mai ascoltato Rino insieme a me,accarezzandomi i capelli mentre guidavo.

Non avrei mai avuto l’ impressione a volte di sentire il tuo profumo,

dopo che la nostra storia era finita,e questo non si sarebbe ripetuto di nuovo…

proprio ora che ti sto scrivendo…

Pubblicato 19 ottobre 2014 da sorriso47 in abbracci, donna, Poesia, storie d'amore

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