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Il sermone della montagna (Gesù..vangelo di Matteo (5,1-12-segg)   Leave a comment


 

Il cosiddetto discorso della montagna è un sermone rivolto da Gesù ai suoi discepoli e ad una grande folla, riportato nel Vangelo secondo Matteo 5,1-12. Tradizionalmente si pensa che Gesù abbia rivolto questo discorso su una montagna al nord del mar di Galilea, vicino a Cafarnao.

È sovente paragonato con quello simile ma più corto del Vangelo secondo Luca: 6,17-49, detto discorso della Pianura. Alcuni commentatori pensano che si tratti dello stesso discorso, altri credono che Gesù predicasse cose simili in varie circostanze e altri ancora pensano che Matteo e Luca vi abbiano raccolto vari insegnamenti separati di Gesù.

Il discorso della montagna è una esplicitazione e un approfondimento dei dieci comandamenti che vengono completati da Gesù Cristo e arricchiti da un significato universale. Per molti pensatori, come Lev Tolstoj[1], Martin Luther King[2][3] e Mahatma Gandhi[4], questo discorso contiene i principali valori della fede cristiana

le beatitudini 5,1-12a

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Matteo%205

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Pendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati e causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

 

Il discorso della montagna è introdotto da una breve frase che indica l’occasione in cui è stato pronunziato: «Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo…» (vv. 1-2). Sulla montagna sono presenti le folle, ma Gesù direttamente si rivolge ai suoi discepoli. Anche il terzo evangelista introduce in modo analogo il suo «discorso del piano» (cfr. Lc 6,17a.20a). È dunque chiaro che già nella tradizione Q il discorso inaugurale di Gesù è rivolto primariamente ai discepoli, e con essi alla comunità cristiana, anche se indirettamente esso riguarda tutti. Il nome della montagna in cui Matteo ambienta il discorso non è menzionato, ma, designandola con l’articolo determinativo, egli lascia supporre che si tratti di un luogo ben preciso, da un punto di vista però non geografico, ma teologico: si tratta del nuovo Sinai, sul quale Gesù, come un tempo Mosè, rivela la legge di Dio ai suoi discepoli.

All’inizio del discorso Matteo riporta l’elenco di nove categorie di persone le quali vengono dichiarate «beate». Questo genere letterario è attestato non solo nella letteratura biblica e giudaica, ma anche in diversi altri passi dei vangeli (cfr. Mt 11,6; 13,16; 16,17; 24,46; Lc 1,45; 11,28 ecc.). È dunque probabile che il suo uso risalga a Gesù, il quale certamente se ne è servito per designare i destinatari del lieto annunzio; la tradizione, e poi gli evangelisti, hanno trasmesso le parole di Gesù, adattandole alle esigenze delle prime comunità cristiane.

I primi destinatari della salvezza

Le beatitudini non sono state certamente pronunziate da Gesù nella forma in cui sono riportate da Matteo. Luca infatti nel discorso del piano ne riporta solo quattro (cfr. Lc 6,20b-23; cfr. Mt 5,3.4.6.11-12), le quali, pur con notevoli differenze, sono interamente contenute in quelle matteane: esse sono tutte, come l’ultima di Matteo, in seconda persona plurale («voi»); inoltre nella seconda e terza beatitudine, Luca inserisce l’avverbio «ora»; i poveri non vengono da lui qualificati come «in spirito», gli «afflitti» che «saranno consolati» diventano coloro che «piangono, ma un giorno rideranno»; infine «coloro che hanno fame e sete di giustizia» sono semplicemente coloro che «hanno fame».

Queste somiglianze e differenze fanno supporre che i due evangelisti conoscessero una lista originaria di tre beatitudini in terza persona plurale (così erano formulate le beatitudini giudaiche), a cui la comunità aveva aggiunto una quarta formula in seconda persona plurale riguardante i perseguitati.

Le tre beatitudini più antiche, che riflettono da vicino la predicazione di Gesù, dovevano suonare più o meno così:

1. Beati i poveri, perché di essi è il regno di Dio (dei cieli).

2. Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
3. Beati coloro che hanno fame, perché saranno saziati.

Se si esaminano queste tre beatitudini alla luce dei paralleli biblici e giudaici, appare chiaramente che esse si riferiscono tutte ad un’unica categoria di persone,  costituita da coloro che, proprio a causa della loro povertà, sono afflitte e soffrono la fame. In realtà dai racconti evangelici risulta che Gesù era circondato da malati, indemoniati, emarginati sociali e religiosi, in una parola da persone provate nel corpo e nello spirito; esse non appaiono di solito come particolarmente pie o giuste, almeno secondo i canoni farisaici, anzi molte appartengono al gruppo dei «peccatori». Gesù è venuto dunque a contatto con i rappresentanti di una povertà ben più ampia e frastagliata di quella che ha trovato voce nei testi biblici e giudaici. A questi poveri che lo circondano Gesù annunzia la felicità più piena, che consiste nella fine della loro situazione miserevole.

Questo messaggio ha profonde radici nell’AT e nel giudaismo. Dio interviene in Egitto per liberare un popolo miserabile e oppresso (cfr. Es 3,7-8) ed esige la solidarietà verso i bisognosi (Dt 15,7-8). Al tempo stesso condanna lo sfruttamento dei poveri e la ricchezza frutto di ingiustizia (Am 4,1; 5,11-12; Os 12,9; Mi 6,10-12) e identifica il povero con il giusto (Am 2,6). Il profeta Sofonia annunzia che, dopo la catastrofe dell’esilio, Dio si sceglierà un popolo povero che confiderà nel nome del Signore (Sof 2,3; 3,11-13; cfr. Is 49,13; 57,15). Perciò il profeta escatologico porta il lieto annunzio ai «miseri» (Is 61,1) e diversi Salmi esaltano la povertà, che consiste nella fiducia in Dio e nella rinunzia a qualsiasi tipo di violenza (Sal 37,7-11; 69,33-34; Salmi di Salomone 5,1-3.7.10-11.13). Questo atteggiamento interiore viene chiamato a Qumran «povertà di spirito» (1QM XIV,6-7; cfr. 1QH 2,32.34-35). In greco il termine ‘anî, «povero», viene tradotto con ptôchos, che indica la povertà in senso economico, ma anche con praüs, che significa «mite», nel senso di «non violento».

La beatitudine dei poveri si comprende alla luce della predicazione di Gesù, il quale ha annunziato l’imminente venuta del regno di Dio: siccome Dio sta per instaurare la sua regalità su tutto il mondo, i poveri e gli oppressi otterranno finalmente giustizia, anzi saranno proprio loro i primi a entrare in possesso della salvezza (cfr. Mt 11,5; Lc 4,18). Gesù non si rivolge quindi a coloro che si ispirano all’ideale della povertà in senso spirituale, ma ai poveri effettivi, in senso sociale ed economico. A costoro il regno viene offerto non come ricompensa per i loro meriti, ma per pura grazia. È vero che essi devono aprirsi a questo dono (cfr. 1,14: «convertitevi!»), ma ciò che Gesù annunzia in primo piano non è la necessità della conversione, bensì la misericordia di Dio che la provoca.

La beatitudine dei discepoli (vv. 3-12)

Le beatitudini, indirizzate per la prima volta ai poveri della Palestina, sono state rilette ben presto dalla comunità cristiana in funzione della situazione in cui essa è venuta a trovarsi dopo la risurrezione di Gesù. Segno di questa antichissima rilettura è l’aggiunta di una beatitudine riservata ai perseguitati «per causa di Gesù» (cfr. v. 11). Su questa linea si pone anche Matteo, il quale utilizza le quattro beatitudini ricevute dalla tradizione, aggiungendo ad esse altre cinque formule analoghe. Egli ottiene così una lista di otto beatitudini, che inizia e termina con un riferimento al «regno dei cieli» (vv. 3.10). Il brano si può facilmente dividere in due parti di quattro membri ciascuno (vv. 3-6; 7-10), come appare dalla ripetizione del termine «giustizia» nei vv. 6 e 10. Al termine Matteo riporta la quarta formula ricevuta dalla tradizione, tenendola però distinta dalle precedenti.

Prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito (ptôchoi pneumati), perché di essi è il regno dei cieli» (v. 3). L’espressione «in spirito» è stata probabilmente aggiunta dall’evangelista, il quale, sulla linea della riflessione giudaica (Qumran), ha voluto sottolineare che la povertà deve essere espressione di un’umile e fiduciosa sottomissione a Dio: per entrare nella beatitudine finale del regno dei cieli non conta anzitutto la privazione dei beni materiali, bensì l’abbandono a Dio e l’impegno quotidiano per compiere la sua volontà (cfr. At 2,42-48).

Seconda beatitudine: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati» (v. 4): ai cristiani che per essere fedeli a Dio vanno incontro a sofferenze e persecuzioni (cfr. Is 61,2), l’evangelista annunzia, come aveva fatto il Deuteroisaia con il popolo in esilio (cfr. Is 40,1), la consolazione promessa da Gesù. Questa però non consiste più nel possesso di una terra, ma del regno di Dio da lui inaugurato.

Terza beatitudine: «Beati i miti, perché erediteranno la terra» (v. 5). In diversi manoscritti questa beatitudine occupa il secondo posto dell’elenco. Essa riguarda i «miti» (praeîs): questo termine, con cui i LXX traducono l’ebraico ‘anî (povero) quando assume un significato più spiccatamente spirituale, indica il comportamento di chi si abbandona totalmente alla volontà di Dio, rinunziando a qualsiasi forma di violenza. Sullo sfondo si può vedere la figura del Servo di JHWH (cfr. Is 42,2-3; 50,5-6), il giusto dei Salmi (cfr. Sal 36,7-11), il Messia umile (Zc 9,9) e lo stesso Gesù (cfr. Mt 11,28-29). A coloro che si pongono su questa strada (cfr. 5,39-41) Matteo promette, in nome di Gesù, il possesso della terra: questa espressione, ispirata al Sal 36, non indica più la terra di Israele, ma i beni messianici in tutta la loro pienezza. Questa beatitudine è molto simile alla prima, e potrebbe essere un’aggiunta secondaria fatta da Matteo stesso o dalla tradizione successiva a un elenco già definito di sette beatitudini.

Quarta beatitudine: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (v. 6). Viene qui esaltata la felicità di quelli che hanno fame e sete non tanto, come in Luca, di cibo materiale, quanto piuttosto di giustizia: anche qui Matteo, senza eliminare l’aspetto materiale della fame, ha letto nella formula trasmessa dalla tradizione soprattutto la ricerca della giustizia, che consiste nella fedeltà a Dio e ai suoi comandamenti. Si chiude così il primo gruppo di beatitudini, che ricalca da vicino, malgrado i ritocchi, le formule pronunziate dallo stesso Gesù.

Le quattro beatitudini successive (vv. 7-10) contengono nuove variazioni sul tema delineato nella prima parte. In esse sono proclamati felici i misericordiosi, cioè coloro che, come Dio stesso (cfr. Es 34,6), sono capaci di perdonare, i puri di cuore, che aderiscono a Dio in un modo pieno e senza ripensamenti (cfr. Sal 24,2-4), gli operatori di pace e i perseguitati a causa della giustizia, i quali lottano e soffrono per un mondo nuovo, in cui regna la pace e la giustizia (cfr.Is 11,1-9; Sal 72,2-3.7). L’evangelista propone dunque ai suoi lettori una serie di comportamenti che si ispirano al tema biblico dell’imitazione di Dio. A coloro che li adottano viene promesso rispettivamente che otterranno essi stessi misericordia, vedranno Dio, saranno chiamati suoi figli, e possederanno il regno dei cieli. In altre parole essi sperimenteranno un giorno la piena comunione con Dio, ottenendo con essa tutti i beni propri del regno.

Nella nona beatitudine si dice: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi» (vv. 11-12). Essa è già anticipata nell’ottava e si distacca dalle precedenti per la sua lunghezza e per l’uso della seconda persona («voi»): anch’essa è giunta a Matteo dalla tradizione (cfr. Lc 6,22-23), ma risale non a Gesù, bensì alla comunità, la quale l’ha coniata a partire dalla beatitudine da lui riservata agli afflitti. Diversamente dalle altre essa è rivolta direttamente ai cristiani che soffrono persecuzione a causa della loro fede in Gesù: ad essi è riservata nei cieli una grande ricompensa, che si identifica con la piena comunione con Dio (cfr. 1Pt 4,13-16).

Linee interpretative

Le beatitudini riportate da Matteo rappresentano un notevole sviluppo rispetto a quelle pronunziate da Gesù. Questi infatti proclamava la felicità dei primi destinatari del regno di Dio, identificati con le categorie più povere ed emarginate della società; così facendo egli annunziava che il regno di Dio avrebbe rappresentato un ribaltamento della situazione, portando loro un benessere immensamente superiore a quello di cui erano stati privati.

Matteo invece identifica otto (o forse originariamente sette) atteggiamenti spirituali, proponendoli ai suoi lettori cristiani come la via maestra per raggiungere la piena felicità che Gesù ha promesso a coloro che sono già entrati, mediante la fede, nella fase iniziale del regno di Dio. Così facendo Matteo ha esplicitato, alla luce della riflessione biblico-giudaica sulla povertà, le parole di Gesù adattandole alle esigenze di una comunità la quale vive ormai nell’attesa del compimento finale. Soprattutto ha messo in luce da una parte l’esigenza di lottare per la giustizia e per la pace, e dall’altra quella di adottare sempre un metodo non violento: ciò implica la disponibilità a perdere la sicurezza che viene dal possesso delle cose materiali e a pagare di persona.

Anche Luca però, pur mantenendosi più aderente alla formulazione originaria, ha adattato le beatitudini alla situazione dei suoi lettori. Sullo sfondo si percepisce una comunità cristiana in cui si fa sentire una dolorosa frattura tra ricchi e poveri. Questi ultimi si trovano proprio ora in una situazione di privazione materiale e sono facilmente discriminati ed emarginati. Ad essi l’evangelista ricorda che un giorno otterranno il regno con tutti i suoi beni. A coloro che sono ricchi e privilegiati egli invece, riprendendo nel brano da lui aggiunto alle beatitudini il linguaggio dei profeti (cfr. per es. i «guai» di Is 5,8-24; 1En 94,8; 96,4-6), annunzia che un giorno li colpirà la rovina. Come nella parabola del «ricco epulone» (Lc 16,19-31), egli prospetta un’altra vita nella quale la situazione attuale sarà completamente capovolta.

 

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Pubblicato 8 settembre 2016 da sorriso47 in abbracci, anima, ANIMA ANIMUS, anima e corpo, animus, ASTROFISICA, Attualità, aurora borealis, AVVENTO DEL REGNO DI DIO, beauty, beauty of Universe, bellezza, Biodanza, blog, Breaking the Silence, cambiamento, cancro, canzone napoletana, Carl Jung, compassion, compassione, conoscenza, conoscenza di se stessi, contemplazione, corpo umano, corporeità umana, Coscienza Collettiva, coscienza originaria, creazione, cristianesimo, cuore di dio.., Curanderos, danza, democrazia, Dio, Diritti, earth, educazione, ENERGIA DEBOLE, energia elettromagnetica, genere, Gesù, Gesù Cristo, Gesù Cristo..frasi celebri, Giordano Bruno, giornalisti, Giuliana Conforto, giustizia, gnostici, Gnosticismo, God Father, God Mother, Gospel, grace, il sermone della montagna, prana, spiritualità, vangelo di matteo 5,12-12a

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La sofferenza di chi..non sà “omologarsi” al normale   Leave a comment


La sofferenza di chi si sente creativo e non sa omologarsi al “normale”

Di dr.ssa  –  carlasalemusio.blog.tiscali.it

 

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Come psicoterapeuta, incontro spesso persone dotate di un’ottima salute mentale ma sofferenti, a causa della patologia sociale in cui vivono immerse.

 

Nel corso degli anni ho individuato, dietro a tante richieste di aiuto, una struttura di personalità dotata di sensibilità, creatività, empatia e intuizione, che ho chiamato: Personalità Creativa.

In questi casi non si può parlare di cura (anche se, chi chiede una terapia, si sente patologico e domanda di essere curato) perché: essere emotivamente sani in un mondo malato genera, inevitabilmente, un grande dolore e porta a sentirsi diversi ed emarginati.

 

Le persone che possiedono una Personalità Creativa sono capaci di amare, di sognare, di sperimentare, di giocare, di cambiare, di raggiungere i propri obiettivi e di formularne di nuovi.

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Sono uomini e donne emotivamente sani, inscindibilmente connessi alla propria anima e in contatto con la sua verità.

Queste persone coltivano la certezza che la vita abbia un significato diverso per ciascuno e rispettano ogni essere vivente, sperimentando così una grande ricchezza di possibilità.

 

É gente che non ama la competizione, la sopraffazione e lo sfruttamento, perché scorge un pezzetto di sé in ogni cosa che esiste.

 

Gente che non riesce a sentirsi bene in mezzo alla sofferenza e incapace di costruire la propria fortuna sulla disgrazia di altri.

 

Gente che nella nostra società non va di moda, disposta a rinunciare per condividere.

 

Gente impopolare. Derisa dalla legge del più forte. Beffata dalla competizione.

 

Portatori di un sapere che non piace, non perdono di vista l’importanza di ciò che non ha forma e non si può toccare.

Sono queste le persone che possiedono una Personalità Creativa.

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Persone ingiustamente ridicolizzate e incomprese in un mondo malato di arroganza, e che, spesso, si rivolgono agli psicologi chiedendo aiuto.

 

Ognuno di loro è orientato verso scelte diverse da quelle di sempre.

E in genere hanno valori e priorità incomprensibili per la maggioranza.

 

Non seguono una religione, ma ascoltano con religiosa attenzione i dettami del proprio mondo interiore.

Sanno scherzare, senza prendere in giro.

 

Pagano di persona il prezzo delle proprie scelte e preferiscono perdere, pur di non barattare la dignità.

 

Sono fatti così.

 

Poco ipnotizzabili. Poco omologabili. Poco assoggettabili.

 

Persone che non fanno tendenza.

 

Forse.

 

Gente poco normale, di questi tempi.

 

Gente con l’anima.

 

Di dr.ssa Carla Sale Musio – Fonte: carlasalemusio.blog.tiscali.it

Nel buio guardo le luci verdi dei macchinari e sento il brusio dei loro suoni meccanici, riesco a sentire il respiro della morte che si avvicina… Mille pensieri mi attanagliano.

Non provo più emozioni nel seguire la politica e nemmeno nel leggere e nello scrivere da troppo tempo ormai.

Questo mi fa sentire terribilmente colpevole.

Abbiamo creato un sogno, un sogno meraviglioso; un sogno purtroppo incompleto.

La politica dovrebbe essere qualcosa di più importante:
per esempio le storie d’amore, l’arte, i sogni di quando eravamo bambini…

Quello che posso portare con me sono solo i ricordi rafforzati dall’amore.

Solo adesso ho capito che dobbiamo perseguire altri obiettivi che non sono correlati alla ricchezza.

Non fermarsi a perseguire la ricchezza potrà solo trasformare una persona in un essere contorto.

Questa è la vera ricchezza che ti seguirà, ti accompagnerà, ti darà la forza e la luce per andare avanti.

La politica italiana deve diventare questo:
amore per il prossimo, non per i soldi.

Vorrei poter fare di più.

Ho apprezzato il fatto che io e gli altri abbiamo coinvolto e intrattenuto tutta questa gente.

Ma devo essere uno di quei narcisisti che apprezzano le cose solo quando non ci sono più. Sono troppo sensibile.

Ho bisogno di stordirmi per ritrovare quell’entusiasmo che avevo da bambino.

Durante le ultime tre campagne elettorali sono riuscito ad apprezzare molto di più le persone che conoscevo personalmente e i sostenitori della nostra idea, ma ancora non riesco a superare la frustrazione, il senso di colpa e l’empatia che ho per tutti.

Per esempio quando saliamo sul palco e le luci si spengono e sento alzarsi forte l’urlo del pubblico, non provo quello che prova Beppe, che si sente inebriato dalla folla, ne trae energia e io l’ho sempre ammirato e invidiato per questo.

Il fatto è che non posso imbrogliarvi, nessuno di voi.

Semplicemente non sarebbe giusto nei vostri confronti né nei miei.

Il peggior crimine che mi possa venire in mente è quello di fingere e far credere che io mi sia contento al 100% di come sono andate le cose.

So che c’è del buono in ognuno di noi e credo di amare troppo la gente, così tanto che mi sento troppo triste a vedere come è ridotto il nostro paese.

Vi prego dal profondo dell’Anima, diventiamo Amore.

Solo così potremo farcela.

Non distruggete questo sogno, non distruggete l’Italia, non distruggete il nostro pianeta!

Gianroberto Casaleggio  (le sue ultime parole)

Biodanza..la Danza della vita (un linguaggio che è Dentro di noi… )   Leave a comment


Recuperate..la nostra “Coscienza Originaria)

Biodanza Casentino

Corto producido por el Instituto Internacional de de Biodanza Javier de la Sen, que muestra una visión más cercana a lo que Biodanza puede hacer por las personas.
Hemos querido hacer más hincapié en lo que se transmite que en la realización técnica de los ejercicios con el fin de que llegue a los corazones.

“un sistema di integrazione umana, di rinnovamento organico, di rieducazione affettiva e di riapprendimento delle funzioni originarie della vita”

La danza per il sistema di Rolando Toro è considerata nel suo significato primordiale di collegamento alla vita, un movimento integrante e naturale che ci è proprio ancora prima del linguaggio. La danza come tale è espressione dei moti vitali della persona e canale di integrazione ad un nucleo sociale più vasto, alla comunità umana. La Biodanza pertanto non è ballo, ma un sistema composto da una serie di esercizi  ispirati ai gesti naturali dell’essere umano e che hanno come obiettivo il risveglio della nostra sensibilità e il potenziamento dei nostri potenziali genetici, principalmente quello affettivo. La Biodanza è stata negli ultimi anni definita da Rolando Toro come…

“un sistema di accelerazione di processi di integrazione a livello cellulare, immunologico, metabolico, neuroendocrino, corticale ed esistenziale mediante la vivencia indotta in ambiente arricchito dalla musica, la danza, il contatto, la carezza e la presenza del gruppo”

Per vivencia si intendono esperienze di intenso coinvolgimento emozionale, cenestesico e viscerale, vissute e percepite dalla persona con presenza nel “qui ed ora”.

Biodanza Casentino

“un’ esperienza vissuta con grande intensità nel qui ed ora”

Fu Wilhelm Dilthey, filosofo e psicologo tedesco (1833 al 1911), il primo studioso a proporre il termine vivencia  (in tedesco Erlebnis) come un “qualcosa rivelato nel complesso psichico dato nell’esperienza interna di un modo di esistere la realtà per un individuo”6, concetto che diventò chiave per tutta la corrente di pensiero fenomenologica di Merleau-Ponty e per gran parte della filosofia contemporanea. Dilthey concepì la vivencia come concetto fondante della sua filosofia dello spirito. Per lui la vivencia è un complesso di stati d’animo che costituiscono l’esperienza interiore; è un modo di esistere una realtà per un individuo.

Rolando Toro allargò il concetto di vivencia enfatizzando l’aspetto incarnato di questa e così divenne concetto base della sua metodologia. La definì come un’esperienza vissuta con grande intensità da un individuo nel momento presente. Decisamente coinvolgente, la vivencia è un’esperienza totale. Quando si è raggiunto lo stato di vivencia, la persona partecipa nella sua interezza coinvolgendo principalmente la propria dimensione emozionale e viscerale. La vivencia non è quindi un semplice susseguirsi di emozioni in un tempo dato, né la si può confondere con il sentimento, di elaborazione e di durata maggiore.  La vivencia è la percezione più completa dell’essere vivi “qui e ora”.

Attraverso la stimolazione emozionale e cenestesica, la persona che è solita vivere in uno stato di frammentazione, gradualmente può accedere ad una consapevolezza incarnata della sua presenza nel mondo, riappropriandosi del suo senso di Sè come unità. Si tratta di una conoscenza multidimensionale ed esperienziale che si matura progressivamente e non si limita alla conoscenza simbolico-razionale.

In Biodanza la vivencia ha come obiettivo di stimolare la “funzione arcaica di connessione con la vita” attraverso una serie di esercizi che hanno il potenziale di evocare vivencia integranti. Lavivencia può scaturire spontaneamente, ma qualunque sia l’intensità di vivencia sperimentata, questa necessita della predisposizione dell’individuo ad abbandonarsi all’esperienza.

La sessione di Biodanza si prefigura come un laboratorio esperienziale dove la vivencia può avere luogo con maggiore facilità, grazie all’ambiente arricchito che rappresenta. La presenza del gruppo, il movimento e la musica agiscono quale concentrato di stimoli per agevolare un vissuto di grande intensità. La metodologia della Biodanza consente alla persona di sentire che la vita continua a scorrere e che non c’è scissione tra l’esperienza soggettiva dell’individuo e le azioni che lei/lui intraprende per il suo sviluppo, anche all’interno della sessione.

La percezione di completezza ed integrazione avviene potenzialmente su tre livelli che interagiscono e si condizionano vicendevolmente pur mantenendo una loro autonomia di base: illivello cognitivo, il livello esperienziale (vivencial) e il livello viscerale. Detto questo, la Biodanza da priorità nella sua prassi alle emozioni, agendo principalmente dal basso verso l’alto, dalle vivenciaai significati. Lo spazio per l’integrazione della funzione cognitiva e del pensiero simbolico arriva in secondo luogo come eco di ciò che prima avviene a livello “vivencial”. Come suggerisce Eugenio Pintore, un metodo basato sulla vivencia consente il recupero della dimensione esperienziale dell’apprendimento e il superamento della scissione tra conoscenza ed esperienza, aspetto importante di una nuova epistemologia che restituisce alla percezione umana il suo legittimo valore.

Il senso di essere interconnessi con gli altri e con la vita è facilitato dall’acquisizione di una conoscenza corporea della propria soggettività. Grazie ai meccanismi di feedback che si instaurano spontaneamente con gli altri durante le danze, la persona inizia a diventare partecipe della creazione di uno spazio intersoggettivo con l’Altro. Sentirsi capace di creare e costruire “insieme” è fondamentale per abbattere il senso di solitudine e isolamento che portano all’illusione di sentirsi separati dal resto, chiusi in noi stessi.

Le neuroscienze hanno scientificamente messo in luce l’esistenza del correlato neurale della nostra natura intersoggettiva, i neuroni specchio, che consentono il “rispecchiamento” interno di quanto avviene nel mondo circostante, particolarmente di quanto accade ad altri esseri umani. Nella vivencia questo rispecchiamento è facilitato ed accessibile grazie all’empatia.

Nelle vivencia atte ad evocare questa percezione di interconnessione, si ha la sensazione di cadere in uno stato di permeabilità con l’Altro e con l’ambiente circostante. La persona supera, non intenzionalmente ma in modo spontaneo e fluido, l’ostacolo che la separa da chi ha davanti. Di conseguenza, l’apertura all’Altro può portare la persona a percepire una piacevole sensazione di alterazione o trasformazione della propria identità, e anche, a volte, una vera e propria sensazione di “espropriazione momentanea della soggettività”, un “ritorno all’indifferenziato”, come piaceva descriverla a Rolando Toro. In tante altre discipline e tradizioni questa esperienza trascendente viene descritta come  la “sensazione di essere uno con il Tutto”.

Come l’esistenza umana, la vivencia non è misurabile. Sembra quasi accogliere in sè il principio di indeterminismo proprio della fisica quantistica, che ha dimostrato che l’osservatore modifica l’osservato, cioè, che la persona stessa modifica con la sua esistenza la realtà che abita e la percezione che ha di essa.

La vivencia ha gradi e intensità variabili e a seconda della sua profondità, consente alla persona un livello d’integrazione a sé stesso, all’Altro e all’Universo diverso. La vivencia nel suo livello più profondo “annulla la distanza tra ciò che si sente e l’osservazione del proprio sentire”. E’ temporanea, ma allo stesso tempo eterna in quanto può precedere la mente razionale e svincolarsi dal tempo cronologico.

https://biodanzacasentino.wordpress.com/2015/10/15/cose-la-biodanza/  (Carolina Oro)

BIODANZA: La poética del encuentro humano.

Rolando Toro – Creador de la Biodanza

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