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Il sermone della montagna (Gesù..vangelo di Matteo (5,1-12-segg)   Leave a comment


 

Il cosiddetto discorso della montagna è un sermone rivolto da Gesù ai suoi discepoli e ad una grande folla, riportato nel Vangelo secondo Matteo 5,1-12. Tradizionalmente si pensa che Gesù abbia rivolto questo discorso su una montagna al nord del mar di Galilea, vicino a Cafarnao.

È sovente paragonato con quello simile ma più corto del Vangelo secondo Luca: 6,17-49, detto discorso della Pianura. Alcuni commentatori pensano che si tratti dello stesso discorso, altri credono che Gesù predicasse cose simili in varie circostanze e altri ancora pensano che Matteo e Luca vi abbiano raccolto vari insegnamenti separati di Gesù.

Il discorso della montagna è una esplicitazione e un approfondimento dei dieci comandamenti che vengono completati da Gesù Cristo e arricchiti da un significato universale. Per molti pensatori, come Lev Tolstoj[1], Martin Luther King[2][3] e Mahatma Gandhi[4], questo discorso contiene i principali valori della fede cristiana

le beatitudini 5,1-12a

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In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Pendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati e causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

 

Il discorso della montagna è introdotto da una breve frase che indica l’occasione in cui è stato pronunziato: «Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo…» (vv. 1-2). Sulla montagna sono presenti le folle, ma Gesù direttamente si rivolge ai suoi discepoli. Anche il terzo evangelista introduce in modo analogo il suo «discorso del piano» (cfr. Lc 6,17a.20a). È dunque chiaro che già nella tradizione Q il discorso inaugurale di Gesù è rivolto primariamente ai discepoli, e con essi alla comunità cristiana, anche se indirettamente esso riguarda tutti. Il nome della montagna in cui Matteo ambienta il discorso non è menzionato, ma, designandola con l’articolo determinativo, egli lascia supporre che si tratti di un luogo ben preciso, da un punto di vista però non geografico, ma teologico: si tratta del nuovo Sinai, sul quale Gesù, come un tempo Mosè, rivela la legge di Dio ai suoi discepoli.

All’inizio del discorso Matteo riporta l’elenco di nove categorie di persone le quali vengono dichiarate «beate». Questo genere letterario è attestato non solo nella letteratura biblica e giudaica, ma anche in diversi altri passi dei vangeli (cfr. Mt 11,6; 13,16; 16,17; 24,46; Lc 1,45; 11,28 ecc.). È dunque probabile che il suo uso risalga a Gesù, il quale certamente se ne è servito per designare i destinatari del lieto annunzio; la tradizione, e poi gli evangelisti, hanno trasmesso le parole di Gesù, adattandole alle esigenze delle prime comunità cristiane.

I primi destinatari della salvezza

Le beatitudini non sono state certamente pronunziate da Gesù nella forma in cui sono riportate da Matteo. Luca infatti nel discorso del piano ne riporta solo quattro (cfr. Lc 6,20b-23; cfr. Mt 5,3.4.6.11-12), le quali, pur con notevoli differenze, sono interamente contenute in quelle matteane: esse sono tutte, come l’ultima di Matteo, in seconda persona plurale («voi»); inoltre nella seconda e terza beatitudine, Luca inserisce l’avverbio «ora»; i poveri non vengono da lui qualificati come «in spirito», gli «afflitti» che «saranno consolati» diventano coloro che «piangono, ma un giorno rideranno»; infine «coloro che hanno fame e sete di giustizia» sono semplicemente coloro che «hanno fame».

Queste somiglianze e differenze fanno supporre che i due evangelisti conoscessero una lista originaria di tre beatitudini in terza persona plurale (così erano formulate le beatitudini giudaiche), a cui la comunità aveva aggiunto una quarta formula in seconda persona plurale riguardante i perseguitati.

Le tre beatitudini più antiche, che riflettono da vicino la predicazione di Gesù, dovevano suonare più o meno così:

1. Beati i poveri, perché di essi è il regno di Dio (dei cieli).

2. Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
3. Beati coloro che hanno fame, perché saranno saziati.

Se si esaminano queste tre beatitudini alla luce dei paralleli biblici e giudaici, appare chiaramente che esse si riferiscono tutte ad un’unica categoria di persone,  costituita da coloro che, proprio a causa della loro povertà, sono afflitte e soffrono la fame. In realtà dai racconti evangelici risulta che Gesù era circondato da malati, indemoniati, emarginati sociali e religiosi, in una parola da persone provate nel corpo e nello spirito; esse non appaiono di solito come particolarmente pie o giuste, almeno secondo i canoni farisaici, anzi molte appartengono al gruppo dei «peccatori». Gesù è venuto dunque a contatto con i rappresentanti di una povertà ben più ampia e frastagliata di quella che ha trovato voce nei testi biblici e giudaici. A questi poveri che lo circondano Gesù annunzia la felicità più piena, che consiste nella fine della loro situazione miserevole.

Questo messaggio ha profonde radici nell’AT e nel giudaismo. Dio interviene in Egitto per liberare un popolo miserabile e oppresso (cfr. Es 3,7-8) ed esige la solidarietà verso i bisognosi (Dt 15,7-8). Al tempo stesso condanna lo sfruttamento dei poveri e la ricchezza frutto di ingiustizia (Am 4,1; 5,11-12; Os 12,9; Mi 6,10-12) e identifica il povero con il giusto (Am 2,6). Il profeta Sofonia annunzia che, dopo la catastrofe dell’esilio, Dio si sceglierà un popolo povero che confiderà nel nome del Signore (Sof 2,3; 3,11-13; cfr. Is 49,13; 57,15). Perciò il profeta escatologico porta il lieto annunzio ai «miseri» (Is 61,1) e diversi Salmi esaltano la povertà, che consiste nella fiducia in Dio e nella rinunzia a qualsiasi tipo di violenza (Sal 37,7-11; 69,33-34; Salmi di Salomone 5,1-3.7.10-11.13). Questo atteggiamento interiore viene chiamato a Qumran «povertà di spirito» (1QM XIV,6-7; cfr. 1QH 2,32.34-35). In greco il termine ‘anî, «povero», viene tradotto con ptôchos, che indica la povertà in senso economico, ma anche con praüs, che significa «mite», nel senso di «non violento».

La beatitudine dei poveri si comprende alla luce della predicazione di Gesù, il quale ha annunziato l’imminente venuta del regno di Dio: siccome Dio sta per instaurare la sua regalità su tutto il mondo, i poveri e gli oppressi otterranno finalmente giustizia, anzi saranno proprio loro i primi a entrare in possesso della salvezza (cfr. Mt 11,5; Lc 4,18). Gesù non si rivolge quindi a coloro che si ispirano all’ideale della povertà in senso spirituale, ma ai poveri effettivi, in senso sociale ed economico. A costoro il regno viene offerto non come ricompensa per i loro meriti, ma per pura grazia. È vero che essi devono aprirsi a questo dono (cfr. 1,14: «convertitevi!»), ma ciò che Gesù annunzia in primo piano non è la necessità della conversione, bensì la misericordia di Dio che la provoca.

La beatitudine dei discepoli (vv. 3-12)

Le beatitudini, indirizzate per la prima volta ai poveri della Palestina, sono state rilette ben presto dalla comunità cristiana in funzione della situazione in cui essa è venuta a trovarsi dopo la risurrezione di Gesù. Segno di questa antichissima rilettura è l’aggiunta di una beatitudine riservata ai perseguitati «per causa di Gesù» (cfr. v. 11). Su questa linea si pone anche Matteo, il quale utilizza le quattro beatitudini ricevute dalla tradizione, aggiungendo ad esse altre cinque formule analoghe. Egli ottiene così una lista di otto beatitudini, che inizia e termina con un riferimento al «regno dei cieli» (vv. 3.10). Il brano si può facilmente dividere in due parti di quattro membri ciascuno (vv. 3-6; 7-10), come appare dalla ripetizione del termine «giustizia» nei vv. 6 e 10. Al termine Matteo riporta la quarta formula ricevuta dalla tradizione, tenendola però distinta dalle precedenti.

Prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito (ptôchoi pneumati), perché di essi è il regno dei cieli» (v. 3). L’espressione «in spirito» è stata probabilmente aggiunta dall’evangelista, il quale, sulla linea della riflessione giudaica (Qumran), ha voluto sottolineare che la povertà deve essere espressione di un’umile e fiduciosa sottomissione a Dio: per entrare nella beatitudine finale del regno dei cieli non conta anzitutto la privazione dei beni materiali, bensì l’abbandono a Dio e l’impegno quotidiano per compiere la sua volontà (cfr. At 2,42-48).

Seconda beatitudine: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati» (v. 4): ai cristiani che per essere fedeli a Dio vanno incontro a sofferenze e persecuzioni (cfr. Is 61,2), l’evangelista annunzia, come aveva fatto il Deuteroisaia con il popolo in esilio (cfr. Is 40,1), la consolazione promessa da Gesù. Questa però non consiste più nel possesso di una terra, ma del regno di Dio da lui inaugurato.

Terza beatitudine: «Beati i miti, perché erediteranno la terra» (v. 5). In diversi manoscritti questa beatitudine occupa il secondo posto dell’elenco. Essa riguarda i «miti» (praeîs): questo termine, con cui i LXX traducono l’ebraico ‘anî (povero) quando assume un significato più spiccatamente spirituale, indica il comportamento di chi si abbandona totalmente alla volontà di Dio, rinunziando a qualsiasi forma di violenza. Sullo sfondo si può vedere la figura del Servo di JHWH (cfr. Is 42,2-3; 50,5-6), il giusto dei Salmi (cfr. Sal 36,7-11), il Messia umile (Zc 9,9) e lo stesso Gesù (cfr. Mt 11,28-29). A coloro che si pongono su questa strada (cfr. 5,39-41) Matteo promette, in nome di Gesù, il possesso della terra: questa espressione, ispirata al Sal 36, non indica più la terra di Israele, ma i beni messianici in tutta la loro pienezza. Questa beatitudine è molto simile alla prima, e potrebbe essere un’aggiunta secondaria fatta da Matteo stesso o dalla tradizione successiva a un elenco già definito di sette beatitudini.

Quarta beatitudine: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (v. 6). Viene qui esaltata la felicità di quelli che hanno fame e sete non tanto, come in Luca, di cibo materiale, quanto piuttosto di giustizia: anche qui Matteo, senza eliminare l’aspetto materiale della fame, ha letto nella formula trasmessa dalla tradizione soprattutto la ricerca della giustizia, che consiste nella fedeltà a Dio e ai suoi comandamenti. Si chiude così il primo gruppo di beatitudini, che ricalca da vicino, malgrado i ritocchi, le formule pronunziate dallo stesso Gesù.

Le quattro beatitudini successive (vv. 7-10) contengono nuove variazioni sul tema delineato nella prima parte. In esse sono proclamati felici i misericordiosi, cioè coloro che, come Dio stesso (cfr. Es 34,6), sono capaci di perdonare, i puri di cuore, che aderiscono a Dio in un modo pieno e senza ripensamenti (cfr. Sal 24,2-4), gli operatori di pace e i perseguitati a causa della giustizia, i quali lottano e soffrono per un mondo nuovo, in cui regna la pace e la giustizia (cfr.Is 11,1-9; Sal 72,2-3.7). L’evangelista propone dunque ai suoi lettori una serie di comportamenti che si ispirano al tema biblico dell’imitazione di Dio. A coloro che li adottano viene promesso rispettivamente che otterranno essi stessi misericordia, vedranno Dio, saranno chiamati suoi figli, e possederanno il regno dei cieli. In altre parole essi sperimenteranno un giorno la piena comunione con Dio, ottenendo con essa tutti i beni propri del regno.

Nella nona beatitudine si dice: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi» (vv. 11-12). Essa è già anticipata nell’ottava e si distacca dalle precedenti per la sua lunghezza e per l’uso della seconda persona («voi»): anch’essa è giunta a Matteo dalla tradizione (cfr. Lc 6,22-23), ma risale non a Gesù, bensì alla comunità, la quale l’ha coniata a partire dalla beatitudine da lui riservata agli afflitti. Diversamente dalle altre essa è rivolta direttamente ai cristiani che soffrono persecuzione a causa della loro fede in Gesù: ad essi è riservata nei cieli una grande ricompensa, che si identifica con la piena comunione con Dio (cfr. 1Pt 4,13-16).

Linee interpretative

Le beatitudini riportate da Matteo rappresentano un notevole sviluppo rispetto a quelle pronunziate da Gesù. Questi infatti proclamava la felicità dei primi destinatari del regno di Dio, identificati con le categorie più povere ed emarginate della società; così facendo egli annunziava che il regno di Dio avrebbe rappresentato un ribaltamento della situazione, portando loro un benessere immensamente superiore a quello di cui erano stati privati.

Matteo invece identifica otto (o forse originariamente sette) atteggiamenti spirituali, proponendoli ai suoi lettori cristiani come la via maestra per raggiungere la piena felicità che Gesù ha promesso a coloro che sono già entrati, mediante la fede, nella fase iniziale del regno di Dio. Così facendo Matteo ha esplicitato, alla luce della riflessione biblico-giudaica sulla povertà, le parole di Gesù adattandole alle esigenze di una comunità la quale vive ormai nell’attesa del compimento finale. Soprattutto ha messo in luce da una parte l’esigenza di lottare per la giustizia e per la pace, e dall’altra quella di adottare sempre un metodo non violento: ciò implica la disponibilità a perdere la sicurezza che viene dal possesso delle cose materiali e a pagare di persona.

Anche Luca però, pur mantenendosi più aderente alla formulazione originaria, ha adattato le beatitudini alla situazione dei suoi lettori. Sullo sfondo si percepisce una comunità cristiana in cui si fa sentire una dolorosa frattura tra ricchi e poveri. Questi ultimi si trovano proprio ora in una situazione di privazione materiale e sono facilmente discriminati ed emarginati. Ad essi l’evangelista ricorda che un giorno otterranno il regno con tutti i suoi beni. A coloro che sono ricchi e privilegiati egli invece, riprendendo nel brano da lui aggiunto alle beatitudini il linguaggio dei profeti (cfr. per es. i «guai» di Is 5,8-24; 1En 94,8; 96,4-6), annunzia che un giorno li colpirà la rovina. Come nella parabola del «ricco epulone» (Lc 16,19-31), egli prospetta un’altra vita nella quale la situazione attuale sarà completamente capovolta.

 

Pubblicato 8 settembre 2016 da sorriso47 in abbracci, anima, ANIMA ANIMUS, anima e corpo, animus, ASTROFISICA, Attualità, aurora borealis, AVVENTO DEL REGNO DI DIO, beauty, beauty of Universe, bellezza, Biodanza, blog, Breaking the Silence, cambiamento, cancro, canzone napoletana, Carl Jung, compassion, compassione, conoscenza, conoscenza di se stessi, contemplazione, corpo umano, corporeità umana, Coscienza Collettiva, coscienza originaria, creazione, cristianesimo, cuore di dio.., Curanderos, danza, democrazia, Dio, Diritti, earth, educazione, ENERGIA DEBOLE, energia elettromagnetica, genere, Gesù, Gesù Cristo, Gesù Cristo..frasi celebri, Giordano Bruno, giornalisti, Giuliana Conforto, giustizia, gnostici, Gnosticismo, God Father, God Mother, Gospel, grace, il sermone della montagna, prana, spiritualità, vangelo di matteo 5,12-12a

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Carl Jung ed il suo “libro rosso”. Viaggio di un uomo in cerca della sua anima   Leave a comment


http://artlovedream.wordpress.com/    Dal mio blog Artdreamlove

“A confronto con l’inconscio”
Del contenuto del Libro Rosso di Carl Jung, prima della pubblicazione, si è saputo a sufficienza a partire dall’importante capitolo VI dell’autobiografia Ricordi sogni riflessioni, titolato significativamente ‘A confronto con l’inconscio’.
In una delle sue ultime interviste Jung parlando del libro “Sette sermoni ad mortum” aveva detto:
Gli anni … in cui ho seguito le immagini interiori sono stati il momento più importante della mia vita. Tutto il resto è derivato da questo. È iniziato in quel momento, ed i dettagli seguenti quasi non hanno più importanza. Tutta la mia vita è consistita nell’elaborazione di quello che era scaturito dall’inconscio e mi aveva inondato come una corrente enigmatica e aveva minacciato di travolgermi. Questo era materiale per più di una sola vita. Tutto quello che è venuto dopo è stata solo la classificazione esterna, l’elaborazione scientifica, e l’integrazione nella vita. Ma l’inizio numinoso che conteneva tutto, fu allora.”

                                             La prima pagina del Libro Rosso di Carl Jung
Per decenni il Libro Rosso è stato avvolto nel mistero. Si pensava che ne esistesse solo una copia, custodita in una banca svizzera dagli eredi di Jung. Invece pochissime copie del libro, che Jung stesso aveva distribuito ai suoi collaboratori più intimi, erano già in circolazione. Uno storico di nome Sonu Shamdasani ne aveva trovato alcune parti, le aveva studiate e dopo 3 anni di contrattazioni con gli eredi di Jung era riuscito a convincere la famiglia a permettergli l’accesso all’originale per tradurlo e pubblicarlo.
Così, circa 50 anni dopo la morte di Jung avvenuta nel 1961, il Libro Rosso è stato finalmente pubblicato. Si è potuto costatare che “I sette sermoni ai morti” costituivano in realtà la parte finale del manoscritto originale. In aggiunta il libro rosso includeva dopo ciascun sermone una omelia di Filemone, lo spirito guida di Jung.
Agli inizi della sua carriera Jung era amico e allievo di Sigmund Freud. Nei confronti del suo maestro nutriva un senso di reverenza pur non condividendo tutte le sue idee. Nel 1912 il libro di Jung “Psicologia dell’Inconscio” era stata la causa scatenante della rottura del loro rapporto, in quanto in esso Jung praticamente definiva le teorie di Freud incomplete e ne prendeva le distanze. Questa rottura con quello che tuttavia aveva ritenuto un solido punto di riferimento nella sua carriera e l’ostilità dei seguaci di Freud a cui fu sottoposto lasciò Jung incerto sul suo futuro e lo portò verso un momento di depressione. Cominciò a ritirarsi in una sorta di meditazione a cui si dedicava tutte le sere, dopo aver vissuto una normale giornata con i suoi pazienti e con la sua famiglia. Sperimentava stati di coscienza inusuali paragonabili a quelli ottenuti tramite meditazione sciamanica o uso di mescalina, con l’utilizzo di uno specifico metodo di esplorazione psicologica, detto “immaginazione attiva” che gli permetteva di “andare alla base dei processi interiori”, “tradurre le emozioni in immagini” e “cogliere le fantasie che sollecitavano dal sottosuolo”… Annotava le sue visioni in un diario, i sette libri neri. Presto cominciò a trascrivere il contenuto dei diari, dopo averlo aggiornato, nel Liber Novus. Lo copiò in scrittura calligrafica, come i manoscritti medioevali, dotandolo di 60 splendide illustrazioni da lui stesso dipinte. Poiché era rilegato in pelle rossa Jung stesso lo chiamava comunemente il libro rosso.


Tutto cominciò nel 1913. Jung stava compiendo un viaggio in treno verso Schaffhausen, quando ebbe la visione di una terribile alluvione che inondava l’Europa con macerie galleggianti e migliaia di morti.
Ebbe inizio così la serie di 12 fantasie di premonizioni che fecero temere a Jung, che in un primo momento non riusciva a comprenderle, di essere minacciato da una psicosi.
Le visioni sono scene di sangue e devastazione:
Un mare di sangue che inonda il mare del Nord. L’eroe Sigfriedo che galleggia morto su un’acqua nera, il piede di un gigante enorme cammina su una città con massacri di inaudita crudeltà, un mare di sangue con una sterminata processione di morti, la sua Anima sorge davanti a lui e gli chiede se accetterà guerra e distruzione, gli mostra immagini di devastazione, armi da guerra, resti umani, navi affondate, nazioni distrutte…una voce dice che ovunque muoiono vittime sacrificali
Nel giugno-luglio del 1914 infine i tre sogni in cui si vede in un paese straniero ma deve tornare rapidamente a casa perché sta per arrivare un’ondata di freddo glaciale.
Il 1 agosto 1914 scoppia la prima guerra mondiale e Jung capisce che non si trattava di una psicosi ma era penetrato in una dimensione inconscia che coincideva con quella di tutta l’umanità. Capì che non era schizofrenico ma che, alcuni mesi prima, aveva avuto una profezia. Quello che aveva sognato non si riferiva a lui ma all’Europa. I contenuti erano stati così pesanti e dolorosi che aveva temuto di impazzire. Si chiese allora quale rapporto ci fosse tra la sua psiche personale e quella collettiva, una relazione totalmente sconosciuta dalla psicologia del tempo.
Proprio queste visioni avevano spinto Jung ad analizzare se stesso tramite un diario. Non avrebbe potuto aiutare i suoi pazienti, pensava, se fosse stato egli stesso psicotico. Allo stesso tempo la capacità di condurre una vita sociale normale, con la sua famiglia e con il suo lavoro, lo confortava dal suo timore di impazzire.

Il viaggio interiore durò intensamente dal 1913 al 1917 ma il lavoro sul libro rosso continuò fino al 1930. Sebbene avesse deciso di non pubblicarlo mentre era in vita, Jung si aspettava che un giorno fosse letto da altri. Infatti scrive: ”Ho lavorato su questo libro per 16 anni. Venire a conoscenza dell’alchimia nel 1930 mi ha portato lontano da esso. L’inizio della fine arrivò nel 1928, quando Guglielmo mi ha inviato il testo del “Fiore d’Oro”, un trattato alchemico. Lì i contenuti di questo libro trovarono la loro attualizzazione e non potevo più continuare a lavorarci sopra. Per l’osservatore superficiale, appare come follia…”
È una esperienza che ricorda fortemente un viaggio psichedelico o un’odissea in cui il protagonista incontra strani personaggi che gli lasciano ognuno una verità.


Jung dice di “aver perso la sua anima”. Sentiva che poteva riconnettersi con lei solo immergendosi nel suo mondo interiore. Con questo viaggio sperava dunque di entrare in una conversazione con la sua anima, “lo spirito delle profondità”.
Jung esplora il collegamento tra il personale e il transpersonale, si confronta con forze profonde del suo inconscio personificate in personaggi immaginari e mitologici ma non perde mai di vista la convinzione che il suo è il viaggio di uno scienziato, perché comprendere le sue stesse visioni e i suoi simboli sarebbe stato fondamentale per lui per formulare una nuova forma di psicoterapia.

(continua)

http://alexiameli.altervista.org/il-libro-rosso-di-carl-jung-viaggio-di-un-uomo-in-cerca-della-sua-anima/

Alexia Meli

autrice del libro La ricerca di se stessi

la ricerca di se stessi

Sally, ragazza madre che per sbarcare il lunario fa la donna delle pulizie in albergo, e Darren, giovane laureato in biologia, che lavora per appuntamento come gay escort, hanno deciso di dare una svolta alla propria vita. Il loro amore è una scoperta, giorno per giorno, di avere molto in comune e tanta voglia di realizzarsi ed esprimersi. Il lavoro di Darren come ballerino in un night club all’inizio sembra una buona opportunità, ma finisce per trascinare Sally in una spirale di autodistruzione. Sally però non si arrende. Le brutte esperienze e il senso di profonda solitudine che prova sembrano anzi rafforzarla: vuole ancora capire il senso della sua vita e il suo posto nel mondo. Sullo sfondo di una Londra gentile ma distante, a volte perversa a volte spirituale, Sally e Darren lottano per riemergere dal buio e ritrovare se stessi. Ognuno ha preso strade diverse, ma quando sembra che Darren sia scomparso per sempre dalla vita di lei, si ritrovano,More >

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