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Ora anche le escort devono pagare le tasse….   Leave a comment


“La escort paghi Irpef e Iva”. Il giudice tributario: “Pecunia non olet”

La Gdf ha rintracciato i movimenti bancari di una escort che guadagnava 3mila euro al mese. Ora la Commissione Tributaria di Savona impone il pagamento dell’imposta sul reddito, delle addizionali locali, dei contributi e pure dell’Iva.

ROMA – Sui suoi conti correnti, la Guardia di Finanza ha trovato utili e ricavi che la bella escort si era guardata bene dal dichiarare al fisco: 36 mila euro nel 2010, 40 mila 523 nel 2011, altri 39 mila 395 nel 2012. Per questo, i finanzieri sono andati a fondo. Hanno perquisito l’abitazione della donna scovando – come prova ulteriore – un’agendina con gli appuntamenti e i relativi incassi, tutti rigorosamente in nero. Almeno 100 euro al giorno, 3000 euro al mese (nei momenti peggiori).
L’Agenzia delle Entrate allora ha intimato alla escort di pagare l’Irpef, le addizionali Irpef sia comunali sia regionali, i contributi previdenziali, infine l’Iva al 21 per cento sugli “incassi lordi”. Cifre che sono state calcolate al netto della pubblicità che la donna ha comprato sui giornali spendendo anche 4300 euro l’anno. Adesso la Commissione Tributaria provinciale di Savona – che respinge il ricorso della professionista del sesso – aggiunge a tutte queste imposizioni altri 2000 euro per risarcire le spese di giudizio.

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La Commissione Tributaria considera “irrilevante” che la professione di “cortigiana” (così nel testo della decisione) non sia regolamentata dall’Italia. E non conta che sia anche “riprovevole” sul piano morale. A questo proposito, la Commissione cita l’imperatore Vespasiano che non esitò a varare una specie di Iva sulla pipì. In sostanza, Vespasiano impose ai proprietari di latrine di versare la centesima venalium sull’urina che essi vendevano ai conciatori di pelle (smaniosi di ricavarne l’ammoniaca). Al figlio Tito che gli rimproverava di risanare le casse pubbliche con un’imposta indegna, Vespasiano rispose che “pecunia non olet”. Il denaro non puzza. Motto che la Commissione Tributaria di Savona adesso fa proprio. La prostituzione – che la legge italiana non classifica come reato – è “una prestazione di servizio verso corrispettivo”. Dunque può rientrare nel radar del fisco alla luce del Dpr 633 del 1972, soprattutto quando ha un carattere di “abitualità”. Non solo. Anche la sentenza C-268/99 della Corte di Giustizia europea classifica la escort come “lavoratrice autonoma” e senza vincolo di subordinazione a fronte di una retribuzione “pagata integralmente e direttamente dal cliente”. E dunque è legittimo che l’Agenzia delle Entrate reclami – oltre al versamento dell’Irpef – quello dell’Iva.

La sentenza – di cui ha scritto il sito cassazione.net – spiega anche che i soldi trovati sui conti correnti bancari e postali, e non dichiarati, costituiscono indizio sufficiente della sospetta evasione. A quel punto, l’onere della prova si capovolge. Spetta al contribuente dimostrare che i “movimenti bancari non sono riferibili a operazioni imponibili”, che quei guadagni non sono “fiscalmente rilevanti”. Tuttolegittimo, dunque. La legge italiana e le sentenze europee incastrano la professionista. Ma certo impressiona che la escort – solo sul reddito netto da lavoro autonomo del 2010, pari a 31 mila 700 euro – debba ora versarne oltre 24 mila tra Irpef, Iva e contributi previdenziali.

 

 

Commento personale

articolo interessante..rispetto le prostitute..e le vedo..come..un Ordine Religioso..in soccorso alle legittime pulsioni sessuali..di single o vedovi..come me; di portatori di handicap..di ..parzialmente sani di mente. La figura dell’assistente sessuale in Italia non esiste..e la prostituzione..pur legale..in realtà non lo è..esiste ed è applicata una legge del codice Rocco..ancora vigente..per la quale..se due prostitute lavorano insieme per dimezzare i costi..sono arrestate a motivo di una incredibile valutazione: cioè sono accusate di reciproco sfruttamento..sono leggei indegne di un paese civile..ma bacchettone e cattolico..anche se lo stato
è..per costituzione..laico.

Lettera aperta ai Politici..ai Religiosi..ed agli Arricchiti.. di ogni parte del mondo..   2 comments


fame-nel-mondo.jpgsamaritan.jpgFiniranno i  i vostri tempi sereni e senza problemi .. ,

tempi in cui pascete come lupi… 

le pecore che….

come pastori ….dovreste difendere..

proverete il dolore di chi vede i propri figli

dormire nei tombini e sotto i ponti .. 

pregherete il dio di Misericordia..

quando i vostri figli si faranno.. di eroina..

per il motivo che.. non hanno futuro..

imprecherete dio..

come fanno talvolta i poveri ..disperati..

ma..al contrario di essi..

non sarete ascoltati.

pregherete ed imprecherete Dio..inutilmente..

 ma…non avrete speranza di vita eterna..

Voi..statisti,politici ,presidenti di stato..

papi..metropoliti,iman…arricchiti..

che non amate concretamente..

ma solo a parole …

il Prossimo che dite di Adorare..

la follia..ai giorni nostri..   Leave a comment


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Berlusconi da Bush: "Caro George entrerai nella storia"

Accolto con gli onori di un capo di Stato, Silvio Berlusconi arriva a Washigtnon per incontrare il suo "amico" George W. Bush.

Ad accoglierlo alla Casa Bianca c'e' una salva di cannoni, poi gli inni.

La cerimonia ufficiale e' un lungo susseguersi di ammiccamenti.

Tra i due statisti c'e' un forte legame e si vede.

Berlusconi ricambia con parole dolci:

"SONO SICURO CHE LA STORIA DIRA' CHE GEORGE W BUSH è STATO UN GRANDE,DAVVERO GRANDE,PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI D'AMERICA"   

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Purtoppo i mass-media ci stanno pericolosamente abituando ad un modo di ragionare

che altro non è..che Mistificazione.. 

è  questo il motivo che induce le Lobby internazionali a comprare sempre più Televisioni e testate giornalistiche..non solo in Italia..ma in tutto il mondo..(Liberation è ora di proprietà dei Rotschild..vedi articolo )

cioè vendere Mistificazione..

ormai l'unica rete d'informazione libera rimane...

salvo rari casi.. Internet..

ognuno segua i suoi gusti...

e si scelga per ogni argomento un giornalista indipendente..

solo in questo modo conoscerà più facilmente la verità su ciò che stà accadendo..

(mi riferisco in primo luogo alla crisi finanziaria ed al susseguente salvamento delle scelleratezze delle banche..con i soldi dei contribuenti..)

Rimango perplesso constatando la Cecità intellettuale

di politici come Berlusconi..Bush..Sarcozy, pure lui filo-americano..

(leggetevi l'articolo proposto e conoscerete lo spessore morale di quest'uomo

che ci viene mostrato dalle televisioni come mente illuminata ..)

non si rendono conto che per quello che dicono e fanno ...

passeranno alla Storia futura..

come delinquenti morali...e.. non solo morali...

dicono di salvare L'Italia, l'Europa.. l'America..

ma al contario condannano i rispettivi popoli...ad un destino di fame..

Mi riferisco in primo luogo alla mistificazione sull'11 Settembre..

la storia futura..svelerà gli scempi perpetrati dall'attuale governo mericano..

l'abominio della distruzione di un intero popolo..quello irakeno..

per il solo ed unico motivo degli interessi dei petrolieri..

L'altra questione..è il salvataggio delle Banche..

siamo stati costretti a pagare le politiche scellerate di chi ci hà già rovinato la vita..

tali salvataggi..presentati come una scelta "necessaria" a favore nostro..

altro non fara'.. se non impoverirci sempre di più...

questi governi altro non faranno se non  "stampare moneta"..

"priva" di ogni aggancio con l'oro..

(come è già stato scritto..piccolo piccolo..

tra le 400 pagine del piano Paulson..) 

e la moneta... "perderà di valore.."

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non vi è stato un politico che abbia "doverosamente difeso"

i nostri legittimi diritti a non pagare i debiti che altri hanno fatto..

in un sol colpo..ma ben assastato..i nostri figli..saranno ancora più schiavi

per chi  non sà ...quante altre..generazioni..

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La razza umana..di qualunque stato o popolo essa sia..

è ormai divisa in due sole "categorie"..

i "falsi pastori"... e le pecore vere..(il 90% di ogni popolo)..

i Pastori veri erano  altri...

(la loro specie è in estinzione)

ed hanno dato la vita per illuminare le coscienze..

solo dal loro esempio può generarsi un mondo migliore..

i video che propongo .. riguardano alcuni fra questi..

Robert Kennedy..(tre mesi,dopo questo discorso,fù assassinato)

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suo fratello John Kennedy ..

ciò che denunciò..

si è poi avverato nella politica americana..

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BRUNETTA…il Grande..   Leave a comment


brunetta-renato.jpg“Non vogliamo far torto a nessuno – ha aggiunto il ministro – ma evitare gli abusi, perché è ora di dire basta ai furbastri che vengono qui per togliere la pensione a chi ne ha bisogno”. (articolo)

Pensioni d’oro per i Parlamentari

Mentre ai cittadini sono richiesti dei sacrifici, la casta dei politici gode di trattamenti previdenziali di favore. Da 3 a 10 mila euro al mese con soli cinque anni di contributi
Attualmente per andare in pensione sono richiesti 35 anni di contributi e 57 anni di età. E dal prossimo anno, se non ci saranno modifiche legislative, saranno necessari 60 anni di età.

Ma così non è possibile andare avanti. Serve una riforma. Perché con l’allungamento della vita e per il bene della finanza pubblica, occorre smettere di lavorare più tardi.

Riformisti, di destra e di sinistra, di mezzo. Associazioni imprenditoriali, organismi internazionali. Tutti, all’unisono, fermi nell’invocare profondi interventi sul sistema previdenziale.
“Lavorare di più per prendere di meno”. E’ questa la soluzione proposta.
Un sacrificio, ma che salvaguarda il Pil e garantisce la produttività del sistema Italia. Un vero peccato, però, che questo spirito si fermi alle porte del Parlamento.

 Il vitalizio dei deputati e dei senatori ha le caratteristiche di un vero e proprio privilegio. Regole e leggi lo dimostrano.
Prendiamo i deputati, per i quali è in vigore un regolamento del 1997. Gli onorevoli, il cui mandato parlamentare è iniziato dopo la XIII legislatura del 1996, acquisiscono il diritto alla pensione a 65 anni di età e con 5 anni (una legislatura) di contributi.
Ma questo trattamento, simil cittadino comune, nasconde il trucco. Il diritto alla pensione è fissato al sessantacinquesimo anno di età, peccato che tale limite si abbassa di un anno per ogni ulteriore anno di mandato oltre i cinque. Sino a raggiungere il traguardo dei 60 anni.

Se vi state incazzando, aspettate. Perché c’è dell’altro. Gran parte dei deputati è stata eletta prima del 1996, cioè prima della riforma. Ciò significa che si ha diritto alla pensione a 60 anni di età, riducibili a 50 utilizzando gli anni di mandato oltre i cinque minimi richiesti. E così con oltre tre legislature – e 20 anni di contributi – è possibile accedere alla pensione con meno di 50 anni!

Non sono da meno i senatori. Anche qui c’è stata una riforma, in base alla quale a partire dalla XIV legislatura del 2001 questi servi Patriae hanno diritto alla pensione a 65 anni e a condizione di aver svolto un mandato di cinque anni.
Ma dietro l’apparenza si cela l’inganno. Ed ecco, infatti, che fioccano le deroghe. Per chi è stato eletto prima del 2001, il cui diritto al vitalizio scatta a 60 anni con una sola legislatura (5 anni), a 55 con due (10 anni) e a 50 con tre mandati (15 anni). Per gli eletti dal 2001, che possono andare in pensione a 60 se hanno conquistato un secondo mandato.

Due anni e sei mesi sono meglio di 35, ovvero via libera alle baby pensioni. Un cittadino per godere della pensione di anzianità deve avere 57 anni, 60 dal 2008, e aver versato contributi per 35. Troppi per deputati e senatori che hanno abbassato il limite contributivo a una legislatura: 5 anni.
Inoltre i parlamentari, per evitare i rischi dell’instabilità politica, con il rischio di chiusura anticipata delle Camere, hanno deciso che sono sufficienti, per aver diritto al vitalizio, due anni e sei mesi. Basta, poi, pagare contributi volontari per i due anni e mezzo mancanti, ma con calma. Onorevoli e senatori possono saldare il debito a fine mandato e in 60 comode rate.

Il metodo contributivo riduce le pensioni. Meglio non utilizzarlo. A partire dal 1996, successivamente alla riforma Dini, il lavoratori hanno abbandonato il vantaggioso calcolo retributivo, che fissava la pensione in base a una media dello stipendio degli ultimi anni di lavoro.
Al suo posto è subentrato il calcolo contributivo che funziona come una polizza. Il reddito pensionistico è pari ai contributi – rivalutati – effettivamente versati. Con il risultato di avere pensioni molto più basse delle attuali di circa il 40, 50%.

A tale rigore i furbetti del Parlamento non hanno voluto soggiacere.

Il meccanismo escogitato è stato quello di legare una percentuale a ciascun anno.

Per cinque anni di mandato si ha diritto al 25% dell’indennità lorda (12 mila 434 euro): 3.109 euro di vitalizio.

Per 10 anni al 38%: 4.725 euro.

Per 20 al 68%: 8.455 euro.

 Infine il gran finale: con 30 anni di mandato si ha diritto a un vitalizio pari all’80% dell’indennità, 9.947 euro al mese.

E per contrastare i pericoli delle spinte inflative è stata introdotta la clausola d’oro, in base alla quale la pensione si rivaluta automaticamente, essendo legata all’importo dell’indennità del parlamentare ancora in servizio.

Il sistema delle pensioni parlamentari costa parecchio alle tasche dei contribuenti.

 Nel 2006 a Montecitorio sono costate 127 milioni di euro (ci sono 2005 pensionati sul foglio paga), contro 9 milioni 400 mila di contributi versati dai deputati in carica.

Situazione simile al Senato dove ogni anno sono spesi per le pensioni quasi 60 milioni di euro a fronte dei 4 milioni 800 mila di entrate contributive. Con il risultato che le casse parlamentari hanno chiuso il 2006 con un buco di ben 174 milioni di euro.

Eppure sull’orizzonte riformista non si staglia alcun urlo di dissenso. Vige, anzi, un silenzio bipartisan. Un comune intento che salva il portafoglio e la vecchiaia di deputati e di senatori. Un po’ meno la faccia…

Per il cittadino comune, preso a tenaglia dal dissesto dell’Inps/dalla vita media che si allunga/dal conflitto generazionale/dalla necessità di creare un sistema di ammortizzatori sociali/dalla necessità di adeguarsi all’Europa, ci sono poche scelte. Sono tre. La prima, il sacrificio della liquidazione. La seconda, lavorare fino alla soglia dei 70 anni. La terza, affidarsi alle rime di Gioacchino Belli:

E pper urtimo, Iddio sce bbenedica,
viè la Morte, e ffinisce co l’inferno.

(tratto da La vita dell’Omo, Sonetti romaneschi)

(pensioni d’oro per i prlamentari)

(trattamento economico dei deputati)

 

(Berlusconi frasi celebri) “Io avrò l’atteggiamento del buon padre di famiglia”   Leave a comment


berlusconi-risultati-politici.jpg

Non vi è..che dire..il nostro Presidente(70 anni)

ha il CERVELLO di un ventenne (sob)...vedere filmato..

berlusconi.jpg

Si usa ancor oggi..nel nostro codice civile…una espressione del  genere…

“il professionista (ingegnere,architetto,geometra…etc..etc) è obbligato.. nelle funzioni della sua mansione..ad usare la diligenza del buon padre di famiglia.”

Ritengo..che si debba comportare in tal modo ..per dovere morale..prima di tutti..

chi detiene cariche pubbliche..deputato o ministro che sia..

ma si vede che non è compreso nel Codice..

si vede…che la “greppia di Monteciorio” non è luogo del territorio italiano..!!

Che a citarla sia proprio il Presidente del Consiglio attuale..a me pare un “delirio”…

La frase ,infatti, è stata pronunziata da Silvio Berlusconi (leggi articolo)….

nel medesimo si può leggere un suo impegno formale di ridurre le tasse sotto il 40% del P.I.L …

Cavaliere mi consenta…

il mio reddito non supererà mai..il reddito di 20.000 euro all’anno

e risulta cosi’ tassato:

fino a 15.000 euro                          aliquota irpef 23%                     (eu 3.450)

da 15.000 a 20.000=5.000        aliquota irpef 27%                      (eu 1.350)

(aliquota del 27% sui redditi da 15.000 a 28.000)..   totale          eu 4.800

quindi il mio reddito annuale ,con cui vado avanti è di eu 15.200   pari a ca.  eu 1.260 mensili

e mi reputo tra i più fortunati della categoria degli operai…

mi permetta uno “sfogo” tra questi culi..c’è anche il mio..oltre a quelli di chi lo ha votato..

si comporti da “buon padre di famiglia”!!!  ci faccia… una “legge ad personam” !!!!!!!!!!!

culi.jpg

Caro..PD.. (ho votato per te) caro ProDi…non siete quello che dite..   Leave a comment


fausto-bertinotti.jpgeuro.jpgDa  un artico di repubblica…   

vI RIMANDO AD un mio post..”sofferto” e vero…

“1 euro a testa”…

Ho apprezzato e ancor più stimo..Eugenio Scalfari.

dopo una sua apparizione alla trasmissione  “Che tempo che fà ”

commentò i risultati in diretta del “costituendo Partito PD.. 

3.500.000 di persone che fondano un Partito..

un Esempio per tutto il Mondo..

negli ultimi cent’anni di STORIA  Italiana ed EUROPEA  NON VI SONO RISCONTRI..

DETTO questo..

Vi rimando all’articolo che condivido in pieno!!!!

..all’articolo che copio..ed incollo..in parte.. 

http://www.repubblica.it/politica/index.html  

 Fausto Bertinotti

“Dobbiamo prenderne atto: questo centrosinistra ha fallito. La grande ambizione con la quale avevamo costruito l’Unione non si è realizzata…”. Alle cinque del pomeriggio, nel suo ufficio a Montecitorio, Fausto Bertinotti sorseggia un caffè d’orzo, e traccia un bilancio amaro di questo primo anno e mezzo di governo. È presidente della Camera, ci tiene a mantenere il suo profilo istituzionale, non vuole entrare in campo da giocatore. Ma le sue parole, quelle del vero leader della sinistra radicale, alla vigilia del meeting della Cosa Rossa di sabato prossimo, lasciano un solco profondo nel cammino della legislatura e nel destino delle riforme.

Bertinotti non fa previsioni, sulla durata del governo. “Non posso, non voglio”, dice. Ma fa un ragionamento politico per molti versi “definitivo”, sullo stato della maggioranza. “Voglio premetterlo: non ci deve essere nervosismo, da parte di Prodi. Usciamo da questa prigione mentale: io non so quanto andrà avanti, può anche darsi che duri fino alla fine della legislatura, e non ho nulla in contrario che questo accada. Ma per favore, prendiamo atto di una realtà: in questi ultimi due mesi tutto è cambiato”. È nato il Pd, e la Cosa Rossa viaggia verso lidi inesplorati. Nel frattempo, Prodi ha accontentato i “moderati”, sia sulla Finanziaria, sia sul Welfare.

Per il capo di Rifondazione ce n’è abbastanza per dire che “una stagione si è chiusa”. Ora niente sarà più come prima: “Un governo nuovo, riformatore, capace di rappresentare una drastica alternativa a Berlusconi, e di stabilire un rapporto profondo con la società e con i movimenti, a partire dai grandi temi della disuguaglianza, del lavoro, dei diritti delle persone: ecco, questo progetto non si è realizzato. Già questo ha creato un forte disagio a sinistra. Poi si sono verificati fatti che lo hanno acuito. Ne potrei citare centomila…”. Risultato: “Abbiamo un governo che sopravvive, fa anche cose difendibili, ma che lentamente ha alimentato le tensioni e accresciuto le distanze dal popolo e dalle forze della sinistra”.


Questa, per Fausto il Rosso, è “la condizione reale”. E forse irreversibile. Bertinotti cita Lenin, e la differenza tra strategia e tattica. “Il grande tema, per la sinistra radicale, è uno solo: l’autonomia. Torna una grande questione, che nacque nel ’56, con i fatti di Ungheria, con la rottura nel Pci, con lo scontro Nenni-Togliatti. Lì nasce una grande cultura politica, una storia enorme, Riccardo Lombardi. È l’autonomia di un progetto, che da allora la sinistra ha cancellato, rimosso. Oggi, per la sinistra radicale, il tema si ripropone. Devi vivere nello spazio grande e nel tempo lungo, per creare una grande forza europea per il 21° secolo. Se questa è l’ambizione, allora tutto va ripensato. Essere o meno alleati del Pd, stare o meno dentro questo governo: tutto va riposizionato in chiave strategica”.

Questo riposizionamento strategico, secondo Bertinotti, è appena iniziato. “Alla fine del percorso – chiarisce il leader – io voglio riconoscere al Pd il diritto a trovarsi gli alleati che vuole, ma voglio garantire a noi il diritto di tornare all’opposizione”. Dunque la stagione dell’Unione è al capolinea? “Intellettualmente io sono già proiettato oltre. Ma politicamente ancora no”. E qui torna Lenin. Fissata la strategia del tempo lungo, c’è da occuparsi di tattica “hic et nunc”, come dice il presidente della Camera. La tattica impone di combattere, ancora, dentro il quadro delle alleanze consolidate, e dentro il perimetro del governo in carica. Ma ad alcune condizioni irrinunciabili: “So bene, e ho persino orrore a pronunciare il termine: “verifica”. Ma è chiaro che a gennaio serve un confronto vero, che prende atto del fallimento del progetto iniziale ma che, magari in uno spettro meno largo di obiettivi, rifissa l’agenda su alcune emergenze oggettive. E viene incontro alle domande della società italiana, con scelte che devono avere una chiara leggibilità “di sinistra”. So altrettanto bene che queste scelte devono essere assunte dall’intera coalizione. Ma stavolta, davvero hic Rhodus hic salta. Sul Welfare, come si è visto, la sinistra radicale non ha aperto nessuna crisi. Ciò non toglie che il governo ha ormai molto meno credito a sinistra di quanto non lo avesse qualche mese fa…”.

Bertinotti rinuncia a fare l’elenco delle “centomila cose” su cui il centrosinistra ha rinunciato a imporre la sua visione (“dalla laicità dello Stato alla politica estera”). “Ma se si vuole tentare una nuova fase della vita del governo, vedo due terreni irrinunciabili: i salari e la precarietà”. È soprattutto sui primi, che il “padre nobile” del Prc fonda il suo ultimo avviso a Prodi: “Dai sindacalisti a Draghi, tutti dicono che la questione salariale è intollerabile. Ebbene, io mi chiedo: questa denuncia induce il governo a prendere qualche iniziativa, oppure no? Il 65% dei lavoratori italiani è senza contratto: posso sapere se questo per il governo è un problema, oppure no? In Francia Sarkozy ha aperto un confronto molto aspro, lanciando l’abolizione delle 35 ore e dicendo che se lavori di più guadagni di più: posso sapere se in Italia, dai metalmeccanici ai giornalisti, il governo ritiene ancora difendibili i contratti nazionali di categoria, oppure no? Non c’è più la scala mobile, ma intanto i prezzi stanno aumentando in modo esponenziale: tu, governo, non solo non vuoi indicizzazioni, ma con la fissazione dell’inflazione programmata hai contribuito pesantemente a tenere bassi i salari. Dunque c’entri, eccome se c’entri. E allora, in attesa di sapere cosa farai sui prezzi, posso sapere cosa pensi del problema dei salari? E attenzione: qui non basta più ripetere banalmente che “bisogna rinnovare i contratti”. Io voglio sapere se il governo ritiene giuste o meno le rivendicazioni. Voglio sapere se ritiene opportuno restituire il fiscal drag, o se invece si vuole assumere la responsabilità di continuare a non farlo. Insomma, io voglio una bussola. Voglio decisioni che rimettano il centrosinistra in sintonia con la parte più sofferente del Paese. Che altro devo dire?

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“RIDATECI..DONAT CATTIN…”

Voterò..quasi sicuramente..per la..COSA..ROSSA…purtroppo..sono..i PIU’ SERI!!!!

Benedetto Calati, un monaco senza indulgenze   1 comment


rossana.jpg

 di ROSSANA ROSSANDA

Si è spento a Camaldoli    

calati.jpg Benedetto Calati,

un monaco raro che amavamo e che  ci amava e per noi,

 che non speriamo nell’eternità,

per sempre perduto.
 Era avvertito della fine, aveva salutato i fratelli ..saliti fra vento e   pioggia a dirgli addio,

ma si è era schermito dal benedirli,

 come per       restare il più spoglio fra di loro.

E poi s’era fatto riportare in cella, 


ontano dall’agitazione che circonda anche la morte,
trattenendo con un    gesto soltanto Emanuele Bargellini,che porta su di sé la responsabilità  del convento,

 la mano nelle mani di lui,

finché l’ansia del respiro si è    andata acquietando nel sonno della fine.
      Aveva 86 anni, era smagrito come un ramo secco, i grandi occhi scuri
      rimasti divoranti sul volto smunto. “Benedetto ha ottant’anni” aveva
      telefonato ridendo un certo mese di marzo; nessuno ama la vita come chi
      vede in essa una meraviglia di dio. Era nato povero, Luigi Calati, che poi
      aveva scelto il nome del suo ordine, i benedettini, nella campagna del
      tarantino, e da ragazzo i suoi l’avevano messo nel convento dei
      carmelitani a Mesagne. Di quella campagna ossequiente aveva raccontato una
      volta a Montegiove, facendo sussultare un vescovo che s’era presentato
      inatteso, che la processione del Corpus domini si fermava sotto il balcone
      dei signori del paese, perché essi non vi partecipavano fra il volgo. Era
      nato ribelle, se a 16 anni era scappato una notte verso Camaldoli dove gli
      avevano detto che la parola era studiata “sine glossa”, senza il filtro
      dell’interpretazione obbligata o consentita. E di Camaldoli era diventato
      la guida nel 1969, in ubbidienza ma con il cuore libero, che era la sola
      cosa libera che la chiesa lasciava allora e che gli aveva insegnato il suo
      testo prediletto, gli scritti di Gregorio Magno, il papa che era stato un
      prefetto di Roma e poi s’era raccolto al Celio, mentre l’unicità
      dell’impero era battuto dall’irruzione dei barbari/l’altro, abbattendone
      l’arroganza. Gregorio, il solo pontefice che aveva detto: “L’ultimo dei
      credenti può interpretare la parola come me”.

     cop112.jpg 

Ma poi la chiesa se l’era non ..innocentemente scordato,

 e quella che  Benedetto aveva conosciuto da giovane era chiusa ed occhiuta,

fino ai   rimbrotti del Sant’Uffizio, pronto a ritirare l’insegnamento ….

se non a   scomunicare anche i più grandi.

Così per prima cosa, pur tacendo, aveva   riaperto Camaldoli.. al suo ruolo storico di passo,

luogo di sosta,  accoglienza e ascolto dei viaggiatori che attraversavano l’Italia. A 


      Camaldoli nei secoli passati erano affluiti da Firenze anche i Medici e
      qui adesso affluivano gli amici inquieti e anche qualche nuovo potente,
      che Benedetto scrutava riconoscendo, con un sorriso, “un poveretto
      allevato nelle sacrestie”.
      E a capo di Camaldoli era rimasto fino al 1984, quando qualche commesso di
      Roma lo aveva indotto a lasciare. Ma ormai il monastero era cambiato,
      c’erano i suoi allievi ed amici, ed egli ne rimaneva il riferimento – non
      l’autorità, termine che non amava. Un centro di preghiera e opere, ricerca
      teologica e musica, spalancato sul mondo – non arrivava a dire che forse
      ogni monaco avrebbe dovuto lavorare fuori, e poi rientrarvi, per non
      cedere all’appartarsi dalla vita reale degli uomini? Da parte sua, egli
      scendeva a Roma, insegnava a Sant’Anselmo, visitava le altre case e i
      gruppi che lo chiamavano.
      E l’estate veniva a Montegiove, la bella casa benedettina un poco cadente
      sopra Fano, dove si riunivano credenti e non credenti, definizione di cui
      a lui non poteva importare di meno, giacché dio, era scritto, aveva amato
      il mondo, non solo i fedeli. A Montegiove si discuteva dei temi e dei
      dilemmi sapienziali, quelli che in ultima istanza non sono così
      distinguibili fra religione e religione, religione e laicità – il
      cristiano ha in più la fede, che è un dono e una virtù, ma un po’ meno
      essenziale dell’amore. Leggeva per noi i testi che più amava – ma perché
      torna su Gregorio?, si chiedevano talvolta i fratelli più giovani. Penso
      che fosse perché era il pontefice che aveva detto: siate soli davanti al
      testo. E nelle sue parole, nelle ricerche dei biblisti, nelle nostre
      domande o obiezioni o risposte, Benedetto ascoltava se stesso, vedeva la
      profezia come un anagramma della storia, e fra esse e il tempo vedeva
      inscriversi il cammino degli uomini. Del resto, un solo errore gli
      appariva una colpa ed era il potere, il potere sulle menti, il potere del
      comando e della ricchezza. Era stato l’editto costantiniano, il patto fra
      la chiesa e il potere terreno, la vera grande colpa. Per chi non aveva
      potere e con lui cercava, egli nutriva un’insaziata curiosità e tenerezza.
      Erano gli amici e le amiche, cui scriveva come Gregorio: “Perché non
      vieni? Tutta Roma ti aspetta”. Ma non era vero niente, aggiungeva ridendo,
      non era Roma era Gregorio che aspettava.

      A Montegiove lo sentii per la prima volta, me l’aveva indicato Adriana
      Zarri, parlava sulla legge, la coscienza, la libertà e metteva la libertà
      per prima. Non succede spesso che un sacerdote parli così, ma dio ci ha
      fatto liberi, ricordava. Liberi di pensare e liberi di ascoltare. Anche
      qualche anno dopo, quando parlammo dell’esilio, rivendicò al monachesimo
      non la fuga dal mondo – respingeva il contemptus mundi, il disprezzo del
      mondo predicato dalla chiesa devozionale – ma il ritiro dell’io con la
      parola, senza l’intermediario della legge. Il monachesimo è stato la
      libertà della chiesa nascente. Al convento bisognava tornare per
      continuarne a uscire fra la gente.
      Lui continua a muoversi dalla cella al mondo. E poiché i monaci sono
      pazzi, ne uscì anche in un impietoso luglio, quando il solleone del
      meriggio lo colse in viaggio, e un ictus lo colpì, crudelmente
      bloccandogli la mano e la parola, lo scrivere e il parlare, il tramite fra
      lui e gli altri. Nessuno di noi dimenticherà il fuoco delle sue parole
      brevi e appassionate, che nessuna pagina restituirà mai.

      Dal limite e l’umiliazione del non riuscire a districare i suoni e reggere
      la penna, era uscito da solo, sfuggendo per riserbo alle affettuose
      violenze dei medici – non poteva sentirsi addosso le mani su quel corpo
      che, ci spiegò una volta sorprendendoci un benedettino diverso, Teodoro
      Salmann, imparava dal monachesimo una compiuta compostezza; che, secondo
      Paolo, ci spiegava il biblista Barbaglio, è cosa di dio. Non so che cosa
      ne pensasse Benedetto. Non gli piaceva né soffrire né indebolirsi, ed era
      riuscito a venirne fuori da solo, caparbio, la parola appena un poco
      intralciata e la mano appena meno ferma. Aveva dovuto rinunciare alle
      lezioni a Sant’Anselmo, diminuire i viaggi, evitava i passeggi, come le
      lunghe scalinate del Celio, dove doveva essere aiutato. Non amava l’idea
      della morte, ne aveva paura, mi disse un giorno che parlavamo sotto il
      diluvio, lui inquieto nella zampata che si era sentito addosso e io
      appesantita dalle insufficienze nelle quali sta finendo la mia strada. Mi
      dicono che ultimamente le si era riconciliato, riconciliato con la fine
      della meravigliosa vita, questa vita, traversata dal tempo che la divora,
      ansia e dubbi e felicità delle creature: amava San Francesco più per il
      Cantico delle creature che per la povertà, lui che non aveva nulla e non
      vidi mai nel bellissimo abito bianco del suo ordine, lui che girava in
      pantaloni e maglione, una sciarpa al collo.

      Ma doveva essere ormai pieno di collera, se questa parola gli si può
      attribuire, o forse un eccesso di amore frustrato per la chiesa che era
      stata la sua passione. Come ha detto questa estate a un amico (Raffaele
      Luise, La visione di una monaco, Cittadella Editrice, pagg. 95, Assisi
      2000), aveva veduto nel Concilio Vaticano II la realizzazione della
      speranza che la chiesa ritrovasse lo spirito del Nuovo testamento e la
      sapienza del Vecchio. Speranza nutrita in un lungo silenzio, perché gli
      ultimi papi “avevano paura della laicità, paura del mondo sconsacrato”,
      ignoravano che “dio non dice di amare i fedeli ma di amare il mondo”. Ma
      poi era venuto il miracolo di Giovanni XXIII, “figlio di contadini che
      arrivò a essere papa – contro ogni diplomazia e regola – perché era tanto
      vecchio… sussultammo anche noi per quel papa vecchio prima di scoprire
      che era giovane”. E ricorda il riso liberatorio con cui lo videro arrivare
      in Vaticano “sulla sedia gestatoria con la tiara in testa e la fettuccia
      delle mutande che era stata legata male. Finalmente ridemmo”. Erano stati
      liberati dal papa “che ci ha dato il Concilio, cioè il primato della
      parola di dio oltre ogni gerarchia umana, cristiana, cattolica”.
      Ma poi sono venuti i colpi di arresto, le prudenze (è severo Benedetto con
      Paolo VI) e infine la concessione alle pompe e agli ori e alla mediaticità
      del sontuoso giubileo, e quel piovere di vergognose indulgenze e
      beatificazioni, perfino Pio IX. Già l’anno scorso ne aveva fatto un cenno
      severo a Montegiove. Adesso nell’intervista a Luise la requisitoria è
      spietata. Sì, aveva sperato che il Concilio facesse uscire la chiesa da
      quello stato in cui “non c’era più ombra di vita, i fedeli dovevano essere
      più che fedeli, obbedienti”, come i sudditi di una repubblica pagana,
      tutti sotto controllo. Il dialogo ecumenico si apriva fra religioni e fra
      gli uomini e le donne, “uomini e donne alla pari, che sono essi la chiesa,
      il popolo di dio”, non più soltanto cardinali, papi, curia e vescovi.
      Popolo dove ognuno “conserva la rivelazione nel suo cuore come Maria”, la
      sorella di Marta, “perché la chiesa non inventa la verità, la custodisce”.
      Ma allora, gli è stato chiesto, il Sant’Uffizio? “Deve andare a farsi
      friggere”. E la Congregazione della dottrina della fede? “Un’espressione
      senza senso”. Già circolano le voci sussiegose, quando mai un monaco parla
      così? Benedetto non salva uno degli apparati ideologici della chiesa,
      tantomeno la curia: non hanno rampognato anche le miti parole del padre
      Dupuis, mentre elogiano l’Opus Dei e Comunione e Liberazione? Le
      istituzioni del Vaticano sono residui, temporali, storici. Ma allora
      l’infallibilità del papa? Storica anch’essa, recente. E il papato? La
      chiesa dovrebbe essere di tutti, delle “aggregazioni locali con il loro
      presidente e, mi auguro, la loro presidente”. Dunque l’esclusione della
      donna dall’amministrazione dei sacramenti? Non comprensibile esclusione
      storica, ma errore, colpa. Non sono le donne che erano rimaste con Cristo
      sotto la croce mentre tutti gli altri, perfino Giovanni, fuggivano? Non è
      a Maria che Cristo risorto si rivolge per primo: Maria non mi riconosci?
      Non erano certo mancate all’ultima cena e se una donna ha evangelizzato la
      Germania vuol dire che amministrava i sacramenti (Luise annota: non è
      storicamente provato). E l’amore? L’amore è quel che più conta. E’ il
      paradigma della cristianità, il senso della chiesa. Ma l’amore carnale?
      Sì, anche quello, quello del Cantico dei cantici, di San Giovanni della
      Croce, di Abelardo ed Eloisa, capiti da Pietro il Venerabile, l’unione dei
      corpi. Ma l’obbligo del celibato? Una prevaricazione di una piramide
      maschile come è la chiesa romana. Il celibato non può essere che una
      libera scelta del monaco.

      Su questo ultimo Benedetto, che ha raccolto le forze per riordinare quel
      che a voce appena un poco più bassa aveva sempre detto, il silenzio del
      Vaticano è calato come un macigno. Ma forse parlerà a molti cristiani che
      vi riconosceranno.  

un commento..il…mio 

“lo conobbi a Camaldoli..

andavo a ” convegni” con mia moglie in “carrozzella”…

una domenica..d’inverno..assistetti ad una messa in monastero..

un monaco che non aveva..confermato i voti …

si era sposato e festeggiava …con sua moglie..

in una chiesa “quasi vuota” (me e Licia).. 

le nozze d’argento..

Benedetto ..presiedeva la messa e iniziò..la Sua omelia…

sorriso sulle labbra….”Quando Fate..all’amore..benedite il signore..

perchè il signore vi ama”     !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

era una “COLOMBA”..

solamente..”una colomba”…

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