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Tortura, chi la pratica cerca modi diversi per nominarla, ma il problema resta anzi aumenta   Leave a comment


Si parla di "trattamento robusto" o di "pressione fisica", ma dietro questi termini ci sono sempre le sevizie. Per Amnesty International l’uso della tortura si diffonde, sempre più governi tendono a giustificarla in nome della sicurezza nazionale, erodendo progressi degli ultimi 30 anni

di GIAMPAOLO CADALANU

gianfranco fini saluto romano      

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ROMA – Finalmente i governi hanno cancellato la parola tortura. No, non è che abbiano licenziato i carnefici e smesso per sempre di usare le mani pesanti, tutt’altro. Semplicemente, se ne vergognano talmente che ora adoperano eufemismi e giri di parole. Si parla di "trattamento robusto" o di "pressione fisica", ma dietro questi termini ci sono sempre le sevizie. Che siano condotte con i metodi arcaici, presi in prestito dal Medioevo o invece si avvalgano di tecniche più "moderne", magari meno sanguinose ma altrettanto brutali, la sostanza resta quella. È il caso dell’obbligo di restare in posizioni dolorose o della privazione del sonno, per non parlare dell’ormai famigerato waterboarding, che simula l’annegamento. 

Progressi cancellati in nome della sicurezza. Per Amnesty International non c’è stratagemma linguistico che tenga: questi abusi vanno eliminati in ogni modo, anche perché gran parte degli stati che se ne macchiano hanno firmato la Convenzione delle Nazioni Unite del 1984, che vieta appunto la tortura chiamandola per nome. Trent’anni dopo la firma solenne all’Onu, strappata dopo una mobilitazione massiccia, adesso Amnesty lancia una nuova campagna. "L’uso della tortura sta aumentando, sempre più governi tendono a giustificarla in nome della sicurezza nazionale, erodendo così i progressi fatti negli ultimi 30 anni", denuncia Antonio Marchesi, presidente della sezione italiana.

La Convenzione Onu non ha cancellato gli orrori. Che sia la spinta dell’emergenza terrorismo, capace di far fare passi indietro anche legislativi a molti paesi occidentali, o che sia invece una scarsa cultura dei diritti umani, la Convenzione Onu non ha cancellato gli orrori. "Dal 1984 è stata ratificata da 155 nazioni", dice Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty Italia: "Ma noi abbiamo registrato casi di tortura o maltrattamenti in 141 di questi paesi. E vista la segretezza delle pratiche, è probabile che il numero reale sia più alto". Le segnalazioni di casi di maltrattamenti e abusi arrivano da tutto il mondo, e se l’Europa gode di una situazione migliore nel suo complesso, la partecipazione alla campagna di "extraordinary rendition" su richiesta di Washington ha fatto fare al vecchio continente numerosi passi indietro. Pesante in genere la situazione nel resto del mondo: secondo un sondaggio di GlobeScan condotto in 21 paesi, 82 persone su cento chiedono leggi rigorose contro la tortura, 44 su cento temono di provarla se arrestati, e 36 la ritengono giustificata in casi eccezionali.

Il caso italiano. Il caso italiano poi è molto particolare: il nostro Paese ha ratificato la Convenzione Onu, ma non ha mai inserito il reato di tortura nel codice penale, di fatto rendendo molto più debole l’adesione ai valori dell’accordo internazionale. Ora è all’esame della Camera un testo approvato in Senato, che prevede pene più pesanti se a praticare la tortura è un pubblico ufficiale. E l’approvazione è urgente. Casi come il G8 di Genova non sono isolati: secondo Amnesty International, in diverse occasioni la mancanza di un reato specifico ha permesso alle persone condannate per maltrattamenti di approfittare della prescrizione o dell’indulto. In altre parole, i torturatori l’hanno fatta franca.

Gianni De Gennaro

 

Sono voci in nome della memoria, quelle che si alzano a Genova. È polemica sulla nomina a presidente della Fondazione Ansaldo di Gianni De Gennaro, presidente di Finmeccanica, colui che nel 2001 era a capo della polizia protagonista degli scempi del G8 di Genova: “Apprendiamo con sconcerto la nomina”, tuonano in una nota congiunta Vittorio Agnoletto, già portavoce del Genoa Social Forum durante il G8, e Antonio Bruno, capogruppo della Federazione della Sinistra in consiglio comunale (dov’è all’opposizione, mentre in Regione è in maggioranza). E chiedono al Sindaco Doria e al presidente della Regione Burlando di intervenire, in nome del valore che la Fondazione ha per la città e dell’importanza della memoria.
La fondazione Ansaldo, creata da Finmeccanica spa, Regione Liguria, Comune e Provincia di Genova, è un’istituzione che promuove la cultura economica, l’impresa, il lavoro: “Di quale cultura sia portatore De Gennaro l’abbiamo potuto sperimentare a Genova nel 2001 – spiegano Agnoletto e Bruno – che fu la più grave violazione dei diritti umani in Occidente dopo la seconda guerra mondiale, con i massacri per le vie di Genova, l’uccisione di Carlo Giuliano, l’irruzione “cilena” alla scuola Diaz, le torture della caserma di Bolzaneto. Forse la fondazione Ansaldo, modificando i suoi obiettivi, intende organizzare corsi su come si costruiscono prove false, sulle tecniche migliori per torturare e massacrare cittadini inermi?”.
Dure le critiche. E le richieste che seguono agli amministratori cittadini e liguri, sinora rimasti in silenzio: “Chiediamo l’immediata revoca di tale nomina, un insulto per tutti coloro che hanno a cuore la democrazia e la Costituzione italiana. Chiediamo al Sindaco Marco Doria e al presidente della regione Claudio Burlando di entrare in sintonia con l’indignazione della Genova democratica, e di far esprimere l’indignazione attraverso i loro rappresentanti nel consiglio di amministrazione della Fondazione, arrivando anche a valutare la autosospensione dal CdA stesso nel caso che de Gennaro rimanga al suo posto”.
Anche Nichi Vendola, intervenuto a margine del comizio per la Lista Tsipras a genova, ha commentato: "E’ un’altra nomina che De Gennaro cumula ed è significativa. Emerge la figura di un intoccabile. Qualunque stagione politica si sussegua nel nostro paese sullo sfondo c’è il ruolo monumentale di Gianni De Gennaro". Secondo vendola "credo che qualche domanda su questo cumulo di potere sia lecito porla. Una città come Genova da De Gennaro aspettava qualche risposta antica".

Donna crocifissa, fermato un idraulico: "Sono finito".   Leave a comment


Deve rispondere di omicidio. Si chiama Riccardo Viti, ha 55 anni, fa l’idraulico. La prima ammissione davanti alla madre.

Poi: "Non mi salva nessuno". E’ sospettato per dieci casi. Il dna coincide con quello ritrovato sul luogo del delitto

 

"Ma che sei tu il mostro di Ugnano?" la donna è in anticamera, una vestaglia addosso e la polizia alla porta.

"Sì, l’ho fatto io" risponde il figlio abbassando gli occhi. La prima confessione, Riccardo Viti, l’idraulico arrestato con l’accusa di aver ucciso la giovane romena Andrea Cristina Zamfir, la fa a sua madre, dentro le mura di casa.

La squadra omicidi della questura di Firenze lo sta ammanettando nell’appartamento di via Locchi, alla periferia della città,

dove vive con gli anziani genitori e con la moglie (dell’est). Più tardi, in un ufficio della questura, passandosi una mano sul viso dirà:

"Sono finito. Ormai non mi salva nessuno…". E alla fine dell’interrogatorio viene fermato per omicidio
sadico di firenze

Riccardo Viti, 55 anni, fiorentino, incensurato, ha ammesso di essere il maniaco delle prostitute,

quello che ha seviziato Andreea Cristina Zamfir, 26 anni, romena, morta in croce, sotto un viadotto dell’Autostrada A1 a Ugnano, alla periferia della città.

Nel suo garage gli investigatori hanno recuperato il nastro adesivo usato per legare la giovane e due manici da scopa impiegati con ogni probabilità nelle violenze seriali. "Ho fatto una bischerata – ha spiegato l’uomo – speravo la trovassero viva, come le altre…".

Quello che è stato definito mostro – ha spiegato più tardi il procuratore capo facente funzione Giuliano Giambartolomei –

è l’uomo della porta accanto. Una persona normale che ha un’attività lavorativa, che è regolarmente sposato e con un figlio della convivente".

 

La perquisizione. Gli investigatori della squadra mobile hanno raggiunto la casa di Viti all’alba. Durante la perquisizione, il padre ottantenne, è rimasto seduto in silenzio senza parlare, la mamma invece ha reagito incredula, "Sei stato tu? Sei stato tu?" ha insistito. "Non pensavo che morisse – ha risposto l’uomo, confermando i sospetti degli inquirenti – ho fatto una bischerata…".
Gli agenti hanno perquisito la sua abitazione e la sua auto, un Fiat Doblò grigio parcheggiato in strada, accanto alla caserma dei carabinieri in via Locchi. La compagna dell’uomo lavora all’ospedale di Careggi che si trova a poche centinaia di metri da lì, è un indizio importante. La donna, straniera, si occupa di pulizie. Le braccia di Cristina Zamfir erano state legate a un palo con un nastro adesivo proprio col marchio dell’ospedale fiorentino e parte delle indagini hanno approfondito gli accertamenti su quel reperto.

 

Viti, interrogato per ore in questura, ha confessato davanti al pm Paolo Canessa riferendo anche casi di violenza mai denunciati prima. La storia comincia nel 2006 con il primo caso di una prostituta legata, violentata e abbandonata nuda da un uomo. Da allora sono almeno sei i casi analoghi accaduti tra Firenze e Prato.
Il questore. Il questore di Firenze Raffaele Micillo ha ringraziato polizia e carabinieri che hanno partecipato all’indagine e dichiarato: "Abbiamo catturato la bestia". Parole forti, che segnano la tensione delle prime ore. I complimenti per l’operazione sono arrivati anche dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, con un tweet. Chiusi in casa, in un comprensibile dolore, i genitori del cinquantacinquenne: "Stiamo soffrendo, lasciateci in pace" hanno detto da dietro la porta.

Il pm. Riccardo Viti avrebbe "una tendenza sessuale particolare, un che di sadico, si soddisfa sessualmente vedendo soffrire". Questo, al momento, il movente individuato dal pm Paolo Canessa per spiegare le violenze sessuali a prostitute inflitte dall’idraulico arrestato stamani a Firenze. L’indagato, ha aggiunto il pm Canessa, avrebbe sviluppato il suo sadismo sessuale ricordando "fumetti letti da ragazzo". "La vittima – ha detto Canessa – è morta per un gioco erotico per 30 euro".

 

Il dna. Il profilo genetico di Riccardo Viti coincide, secondo quanto spiegano alla squadra mobile, con l’aggressione a una prostituta avvenuta nel marzo 2013 e con altri tre casi precedenti. Ma sono dieci in tutto i casi di cui è fortemente sospettato. Il pm Canessa ha infatti stabilito di applicare la norma che consente di eseguire un prelievo coattivo del dna che ha permesso di associare il suo codice genetico ai risultati del campione biologico trovato sul nastro adesivo con cui aveva legato le braccia di Andreea Cristina Zamfir.
All’identificazione di Riccardo Viti, gli investigatori sono arrivati rapidamente grazie alle descrizioni raccolte sui viali della prostituzione, fra donne che si erano già imbattute nelle perversioni di quell’uomo a bordo di un Doblò grigio chiaro. Tuttavia la svolta è venuta grazie alle immagini delle telecamere che mostrano l’uomo in macchina con Cristina che si allontana dal Parco delle Cascine. Attraverso le telecamere disseminate sul percorso che porta a Ugnano, sono state raccolte altre preziose informazioni. Un agente delle volanti ha collegato poi questo caso a una violenza e alla denuncia di una prostituta avvenuta più di un anno fa: la vettura era la stessa.
L’omicidio. Cristina Zamfir è stata lasciata nuda, crocifissa al palo di una sbarra, con i polsi legati con del nastro isolante. E’ morta per le sevizie, in pochi minuti, forse appena il tempo di gridare. Fa freddo, le finestre delle case vicino al viadotto di Ugnano sono chiuse e il rumore dell’autostrada è quello solito. Nessuno sente, nessuno vede nella notte fra il 4 e il 5 maggio. In via del Cimitero soltanto una donna racconta di aver sentito intorno alle 23,30 dei lamenti: li ha scambiati per quelli di un animale, "il mio cane abbaiava, ma di notte abbaia sempre". Il corpo senza vita della giovane prostituta romena viene trovato la mattina dopo da un passante in bicicletta. Scatta l’allarme, si collega questo ad altri episodi analoghi avvenuti a Calenzano (nel prato delle Bartoline, luogo già noto perchè nel 1981 colpì il mostro di Firenze) e proprio al viadotto di Ugnano.

De Giorgi, l’agente decisivo per le indagini

Torna molto utile alla squadra mobile la memoria di un agente delle volanti, Paolo De Giorgi, che ricorda di essere intervenuto qualche tempo prima in una piazza di Firenze per una donna e un uomo che litigavano a bordo di un Doblò: lei raccontava che l’altro la voleva legare. Vanno a vedere nei mattinali della questura: la storia risale al 1 maggio 2012. Cominciano a combaciare diversi elementi: la donna è una prostituta con problemi di tossicodipendenza, lui si chiama Riccardo Viti, fa l’idraulico. Nella rosa dei sospettati sul tavolo degli investigatori entra così un nome e un cognome che si trascina col passare dei giorni troppi altri indizi.

 

    cristo croce chiodi

 cristo donna

 

cristo croce ragazzo

La vittima.

Cristina Zamfir ha vissuto una vita di povertà e di margini.

 

E’ venuta in Italia con i genitori, il padre era muratore e ha vissuto in provincia di Benevento.

Nel 2008 il padre a cui era molto affezionata, muore e lei se ne va di casa. Da allora taglia i ponti con la sorella e con il resto della famiglia.

Non sapevano nemmeno che Cristina vivesse a Firenze, non sapevano che avesse due bambini piccoli, di due e quattro anni, affidati ai nonni paterni.

Senza un lavoro, senza una casa, aveva occupato con il compagno un’abitazione disabitata da anni, con le finestre murate.

Nella loro stanza un materasso a terra, nessun mobile, soltanto un televisore e qualche collanina. Degrado e sporcizia.

Lei ogni tanto per raccattare qualche soldo, si affacciava ai viali della prostituzione.

Ed è lì che ha incontrato l’uomo che l’ha uccisa offredole un passaggio su un Doblò grigio e promettendole un po’ di euro

in cambio di una prestazione sessuale particolare: doveva spogliarsi e lasciarsi legare.

Il compagno ha raccontato: "Nello scorso mese di marzo, Cristina si fece medicare al pronto soccorso perchè uno l’aveva legata e violentata…". Il sospetto è che fosse lo stesso maniaco.

Il compagno

 Si presenta fuori dalla questura questa mattina, Yean Ion Manta, 36 anni, romeno, il compagno di Cristina, piange, è scosso.

Sull’arresto dice: "Sono molto felice per questa notizia". Poi precisa qualcosa che gli investigatori negano: "Cristina non si drogava e non si prostituiva.

A casa non avevamo i soldi per mangiare". "La sera in cui è morta – aggiunge – è uscita intorno alle 22, disse che aveva un appuntamento di lavoro come baby sitter. Poi non l’ho più sentita, non ha più risposto al telefono e ai miei sms". "La fine di Cristina – ha accusato l’uomo – è tutta colpa di sua madre, che l’ha abbandonata sei anni fa alla stazione come se fosse un bagaglio. Da sei anni non sa nulla di lei e adesso le interessa solo perchè è morta".

cari fratelli di casa Pound   Leave a comment


Mussolini,Berlusconi

Mussolini,Berlusconi

nè rossi  nè neri..ma libberi pensieri

nè rossi nè neri..ma libberi pensieri

per intendersi..siete quelli che avete detto,appoggiati alla Polizia, “nè rossi..nè neri…ma libbberi pensieri.”
Nei vostri circoli vi fate al massimo una birra e siete contro l’uso delle droghe..poi per dimostrare che siete sprezzanti del sacrificio e pronti anche a soffrire per la Vostra giusta Causa..vi colpite..reciprocamente con una cinghia..!!!!
Ma lo sapete cosa diceva Rachele Mussolini di suo marito Benito: “Ce l’ha sempre dritto..per cui a lei bastava ed avanzava..
Avete mai “riflettuto” che a quei tempi non c’era il Viagra od il Cialis..e che quindi..sicuramente il Vostro Duce..si “faceva di coca!!
Meditate ,bravi ragazzi,non Vi chiedo di diventare ..Comunisti..ma almeno esercite quella che Dio ha dato..ad ogni Creatura ..e non offendeteVi …che sono animato da uno spirito ,direi quasi Fraterno..(lo dico senza esagerare!!!!)usate un pò…la Ragione-

“Vincere” , il teologico film di Marco Bellocchio ("2)   Leave a comment


Vincere

Vincere è un film storico del 2009, diretto e sceneggiato da Marco Bellocchio, con la partecipazione di Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi come principali interpreti. È stato l’unico film italiano in concorso al Festival di Cannes del 2009.[2][3]

È stato il film più premiato ai David di Donatello 2010, con otto premi su quindici candidature, fra cui quello per il miglior regista, ma non ha vinto quello per il miglior film, conquistato da L’uomo che verrà.

 

Vincere

Marco Bellocchio, con il film "Vincere", ci presenta un dramma di denuncia, capace di far riflettere su cosa il potere può causare alla mente umana.

Sette David di Donatello e quattro Nastri d’Argento, più numerose nomination.

 

Roma 13 giugno 2011, Villa Madama: vertice Italia -Israele con il Presidente Silvio Berlusconi e il premier israeliano Benjamin Netanyahu.     Berlusconi DUCE DUCE DUCE   vincere_mussolini-bellocchio-1024x682

 

Italia, inizi del ’900. Ida Dalser, una donna benestante, incontra un giovane rivoluzionario socialista e se ne innamora perdutamente. Quel giovane si chiama Benito Mussolini. La Dalser seguirà fedelmente Mussolini, arrivando fino a vendere tutti i suoi possedimenti per aiutarlo a fare carriera politica. Darà addirittura alla vita il figlio del Duce, Benito Albino. Ma l’ascesa politica dell’uomo è tanto inarrestabile quanto la sua decisione di mettere in disparte il figlio e la moglie.

Bellocchio affronta, con questa sua opera, una storia quasi sconosciuta. Ignorata dagli italiani per buona parte del secolo scorso (fu confusa con una delle numerosissime storie che dopo la guerra furono inventate per demolire il ricordo del fascismo), fu riscoperta e analizzata in un documentario nel 2005. Ida Dalser fu la presunta moglie di Mussolini Benito, presunta in quanto il documento di matrimonio non fu mai ritrovato, e Benito Albino fu ufficialmente riconosciuto dal Duce come figlio suo. La donna fu respinta, rapinata, rinchusa in manicomio e abbandonata dal mondo, ma continuò per tutta la vita a gridare il suo amore per Mussolini ed a cercare qualcuno che la ascoltasse e che la aiutasse a riconquistare ciò che era suo. La donna morì, sola e dimenticata, nel manicomio di S.Clemente di Venezia nel 1937, manicomio dove lo stesso Mussolini la rinchiuse e si assicurò che non uscisse più. Suo figlio Benito Albino, internato anche lui nel manicomio Mombello di Milano dalla polizia politica, la seguì nel 1942.

Il film, oscuro come il periodo che l’Italia si appresta ad attraversare, è girato prevalentemente nella penombra. Anche il primo incontro tra la Dalser e Mussolini ne è testimone: la donna lo vede al sole, a capo di rivoluzionari, e rimane affascinata dal suo carisma. Ma poi, all’ombra dei palazzi, con gli occhi tappati dall’ombra, non si accorgerà di che tipo di uomo ha davanti, rapita da un bacio vuoto e privo di emozioni.

Emozioni che Mussolini, interpretato da un magistrale Timi, non prova mai. Né quando è in compagnia di Ida, né quando tiene i suoi lunghi monologhi al popolo. Le scene dove i due hanno rapporti sessuali sono buie e predominano colori freddi, dove un glaciale Mussolini è in netto contrasto con una passionale Ida Dalser.

La Dalser è a sua volta è l’opposto di Mussolini. Le sue urla si ripercuoto per tutta la durata del film. Gli occhioni da cane bastonato della Mezzogiorno aumentano la melodrammaticità di una storia già di per sé tragica. Sebbene nella prima parte del film predominino la passione e l’amore della donna per Mussolini, nella seconda parte (cioè da quando essa viene allontanata dal Duce) unici sentimenti presenti sono il dolore e la speranza della donna, vittima assieme al figlio non di crimini o misfatti, ma solo di essersi innamorata e fidata ciecamente di un uomo cinico e crudele. Alla fine, il suo unico scopo diventerà quello di poter vedere riconosciuto il suo amore per Mussolini, di avere la conferma che tutto quello per cui aveva combattuto e per cui aveva perso tutto fosse vero. Ma, purtroppo per lei, le sue grida non sono ascoltate da nessuno. Infatti la scena più bella e simbolica del film rappresenta proprio questo: una Ida Dalser internata in manicomio si arrampica sopra un’inferriata e getta al di là delle lettere, sperando che qualcuno le legga e la aiuti. Lettere che non verranno mai lette.

Bellocchio con questo film smonta definitivamente il fascismo in sé e per sé.Infatti, uscendo ed ignorando lo schema politico del periodo, più volte analizzato e commentato in altre occasioni, si sofferma sull’uomo, sulla figura di Mussolini. Il Duce ci viene raffigurato come un uomo spregevole, cinico, un uomo che sfida apertamente Dio in una discussione teologica, un uomo affascinato ed attratto esclusivamente dal potere, un uomo che non prova amore e, anzi, arriva a rifiutare un amore sincero per ottenere un matrimonio a sfondo politico. Gran merito sempre di Bellocchio nel film è quello di aver alternato a scene con un Filippo Timi infervorato che scende in piazza per gridare alla rivoluzione, delle scene con il vero Mussolini che parla al popolo, riuscendo così a creare una continuità narrativa ed a rendere più credibile il personaggio di Timi.

Degne indubbiamente di nota le intepretazioni di Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi. La prima, superba nell’interpretazione della Dalser, riesce perfettamente a trasmettere quel senso di angoscia e di oppressione subito dopo la passione e l’amore provato nella prima parte del film. Il secondo interpreta in modo magistrale sia Mussolini Benito sia Benito Albino da adulto. I suoi occhi, durante i suoi monologhi al popolo, trasmettono rabbia, sono pieni di carisma, capaci di fulminare un solo uomo con lo sguardo. Entrambi hanno ricevuto grandissime critiche, in Italia ma soprattutto in America, dove la Mezzogiorno ha vinto il premio alla miglior attrice protagonista della National Society of Film Critics Awards 2010.

"VINCERE "

"VINCERE"

Come..Gesù cristo….donna…   Leave a comment


Nuda, legata ai polsi a una sbarra, trovata morta: “Era come crocifissa”

Legata a un palo, nuda e senza vita, “a braccia larghe come se fosse crocifissa”, racconta il testimone che ha lanciato l’allarme. Il corpo di una donna è stato trovato questa mattina alle porte di Firenze, in una località che si chiama Ugnano, in una strada secondaria, sotto un cavalcavia. Sul posto gli investigatori della polizia e la scientifica. La zona è al confine tra i comuni di Firenze e di Scandicci, alla periferia ovest del capoluogo toscano. La donna viene descritta come giovane e di carnagione bianca sui venticinque- trenta anni. Indossava solo le scarpe con i vestiti trovati a 1 chilometro di distanza. La sbarra ala quale è stata legata sotto il cavalcavia dell’A1 è a pochi centimetri da terra e serve ad interrompere la strada: in quel punto la via asfaltata termina e comincia un’area incolta.Da un primo esame esterno del medico legale la donna non ha evidenti segni di violenza.

Una testimone racconta di aver sentito dei lamenti verso le 23.30 di ieri sera, però non ha chiamato nessuno pensando che potesse essere un animale.

L’ipotesi formulata dagli investigatori, coordinati dal magistrato di turno Paolo Canessa, è che la ragazza sia una prostituta uccisa da un cliente. Secondo gli investigatori il modo in cui la donna è stata legata, la crocifissione, è casuale e chi lo ha fatto non aveva in mente alcun fine ‘simbolico’. Dai primi accertamenti sul cadavere non sono emersi segni di violenza.
Riguardo il movente dell’omicidio, gli investigatori si limitano a parlare di “una ragazza sbandata, che ha fatto un brutto incontro”. Il decesso risalirebbe alla notte scorsa. Il luogo dove è stato trovato il corpo è conosciuto come abitualmente frequentato dalle prostitute. Gli abitanti della zona si sono spesso lamentati per questo. Su un muro della zona ci sono anche scritte spray di protesta per la frequente presenza di prostitute.

Il luogo dove è stata trovata la donna uccisa

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  • {}E’ stata trovata morta, nuda e legata a un palo con i polsi immobilizzati da alcuni lacci. Firenze, periferia di Ugnano. Sul posto è intervenuta la polizia. Si tratta di una donna dell’età di circa 30 anni. Leggi l’articolo

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il caso Aldovrandi e la Presidente della Camera Laura Bolddrini   Leave a comment


Per fortuna nell’ Italia del 21°secolo..dopo l’esperienza dell’Italia del Fascio e del pensiero di Angiolino Alfano..(Berluisconi a dire il vero almeno ha pensato ai cazzi suoi senza rompere (concretamente) i coglioni degli altri e chissà come mai questi poliziotti se la fanno sempre con i giovani (come sono coraggiosi!!!) il Duce almeno lo era..!!! e 9 volte su 10 dava solo olio di ricino..

gente e genitori..è l’ora di meditare..e di darsi da fare !!!!

Quesi sono il tipo di poliziotti dell’Emilia Romagna che tengoo ancora il busto del duce mi meraviglio di Gianfranco Fini si è laureato in pscologia

VINCERE..LA VERA TEOLOGIA DI MARCO BELLOCCHIO..   2 comments


Vincere ,film di Marco Belloccchio[kml_flashembed movie="http://www.youtube.com/v/rrOnUUOaQ9Q" width="425" height="350" wmode="transparent" /]SOSTANZIALMENTE E’ IL PIU’ BEL FILM TEOLOGICO CHE ABBIA MAI VISTO..IO LA PENSO COSI..MARCO BELLOCCHIO E’ IL PROFETA REGISTA PIU’ STIMATO DA Y H W H ( PER QUELLI CHE NON CAPISCONO ..STO PARLANDO DEL BABBO SPIRITUALE DI GESU’

(NEL FILM E NEL TRAILER    GESU’ E’ QUELLO PSICHIATRA GIOVANE CON LA CHIERICA ED I RICCIOLI NERI..)

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