Archivio per la categoria ‘painting

Salvador Dalí, il torbido mondo della paranoia   Leave a comment


di Laura Corchia

http://restaurars.altervista.org/salvador-dali-il-torbido-mondo-della-paranoia/

“Ogni mattina, al risveglio, provo un piacere supremo, il piacere di essere Salvador Dalí”.

Il personaggio nel quale il Surrealismo trova la propria espressione più completa ed esasperata è senza dubbio Salvador Dalí, provocatore oltre i limiti della decenza.

Amante di “tutto ciò che è dorato ed eccessivo”, costruì attorno alla sua persona un alone di mistero e di bizzarria, facendo risalire la sua “passione per il lusso e la […] predilezione per gli abiti orientali ad una discendenza araba“, sostenendo che i suoi antenati discendevano dai Mori.

Nato nel 1904 a Figueras, in Catalogna, frequentò l’Accademia Reale San Ferdinando di Madrid, da dove venne espulso poco dopo per il suo comportamento provocatorio.

Nel 1927 si recò per la prima volta a Parigi dove incontrò Picasso. L’anno successivo entrò in contatto con i Surrealisti e iniziò a costruire il suo personaggio tramite il bizzarro modo di vestirsi e di presentarsi in pubblico.

Con la presa del potere da parte del regime fascista in Spagna, Dalí si rifugiò negli Stati Uniti dove visse per otto anni.

Trascorse gli ultimi anni della sua vita In Catalogna, distrutto dal dolore per la morte della moglie Gala. Si spense a Figueras il 23 gennaio 1989, mentre ascoltava Tristano e Isotta di Wagner, il suo disco preferito.

Salvador Dalì, Il grande masturbatore, 1929

Durante i primi anni di adesione al Surrealismo, Dalí inventò una personalissima tecnica di automatismo psichico definita metodo paranoico-critico. L’artista descrisse la paranoia come “una malattia mentale cronica, la cui sintomatologia più caratteristica consiste nelle delusioni sistematiche, con o senza allucinazioni dei sensi. Le delusioni possono prendere la forma di mania di persecuzione o di grandezza e di ambizione”. Le opere di Dalí nascevano dal torbido agitarsi del suo inconscio e prendevano forma grazie alla razionalizzazione del delirio: “Durante l’intera giornata, seduto davanti al cavalletto fissavo la tela come un medium per vederne sorgere gli elementi della mia immaginazione. Quando le immagini si collocavano esattamente nel quadro io le dipingevo immediatamente, a caldo. Ma, a volte, dovevo aspettare delle ore e restare in ozio con il pennello in mano prima di vedere nascere qualcosa”. 

 

Salvador Dalì, La tentazione di sant’Antonio, 1946

 

Il delirio si incarnava così in esseri mostruosi, animali, forme passibili di diverse interpretazioni, rifiuti d’ogni tipo. Il suo linguaggio non è immediatamente comprensibile e, molto spesso, non nasconde un vero e proprio significato.

Il suo tratto accademico e morbido è debitore dei grandi del passato e, soprattutto, dei maestri del Rinascimento. Nelle sue opere ricorre spesso il tema del corpo umano a cassetti. L’artista stesso ci spiega il significato: “il corpo umano è pieno di cassetti che solo la psicoanalisi è in grado di aprire”. Sempre a proposito della Psicanalisi freudiana, egli scrisse: “Ho la certezza che le mie qualità d’analista e di psicologo siano superiori a quelle di Marcel Proust. Non soltanto perché, fra i numerosi metodi ch’egli ignorava, io mi servo della psicoanalisi, ma soprattutto perché la struttura del mio spirito è di un tipo eminentemente paranoico, dunque più indicato per tal genere di esercizi, mentre la struttura del suo era quella di un nevrotico depresso, ossia la meno adatta a queste investigazioni. Cosa facilmente riconoscibile dallo stile deprimente e distratto dei suoi baffi che, come quelli ancora più deprimenti di Nietzsche, sono l’opposto dei baffi gai e vivaci di Velázquez o, meglio ancora, di quelli ultra-rinocerontici del vostro geniale e umile servitore [Dalí stesso]. E’ vero, m’è sempre piaciuto usare sistemi piliferi, sia dal punto di vista estetico per determinare il numero aureo che dipende dall’attaccatura dei capelli, sia nel dominio psicopatologico del baffo, questa costante tragica del carattere, certamente il segno più forte del volto maschile”. 

Salvador Dalì, Persistenza della memoria, 1931

 

L’opera  più celebre di Salvador Dalí è La persistenza della memoria, un olio su tela dipinto nel 1931. Nota anche come Gli orologi molli, l’opera è tra le più enigmatiche tra quelle eseguite dal pittore catalano. Egli stesso, tuttavia, raccontò come è nata l’idea: una sera in cui Gala era uscita con alcuni amici egli, che non si sentiva molto bene, era restato a casa e aveva cenato con del Camembert. La tenera consistenza, assieme alla forma rotonda, di quel particolare formaggio, gli fece nascere l’idea di aggiungere degli orologi molli a una veduta della baia di Port Lligat che si trovava sul cavalletto. Il volto dalle lunghissime ciglia posto in primo piano si ispira a una bizzarra roccia che il pittore aveva visto a Capo Creus. Nell’opera è forte la nozione del tempo che passa, espressa anche attraverso le ombre proiettate dagli oggetti. Scrive l’artista:

“E il giorno in cui decisi di dipingere orologi, li dipinsi molli. Accadde una sera che mi sentivo stanco e avevo un leggero mal di testa, il che mi succede alquanto raramente. Volevamo andare al cinema con alcuni amici e invece, all’ultimo momento, io decisi di rimanere a casa. Gala, però, uscì ugualmente mentre io pensavo di andare subito a letto. A completamento della cena avevamo mangiato un camembert molto forte e, dopo che tutti se ne furono andati, io rimasi a lungo seduto a tavola, a meditare sul problema filosofico dell’ipermollezza posto da quel formaggio. Mi alzai, andai nel mio atelier, com’è mia abitudine, accesi la luce per gettare un ultimo sguardo sul dipinto cui stavo lavorando. Il quadro rappresentava una veduta di Port Lligat; gli scogli giacevano in una luce alborea, trasparente, malinconica e, in primo piano, si vedeva un ulivo dai rami tagliati e privi di foglie. Sapevo che l’atmosfera che mi era riuscito di creare in quel dipinto doveva servire come sfondo a un’idea, ma non sapevo ancora minimamente quale sarebbe stata. Stavo già per spegnere la luce, quando d’un tratto, vidi la soluzione. Vidi due orologi molli uno dei quali pendeva miserevolmente dal ramo dell’ulivo. Nonostante il mal di testa fosse ora tanto intenso da tormentarmi, preparai febbrilmente la tavolozza e mi misi al lavoro. Quando, due ore dopo, Gala tornò dal cinema, il quadro, che sarebbe diventato uno dei più famosi, era terminato.”

Salvador Dalì e Gala: un amore surreale

http://restaurars.altervista.org/salvador-dali-e-gala-un-amore-surreale/

di Laura Corchia

“Grazie Gala! E’ per merito tuo che sono un pittore. Senza di te non avrei creduto ai miei doni.”

(Salvador Dalì)

Parigi, 1929. Due strade si incrociarono, due anime si incontrarono e decisero di vivere il resto della vita in simbiosi, animate da un amore che ardeva come un fuoco sacro.

Salvador Dalì era in città per presentare il suo film Un chien andalou, realizzato insieme a Luis Buñuel. In quell’occasione gli venne presentato il poeta Paul Eluard, marito di Gala.

Gala-and-Salvador-Dalí-c.-1933

Dalì invitò il gruppo a trascorrere l’estate nella sua casa di Cadaqués e, una volta incrociato lo sguardo di lei, ne rimase quasi folgorato.

“Così lei mi levò l’abitudine a delinquere e guarì la mia follia. Grazie! Voglio amarti! Volevo sposarla. I miei sintomi isterici scomparvero uno dopo l’altro come per magia. Fui nuovamente padrone della mia risata, del mio sorriso, della mia mimica. Al centro del mio spirito crebbe una nuova forma di salute, fresca come un bocciolo di rosa.”

Lei non era bella. I tratti arcigni del suo volto erano mitigati da un fascino irresistibile, una specie di calamita per l’eccentrico artista.

Lasciato Eluard, Gala divenne, moglie, amante, madre e musa. Lui invece fu compagno devoto, amico e servo. “Amo Gala più di mia madre, più di mio padre, più di Picasso e perfino più del denaro […] Poteva essere la mia Gradiva (colei che avanza), la mia vittoria, la mia donna. Ma perché questo fosse possibile, bisognava che mi guarisse. Lei mi guarì, grazie alla potenza indomabile e insondabile del suo amore: la profondità di pensiero e la destrezza pratica di questo amore surclassarono i più ambiziosi metodi psicanalitici”.

Helena Diakonova, nota come Gala, era di origini russe. Colta, raffinata e sicura, portò Dalì a raggiungere una sorta di equilibrio mentale. Con lei accanto, si senti libero di esprimere la sua personalità e la sua vena artistica. “Se Gala diventasse piccola come un’oliva, io vorrei mangiarla”, raccontò l’artista in un’intervista, “L’unica maniera di conoscere l’oggetto è quella di mangiarlo. È per questo che la religione cattolica è la più perfetta che sia mai esistita, poiché pratica la cerimonia liturgica del mangiare Dio, vivo”. Gala come Dio, in un’equivalenza perfetta. E ancora, in un’altra intervista: “Io non ho mai fatto l’amore con nessun’altra a parte Gala. Sono molto cattolico e credo che si debba fare l’amore con la compagna legittima. Nella mia vita ciò che amo di più sono la liturgia e il sacro”.

Al di là dell’enfasi mistica, Gala esercitava su Dalì un forte dominio e lui ne fu completamente sottomesso, definendola il suo sosia, il suo doppio, il suo gemello.

Nel 1972 le regalò un castello a Púbol che, dopo la morte dell’amata, divenne per lui una sorta di prigione dorata, un luogo dove attendere la morte, intesa come unico modo per poterla raggiungere. E la morte inesorabile arrivò dopo una lunga depressione. Era il 1989.

 

(Stimo molto il genio pittorico di Salvador Dalì… per questo ho letto molto su di lui; sono stato a Figueres a vedere la sua casa Museo..ideata anch’essa da lui.SAlvadorDalì..a ben ragione può parlare di arte..ma della SPIRITUALITA’..non ci ha capito..NIENTE !!!

Altri miei articoli su di lui..

https://andreasinicatti.wordpress.com/2015/10/02/the-crazy-love-between-salvador-dali-and-gala-lamore-folle-tra-salvador-dali-e-gala-helena-diakonova/

https://andreasinicatti.wordpress.com/2015/05/26/federico-garcia-lorca-il-grande-poeta-omosessuale-che-pago-con-la-vita-il-suo-amore-per-la-spagna/

 

https://andreasinicatti.wordpress.com/2012/09/30/salvador-domenec-dali/

 

 

Pubblicato 26 maggio 2016 da sorriso47 in painting, pintura, pittura, Salvador Dali', Scuola, spiritualità

Taggato con ,

Leonardo da Vinci ed il suo discepolo preferito   Leave a comment


Cominciamo con un gioco. Pensate ai nomi dei più noti allievi di Leonardo Da Vinci. Probabilmente vi saranno venuti in mente Bernardino Luini e Francesco Melzi. Forse anche Andrea Solari, Marco d’Oggiono e Giovanni Antonio Boltraffio. Se siete appassionati d’arte non vi sarete scordati neppure Cesare Da Sesto e Ambrogio de Predis. Pochi, pochissimi temo, avranno pensato a Gian Giacomo Caprotti. Eppure fu lui l’unico a rimanere vicino a Leonardo quasi per tutta la vita. L’unico a stringere in modo indissolubile il proprio destino a quello del maestro, del quale fu fedele compagno. L’unico a seguirne il peregrinare fra le corti rinascimentali. La vicenda umana e artistica del Caprotti era ben nota agli scrittori del Cinquecento. monumento piazza scalaPerfino il Vasari, nella prima edizione delle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani citò solamente lui fra i discepoli di Leonardo: “ed a lui insegnò molte cose dell’arte;

e certi lavori, che in Milano si dicono essere di Salai, furono ritocchi da Lionardo”.

Salai, ossia diavolo, così il maestro aveva soprannominato Gian Giacomo a causa del carattere irrequieto. Ma la banale svista di uno storico dissolse nel nulla la sua esistenza per lasciare spazio ad un inesistente Andrea Salaino. Fu Paolo Morigia a dare vita all’equivoco, che è sopravvissuto attraverso i secoli alimentando cervellotiche conclusioni. Egli associò gli epiteti Salai e Salaino, rinvenuti fra le carte di Leonardo, alla figura di Andrea Salimbeni da Salerno, un allievo del pittore Cesare da Sesto. Occorse quasi mezzo millennio per ridare un’identità a Gian Giacomo Caprotti. Tuttavia l’immaginario Andrea Salaino sopravvive ancora oggi nella città di Milano, che continua a dedicargli una strada e a indicarlo fra i quattro allievi formanti corona al maestro nel monumento in piazza della Scala.

L’esistenza di Salai è stata straordinaria, almeno quanto la discrezione che l’ha avvolta.

Molte storie della pittura non ne citano neppure il nome, quasi fosse un argomento tabù sul quale è opportuno tacere. Com’è possibile che una figura capitale nell’esistenza del più grande genio mai apparso sulla terra sia scomparsa per tanto tempo dalla storia?

Figlio adottivo, discepolo prediletto, compagno, quale fu il suo vero ruolo?

La vita di Gian Giacomo Caprotti, detto Salai, sembra scritta da un abile sceneggiatore.

Nel 1490, a soli 10 anni lasciò il borgo di Oreno, oggi frazione di Vimercate, ed entrò come garzone nello studio milanese di Leonardo da Vinci, di fronte al Duomo. Il suo nome si affacciò per la prima volta alla storia nel 1490. Sul foglio iniziale di quello che sarebbe diventato un giorno il Manoscritto C,

lo stesso Leonardo da Vinci annotò: “Iacomo venne a stare con meco il dì della Maddalena nel 1490, d’età d’anni 10”.

      

Gian giacomo Caprotti (detto Salai)                                  Gian giacomo Caprotti (detto Salai)

Da quel 22 luglio la vita dell’artista e quella del suo giovane garzone si saldarono in modo indissolubile.

Salai  il garzone di bottega, giorno dopo giorno, conquistò il bene e la fiducia del maestro fino a diventare l’insostituibile e prediletto allievo.

Ogni spostamento li vide uno accanto all’altro.

A cominciare dalla partenza da Milano alla volta di Venezia. Poco dopo Leonardo tornò a Firenze, sempre con Salai al seguito. Nella nuova bottega Gian Giacomo cominciò ad eseguire i suoi primi ritratti. Egli non era già più soltanto il vivace e irregolare giovane che tanto aveva fatto sparlare di sé, ma cominciava ad essere anche un artista.
Salai.lionardovici / lionardovici. Su un foglio del Codice Arundel, custodito al British Museum di Londra, appare questa scritta. Si tratta di una nota autografa con cui l’allievo unì il proprio nome a quello del maestro. Nei codici di Leonardo sono frequenti i rimandi a Gian Giacomo. Col trascorrere degli anni, il rapporto fra i due si fece sempre più solido, seppure non mancarono mai i litigi. L’allievo prediletto posò come modello per alcuni delle più celebri figure leonardesche e continuò a seguire il maestro nei suoi spostamenti. Tornò con lui a Milano, poi nel 1513 lo accompagnò a Roma.
Nel frattempo intensificò la sua attività di pittore, anche se oggi permane molta incertezza sulle sue opere giunte fino a noi. Non dovrebbero esserci dubbi sull’autenticità di una Madonna col Bambino e Sant’Anna, esemplata su quella di Leonardo. San Giovanni Battista Salai

Un tempo, il dipinto era appartenuto a Carlo Borromeo, poi passò nella sacrestia della chiesa di San Celso a Milano, ora è proprietà del museo dell’University of California, a Los Angeles. È rimasto invece a Milano, esposto nelle sale dell’Ambrosiana, il San Giovanni Battista. Due altre opere tradizionalmente attribuite al Salai sono la Madonna col Bambino e i Santi Pietro e Paolo e la Madonna col Bambino e i Santi Giovanni e Battista, entrambi conservati nella Pinacoteca di Brera a Milano. Il suo dipinto più chiacchierato è la Gioconda nuda.

In questo quadro è certa la collaborazione di Leonardo, che dovrebbe aver eseguito personalmente il motivo della spalliera vegetale contro la quale si pone la figura senza veli.

Le Opere

Opere sicure del Salai, firmate, non se ne conoscono, né si hanno notizie di commesse specifiche. Restano solamente i dipinti attribuitigli per tradizione, su alcuni dei quali, peraltro, non sempre gli studiosi concordano.

Non dovrebbero esserci dubbi sull’autenticità di una Madonna col Bambino e Sant’Anna, esemplata su quella di Leonardo.

Leonardo da Vinci,  Sant'Anna, la Madonna, il Bambino e san Giovannino, detto cartone di Burlington House

Leonardo

Leonardo

Gian Giacomo Caprotti (Salai)

Leonardo da Vinci, Sant'Anna, la Vergine e il Bambino con l'agnellino, detto Sant’Anna, dopo il restauro

Leonardo     Madonna e il bambino in grembo a S.Anna

Un tempo, il dipinto era appartenuto a Carlo Borromeo, poi passò nella sacrestia della chiesa di San Celso a Milano. Ora è proprietà del museo dell’University of California, a Los Angeles. Una copia dello stesso dipinto è conservata agli Uffizi.

È rimasto invece a Milano, esposto nelle sale dell’Ambrosiana, il San Giovanni Battista.

La versione del Caprotti riproduce assai fedelmente l’originale del maestro, con la differenza che lo sfondo notturno è sostituito da un limpido paesaggio prealpino. Due altre opere tradizionalmente attribuite al Salai sono la Madonna col Bambino e i Santi Pietro e Paolo e la Madonna col Bambino e i Santi Giovanni e Battista, entrambi conservati nella Pinacoteca di Brera, sempre a Milano.

       

Leonardo      la Gioconda                                       Gian Giacomo Caprotti (Salai)      La Gioconda nuda

Nell’espressione del volto si ravvisa il celeberrimo sorriso della Gioconda, ma il resto del corpo è privo di femminilità e sembra possedere la doppia natura di uomo e di donna.

Seppure criticato per la non perfetta esecuzione di alcuni particolari, è stato a lungo attribuito a Leonardo.
Ora è conservato in Svizzera.
Salai non seguì il padre adottivo nel suo ultimo viaggio. Solamente quando la salute di Leonardo s’aggravò si precipitò in Francia, a Clos-Lucé, dove il maestro era ospite del Re. Ma certamente non fu lì il giorno in cui Leonardo redasse il testamento e non gli fu vicino neppure quando morì. Era già tornato a Milano, forse portando con sé alcuni dipinti del maestro. In eredità aveva ricevuto solamente metà della vigna di San Vittore che la sua famiglia occupava da almeno vent’anni. Si stabilì nella casa fatta costruire sul fondo e riprese il suo mestiere di pittore. Per lui sembrava profilarsi una maturità prospera. Nel 1523 convolò a nozze con Bianca Caldiroli di Annono, donna di rango superiore, che portò in dote la rispettabile somma di 1700 lire. Ma il matrimonio fu assai breve, poiché solo sette mesi dopo, precisamente il 19 gennaio 1524, la vita di Gian Giacomo si spense. Fu una morte violenta, provocata da un colpo di schioppo, a porre fine alla sua irrequieta esistenza.
Il diavolo Salai, però, non aveva ancora finito di stupire. Dopo la sua scomparsa, la vedova e le sorelle si contesero l’eredità. Per dirimere la questione nel 1525 fu steso un inventario dei beni, la cui descrizione è tornata alla luce solo di recente. leonardo_giocondaIl ritrovamento ha aperto nuove prospettive circa la sorte iniziale dei capolavori di Leonardo. Fra i beni posseduti dal Salai figuravano quadri denominati la Leda, il San Gerolamo, la Sant’Anna, il San Giovanni Battista e la Gioconda. Erano gli originali eseguiti da Leonardo o soltanto copie fedeli dello stesso Salai? L’alto valore attribuito ai dipinti fa propendere per la prima ipotesi. In realtà la sola cosa certa è l’incertezza che grava attorno alla vicenda di questi quadri negli anni successivi alla scomparsa del maestro. Pochi sono i fatti acclarati: 1) Leonardo li aveva portati con sé in Francia, lo confermano le note di alcuni suoi contemporanei che lo andarono a trovare nel castello di Clos-Lucé, vicino ad Amboise; 2) dei dipinti non si fa menzione nel testamento dell’artista e ciò potrebbe far supporre che a quella data erano già passati di mano.
Qui si apre un’altra possibilità, che chiama in scena di nuovo Salai. In un altro documento, anch’esso scoperto da poco, si parla della vendita eseguita da Gian Giacomo, nel 1518, di “quelques tables de peinture” al Re Francesco I per una somma enorme. Ecco dunque cosa potrebbe essere accaduto. Salai raggiunse il maestro in Francia, rimase con lui per un breve periodo, quindi si recò a Parigi dove predispose la vendita dei dipinti al Re. Poi, ritornò direttamente in Italia, secondo alcuni addirittura trattenendosi la somma riscossa. Questo spiegherebbe perché i dipinti non apparvero nel testamento.
Al di là di ogni possibile congettura, oggi il fatto indubitabile è che Gian Giacomo trascorse buona parte della sua vita accanto a Leonardo. Riguardo a tutto il resto vi è ancora molto da sapere. Indagare sulla sua figura consentirebbe dunque di restituire un’identità ad un’importante attore del Rinascimento e, forse, anche di risolvere alcuni dei misteri che ancora avvolgono l’esistenza di Leonardo da Vinci.

https://alternativanomade.wordpress.com/2013/04/10/salai-leonardo-da-vinci/

(se qualcuno fosse interessato alla “sfera sessuale” di Leonardo..suggerisco questa pagina.

http://www.giovannidallorto.com/biografie/leonardo/leonardo.html

              

Gian Giacomo Caprotti (Salai)                                     Gian Giacomo Caprotti (Salai)

Monna Vanna     (Salai e Leonardo Da Vinci, Monna Vanna (Joconde nue) Svizzera, Collezione privata, già Collezione Litta a Milano)

 

            

Gian Giacomo Caprotti (detto il Salai)      Salvator Mundi

storia d’amore di una caffettiera color bianco latte… per uno color caffè (2)   Leave a comment


 

 

Quando una caffettiera color banco latte
s’innamora di uno color caffè

Lei è di buona famiglia

Lei è sempre in casa

sognando il suo amore d’origine arabica..

Suo padre lo viene a sapere ..

ma la notte accoglie la loro unione

si consuma a fuoco lento:

un meraviglioso aroma

si libera per le strade ,nei vicoli,tra le case

per diventare un irresistibile invito

alla ricerca di nuovi sapori

e cosi il mondo si riempie di tanti piccoli cappuccini

né troppo bianchi né troppo neri..

continua…

 

Quand une cafetière coleur lait blanc il s’éprient d’un coleur café

Elle est de bonne famille

Elle est toujours à la maison

mais elle est tambèe amoreuse d’un tipe d’origine arabica.

Son père l’apprend et c’est la crise!

mas la nuit tous le chats sont gris..

elle retrouve donc facilement son amour..

il s’appelle Café..prince de Caffa.

Leur union se consomme à feux lent

un merveilleux arome se libère dans les rues

les ruelles et les maisons

pour devenir une irrestible tentacion

à la recherche de nouvelles saveurs

et ainsi le monde il riempie de beaucoup

de petits cappuccinos.. ni trop blancs..ni trop noirs

continue..

Catalogo CLET-V5.indd      Catalogo CLET-V5.indd

Catalogo CLET-V5.indd   Catalogo CLET-V5.indd

 

Catalogo CLET-V5.indd               Catalogo CLET-V5.indd                                 Catalogo CLET-V5.indd                Catalogo CLET-V5.indd

Catalogo CLET-V5.indd     Catalogo CLET-V5.indd

 

Catalogo CLET-V5.indd       Catalogo CLET-V5.indd

 

Catalogo CLET-V5.indd    Catalogo CLET-V5.indd     Catalogo CLET-V5.indd

 

Catalogo CLET-V5.indd    Firenze Piazza del Pesce (Ponte Vecchio)     a sinistra di Ponte Vecchio

Marc Chagall, e i suoi meravigliosi dipinti   2 comments


chaga4          chagal3

156 OPERE DI MARC CHAGALL (CLIC sull’immagine qui sotto)

 

 

 

albero-della-vita-di-chagall-1976

 

(L’ALBERO DELLA VITA)

Marc Cha­gall è cele­ber­rimo per i suoi dip­inti dai col­ori vivaci, con pre­dom­i­nanza del blu, per l’atmosfera fiabesca, gio­cosa o roman­tica delle sue creazioni. Ma nella Cap­pella dei Pen­i­tenti di Sar­rebourg, una pic­cola cit­tad­ina della Lorena (Fran­cia), sono alcune inaspet­tate vetrate real­iz­zate pro­prio da lui e capaci di incantare i vis­i­ta­tori. Il motivo di una di queste, alta ben 12 metri, è l’Albero della vita. Siamo soliti asso­ciare la cap­pella reli­giosa all’arte antica e la vetrata all’arte got­ica. Ven­gono in questo caso sfa­tate due “con­sue­tu­dini” e ci si ritrova all’interno di una cap­pella iso­lata risalente al XIII sec­olo, dec­o­rata da vetrate con­tem­po­ra­nee da un artista cele­bre per ben altre tipolo­gie di opere. La cap­pella è oggi non solo luogo di con­tem­plazione ma anche vero e pro­prio omag­gio a Cha­gall. E a pen­sarci bene non è così dif­fi­cile com­pren­dere come l’artista russo (nat­u­ral­iz­zato francese), autore di quadri forte­mente bidi­men­sion­ali e non di rado imper­niati di sim­bolismo reli­gioso, abbia trovato nella vetrata un sup­porto ide­ale. Attra­verso una tec­nica sec­o­lare Cha­gall ha trasmesso anche in questo caso il suo mes­sag­gio di vita e amore che appare riv­o­luzionario anche gra­zie al senso  di con­trasto che l’opera, inserita in tale con­testo, scatena in chi la osserva. In un oceano di blu (quel blu al quale l’artista ci ha abit­uati) emer­gono i rossi e i verdi accesi del fogliame e del tronco dell’Albero della vita che quasi sem­bra sma­te­ri­al­iz­zarsi e diventare solo mac­chie di col­ore. Nella parte alta dell’albero, come immersi nella chioma, sono due fig­ure nude che si toc­cano: Adamo ed Eva. I prog­en­i­tori anziché riman­dare al pec­cato orig­i­nale sem­brano voler sim­bo­leg­giare il pro­totipo, per l’umanità, della cop­pia unita dall’amore e gen­er­a­trice di vita. Non man­cano, attorno al grande Albero della vita, altre fig­ure ricor­renti nell’arte reli­giosa. Ecco allora una Vergine col Bam­bino e poi il tradizionale Cristo cro­ci­fisso, tri­on­fante sulla morte e quindi detto tri­umphans. Lon­tana da ogni nat­u­ral­ismo quest’opera mer­av­igliosa e sug­ges­tiva avvic­ina la reli­gione all’ambito del sogno. L’Albero della vita sem­bra qui un com­pen­dio di tutti i sig­ni­fi­cati che ha avuto nella sto­ria: sim­bolo divino e reli­gioso, forza prim­i­ge­nia di rigen­er­azione, armo­nia e amore uni­ver­sale, spir­i­tu­al­ità ed ener­gia vitale. E ad esso, cen­trale e impo­nente, si con­net­tono per­fet­ta­mente tutte le “scene” reli­giose più tipiche dell’arte del pas­sato, imper­ni­ate però qui di un tono fiabesco, tipico per l’artista, e non per questo meno emozionante.

Marc Chagall (Vitebsk, 7 luglio 1887 – Saint-Paul de Vence, 28 marzo 1985) è stato un pittore russo naturalizzato francese, d’origine ebraica.

Il suo vero nome era Moishe Segal (משה סג”ל – Segal è un cognome levita, acronimo di סגן לוי Segan Levi, “assistente levita”); il suo nome russo era Mark Zacharovič Šagalov, abbreviato in Šagal (Шагал; Chagall, secondo la trascrizione francese).

Marc Chagall nasce in una famiglia di cultura e religione ebraica, a Vitebsk, allora facente parte dell’Impero Russo, oggi in Bielorussia. È il maggiore di nove fratelli. Il padre, Khatskl (Zakhar) Chagall, era mercante di aringhe, sposato con Feige-Ite. Nelle opere dell’artista ritorna spesso il periodo dell’infanzia, felice nonostante la condizione di vita.

Iniziò a studiare pittura nel 1906 con il maestro Yehuda (Yudl) Pen, il solo pittore di Vitebsk, ma l’anno successivo si trasferì a San Pietroburgo. Qui frequentò l’Accademia Russa di Belle Arti, con il maestro Nikolaj Konstantinovič Roerich e conobbe artisti di ogni scuola e stile. Tra il 1908 e il 1910 studiò, invece, alla scuola Zvantseva con Léon Bakst. Questo fu un periodo difficile per lui: gli ebrei potevano infatti vivere a San Pietroburgo solo con un permesso apposito e, per un breve tempo, venne persino imprigionato. Rimase nella città fino al 1910, anche se di tanto in tanto tornava nel paese natale dove, nel 1909, incontrò la sua futura moglie, Bella Rosenfeld.

Una volta divenuto noto come artista, lasciò San Pietroburgo per stabilirsi a Parigi, per essere più vicino alla comunità artistica di Montparnasse, dove entrò in amicizia con Guillaume Apollinaire, Robert Delaunay e Fernand Léger. Nel 1914 ritornò a Vitebsk e l’anno successivo si sposò con la fidanzata Bella. La prima guerra mondiale scoppiò mentre Chagall era in Russia. Nel 1916, il pittore ebbe la sua prima figlia, Ida.

Nel 1917 prese parte attiva alla rivoluzione russa: il ministro sovietico della cultura lo nominò Commissario dell’arte per la regione di Vitebsk, dove fondò una scuola d’arte e il Museo di arte moderna di Vitebsk. Nella politica del governo dei soviet non ebbe tuttavia successo e per di più entrò in contrasto con la sua stessa scuola (in cui militava El Lissitzky) che per motivi politici era conforme al suprematismo, assolutamente agli antipodi dello stile fresco ed “infantile” di Chagall. Nel 1920 si trasferì con la moglie a Mosca e poi a Parigi nel 1923. In questo periodo pubblicò le sue memorie in yiddish, scritte inizialmente in lingua russa e poi tradotte in lingua francese dalla moglie Bella; scrisse anche articoli e poesie pubblicati in diverse riviste e, postumi, altri scritti raccolti in forma di libro. Divenne cittadino francese nel 1937.

Durante l’occupazione nazista in Francia, nella Seconda guerra mondiale, con la deportazione degli Ebrei e l’Olocausto, gli Chagall fuggirono da Parigi. Si nascosero presso Villa Air-Bel a Marsiglia e il giornalista americano Varian Fry li aiutò nella fuga verso la Spagna ed il Portogallo. Nel 1941 la famiglia Chagall si stabilì negli Stati Uniti, dove sbarcò il 22 giugno, giorno dell’invasione nazista della Russia.

Il 2 settembre 1944, Bella, compagna amatissima, soggetto frequente nei suoi dipinti e compagna di vita, morì per una infezione virale. Due anni dopo, Chagall fece ritorno in Europa e nel 1949 si stabilì in Provenza.

Uscì dalla depressione causata dalla morte della moglie, quando conobbe Virginia Haggard, dalla quale ebbe un figlio. Fu anche aiutato dalle commissioni che ricevette per lavori per il teatro.

In questi anni intensi, riscoprì colori liberi e brillanti: le sue opere sono dedicate all’amore e alla gioia di vivere, con figure morbide e sinuose. Si cimentò anche con la scultura, la ceramica e il vetro.

 

 

chagall1    chagall2 chagall7

chagall8  chagall-1-300x255 cantico-dei-cantici-marc-  chagall 1

chagall_021_ponte_sulla_senna_1954  chagall_042_golgota_1912 chagall-sposi

VETRATE DI CHAGALL A REIMS

 

 

reims vetrate chagall particolare

L’ospedale Hadassah (Gerusalemme occidentale)-VETRATE CHE RAPPRESENTANO LE 12 TRIBU’ DI ISRAELE

L'ospedale Hadassah, Gerusalemme, Israele

 

 

La tomba di Chagall nel cimitero di Saint-Paul de Vence

Chagall si risposò nel 1952 con Valentina (detta “Vave”) Brodsky: viaggiò diverse volte in Grecia. Nel 1957 si recò in Israele, dove nel 1960 creò una vetrata per la sinagoga dell’ospedale Hadassah Ein Kerem e nel 1966 progettò un affresco per il nuovo parlamento. Viaggerà anche in Russia dove sarà accolto trionfalmente, ma si rifiuterà di tornare nella natìa Vitebsk.

Durante la guerra dei sei giorni l’ospedale venne bombardato e le vetrate di Chagall rischiarono di essere distrutte: solo una venne danneggiata, mentre le altre vennero messe in salvo. In seguito a questo, Chagall scrisse una lettera in cui affermava di essere preoccupato non per i suoi lavori ma per la salvezza di Israele.

Chagall morì a novantasette anni, a Saint-Paul de Vence, il 28 marzo 1985.

Chagall nei suoi lavori si ispirava alla vita popolare della Russia europea e ritrasse numerosi episodi biblici che rispecchiano la sua cultura ebraica. Negli anni sessanta e settanta, si occupò di progetti su larga scala che coinvolgevano aree pubbliche e importanti edifici religiosi e civili.

Le opere di Chagall si inseriscono in diverse categorie dell’arte contemporanea: prese parte ai movimenti parigini che precedettero la prima guerra mondiale e venne coinvolto nelle avanguardie. Tuttavia, rimase sempre ai margini di questi movimenti, compresi il cubismo e il fauvismo. Fu molto vicino alla Scuola di Parigi e ai suoi esponenti, come Amedeo Modigliani.

I suoi dipinti sono ricchi di riferimenti alla sua infanzia, anche se spesso preferì tralasciare i periodi più difficili. Riuscì a comunicare felicità e ottimismo tramite la scelta di colori vivaci e brillanti. Il mondo di Chagall era colorato, come se fosse visto attraverso la vetrata di una chiesa.

Marc Chagall si è occupato anche di Mail art (vedi il volume Il recupero della memoria del milanese Eraldo Di Vita).

Durante il suo primo soggiorno a Parigi rimane colpito dalle ricerche sul colore dei Fauves e da quelle di Robert Delaunay (definito il meno cubista dei cubisti). Il suo mondo poetico si nutre di una fantasia che richiama all’ingenuità infantile e alla fiaba, sempre profondamente radicata nella tradizione russa. La semplicità delle forme di Marc lo collega al primitivismo della pittura russa del primo Novecento e lo affianca alle esperienze di Natal’ja Sergeevna Gončarova e di Michail Fedorovič Larionov. Con il tempo il colore di Chagall supera i contorni dei corpi espandendosi sulla tela. In tal modo i dipinti si compongono di macchie o fasce di colore, sul genere di altri artisti degli anni Cinquanta appartenenti alla corrente del Tachisme (da tache, macchia). Il colore diventa così elemento libero ed indipendente dalla forma.

http://www.sardegnabelarus.it/ch-bio.htm

Opere giovanili

http://www.sardegnabelarus.it/ch-01.htm

Opere del primo periodo parigino di Mark Chagall 1910- 1914

http://www.sardegnabelarus.it/ch-02.htm

Opere di Mark Chagall del periodo storico comprendente la Prima Guerra Mondiale, le Rivoluzioni Borghese e d’Ottobre in Russia 1914- 1923

http://www.sardegnabelarus.it/ch-03.htm

Opere di Mark Chagall del periodo francese e americano 1923- 1948

http://www.sardegnabelarus.it/ch-04.htm

Opere di Mark Chagall del periodo della maturità 1948- 1985

http://www.sardegnabelarus.it/ch-05.htm

Clet Abraham ADAMO ED EVA,il peccato originale   Leave a comment


adamo-ed-eva-res-17-mb-ritagliato-res

(Questa immagine è coperta da copyright ,sono in vendita i diritti di riproduzione commerciale.)

Non è stato per caso ..che abbia potuto ammirare questo lavoro di Clet  Abraham..

un’opera che ,per me,rappresenta una Verità teologica..maturata nei miei sessant’anni di vita vissuta.

Rileggendo la Genesi nella Bibbia..con gli occhi e la mente ,che realmente vedono e capiscono..

si comprende che il racconto non può essere veramente di Dio..ma una Invenzione dei Sacerdoti ebrei

perchè..se è  pur vero che ,non  mangiando  la Mela della Conoscenza..

l’uomo e la donna non avrebbero conosciuto il Male ..

è altrettanto vero..che essi..non avrebbero potuto conoscere..

neanche il Bene..che è Dio stesso..

Realisticamente.. e forse sarebbe stato un bene..saremmo rimasti in Africa a fare le scimmie..

In Realtà..è stata l’unica possibile scelta ..

dovuta all’intelligenza ( dono divino) che è in noi..

creati a sua immagine..

il nostro Adamo progenitore..

(una scimmia del Corno d’Africa..)

(cosi dice la Verità scientifica che è e deve essere Verità Teologica, in quanto il Dio di Gesù Cristo è il Dio Creatore dell’Universo)

( Prologo del Vangelo di Giovanni )

…dotato di una intelligenza ed una esperienza di vita..e di una trasformazione  corporea

in evoluzione continua..

ha dovuto per la sua stessa Natura ..

passare dall’istintività animale.. della scimmia..

all’uomo..capace di Bene e di Male infiniti…

CLET ABRAHAM..un nuovo Rinascimento..   Leave a comment


cletpadamo-ed-eva-res-17-mb-ritagliato-res     (Adamo ed Eva,il peccato originale)

cletp7-1

Born in France on the 2nd October, 1966
Studied at the “Academia dei Belli Arti” of Rennes, France
Travelled to Roma, Italy where he studied sculpture and oil painting for 3 years.
Then there was a long period of time spent through Toscana, (Tuscany) working and personal introspection.
He them settled in Firenze, (Florence, Italy) where he has established his art studio.

“Nel cuore di S. Niccolò, caratteristico e vivace quartiere di Firenze, si aprono e presentano ai numerosi passanti e curiosi gli “sporti” della galleria-studio di un non convenzionale artista dal nome CLET. Entrare in uno spazio scandito dalle opere di Abraham Clet, significa immergersi in una sorta di apnea data dallo straniamento dei sensi che per qualche istante non trovano appigli. Una strana atmosfera irreale, rapida e vortiginosa composta dai numerosi elementi e dalle diverse tecniche che costituiscono e creano il mondo surreale dell’arte di Clet. Sensazione iniziale che dopo pochi istanti si rischiara semplicemente ponendosi in comunicazione con ciascun opera, scatta la riflessione e la ragione è spinta a far funzionare le sue facoltà d’analisi, culturali, storiche ed estetiche. L’osservatore è pungolato dai tanti stimoli che ciascun opera va a proporre con dinamiche chiare, semplici e dirette ad una prima osservazione e più complesse e sofisticate ad un’ analisi più minuziosa e capillare. Spesso le opere di Clet risentono di un forte legame con il territorio e la storia artistica del paese o della città in cui l’artista vive.

Così allo splendore delle architetture fiorentine e alle opere antiche plasmate nel passato dalla genialità di uomini eccelsi viene accostata la creatività e l’inventiva di tempi più recenti,

quando il design italiano ben rappresenta la tradizione del quotidiano della società italiana.

Un filo conduttore che unisce artisti storicamente lontani, ma con un profilo creativo ugualmente alto.

E’ questo che Clet vuole sottolineare per mezzo di quegli oggetti SIMBOLO protagonisti delle sue opere:

come nel caso del Battistero di San Giovanni di Firenze che attraverso ritmate scansioni diventa un’elegante e pregiata Moka per il caffè.

Al soggetto della caffettiera l’artista dedica numerose opere, sculture, dipinti ed incisioni, fino a trasformarla, anche, nella protagonista di roccambolesche avventure.

Quando una caffettiera color bianco latte

(Quest’opera è coperta da copyright,ne detengo i diritti di riproduzione)

Divertente e spesso ironica la ricerca artistica di Clet si fonda su un attento e ben strutturato studio del disegno accademico che funge da fondamento nelle diverse tecniche di realizzazione utilizzate.

Incisioni, opere pittoriche, sculture ed installazioni vanno ad allestire il poliedrico ed interessante atelier di San Niccolò, dove l’artista è sempre presente.

Oltre le numerose mostre collettive e personali italiane, Clet espone in Francia, in America, in Germania ed a Settembre sarà alla “Dam Art Gallery” ad Amsterdam.”

L’artista: CLET di Sabrina Pirei

Pittura di grandi dimensioni all’interno di una birreria di Poppi (AR)

(quest’opera è coperta da copyright,se Vi interessa contattatemi.).

Il grande Clet Abramham per Isernia

La Banca Etruria, da poco insediatasi anche nel  Molise, ha prodotto un calendario 2009 con le opere del famoso Pittore francese bretone, Clet Abraham, da poco stabilitosi  in Italia a Firenze. Eclettico ed indipendente ha costruito il suo lavoro sullo studio del disegno, inteso come strumento di espressione del pensiero e di comunicazione universale.

Nel calendario suddetto sono riportate le copie di 6 opere moderne di città italiane quali Arezzo (Headquarter di Banca Etruria), Bologna, Roma, Milano, Firenze e Isernia. Ed è proprio perché, tra tante importanti città,  è stata riportata anche Isernia, (in perfetto stile deformato da Clet Abraham) che l’Ing. Pasqualino de BENEDICTIS, Presidente dell’Associazione Culturale “Giovan Vincenzo Forli” [reduce dal recente Convegno sull’omonimo Pittore napoletano del ‘600 nativo di Forlì del Sannio ed amico di Caravaggio], ha voluto segnalare l’affascinante, bellissima ed intrigante opera di Clet Abraham commissionatagli dalla Banca Etruria.

Il dipinto originale si trova presso la sede generale della Banca Etruria ad Arezzo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: