Archivio per la categoria ‘pittura

Salvador Dalí, il torbido mondo della paranoia   Leave a comment


di Laura Corchia

http://restaurars.altervista.org/salvador-dali-il-torbido-mondo-della-paranoia/

“Ogni mattina, al risveglio, provo un piacere supremo, il piacere di essere Salvador Dalí”.

Il personaggio nel quale il Surrealismo trova la propria espressione più completa ed esasperata è senza dubbio Salvador Dalí, provocatore oltre i limiti della decenza.

Amante di “tutto ciò che è dorato ed eccessivo”, costruì attorno alla sua persona un alone di mistero e di bizzarria, facendo risalire la sua “passione per il lusso e la […] predilezione per gli abiti orientali ad una discendenza araba“, sostenendo che i suoi antenati discendevano dai Mori.

Nato nel 1904 a Figueras, in Catalogna, frequentò l’Accademia Reale San Ferdinando di Madrid, da dove venne espulso poco dopo per il suo comportamento provocatorio.

Nel 1927 si recò per la prima volta a Parigi dove incontrò Picasso. L’anno successivo entrò in contatto con i Surrealisti e iniziò a costruire il suo personaggio tramite il bizzarro modo di vestirsi e di presentarsi in pubblico.

Con la presa del potere da parte del regime fascista in Spagna, Dalí si rifugiò negli Stati Uniti dove visse per otto anni.

Trascorse gli ultimi anni della sua vita In Catalogna, distrutto dal dolore per la morte della moglie Gala. Si spense a Figueras il 23 gennaio 1989, mentre ascoltava Tristano e Isotta di Wagner, il suo disco preferito.

Salvador Dalì, Il grande masturbatore, 1929

Durante i primi anni di adesione al Surrealismo, Dalí inventò una personalissima tecnica di automatismo psichico definita metodo paranoico-critico. L’artista descrisse la paranoia come “una malattia mentale cronica, la cui sintomatologia più caratteristica consiste nelle delusioni sistematiche, con o senza allucinazioni dei sensi. Le delusioni possono prendere la forma di mania di persecuzione o di grandezza e di ambizione”. Le opere di Dalí nascevano dal torbido agitarsi del suo inconscio e prendevano forma grazie alla razionalizzazione del delirio: “Durante l’intera giornata, seduto davanti al cavalletto fissavo la tela come un medium per vederne sorgere gli elementi della mia immaginazione. Quando le immagini si collocavano esattamente nel quadro io le dipingevo immediatamente, a caldo. Ma, a volte, dovevo aspettare delle ore e restare in ozio con il pennello in mano prima di vedere nascere qualcosa”. 

 

Salvador Dalì, La tentazione di sant’Antonio, 1946

 

Il delirio si incarnava così in esseri mostruosi, animali, forme passibili di diverse interpretazioni, rifiuti d’ogni tipo. Il suo linguaggio non è immediatamente comprensibile e, molto spesso, non nasconde un vero e proprio significato.

Il suo tratto accademico e morbido è debitore dei grandi del passato e, soprattutto, dei maestri del Rinascimento. Nelle sue opere ricorre spesso il tema del corpo umano a cassetti. L’artista stesso ci spiega il significato: “il corpo umano è pieno di cassetti che solo la psicoanalisi è in grado di aprire”. Sempre a proposito della Psicanalisi freudiana, egli scrisse: “Ho la certezza che le mie qualità d’analista e di psicologo siano superiori a quelle di Marcel Proust. Non soltanto perché, fra i numerosi metodi ch’egli ignorava, io mi servo della psicoanalisi, ma soprattutto perché la struttura del mio spirito è di un tipo eminentemente paranoico, dunque più indicato per tal genere di esercizi, mentre la struttura del suo era quella di un nevrotico depresso, ossia la meno adatta a queste investigazioni. Cosa facilmente riconoscibile dallo stile deprimente e distratto dei suoi baffi che, come quelli ancora più deprimenti di Nietzsche, sono l’opposto dei baffi gai e vivaci di Velázquez o, meglio ancora, di quelli ultra-rinocerontici del vostro geniale e umile servitore [Dalí stesso]. E’ vero, m’è sempre piaciuto usare sistemi piliferi, sia dal punto di vista estetico per determinare il numero aureo che dipende dall’attaccatura dei capelli, sia nel dominio psicopatologico del baffo, questa costante tragica del carattere, certamente il segno più forte del volto maschile”. 

Salvador Dalì, Persistenza della memoria, 1931

 

L’opera  più celebre di Salvador Dalí è La persistenza della memoria, un olio su tela dipinto nel 1931. Nota anche come Gli orologi molli, l’opera è tra le più enigmatiche tra quelle eseguite dal pittore catalano. Egli stesso, tuttavia, raccontò come è nata l’idea: una sera in cui Gala era uscita con alcuni amici egli, che non si sentiva molto bene, era restato a casa e aveva cenato con del Camembert. La tenera consistenza, assieme alla forma rotonda, di quel particolare formaggio, gli fece nascere l’idea di aggiungere degli orologi molli a una veduta della baia di Port Lligat che si trovava sul cavalletto. Il volto dalle lunghissime ciglia posto in primo piano si ispira a una bizzarra roccia che il pittore aveva visto a Capo Creus. Nell’opera è forte la nozione del tempo che passa, espressa anche attraverso le ombre proiettate dagli oggetti. Scrive l’artista:

“E il giorno in cui decisi di dipingere orologi, li dipinsi molli. Accadde una sera che mi sentivo stanco e avevo un leggero mal di testa, il che mi succede alquanto raramente. Volevamo andare al cinema con alcuni amici e invece, all’ultimo momento, io decisi di rimanere a casa. Gala, però, uscì ugualmente mentre io pensavo di andare subito a letto. A completamento della cena avevamo mangiato un camembert molto forte e, dopo che tutti se ne furono andati, io rimasi a lungo seduto a tavola, a meditare sul problema filosofico dell’ipermollezza posto da quel formaggio. Mi alzai, andai nel mio atelier, com’è mia abitudine, accesi la luce per gettare un ultimo sguardo sul dipinto cui stavo lavorando. Il quadro rappresentava una veduta di Port Lligat; gli scogli giacevano in una luce alborea, trasparente, malinconica e, in primo piano, si vedeva un ulivo dai rami tagliati e privi di foglie. Sapevo che l’atmosfera che mi era riuscito di creare in quel dipinto doveva servire come sfondo a un’idea, ma non sapevo ancora minimamente quale sarebbe stata. Stavo già per spegnere la luce, quando d’un tratto, vidi la soluzione. Vidi due orologi molli uno dei quali pendeva miserevolmente dal ramo dell’ulivo. Nonostante il mal di testa fosse ora tanto intenso da tormentarmi, preparai febbrilmente la tavolozza e mi misi al lavoro. Quando, due ore dopo, Gala tornò dal cinema, il quadro, che sarebbe diventato uno dei più famosi, era terminato.”

Salvador Dalì e Gala: un amore surreale

http://restaurars.altervista.org/salvador-dali-e-gala-un-amore-surreale/

di Laura Corchia

“Grazie Gala! E’ per merito tuo che sono un pittore. Senza di te non avrei creduto ai miei doni.”

(Salvador Dalì)

Parigi, 1929. Due strade si incrociarono, due anime si incontrarono e decisero di vivere il resto della vita in simbiosi, animate da un amore che ardeva come un fuoco sacro.

Salvador Dalì era in città per presentare il suo film Un chien andalou, realizzato insieme a Luis Buñuel. In quell’occasione gli venne presentato il poeta Paul Eluard, marito di Gala.

Gala-and-Salvador-Dalí-c.-1933

Dalì invitò il gruppo a trascorrere l’estate nella sua casa di Cadaqués e, una volta incrociato lo sguardo di lei, ne rimase quasi folgorato.

“Così lei mi levò l’abitudine a delinquere e guarì la mia follia. Grazie! Voglio amarti! Volevo sposarla. I miei sintomi isterici scomparvero uno dopo l’altro come per magia. Fui nuovamente padrone della mia risata, del mio sorriso, della mia mimica. Al centro del mio spirito crebbe una nuova forma di salute, fresca come un bocciolo di rosa.”

Lei non era bella. I tratti arcigni del suo volto erano mitigati da un fascino irresistibile, una specie di calamita per l’eccentrico artista.

Lasciato Eluard, Gala divenne, moglie, amante, madre e musa. Lui invece fu compagno devoto, amico e servo. “Amo Gala più di mia madre, più di mio padre, più di Picasso e perfino più del denaro […] Poteva essere la mia Gradiva (colei che avanza), la mia vittoria, la mia donna. Ma perché questo fosse possibile, bisognava che mi guarisse. Lei mi guarì, grazie alla potenza indomabile e insondabile del suo amore: la profondità di pensiero e la destrezza pratica di questo amore surclassarono i più ambiziosi metodi psicanalitici”.

Helena Diakonova, nota come Gala, era di origini russe. Colta, raffinata e sicura, portò Dalì a raggiungere una sorta di equilibrio mentale. Con lei accanto, si senti libero di esprimere la sua personalità e la sua vena artistica. “Se Gala diventasse piccola come un’oliva, io vorrei mangiarla”, raccontò l’artista in un’intervista, “L’unica maniera di conoscere l’oggetto è quella di mangiarlo. È per questo che la religione cattolica è la più perfetta che sia mai esistita, poiché pratica la cerimonia liturgica del mangiare Dio, vivo”. Gala come Dio, in un’equivalenza perfetta. E ancora, in un’altra intervista: “Io non ho mai fatto l’amore con nessun’altra a parte Gala. Sono molto cattolico e credo che si debba fare l’amore con la compagna legittima. Nella mia vita ciò che amo di più sono la liturgia e il sacro”.

Al di là dell’enfasi mistica, Gala esercitava su Dalì un forte dominio e lui ne fu completamente sottomesso, definendola il suo sosia, il suo doppio, il suo gemello.

Nel 1972 le regalò un castello a Púbol che, dopo la morte dell’amata, divenne per lui una sorta di prigione dorata, un luogo dove attendere la morte, intesa come unico modo per poterla raggiungere. E la morte inesorabile arrivò dopo una lunga depressione. Era il 1989.

 

(Stimo molto il genio pittorico di Salvador Dalì… per questo ho letto molto su di lui; sono stato a Figueres a vedere la sua casa Museo..ideata anch’essa da lui.SAlvadorDalì..a ben ragione può parlare di arte..ma della SPIRITUALITA’..non ci ha capito..NIENTE !!!

Altri miei articoli su di lui..

https://andreasinicatti.wordpress.com/2015/10/02/the-crazy-love-between-salvador-dali-and-gala-lamore-folle-tra-salvador-dali-e-gala-helena-diakonova/

https://andreasinicatti.wordpress.com/2015/05/26/federico-garcia-lorca-il-grande-poeta-omosessuale-che-pago-con-la-vita-il-suo-amore-per-la-spagna/

 

https://andreasinicatti.wordpress.com/2012/09/30/salvador-domenec-dali/

 

 

Pubblicato 26 maggio 2016 da sorriso47 in painting, pintura, pittura, Salvador Dali', Scuola, spiritualità

Taggato con ,

Amedeo Modigliani,la personalità..la vita ed il suo genio pittorico   Leave a comment


  

MOD027

 

http://restaurars.altervista.org/amedeo-modigliani-il-pittore-nato-sotto-la-stella-della-creazione-e-del-tragico-fato/

Dal sito web di Paolo Statuti abbiamo tratto questo articolo proveniente dal portale polacco “Tu Stolica i Okolica” (“Qui la Capitale e Dintorni) – Kontakt 24. Lo ha scritto Maria Cholewczyńska, apprezzata e nota filologa che collabora con molte riviste culturali polacche.

Se “ogni vita è un romanzo”, allora la vita di Modigliani, così creativa e conclusasi così presto, può essere definita la “leggenda delle leggende”. L’uomo, la cui condotta e la cui figura sono sinonimi di disordine, in realtà era ossessionato dalla perfezione. Voleva raggiungere la maestria, e grazie a un lavoro sfibrante e al grande talento, infranse barriere insormontabili per altri – è questa l’essenza della complessa personalità di Amedeo Modigliani, eccentrico individualista dotato di un talento straordinario e invischiato nel dramma della propria vita.
Per nessun artista del XX secolo la leggenda fu tanto benevola e al tempo stesso ingrata. Bello come un adone, adorato dalle donne, noto col vezzeggiativo di Modì, che riassume la sua personalità e significa in un gioco di parole francese peintre maudit: Modì le maudit, cioè uno di quei pittori infelici e condannati alla perdizione. L’apocope del cognome Modigliani sarà strettamente legata al suo destino, mentre per ironia della sorte Amedeo significa “il prediletto di Dio”.
Forse era nato sotto una cattiva stella? Diciamo piuttosto sotto la stella della creazione e di un tragico fato. Spirito aristocratico, principe dell’arte dell’eleganza, arguto, intelligente, maestro di declamazione della poesia di Dante, di temperamento litigioso. Scultore per passione, si realizzò principalmente nella pittura di ritratti e nudi. Classico esempio della tesi: l’amore è l’arte, l’arte è l’amore. Amedeo – esule solitario, nomade alato, proveniente da Livorno, viveva i suoi rari slanci e le frequenti cadute artistiche e amorose a Parigi, condividendole con gli amici più intimi, tra i quali i pittori Chaim Soutine e Utrillo, il mercante d’arte Leopold Zborowski e il poeta Max Jakob. Il cammino artistico di Modì s’incrociò con quello di Picasso, ma i due si discostarono manifestando avversione l’uno per l’altro. Picasso ben presto si arricchì grazie alla sua fama. Modigliani conosceva il valore del suo talento, in modo ossessivo desiderava il consenso e l’immortalità per le sue opere, ma in vita non riuscì a raggiungere la fama che sognava. Avvilito dal mancato acquisto dei suoi quadri e disegni, spesso li distruggeva, li gettava via o li cedeva a un prezzo irrisorio. Si isolò dagli “ismi” di moda (cubismo, espressionismo, futurismo) e dalla “cricca di Picasso”. Si lasciò guidare dalla sua individuale

melodiosa linea e grazia, dal caratteristico arabesco, dal serpeggiante andamento dell’ovale del viso, dai colli allungati, dagli occhi senza occhi. Amedeo – “artista dell’abisso”, secondo il giudizio di M. Dale, creava i suoi quadri come “versetti che descrivono la paura, la sofferenza, la morbosa sensibilità dei suoi modelli”. I. Erenburg paragonò i suoi ritratti a “bambini offesi”.
Modigliani – costante scandalo per il borghese parigino, ebbe diverse avventure amorose con le sue modelle, ma come Živago cercava la sua donna, come Dante cercava e trovò la sua Beatrice, anche Modì scoprì di amare di un amore puro la pittrice Jeanne Hébuterne – ragazza taciturna, eterea, slanciata come la cattedrale gotica di Chartres, dai “capelli color cocco”, chiamata per questo “Noix de Coco”, che si suiciderà il giorno successivo la morte di Modigliani.
Alla diletta Jeanne che chiedeva a Modì, perché non dipingesse i suoi occhi, egli rispose che li avrebbe trovati nel quadro, quando egli sarebbe arrivato alla sua anima. Mantenne la parola. Per il bellissimo ritratto di Jeanne incinta l’artista fu premiato in un concorso di pittura, ma purtroppo soltanto in punto di morte; i suoi occhi non avrebbero più visto gli artisti che lo applaudivano, compreso Picasso.
Modigliani fu un artista nemico di se stesso. Sciupò prematuramente il grande talento disperdendolo. Lasciava nel suoi quadri lettere, segni, aforismi vicini alla sfera esoterica e alla tradizione cabalistica.
L’artista visse soltanto 36 anni. Concordo con chi sostiene che fu una personalità “non adatta all’ipocrisia del mondo e al cinismo della gente”.
I preziosi schizzi di Amedeo si trasformarono in oro troppo tardi per lui. Subito dopo la morte i suoi quadri raggiunsero prezzi astronomici. Ma il “miracolo” della fama non poté essere goduto da colui che fino all’ultimo restò fedele a se stesso, al suo talento, che creò con passione secondo il principio: “Creare come un dio, governare come un re, lavorare come uno schiavo”, lavorare non dando retta a nessuno e raggiungere la maestria. E’ triste e amara una civiltà che non apprezza al momento opportuno il genio. Oggi Modigliani figura nel Libro d’Oro delle Celebrità – “oggi, quando tutto è imbellettato, drammatizzato, e siamo saltati oltre la vita, quando tutto è sopravvalutato, surrealistico, e certe espressioni hanno perso il loro significato” (C. Brancusi).

(  Nu couché

Di Amedeo Modigliani

è uno dei più grandi, fatti indiscussi della sua vita straordinaria e tragicamente breve, ma brillante, la carriera artistica. Si tratta di uno dei capolavori di definizione del suo lavoro: una fusione armoniosa di idealismo classico, il realismo sensuale e invenzione modernista. E ‘un lavoro che raggiunge le vette alte di lunga data l’ambizione di Modigliani per creare un’icona scultoreo sublime nella forma di una donna – che ha definito una’ colonna di tenerezza ‘- pur riconoscendo la cruda realtà della sua vita bohemien come impoverito emigrato guadagnandosi una esistenza in un quartiere povero di Parigi.

Abbastanza realistico per sedurre, ma stilizzato al punto che si pone come una visione idealizzata, Nu couché non è ritratto, ma piuttosto inno di un grande artista idea della bellezza della vita stessa. Si tratta di uno dei migliori e più ammirati di una straordinaria serie di nudi gioiose, sensuali, erotiche e di affermazione della vita.Modigliani dipinse Nu Couch é in una ondata di creatività intensa dall’inverno del 1917 in poi. E ‘stato, a detta di tutti, il prodotto di diverse ore di intenso, pittura febbrile lavoro’ orgasmically ‘, secondo il pittore Tsuguharu Foujita, in una piccola stanza arredata male, solo con il suo modello, due sedie, un divano e una bottiglia di brandy durante quello che è stato probabilmente l’anno peggiore della Grande Guerra.Si tratta di un ‘sì-dire’ a vita fatta direttamente di fronte alle grandi avversità personale durante uno dei periodi più bui e più traumatici del 20 ° secolo di affermazione della vita di sfida. 

Amedeo Modigliani nudo 11

A Jeanne (la sua compagna) che gli domanda.. come mai non dipinge i suoi occhi.. egli risponde:

“When I know your soul, I will paint your eyes.” — Amedeo Modigliani

“Quando conoscerò la tua anima..ti dipingerò gli occhi”

 

                                                  Amedeo Clemente Modigliani, noto anche con i soprannomi di Modì[1] e Dedo[2] (Livorno, 12 luglio 1884 – Parigi, 24 gennaio 1920), è stato un pittore e scultore italiano, celebre per i suoi ritratti femminili caratterizzati da volti stilizzati e colli affusolati. Affetto da tubercolosi, morì all’età di trentacinque anni. È sepolto nel cimitero parigino Père Lachaise

“La vita è un dono, dei pochi ai molti, di coloro che sanno e che hanno a coloro che non sanno e che non hanno. »
(Amedeo Modigliani, dedica apposta sul ritratto della modella Lunia Czechowska)

Modigliani nacque a Livorno il 12 luglio del 1884, in una famiglia ebrea-italiana, ultimo di quattro figli (i fratelli erano Giuseppe Emanuele, Margherita e Umberto), da padre italiano nativo di Roma, Flaminio Modigliani, e da madre francese nativa di Marsiglia, Eugénie Garsin, entrambi atei. Quando venne alla luce, la famiglia stava attraversando un grave dissesto economico poiché l’impresa del padre, costituita da alcune società agricole e minerarie in Sardegna, era in bancarotta. Anche la situazione finanziaria dei Garsin era tutt’altro che rosea.

Fu soprattutto l’intraprendenza della madre a impedire il tracollo economico della famiglia grazie ai ricavi provenienti dalla scuola materna ed elementare da lei fondata, dalle lezioni private e dall’attività di traduttrice e critica letteraria. Inoltre, si preoccupò personalmente dell’istruzione dei figli e in particolare di Amedeo che, essendo quello più fragile, era forse il suo preferito.

Fin dall’adolescenza Amedeo fu infatti afflitto da problemi di salute: dapprima una febbre tifoide, contratta all’età di 14 anni, quindi l’esordio della tubercolosi due anni dopo, una forma così grave da costringere il giovane Amedeo ad abbandonare gli studi e ad effettuare alcuni soggiorni a Capri, dai quali trasse un discreto giovamento. La famiglia di Modigliani soffriva di una storia di depressione, che colpì anche lui e alcuni dei suoi fratelli, che condivisero la sua stessa natura testarda e indipendente. Nel 1898 il fratello maggiore, Giuseppe Emanuele, futuro deputato del Partito Socialista Italiano, venne condannato a sei mesi di carcere.

Costretto spesso in casa per via della salute assai cagionevole (cadde più volte malato di polmonite, che infine si convertirà in tubercolosi), Modigliani sin da piccolo mostrò una grande passione per il disegno, riempiendo pagine e pagine di schizzi e ritratti tra lo stupore dei parenti che comunque non gli poterono concedere la possibilità di iscriversi a qualche corso adatto al suo livello; durante un violento attacco della malattia, riuscì a strappare alla madre la promessa di poter andare a lavorare nello studio di Guglielmo Micheli, uno dei migliori allievi del grande Giovanni Fattori e uno dei pittori più in vista di Livorno, da cui apprenderà le prime nozioni pittoriche, e dove conoscerà, nel 1898, lo stesso Fattori. Modigliani sarà così influenzato dal movimento dei Macchiaioli, in particolare dal Fattori stesso e da Silvestro Lega.

Nel 1902 Amedeo Modigliani s’iscrisse alla “Scuola libera di Nudo” di Firenze e un anno dopo si spostò a Venezia,

dove frequentò l’ “Istituto per le Belle Arti di Venezia”.

È in questa città che Amedeo provò per la prima volta la mariujana e, piuttosto che studiare, prese a frequentare i quartieri più disagiati della città.

Nel 1906 Modigliani si trasferì a Parigi, che all’epoca era il punto focale dell’avant-garde, dove sarebbe diventato l’epitome dell’artista tragico,

creando una leggenda postuma, famosa quasi quanto quella di Vincent Van Gogh.

Sistematosi a Le Bateau-Lavoir, una comune per artisti squattrinati di Montmartre, fu ben presto occupato dalla pittura,inizialmente influenzato dal lavoro di Henri de Toulouse-Lautrec, finché Paul Cézanne cambiò le sue idee.

Modigliani sviluppò uno stile unico, l’originalità di un genio creativo, che era contemporaneo del movimento artistico dei cubisti, ma di cui non fece mai parte. Modigliani è famoso per il suo lavoro rapido: si dice che completasse un ritratto in una o due sedute. Una volta terminati, non ritoccava mai i suoi dipinti.

Eppure, tutti coloro che avevano posato per lui dissero che essere ritratti da Modigliani era come “farsi spogliare l’anima”.

Modigliani si era inizialmente pensato come scultore più che come pittore e iniziò a scolpire seriamente dopo che Paul Guillaume, un giovane e ambizioso mercante d’arte, s’interessò al suo lavoro sulla scultura negra, a Parigi lo presentò a Constantin Brâncuşi e poco dopo a Picasso.

Questi caratteri appaiono antichi, quasi egizi, piatti e vagamente ricordanti una maschera, con distintivi occhi a mandorla, bocche increspate, nasi storti e colli allungati. Anche una serie di sculture di Modigliani venne esposta al Salone d’autunno del 1912. A causa delle polveri generate dalla scultura, la sua tubercolosi peggiorava; abbandonò quindi la scultura, prima quella della pietra calcarea e poi anche quella del legno, e si concentrò unicamente sulla pittura.Tra le personalità ritratte da Modigliani si ricordano il pittore Chaim Soutine, suo amico e anche lui forte bevitore, Beatrice Hastings, una scrittrice e giornalista inglese alla quale rimase legato sentimentalmente per due anni, e molti colleghi artisti che frequentavano in quel tempo Montparnasse, come Moise Kisling, Pablo Picasso, Diego Rivera, Juan Gris, Max Jacob; e i giovani scrittori Blaise Cendrars e Jean Cocteau.

Un altro pittore suo grande amico, nonostante le liti frequenti, per i problemi di alcolismo fu Maurice Utrillo. Dalle “teste”, Modigliani passò ai ritratti con la figura completa svolta a spirale e ai nudi disegnati con una linea ondulata, che costituiscono le sue opere più tipiche. Amedeo amava anche ritrarre la sua compagna, Jeanne Hébuterne che si gettò dalla finestra il giorno dopo la morte di Modì.

AMEDEO MODIGLIANI Jeanne Hèbuterne wife of Modigliani Photo

Le modelle, le compagne, gli amori di Modigliani

Di Laura Corchia

Modigliani amava le donne. Le amava molto, in modo fervido e passionale e aveva uno spasmodico bisogno di dipingerle per possederne, per così dire, l’anima. Gilberte, Maud, Thora, Elvire, Margherita, Marie, Lucienne, Gaby. Per non parlare di Beatrice Hastings e di Jeanne Hébuterne.

Furono donne di una sera, compagne di sbronze, semplici modelle o conviventi turbolente, e Modigliani le rese immortali sulle sue tele, cogliendone la malinconia e la nostalgia che trapelava dai loro sguardi languidi.

Si raccontano diversi aneddoti sulle sue avventure femminili, facilitare dall’ambiente artistico e disinvolto di Montmartre e di Montparnasse. Del resto, difficile resistere al fascino di Amedeo, descritto come un uomo bello, sensuale, gentile ed elegante. E noi lo immaginiamo con quel savoir faire tutto italiano mentre passeggia sui boulevards parigini intento a fischiettare e a voltare lo sguardo ogni qualvolta una bella fanciulla gli passava davanti.

Modì si faceva amare anche per la tenerezza che suscitava il suo atteggiamento dignitoso e fiero persino in situazioni di estrema e imbarazzante miseria, quando lo stomaco brontolava per la fame e nel suo studio il freddo gelava anche il sangue. Molte le locandiere che gli offrivano il suo appoggio e, perché no, anche il loro corpo per riscaldare letto e animo. Una di esse fu Rosalie, che aveva la sua bettola a Montparnasse e che raccontò: “Povero Amedeo! Qui era come a casa sua. Quando lo trovavano addormentato sotto un albergo o in un rigagnolo, lo portavano da me. Allora lo stendevamo sopra un sacco nel retrobottega fino a che la sbornia non gli fosse passata. E come era bello, sa? Santa Vergine! Tutte le donne gli correvano dietro!”

Un’altra donna è Elvira detta la Quique, figlia di una prostituita, che Modigliani incontrò in un caffè e da cui venne subito attratto definendola “una donna fatta per l’amore”. Ne sarebbe scaturita una relazione di natura esclusivamente sessuale e, secondo alcune fonti, i due sarebbero stati visti ballare nudi nel giardinetto di Amedeo.

Amedeo Modigliani "Nudo disteso di schiena"

Colei che invece gli diede un figlio, prima di Jeanne, fu Simone Thiroux, che iniziando ad accompagnarlo a casa quando era ubriaco o a offrirgli la sua protezione durante le notti “brave”, arrivò ad innamorarsi del pittore. Quel sentimento, descritto come a tratti adorante ed asfissiante, finì con l’infastidirlo, al punto da un voler riconoscere il figlio che portava in grembo. In una lettera di addio Simone arrivò ad elemosinare il suo amore: “Vorrei semplicemente un po’ meno odio da parte vostra. Abbiate per me, ve ne supplico, uno sguardo buono. Consolatemi un poco, sono tanto sventurata e domando solo un po’ d’affetto che mi farebbe tanto bene”. La storia ebbe un finale drammatico: Simone morì di tubercolosi lasciando un figlio illegittimo, Serge Gerard, che verrà dato in adozione.

Ma Amedeo non era solo un conquistatore senza sentimento. Fu legato da profonda amicizia con la poetessa russa Anna Achmatova che ci ha lasciato una meravigliosa testimonianza di quel che davvero era Modì.

La celebre poetessa russa Anna Andreevna Gorenko (1889-1966), conosciuta con lo pseudonimo di Anna Achmatova, incontrò Amedeo Modigliani a vent’anni nel 1910, mentre si trovava a Parigi in viaggio di nozze. Donna romantica, sensibile e delicata, strinse con il pittore una fraterna amicizia. Il loro rapporto fu caratterizzato da lettere molto appassionate, da poesie, da passeggiate nei giardini del Luxermbourg, sotto la pioggia o sotto la luna della vecchia Parigi, tra le antiche chiese e le affascinanti piazze: «Fu lui a farmi conoscere la vera Parigi. […] Modigliani amava errare di notte per Parigi, ascoltando i suoi passi nel silenzio assonnato della via, mi avvicinavo alla finestra e, attraverso la gelosia, seguivo la sua ombra, che indugiava sotto le mie finestre. […] Quando c’era la pioggia (come spesso a Parigi), Modigliani camminava con un enorme ombrello nero molto vecchio. Talvolta sedevamo sotto questo ombrello su una panchina del giardino del Luxemburg, pioveva, una calda pioggia estiva, vicino sonnecchiava l’antico palazzo “à l’italienne”, e noi a due voci recitavamo Verlaine, che tanto amavamo e sapevamo a memoria, felici di ricordare le stesse poesie».

Modigliani le rivelava tutti i suoi pensieri più intimi: «Lo colpiva in me, più di ogni altra cosa, la capacità di indovinare i pensieri, di vedere i sogni altrui, e le altrui piccolezze».

Anna raccontò della sua amicizia con il pittore solo nel 1958 (vedi: Anna Achmatova, Le rose di Modigliani, a cura di Eridano Bazzarelli, Il Saggiatore, 1982), quando, dopo la «sua vita molto breve», egli era diventato un pittore famoso. Le sue meravigliose parole trasmettono un ricordo molto vivo di Amedeo, pur se talvolta, forse, idealizzato: «Non l’ho mai visto ubriaco, da lui non veniva odore di vino. Evidentemente si mise a bere in seguito, ma l’hashish in qualche modo già figurava nei suoi racconti. Non aveva neppure un’amica presente nella sua vita. Non mi raccontava mai di un precedente innamoramento (cosa che, ahimè, fanno tutti). Con me non parlava mai di cose terrestri. Era molto cortese, non per l’educazione ricevuta ma per la profondità del suo spirito».

Anna non era solo l’amica con cui passeggiare e scambiare pensieri e versi poetici, era anche una compagna con cui condividere l’amore per la scultura e le visite ai musei della Ville Lumière: «In quel tempo si occupava anche di scultura: lavorava in un cortile, vicino al suo atelier., nel vicoletto vuoto si sentivano i rumori del suo martello. Le pareti del suo laboratorio erano ricoperte da ritratti di incredibile lunghezza […]. In quel tempo Modigliani sognava l’Egitto. Mi portò al Louvre perché visitassi la sezione egizia; affermava che tutto il resto, “tout le reste”, non era degno di attenzione. Disegnò la mia testa in acconciatura di regina egizia o di danzatrice, e sembrò del tutto preso dalla grande arte dell’antico Egitto. Evidentemente l’Egitto fu la sua ultima passione. Poi divenne così indipendente che, nel guardare le sue tele, non viene nessuna memoria d’altro. Oggi questo periodo di Modigliani lo chiamano “Période nègre”».

Ma ciò che l’animo poetico della Achmatova riuscì a intuire più di ogni altra cosa nella personalità del pittore fu quel modo di guardare la vita da un punto di vista alto, lontano e autentico: «E tutto il divino scintillava in Modigliani solo attraverso una tenebra. Era diverso, del tutto diverso, da chiunque al mondo. La sua voce mi è anche in qualche modo nella memoria. Lo conobbi che era povero, tanto che non si sapeva come facesse a vivere; come artista non aveva riconoscimento alcuno. […] Mi stupiva che Modigliani considerasse bella una persona notoriamente brutta e insistesse su ciò; pensavo che egli certo vedesse le cose diversamente da noi».

Nelle poesie dell’Achmatova della raccolta “Sera”, pubblicata nel 1912, vi è chi vede qualche traccia della relazione con Modigliani, anche se è da notare che incontri amorosi, difficili addii, in generale relazioni d’amore occupano un largo spazio nella prima poesia dell’Achmatova. Come questa:

In una notte bianca

Strinsi le mani sotto la scura veletta…

” Perché sei pallida quest’oggi? ”

– Perché di acerba tristezza

l’ho ubriacato sino a stordirlo.

Come dimenticare? Eglì usci barcollando,

con le labbra contratte dalla pena.

Io corsi giù senza sfiorare la ringhiera,

corsi dietro a lui sino al portone.

Ansimando gridai : “Tutto è stato

uno scherzo. Se te ne andrai morirò.”

Sorrise con aria tranquilla e sinistra

e mi disse : “Non restare al vento.”

Quella strana “amicizia amorosa” con Amedeo Modigliani la spinse a scrivere la sua testimonianza molti anni dopo: un chiaro segno che nella sua vita, pur così piena di amori e di alti e bassi personali, letterari e civili, quell’incontro tra due giovani artisti molto dotati ed ancora acerbi aveva lasciato qualcosa, come scrive: “Probabilmente io e lui non si capiva una cosa fondamentale: tutto quello che avveniva, era per noi la preistoria della nostra vita: la sua molto breve, la mia molto lunga. Il respiro dell’arte non aveva ancora bruciato, trasformato queste due esistenze: e quella doveva essere l’ora lieve e luminosa che precede l’aurora.”

dd50a80e0cb48a34c356b01585c7ccf2

I nudi e l’incontro con Jeanne Hébuterne

Come è noto, però, due furono le donne importanti nella vita del pittore livornese: Beatrice Hastings, la scrittrice inglese con la quale visse per due anni una passione feroce e intellettuale, e la timida e riservata Jeanne Hébuterne (chiamata Noix de Coco, per il contrasto della sua pelle bianca con il bruno-castano dei capelli) che sarà il grande amore e che gli sopravvisse solo un giorno. Jeanne, si gettò dalla finestra della sua casa in una fredda notte di gennaio. Era al nono mese di gravidanza.

Jeanne Hébuterne è stata una pittrice francese. Cresciuta in una famiglia cattolica (il padre Achille Casimìr era un ebreo convertito), venne introdotta dal fratello all’interno della comunità artistica di Montparnasse, divenendo una modella di Tsuguharu Foujita. La perfezione del suo viso, oltre ai bellissimi e lunghi capelli castano chiaro, le valsero il soprannome di noix de coco (noce di cocco).
Desiderosa di una carriera nelle arti, si iscrisse all’Académie Colarossi dove, nella primavera del 1917, conobbe Amedeo Modigliani con il quale andò a vivere e del quale divenne principale soggetto artistico. Nell’estate del 1918, a causa delle precarie condizioni di salute di Modigliani la coppia si trasferì a Nizza dove il 29 novembre nacque la loro figlia Jeanne.Il 3 dicembre 1917 si tenne alla Gallerie Berthe Weil la prima mostra personale di Modigliani. Il capo della polizia di Parigi rimase scandalizzato per l’immoralità dei nudi di Modigliani 

Amedeo Mdigliani nudo 15  Amedeo_Modigliani_014

Amedeo Mdigliani nudo 14

Amedeo modigliani nudo 4

Amedeo Modigliani nudo 5

Amedeo Modigliani nudo 15

La sua pittura apparve diversa da tutto ciò che si faceva allora, ovvero un “ritorno all’ordine”. Qualcosa di comune egli aveva coi due pittori russi Pascin e Soutine, anche per l’accensione tonale che, insieme alla ricerca di una materia sempre più vellutata, caratterizza l’opera degli ultimi anni del pittore.

Quello stesso anno, Modigliani ricevette una lettera da una ex-amante, Simone Thiroux, una ragazza franco-canadese, che lo informò di essere di ritorno in Canada e di aver dato alla luce un figlio, avuto da lui. Modigliani non riconobbe mai il bambino come suo, mentre trovò il grande, vero amore, in Jeanne Hébuterne, una pittrice in erba, con la quale si trasferì in Provenza, dopo che lei era rimasta incinta: il 29 novembre 1918 ella diede alla luce una bambina, che venne anch’essa battezzata Jeanne.

Il 24 gennaio 1920 Amedeo Modigliani morì e Jeanne Hébuterne venne condotta nella casa paterna dai propri familiari ma, appena due giorni dopo, la giovane (al nono mese di gravidanza) si lanciò dalla finestra dell’appartamento sito al quinto piano, morendo sul colpo. I familiari di Jeanne, che disapprovavano la sua relazione con Modigliani, la tumularono nel cimitero di Bagneux dove rimase fino al 1930, quando la famiglia ne permise il trasferimento al cimitero Père Lachaise affinché venisse seppellita accanto all’amato. Il suo epitaffio recita: “Devota compagna sino all’estremo sacrificio”.

La tomba di Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne al cimitero di Père Lachaise.
Mentre era a Nizza, Léopold Zborowski si prodigò per aiutare lui, Tsuguharu Foujita e altri artisti, cercando di vendere i loro lavori ai ricchi turisti.

Modigliani riuscì a vendere solo qualche quadro e per pochi franchi ciascuno.

Nonostante ciò, fu proprio questo il periodo in cui egli produsse la gran parte dei dipinti, che sarebbero diventati i suoi più popolari e di maggior valore.

I finanziamenti che Modigliani riceveva svanivano rapidamente in droghe e alcool.

Nel maggio del 1919 fece ritorno a Parigi dove, assieme a Jeanne e alla loro figlia, affittò un appartamento in Rue de la Grande Chaumière. Mentre vivevano lì, sia Jeanne che Modigliani dipinsero ritratti l’uno dell’altra e di tutti e due assieme. Anche se Modigliani continuò a dipingere, in quel periodo il suo stile di vita era giunto a richiedere il conto, e la salute si stava deteriorando rapidamente.

La breve vita di Modigliani precipitava nella tragedia e la tubercolosi lo spegneva all’Hôpital de la Charité.

La tomba di Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne al cimitero di Père Lachaise.
Mentre era a Nizza, Léopold Zborowski si prodigò per aiutare lui, Tsuguharu Foujita e altri artisti, cercando di vendere i loro lavori ai ricchi turisti.

Modigliani riuscì a vendere solo qualche quadro e per pochi franchi ciascuno.

Nonostante ciò, fu proprio questo il periodo in cui egli produsse la gran parte dei dipinti, che sarebbero diventati i suoi più popolari e di maggior valore.

I finanziamenti che Modigliani riceveva svanivano rapidamente in droghe e alcool.

Nel maggio del 1919 fece ritorno a Parigi dove, assieme a Jeanne e alla loro figlia, affittò un appartamento in Rue de la Grande Chaumière. Mentre vivevano lì, sia Jeanne che Modigliani dipinsero ritratti l’uno dell’altra e di tutti e due assieme. Anche se Modigliani continuò a dipingere, in quel periodo il suo stile di vita era giunto a richiedere il conto, e la salute si stava deteriorando rapidamente.

La breve vita di Modigliani precipitava nella tragedia e la tubercolosi lo spegneva all’Hôpital de la Charité.

Una mattina del gennaio 1920 l’inquilino del piano sottostante controllò l’abitazione e trovò Modigliani delirante nel letto, attorniato da numerose scatolette di sardine aperte e bottiglie vuote, mentre si aggrappava a Jeanne, che era quasi al nono mese della seconda gravidanza.

Venne convocato un dottore, ma c’era ormai poco da fare, poiché Modigliani era in preda a una meningite tubercolotica.

Ricoverato all’Hôpital de la Charité, in preda al delirio e circondato dagli amici più stretti e dalla straziata Jeanne, morì all’alba del 24 gennaio 1920. Alla morte di Modigliani ci fu un grande funerale, cui parteciparono tutti i membri delle comunità artistiche di Montmartre e Montparnasse. André Salmon, amico di Modigliani comunicò la notizia della morte ad André Warnod tramite una lettera:

« Mio caro Warnod,
voglia annunciare la morte del nostro povero amico, il pittore Amedeo Modigliani di cui conosce l’opera. È morto ieri all’ospedale Charité, a trentacinque anni, gli faremo dei bellissimi funerali.
Ci si riunirà questo martedì, 27 gennaio, alle 14,30 al Charité. Inumazione al Père-Lachaise. Era fratello di Modigliani, il deputato socialista italiano.
Grazie e mi stia bene. »

Jeanne Hébuterne, che era stata portata nella casa dei suoi genitori ed era incinta del secondo figlio, all’indomani della morte di Amedeo si gettò da una finestra al quinto piano. Modigliani venne sepolto nel cimitero di Père Lachaise nel primo pomeriggio del 27 gennaio. Jeanne Hébuterne fu tumulata il giorno dopo al cimitero parigino di Bagneux, vicino a Parigi, e fu solo nel 1930 che la sua amareggiata famiglia (che l’aveva fatta seppellire furtivamente per evitare ulteriori “scandali”) concesse che le sue spoglie venissero messe a riposare accanto a quelle di Modigliani.

Su Le Figaro André Warnod scrisse: «Furono magnifiche esequie, a cui presenziarono Montparnasse e Montmartre: pittori, scultori, poeti e modelli. Il loro straordinario corteo scortava il carro funebre coperto di fiori. Al suo passaggio, a tutti gli incroci, gli agenti della polizia si mettevano sull’attenti e facevano il saluto militare. Modigliani salutato proprio da coloro che l’avevano tanto spesso ingiuriato! Che rivincita!»[3]. Mentre Lunia Czechowska, con la quale Modigliani aveva avuto un rapporto in passato scrisse di lui: «Il pomeriggio andai a trovare un’amica svedese che sapeva dell’amicizia che mi legava a Modigliani e fu lei ad informarmi della sua morte. Il miei amici non mi avevano avvertita immediatamente e non avevano più avuto il coraggio di farlo dopo. Così venni a sapere che Jeanne era stata così sgomentata dalla morte di Modigliani, che si era gettata dal quinto piano. Né sua figlia, né il piccolo che aspettava avevano potuto darle la forza di vivere. L’ultima dimora di Modigliani fu assicurata da Kisling, amico leale e fedele; Jeanne Léger fece di tutto perché Jeanne Hébuterne riposasse accanto a colui che amava»[3].

 

Fu Moïse Kisling, il quale aveva raccolto una colletta tra amici, artisti e modelle, a saldare la fattura di 1340 franchi per le “esequie e trasporti funebri”.[3] La loro figlia di soli 20 mesi, Jeanne Modigliani, venne affidata, in seguito alla morte dei genitori, alla nonna paterna Eugènie Garsin, che continuava a vivere a Livorno. Nel gennaio del 2011 sull’Osservatore Romano, in un articolo di Sandro Barbagallo, è emersa la vera storia del figlio illegittimo del pittore avuto dalla relazione con Simone Thiroux.

Nato nel 1917 e morto nel 2004, si chiamava Gerald Thiroux Villette, divenne sacerdote e per tutta la vita è stato parroco della piccola chiesa di Milly-la-Forêt (Île-de-France)[4].

La fortuna postuma

La concezione della sua pittura basata sul disegno lineare, la purezza arcaica della sua scultura e la vita romantica e tribolata di miseria e malanni fanno di Modigliani una personalità eccezionale nel quadro dell’arte moderna, isolata dalle correnti del gusto contemporaneo (cubismo, futurismo, dadaismo e surrealismo) pur lavorando nel loro stesso periodo. Oggi, Modigliani è universalmente considerato come uno dei più grandi artisti del XX secolo e le sue opere sono esposte nei più grandi musei del mondo.

Le sue sculture raramente cambiano di mano, e i pochi dipinti che vengono venduti dai proprietari possono raccogliere anche più di 15 milioni di Euro. Il 14 giugno del 2010 viene venduta all’asta a Parigi da Christie’s una delle sue sculture, Tete de Caryatide, per la cifra record di 43,18 milioni di euro[5], mentre per quanto riguarda le tele il suo record personale è stato battuto il 2 novembre 2010 a New York da Sotheby’s con il nudo La Belle Romaine per la cifra record di 68,96 milioni di dollari (compresi diritti d’asta)[6].

Alcune lettere di Modigliani

Di Modigliani si conserva un lungo carteggio con amici e parenti con cui è possibile ricostruire le varie vicende di vita:

« Caro amico,
La bacio come avrei voluto se avessi potuto il giorno della sua partenza. Sto facendo bisboccia con Survage al Coq d’Or. Ho venduto tutti i quadri. Mi invii presto il denaro. Lo champagne scorre a fiumi. Auguriamo a lei ed alla famiglia i migliori auguri di buon anno. Ressurrectio vitae. Hic incipit vita nova. In novo anno!
Modigliani »(Modigliani a Zborowski 1º gennaio 1919[3])

Oltre alle lettere scrisse alcune poesie, spesso accompagnate da uno schizzo su cui riportava le proprie emozioni.

I lavori ..personalissimi di questo geniale ma inquieto artista,i cui patimenti,uniti alla depressione,si trasformarono in uno studio del nudo da cui appariva l’anima della persona dipinta.

I suoi particolarissimi quadri

Amedeo_Modigliani_016     Amedeo_Modigliani_019     Amedeo_Modigliani_022    Amedeo_Modigliani_024

Amedeo_Modigliani_028         Amedeo_Modigliani_026

 

 

 

 

Jeanne Hébuterne (moglie di Amedeo Modigliani)   Leave a comment


Jeanne Hébuterne

Ricerca storica a cura dell’ artista Gino Di Grazia

Queste pagine dedicate a Jeanne vogliono essere un omaggio a “una pittrice timida come un sogno”, usando delle parole di Pasternak che la ricorda cosi’ in un suo scritto.
Jeanne Hebuterne e’stata una pittrice francese.(Nata a Meaux, Seine-et-Marne, 6 aprile 1898 – Deceduta a Parigi, 26 gennaio 1920) Cresciuta in una famiglia cattolica (il padre Achille Casimir era un ebreo convertito al cristianesimo), venne introdotta dal fratello Andre’ Hebuterne all’interno della comunita’ artistica di Montparnasse, divenendo una modella di Tsuguharu Foujita. La sua bellezza, oltre ai bellissimi e lunghi capelli castano chiaro, le valsero il soprannome di noix de coco (noce di cocco). Gli artisti di Montparnasse la soprannominano Noix de coco, noce di cocco, a causa del forte contrasto fra le lunghe trecce castane ed il “pallore che non dava nemmeno l’idea della carne”. Desiderosa di una carriera nelle arti, si iscrisse all’Academie Colarossi dove, nella primavera del 1917, conobbe Amedeo Modigliani con il quale ando’ a vivere e del quale divenne principale soggetto artistico. Nell’estate del 1918, a causa delle precarie condizioni di salute di Modigliani affetto dalla tisi, la coppia si trasferisce a Nizza dove il 29 novembre nasce la loro figlia Jeanne. La permanenza in Costa Azzurra dura pero’ meno di un anno e la primavera successiva, nonostante la salute di Modigliani peggiori rapidamente, i due tornano nuovamente a Parigi e vanno a vivere a Montparnasse in un atelier in rue de la Grande-Chaumire dato loro da Leopold Zborowski. Il 24 gennaio 1920 Amedeo Modigliani muore e Jeanne Hebuterne viene condotta nella casa paterna dai propri familiari ma, appena due giorni dopo, la giovane (al nono mese di gravidanza) si lancia dalla finestra dell’appartamento al quinto piano, morendo sul colpo.I familiari, che disapprovavano la relazione con Modigliani, la seppellirono nel cimitero di Bagneux dove rimase fino al 1930, quando la famiglia ne permise il trasferimento al cimitero del Pre-Lachaise per esser seppellita accanto all’amato. Il suo epitaffio recita: “Devota compagna sino all’estremo sacrificio”. Negli anni Novanta, la cantante francese Veronique Pestel le rese omaggio in una canzone a lei intitolata. Jeanne e’inoltre coprotagonista del film del 2005: I colori dell’anima – Modigliani, dove e’ interpretata dall’attrice Elsa Zylberstein. Di una delle piu’grandi e disperante storie d’amore del Novecento, quella di Amedeo Modigliani e Jeanne Hebuterne, si sa molto. La dipendenza dall’alcool e la tubercolosi di lui; la rinuncia di lei ad una vita normale, affascinata dal bello e maledetto della boheme parigina, dall’italiano. La nascita di una figlia, la morte di lui, la follia d’amore per cui lei si suicido’ due giorni dopo, abbandonando la bambina e portando con se’ nella morte un altro figlio, quello che aveva in grembo. Accade spesso fra gli artisti di incontrare la modella ideale, una donna la cui bellezza  quella che si e’ sempre cercato di rappresentare nelle proprie opere e trovare in lei il grande amore. Accadde anche ad Amedeo Modigliani, quando nella primavera del 1917 conobbe una dolcissima e timida pittrice di 19 anni dai grandi occhi chiari, il viso ovale, la pelle candida, un lungo collo di cigno. Si chiamava Jeanne Hebuterne. La bellezza di Jeanne era disarmante, sguardo fatale,labbra piene, carnagione rosata ed una cascata di capelli scuri,color cioccolato che ne incorniciavano lo splendido volto. Nata a Parigi il 6 aprile del 1898 a Meaux, graziosa citta’ ubicata nel dipartimento di Senna e Marna, nella regione dell’Ile-de-France,era figlia di Achille Casimir Hebuterne,che svolgeva la profesione di contabile presso uno dei numerosi negozi del famoso “centro commerciale” ( il primo al mondo giacche’vide la luce nel 1838 a Parigi per merito dell’uomo d’affari Aristide Boucicaut ) “Le Bon Marche'” e di Eudoxie Ana•s Tellier,casalinga. Originari del paesino di Varreddes, dov’era cresciuto il nonno paterno, il padre di Jeanne, Achille, era un Ebreo convertito al Cristianesimo, serio,scrupoloso e d’ alti principi morali. Sebbene la famiglia Hebuterne non fosse ricca godeva il rispetto e la stima dei vicini che apprezzavano l’onesta’ ed i valori del buon Achille e della moglie Eudoxie. Jeanne ed il fratello Andre’,mostrarono precoci inclinazioni artistiche che da grandi,tradussero in un grande amore per la pittura , disciplina a cui dedicarono la propria vita. In particolare Andre’ frequento’ giovanissimo gli ambienti intellettuali di Montparnasse presentando la sorella agli artisti piu’importanti dell’ epoca come il Giapponese Tsuguharu Foujita che la scelse come modella per uno dei suoi bellissimi ritratti. Jeanne,fu ammessa a studiare disegno presso l’Accademia Colarossi,la stessa che vide tra i numerosi allievi nomi di spicco quali Camille Claudel, Alfons Mucha, Max Weber, Lilla Cabot Perry, Chana Orloff e l’indimenticabile “Mod“” (Amedeo Modigliani). E’ proprio qui, potremmo dire tra ” i banchi di scuola” che conobbe nel marzo del 1917 il grande amore della sua vita, Amedeo Modigliani, con cui inizio’, contro il volere del cattolicissimo padre ( La famiglia di Amedeo aveva origini Ebraiche ) , un’ intensa relazione, lunga e travagliata,destinata a concludersi con la morte del giovane e promettente artista Livornese . Presentati da un amico comune,la scultrice Chana Orloff,a sua volta allieva dell’ accademia e stimata collega di Amedeo,la coppia ando’ a convivere pochi mesi dopo il primo incontro suscitando la disapprovazione della famiglia Hebuterne. Achille era un uomo colto ed austero,grande appassionato della letteratura seicentesca,profondamente religioso e poco moderno,ostile al “peccato ed alla dissolutezza” , depravazioni che , a suo avviso , non potevano mancare nella “folle” vita di un artista di strada. Come se non bastasse Amedeo era Ebreo ( mentre Achille si era impegnato a dimenticare il proprio passato ) , straniero e piu’ anziano della figlia (Modigliani nacque nel 1884) ragion per cui oppose un sonoro rifiuto alla loro unione. Jeanne segui’ l’ amato Amedeo in rue de la Grande-Chaumire nel quartiere di Montparnasse dove vissero nello studio che l’ agente di Modigliani , Leopold Zborowski prese in affitto per loro. Di buon carattere, timida, docile e soprattutto innamorata Jeanne divenne ben presto la musa di Amedeo che la ritrasse molte volte nelle sue tele. Col collo lungo,l’ ovale del viso appuntito a rimarcarne il soprannome affetuoso,la trasparenza degli occhi orientaleggianti, Jeanne e’certamente il soggetto piu’amato dal pittore Livornese, noto per dipingere personaggi “senz’anima”,drammaticamente assenti pur nella loro accecante bellezza. Fu solo nel 1930 che Emanuele Modigliani, fratello maggiore del celebre pittore, convinse la famiglia Hebuterne a spostare i resti della figlia presso la tomba di Amedeo,aggiungendo lo struggente epitaffio ” compagna fedele fino all’ estremo sacrifico”. La loro primogenita, Jeanne ormai adulta scrisse una bella biografia del padre dal titolo “Modigliani,uomo e mito”. Cresciuta tra l’ Italia e la Francia, Jeanne che dopo il matrimonio assunse il cognome di Nechtschein, dedico’ la sua vita a mentenere vivo il ricordo del padre Amedeo e della madre Jeanne. Come detto al principio Jeanne Hebuterne amava la pittura e non poche sono le opere da lei realizzate. Mi sembra giusto,in onore alla sua memoria,mostrare qualcuna delle sue tele,raffinatissime e delicate. In “natura morta”  possibile ammirare il calore di un ambiente domestico,ove s’ intravede lo scorcio di un piano con un piccolo candeliere ed il leggio con lo spartito. Sul tavolo campeggia una piccola pianta,forse appena comprata visto l’ involucro che la copre . I colori sono caldi,avvolgenti,ben miscelati. Una lampada da soffitto pende sopra il vaso denotando una certa modernita’ nell’ arredamento. in “Morte di Jeanne” una stanza dalle tonalita’ chiare e luminosissime contrastano la lugubre scelta del soggetto. Su di un letto morbido e bianco Jeanne “dorme” (sonno metafora della morte) sotto lo sguardo invisibile di un uomo dal curioso abbigliamento che forse,come denuncia il vistoso cappello,potrebbe essere Amedeo. Il rosso ed il giallo sono i colori dominanti della tela. Sullo specchio affisso alla parte la testa di Jeanne si riflette incosciente. Infine nel bellissimo autoritratto possibile riconoscere il caratteristico ovale a noce di cocco della bella artista e la sua formidabile chioma castana. Il colore base,un intenso blu variegato, richiama la profondita’ dello sguardo espresso nel taglio orientale dell’ occhio. La tonalita’ rosata dei fiori si riflette in un gioco di rimandi nelle labbra mentre la pettorina dell’ abito e la collana si tingono d’un blu chiaro. I tratti dolci e mai eccessivi mettono in luce l’abilita’ di un’artista che merita d’ essere riscoperta ed apprezzata. ” Devota compagna fino all’estremo sacrificio”. Cosi’ recita l’epitaffio sulla tomba della pittrice Jeanne Hebuterne. E’ cosi’ che avrebbero voluto che venisse ricordata, se proprio la si doveva ricordare, sia i suoi familiari, sia gli amici di Modigliani. Tutti, infatti, cercarono di cancellarne la memoria di artista. I suoi familiari, che mai le avevano perdonato di avere infranto la regola del suo ambiente piccolo borghese che voleva le donne sposate con un “buon partito”, non permisero che le sue opere venissero esposte. Gli amici del pittore, che mal sopportavano la relazione di Modigliani con quella giovane, la consideravano poco brillante e senza carattere. E invece Jeanne Hebuterne non era una fanciulla rassegnata e manipolabile e un suo sogno l’aveva: voleva diventare un’artista, con determinazione fino alla fine. Aveva talento e un intenso mondo interiore di immagini e sentimenti, quando giovanissima decise di seguire la carriera artistica. Frequento’ l’Academie Colarossi dove i suoi disegni, spesso aventi per soggetto la figura femminile vennero apprezzati, cosa non facile in un ambiente maschilista poco tenero con le donne. Fu la sua passione per l’arte a spingerla verso Modigliani del quale, abituata com’era ad osservare, indovino’ il mondo interiore altrettanto ricco del suo e con lui scelse di vivere all’insegna della poverta’ e dell’arte in un menage turbolento e non facile. I due lavoravano spesso uno di fronte all’altro e lei, attenta ai particolari e con un segno grafico essenziale e preciso, raccontava la vita quotidiana, dipingeva alcuni paesaggi che vedeva dalla finestra, disegnava anche gioielli e vestiti. Questo, pero’, non deve far pensare che si occupasse di un’arte “minore” o che vivesse artisticamente nell’ombra di Modigliani. Al contrario Jeanne Hebuterne continuo’ la sua ricerca autonoma per dare forma alle sue immagini interiori e al suo sentire. La sua tecnica pittorica e la sua filosofia sono completamente diverse da quelle di Modigliani La differenza con Modigliani colpisce soprattutto se si paragona l’autoritratto che Jeanne dipinse nel 1918 con i ritratti che il pittore le fece nello stesso periodo. Nel suo autoritratto Jeanne rende, attraverso il segno grafico essenziale che e’proprio del suo stile, l’espressione da felino predatore del suo volto. Un’espressione ben lontana da quella dolce con cui Modigliani la ritrae in “Jeanne Hebuterne con collana” del 1917 e negli altri ritratti nei quali Jeanne sembra essere piu’che altro la proiezione dell’ideale di bellezza dell’artista: pelle chiara, capelli ramati, sciolti o raccolti in uno chignon, espressione composta, dolce un poco malinconica. Nei ritratti di Jeanne Hebuterne cio’che colpisce e’ il volto colto sempre in momenti di grande intensita’ espressiva, quasi a documentare uno stato d’animo particolare. Nel dipinto “La baiadera” il volto imbronciato della donna con cappellino e’esaltato dal contrasto con le mani, composte in grembo, e dalle scelte cromatiche. Nella sua produzione non mancano neppure acquarelli drammatici come “La suicida” in cui il movimento del corpo e il capo completamente reclinato aggiungono tragicita’ all’abbagliante bianco che prevale sui colori caldi: soprattutto i rossi della gonna, dei capelli e del sangue. Non sappiamo se Jeanne Hebuterne sarebbe stata contenta della parte a lei dedicata all’interno della mostra milanese “Amedeo Modigliani, l’angelo dal volto severo”. Ci˜ che  certo  che questo  il primo e solo risarcimento alla sua arte che le sia mai stato tributato da quando, all’aprire del nuovo millennio, le disposizioni testamentarie degli eredi consentirono finalmente di alzare un velo sulle sue opere, spostando il fuoco dalla sua vicenda amorosa da feuilleton, al suo essere artista. Forse ora potremmo riscrivere quell’epitaffio nel cimitero Pre Lachaise di Parigi in un piu’semplice, ma piu’vero “Jeanne Hebuterne, artista”. E’ storia, non letteratura, che spesso donne talentuose, nell’arte e nella letteratura, ma qui e’nell’arte che interessa, che s’accompagnano a uomini di genio, o che comunque gravitano nelle loro esistenze, vedano offuscate il loro valore e siano costrette a viverlo nell’ombra, eccezion fatta per alcune dirompenti personalita’come quella di Frida Kahlo, che non si lascio’ relegare in posizione subalterna dal soverchiante marito Diego Rivera. E’ il caso di Jeanne Hebuterne, pittrice sensibile e dotata, di grandi potenzialita’ espressive e di precoce maturita’ artistica, introdotta ai corsi dell’Accademia di disegno a Montparnasse dal fratello Andre’che, dopo la sua morte, ne conservo’ i disegni, ultima compagna dell’innegabilmente grande pittore Amedeo Modigliani, al quale fu legata sentimentalmente ed artisticamente. D’indubbio talento, eppure messa in ombra all’epoca in cui visse, ed ancora oggi poco conosciuta, venuta alla ribalta grazie alla retrospettiva di qualche tempo fa dedicata all’artista livornese “Amedeo Modigliani.L’angelo dal volto severo”, in cui sono state esposte anche 71 sue opere, tra dipinti e disegni, che ne svelano pienamente il valore. Jeanne Hebuterne aveva diciannove anni quando, nell’aprile del 1917, conobbe il pittore ‘maudit’ che, trasferitosi da Livorno, dove viveva in un ambiente intellettualmente stimolante, a Parigi, conduceva una vita fuori dalle mode e dalle correnti, da bohemien, sregolata, fisicamente minato, dedito al bere, agli stupefacenti e alle donne, e in difficolta’ economiche. Lei era bella, aveva occhi azzurri e lunghi capelli rosso-castani, riservata, dolce, un poco malinconica, affascino’ subito il pittore, oltre che per la bellezza ed il carattere docile, anche perche’, giovane studentessa d’arte, promettente allieva dell’Accadmie Colarossi, spesso da lui ritratta, era pittrice sensibilissima e di eccezionale talento. Lui se ne innamoro’ perdutamente, e lei di lui. Dal loro legame, che pure fu movimentato e tempestoso (numerosi sono gli aneddoti sui maltrattamenti inflitti dal pittore a Jeanne che, pero’, timida e devota, sempre sopporto’ i numerosi tradimenti), come il precedente avuto da Modigliani con la poetessa Beatrice Hastings, nacque una figlia, Jeanne. Nel gennaio del 1920 Modigliani si ammalo’ di polmonite;pochi giorni prima di morire svenne nello studio che divideva con Jeanne che, completamente paralizzata dal terrore, gli resto’ accanto mentre agonizzava senza neppure tentare di chiamare un medico, ma il destino della donna era indissolubilmente legato a quello del suo uomo! Il giorno dopo la morte del pittore, incinta di nove mesi, si suicido’ lanciandosi da una finestra. Cinque anni piu’tardi il suo corpo fu rimosso dal cimitero di Bagneaux e fu sepolto in quello di PreLachaise, accanto a Modigliani. In uno degli ultimi e piu’toccanti dipinti di Modigliani, Jeanne Hebuterne seduta davanti a un uscio, Jeanne  ritratta incinta per la seconda volta, il volto  pallido, il corpo  in vertiginosa torsione, l’espressione  indefinibile, elementi tutti che concorrono ad imprimere al quadro una forte tensione, ancor piu’evidente anche alla luce dei tragici avvenimenti successivi: quel figlio non avrebbe mai visto la luce! Forse Jeanne, memore dell’insegnamento di Modigliani, Il tuo vero dovere e’di salvare il tuo sogno, non volle rinunciare al suo sogno d’amore, percio’ si calo’ da quella finestra, troncando precocemente un’esistenza che avrebbe potuto darle grandi soddisfazioni anche in campo artistico. Le opere esposte in mostra al Palazzo Reale di Milano, soggetti familiari, autoritratti, suoi nudi femminili (Jeanne era estremamente affascinata dall’anatomia in generale e dal corpo femminile in particolare), hanno rilevato, infatti, un attento studio ed un percorso tecnicamente diverso da quello del suo compagno ma una egualmente approfondita ricerca personale ed una grande intensita’ emotiva, riflesso, certamente, dei tragici eventi che viveva e, forse, gia’ presagio della svolta che il destino avrebbe impresso alla sua esistenza. Aveva talento e un intenso mondo interiore di immagini e sentimenti, quando giovanissima decise di seguire la carriera artistica. Frequent˜ l’Academie Colarossi dove i suoi disegni, spesso aventi per soggetto la figura femminile vennero apprezzati, cosa non facile in un ambiente maschilista poco tenero con le donne. Ma un giovane artista squattrinato, ebreo, alcolista e malato di tubercolosi non era propriamente l’uomo che i coniugi Hebuterne avrebbero voluto per la propria bambina e quindi faranno di tutto per ostacolare l’unione Il loro legame fu movimentato e tempestoso (numerosi sono gli aneddoti sui maltrattamenti inflitti dal pittore a Jeanne che, pero’, timida e devota, sempre sopporto’ i numerosi tradimenti), come il precedente avuto da Modigliani con la poetessa Beatrice Hastings. All’inizio del 1918: Jeanne scopre di essere incinta e insieme al suo compagno si recano in Costa Azzurra nella speranza di un miglioramento della salute del pittore Il 29 novembre dello stesso anno, alla MaternitŽ di Nizza Jeanne da’ alla luce una bambina, cui sara’ dato lo stesso nome della mamma. Il 31 maggio 1919 il pittore e’di nuovo a Parigi, dove un mese dopo Jeanne, nuovamente incinta, lo raggiunge con la piccola. In uno degli ultimi e piu’toccanti dipinti di Modigliani, Jeanne Hbuterne seduta davanti a un uscio, Jeanne  ritratta incinta per la seconda volta, il volto  pallido, il corpo  in vertiginosa torsione, l’espressione  indefinibile, elementi tutti che concorrono ad imprimere al quadro una forte tensione, ancor piu’evidente anche alla luce dei tragici avvenimenti successivi: quel figlio non avrebbe mai visto la luce! Ma le condizioni fisiche del pittore sono oramai allo stremo: alla forma tubercolare si aggiungono ripetuti attacchi di delirium tremens e infine una nefrite. Il 24 gennaio 1920 Modigliani muore all’Opital de la Charite. All’alba del giorno dopo, Jeanne, ormai prossima al parto, si toglie la vita gettandosi dal quinto piano della casa dei genitori. I coniugi Hebuterne si rifiutano di farla seppellire vicino ad Amedeo perche’ancora convinti dell’inadeguatezza di quell’unione. Mentre il funerale di Modigliani si svolge alle due di pomeriggio del 27 gennaio, con una grande folla che segue il trasporto della salma dall’ospedale fino al cimitero Pere-Lachaise, Jeanne sara’ portata alle otto di mattina del giorno dopo al cimitero di Bagneux, nella maggiore discrezione possibile. Cinque anni piu’tardi il suo corpo fu rimosso dal cimitero di Bagneaux e fu sepolto in quello di Pre-Lachaise, accanto a Modigliani I suoi familiari, che mai le avevano perdonato di avere infranto la regola del suo ambiente piccolo borghese che voleva le donne sposate con un “buon partito”, non permisero che le sue opere venissero esposte.
Qui di seguito un riassunto dell’articolo apparso su “La Repubblica” dopo la morte della figlia Jeanne Modigliani (29 Luglio del 1984):
E’ MORTA A PARIGI JEANNE MODIGLIANI FIGLIA DEL PITTORE
Repubblica il 29 luglio 1984 – pagina 13 – sezione: CRONACA LIVORNO – Jeanne Modigliani, la figlia del pittore, morta venerdi’ pomeriggio a Parigi, all’ospedale La Piété, dove era stata ricoverata in seguito a una caduta che le aveva provocato una emorragia cerebrale. Aveva sessantasei anni, era infatti nata a Nizza il 29 novembre del 1918. Sara’ sepolta in forma privata nel cimitero di Pre-Lachaise, dove e’seppellito il padre e la madre. Negli ultimi mesi i giornali italiani si erano spesso occupati di lei per la polemica che l’ aveva opposta agli organizzatori della mostra che Livorno ha dedicato al padre di cui in questi giorni ricorre il centenario della nascita. Una polemica nella quale Jeanne Modigliani aveva avuto anche toni aspri. Era addolorata dal fatto di essere stata esclusa da questo avvenimento e anche in occasione del ritrovamento delle due teste in pietra aveva pronunciato frasi di censura per il modo in cui l’ operazione era stata condotta. E’ sicuro pero’ che Livorno piu’che per questa piccola diatriba la ricordera’ per due importanti atti di generosita’: il fatto che Jeanne aveva comunque espresso il desiderio che le sculture rimanessero a Livorno e, piu’ancora, la donazione alla citta’ degli archivi Modigliani nei quali con paziente lavoro aveva raccolto tutti i documenti autografi, le foto, le lettere, le testimonianze di ogni tipo che documentano la breve ma intensa vita del pittore. Al padre, Jeanne aveva infatti dedicato gran parte della sua vita: combattiva e energica interveniva per denunciare i falsi, per smentire le numerose leggende che fiorivano sul pittore e che, secondo la figlia, inquinavano l’ importanza artistica della sua opera. Dopo un primo volume su Modigliani, recentemente aveva consegnato alla Graphis Arte una casa editrice di Livorno, un altro manoscritto su di lui. In realta’ Jeanne l’ aveva conosciuto assai poco: aveva 14 mesi quando Amedeo, nella notte fra il 24 e il 25 gennaio del 1920, mori’ in un letto dell’ ospedale della Charite. Il giorno dopo, la madre Jeanne Hebuterne si suicido’ buttandosi dalla finestra della casa dei genitori perche’non reggeva al dolore della scomparsa del compagno. La coppia era cosi’ povera che per i funerali un gruppo di amici fedelissimi raccolse in una colletta i soldi necessari, girando per i caffe’di Montparnasse frequentati dal pittore. Il feretro attraverso’ il quartiere seguito dagli amici e fu inumato al cimitero del Pre-Lachrise. La bambina Jeanne fu portata in Italia dallo zio paterno, il leader socialista Giuseppe Modigliani e affidata a Livorno alla zia Margherita, che la adotto’. Per lei comincio’ una vita che, per motivi diversi e in modi diversi, ripercorre le stesse tappe di quella del padre. Modigliani, il Modi’ sul quale  poi fiorito il mito, aveva conosciuto la miseria, le notti passate fra vagabonde e prostitute, lo scandalo, le interminabili bevute insieme a Utrillo, il fascino distruttive dell’ assenzio: e tutto questo l’ aveva conosciuto a Parigi, dopo aver abbandonata la provinciale Livorno. Jeanne passa l’ infanzia a Livorno, si laurea a Firenze in storia dell’ arte, viene individuata e perseguitata dal fascismo in quanto ebrea e, anche lei, si rifugia a Parigi. Quando la Francia viene occupata dai nazisti entra nel Maquis, la resistenza francese, e viene anche incarcerata per motivi politici. Nel 1952, con una borsa di studio del Centro Nazionale della ricerca scientifica, Jeanne intraprende una ricerca su Van Gogh, in Francia e in Olanda. E’ un altro “pittore maledetto”, un altro artista che a Parigi ha trovato un rifugio e un clima artistico fecondo. Sono proprio le analogie fra la vita del pittore olandese e quella del padre che la fanno tornare a lui, a Modigliani, al quale da quel momento si dedica completamente. Il suo lavoro costante per ottenere un riconoscimento ufficiale al valore dell’ opera paterna ha un gran successo quando, nel 1981, a Parigi, allestisce la mostra piu’completa di Modigliani: oltre duecentocinquanta opere fra dipinti, sculture, gouaches, disegni. Malgrado le recentissime polemiche per la mostra di Livorno Jeanne Modigliani aveva espresso il progetto di tornare in questa citta’ in settembre, per presentare il suo libro e per occuparsi del trasferimento degli archivi. Secondo il suo desiderio infatti la donazione di tutto il materiale  subordinata alla creazione di una Fondazione Modigliani, con un largo comitato scientifico, che faccia della citta’ natale dell’ artista un centro di studi. – nostro servizio
Qui di seguito riporto uno stralcio di un libro di …….: “Paulette Jourdain, che era allora una bambina, si ricorda che la notte in cui Modigliani mori’ all’ospedale, Zborowski non volle che Jeanne dormisse nello studio della Grande Chaumire. Paulette l’accompagno’ in un piccolo albergo della rue de Seme. L’indomani Jeanne ando’ all’ospedale per rivedere Amedeo. Il padre, silenzioso e ostile, l’accompagno’. Rimase sulla soglia, racconta il dottor Barrieu, mentre Jeanne si avvicinava al cadavere. “Non lo bacio'” scrive Stanislas Fumet, amico d’infanzia, con la moglie Aniuta, di Jeanne “ma lo gnardo’ a lungo, senza dir nulla, come se i suoi occhi si appagassero della sua disgrazia. Si ritiro’ camminando a ritroso, fino alla porta. Conservava il ricordo del viso del morto e si sfrozava di non vedere nient’altro”. L’indomani, all’alba, Jeanne HŽbuterne si getto’ dal quinto piano. “Sembrava un angiolo” disse Foujita, che non rifugge dalla cattiva letteratura. Chantal Quenneville scrive: “Jeannette HŽbuterne si era rifugiata dai suoi genitori, cattolici offesi della sua unione con l’ebreo Modigliani, e non diceva una parola. Erano trascorsi due o tre giorni quando domandai ad Andre Delhay: ‘E Jeannette?’. Mi guardo’ male. Si era gettata, la mattina, dalla finestra del quinto piano della casa dei suoi genitori. Nel 1917 Modigliani incontra Jeanne Hebuterne, allora diciannovenne. Ha inizio una solida relazione, culminante nella nascita della figlia Jeanne (1918), e in un impegno di matrimonio (1919), che non giungera’ a compimento per la morte prematura dei due promessi sposi. Jeanne Hebuterne viene descritta come una donna dolce, taciturna, di grande bellezza e dal temperamento un po’ “depressivo”. Tra il 1918 e il 1919 Modigliani la ritrae piu’di 20 volte. Ritratti del volto o a mezzo busto, in posa frontale o di profilo, seduta su una sedia o in poltrona. In questo periodo Modigliani porta a completo sviluppo la sua particolare tecnica compositiva. Basilare  l’attento equilibrio tra elementi curvilinei e sinuosi, da una parte, e linee rette che tagliano la composizione verticalmente o orizzontalmente, dall’altra. I primi conferiscono eleganza e vitalita’, i secondi incisivita’. Si pud’ facilmente immaginare come il volto di Jeanne Hebuterne, con le sue linee arrotondate ed essenziali e le sue morbide superfici, possa avere stimolato Modigliani. Ma il confronto tra le fattezze reali della modella e l’immagine di lei che ci propone Modigliani puo’servire splendidamente a cogliere l’essenza stessa della pittura di Modigliani negli ultimi anni. Jeanne Hebuterne ci appare come una figura lontana, senza luogo e senza tempo. Degli occhi malinconici l’artista accentua la forma ovale, svuotandoli di espressivita’. Il volto arrotondato della donna si allunga, perde ogni dettaglio fisionomico e ogni caratterizzazione psicologica. Il corpo diventa sinuoso e ieratico. Anche nel suo caso avviene quel processo di spersonalizzazione e stilizzazione del soggetto, che Modigliani mette in atto con ognuno dei soggetti presi a modello per i quadri. Il modello “reale” perde le sue caratteristiche “soggettive”, peculiari, per trasformarsi in un’entita’ astratta. Diventare icona di una bellezza “oggettiva”, assoluta.

Ritorna a Home
Clicca qui per vedere un breve filmato su Jeanne HébuterneTorna indietro a Gallery – Pagine Artiste –
Elenco Artiste
Torna indietro a Introduzione

Jeanne Hébuterne

 

 

Leonardo da Vinci ed il suo discepolo preferito   Leave a comment


Cominciamo con un gioco. Pensate ai nomi dei più noti allievi di Leonardo Da Vinci. Probabilmente vi saranno venuti in mente Bernardino Luini e Francesco Melzi. Forse anche Andrea Solari, Marco d’Oggiono e Giovanni Antonio Boltraffio. Se siete appassionati d’arte non vi sarete scordati neppure Cesare Da Sesto e Ambrogio de Predis. Pochi, pochissimi temo, avranno pensato a Gian Giacomo Caprotti. Eppure fu lui l’unico a rimanere vicino a Leonardo quasi per tutta la vita. L’unico a stringere in modo indissolubile il proprio destino a quello del maestro, del quale fu fedele compagno. L’unico a seguirne il peregrinare fra le corti rinascimentali. La vicenda umana e artistica del Caprotti era ben nota agli scrittori del Cinquecento. monumento piazza scalaPerfino il Vasari, nella prima edizione delle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani citò solamente lui fra i discepoli di Leonardo: “ed a lui insegnò molte cose dell’arte;

e certi lavori, che in Milano si dicono essere di Salai, furono ritocchi da Lionardo”.

Salai, ossia diavolo, così il maestro aveva soprannominato Gian Giacomo a causa del carattere irrequieto. Ma la banale svista di uno storico dissolse nel nulla la sua esistenza per lasciare spazio ad un inesistente Andrea Salaino. Fu Paolo Morigia a dare vita all’equivoco, che è sopravvissuto attraverso i secoli alimentando cervellotiche conclusioni. Egli associò gli epiteti Salai e Salaino, rinvenuti fra le carte di Leonardo, alla figura di Andrea Salimbeni da Salerno, un allievo del pittore Cesare da Sesto. Occorse quasi mezzo millennio per ridare un’identità a Gian Giacomo Caprotti. Tuttavia l’immaginario Andrea Salaino sopravvive ancora oggi nella città di Milano, che continua a dedicargli una strada e a indicarlo fra i quattro allievi formanti corona al maestro nel monumento in piazza della Scala.

L’esistenza di Salai è stata straordinaria, almeno quanto la discrezione che l’ha avvolta.

Molte storie della pittura non ne citano neppure il nome, quasi fosse un argomento tabù sul quale è opportuno tacere. Com’è possibile che una figura capitale nell’esistenza del più grande genio mai apparso sulla terra sia scomparsa per tanto tempo dalla storia?

Figlio adottivo, discepolo prediletto, compagno, quale fu il suo vero ruolo?

La vita di Gian Giacomo Caprotti, detto Salai, sembra scritta da un abile sceneggiatore.

Nel 1490, a soli 10 anni lasciò il borgo di Oreno, oggi frazione di Vimercate, ed entrò come garzone nello studio milanese di Leonardo da Vinci, di fronte al Duomo. Il suo nome si affacciò per la prima volta alla storia nel 1490. Sul foglio iniziale di quello che sarebbe diventato un giorno il Manoscritto C,

lo stesso Leonardo da Vinci annotò: “Iacomo venne a stare con meco il dì della Maddalena nel 1490, d’età d’anni 10”.

      

Gian giacomo Caprotti (detto Salai)                                  Gian giacomo Caprotti (detto Salai)

Da quel 22 luglio la vita dell’artista e quella del suo giovane garzone si saldarono in modo indissolubile.

Salai  il garzone di bottega, giorno dopo giorno, conquistò il bene e la fiducia del maestro fino a diventare l’insostituibile e prediletto allievo.

Ogni spostamento li vide uno accanto all’altro.

A cominciare dalla partenza da Milano alla volta di Venezia. Poco dopo Leonardo tornò a Firenze, sempre con Salai al seguito. Nella nuova bottega Gian Giacomo cominciò ad eseguire i suoi primi ritratti. Egli non era già più soltanto il vivace e irregolare giovane che tanto aveva fatto sparlare di sé, ma cominciava ad essere anche un artista.
Salai.lionardovici / lionardovici. Su un foglio del Codice Arundel, custodito al British Museum di Londra, appare questa scritta. Si tratta di una nota autografa con cui l’allievo unì il proprio nome a quello del maestro. Nei codici di Leonardo sono frequenti i rimandi a Gian Giacomo. Col trascorrere degli anni, il rapporto fra i due si fece sempre più solido, seppure non mancarono mai i litigi. L’allievo prediletto posò come modello per alcuni delle più celebri figure leonardesche e continuò a seguire il maestro nei suoi spostamenti. Tornò con lui a Milano, poi nel 1513 lo accompagnò a Roma.
Nel frattempo intensificò la sua attività di pittore, anche se oggi permane molta incertezza sulle sue opere giunte fino a noi. Non dovrebbero esserci dubbi sull’autenticità di una Madonna col Bambino e Sant’Anna, esemplata su quella di Leonardo. San Giovanni Battista Salai

Un tempo, il dipinto era appartenuto a Carlo Borromeo, poi passò nella sacrestia della chiesa di San Celso a Milano, ora è proprietà del museo dell’University of California, a Los Angeles. È rimasto invece a Milano, esposto nelle sale dell’Ambrosiana, il San Giovanni Battista. Due altre opere tradizionalmente attribuite al Salai sono la Madonna col Bambino e i Santi Pietro e Paolo e la Madonna col Bambino e i Santi Giovanni e Battista, entrambi conservati nella Pinacoteca di Brera a Milano. Il suo dipinto più chiacchierato è la Gioconda nuda.

In questo quadro è certa la collaborazione di Leonardo, che dovrebbe aver eseguito personalmente il motivo della spalliera vegetale contro la quale si pone la figura senza veli.

Le Opere

Opere sicure del Salai, firmate, non se ne conoscono, né si hanno notizie di commesse specifiche. Restano solamente i dipinti attribuitigli per tradizione, su alcuni dei quali, peraltro, non sempre gli studiosi concordano.

Non dovrebbero esserci dubbi sull’autenticità di una Madonna col Bambino e Sant’Anna, esemplata su quella di Leonardo.

Leonardo da Vinci,  Sant'Anna, la Madonna, il Bambino e san Giovannino, detto cartone di Burlington House

Leonardo

Leonardo

Gian Giacomo Caprotti (Salai)

Leonardo da Vinci, Sant'Anna, la Vergine e il Bambino con l'agnellino, detto Sant’Anna, dopo il restauro

Leonardo     Madonna e il bambino in grembo a S.Anna

Un tempo, il dipinto era appartenuto a Carlo Borromeo, poi passò nella sacrestia della chiesa di San Celso a Milano. Ora è proprietà del museo dell’University of California, a Los Angeles. Una copia dello stesso dipinto è conservata agli Uffizi.

È rimasto invece a Milano, esposto nelle sale dell’Ambrosiana, il San Giovanni Battista.

La versione del Caprotti riproduce assai fedelmente l’originale del maestro, con la differenza che lo sfondo notturno è sostituito da un limpido paesaggio prealpino. Due altre opere tradizionalmente attribuite al Salai sono la Madonna col Bambino e i Santi Pietro e Paolo e la Madonna col Bambino e i Santi Giovanni e Battista, entrambi conservati nella Pinacoteca di Brera, sempre a Milano.

       

Leonardo      la Gioconda                                       Gian Giacomo Caprotti (Salai)      La Gioconda nuda

Nell’espressione del volto si ravvisa il celeberrimo sorriso della Gioconda, ma il resto del corpo è privo di femminilità e sembra possedere la doppia natura di uomo e di donna.

Seppure criticato per la non perfetta esecuzione di alcuni particolari, è stato a lungo attribuito a Leonardo.
Ora è conservato in Svizzera.
Salai non seguì il padre adottivo nel suo ultimo viaggio. Solamente quando la salute di Leonardo s’aggravò si precipitò in Francia, a Clos-Lucé, dove il maestro era ospite del Re. Ma certamente non fu lì il giorno in cui Leonardo redasse il testamento e non gli fu vicino neppure quando morì. Era già tornato a Milano, forse portando con sé alcuni dipinti del maestro. In eredità aveva ricevuto solamente metà della vigna di San Vittore che la sua famiglia occupava da almeno vent’anni. Si stabilì nella casa fatta costruire sul fondo e riprese il suo mestiere di pittore. Per lui sembrava profilarsi una maturità prospera. Nel 1523 convolò a nozze con Bianca Caldiroli di Annono, donna di rango superiore, che portò in dote la rispettabile somma di 1700 lire. Ma il matrimonio fu assai breve, poiché solo sette mesi dopo, precisamente il 19 gennaio 1524, la vita di Gian Giacomo si spense. Fu una morte violenta, provocata da un colpo di schioppo, a porre fine alla sua irrequieta esistenza.
Il diavolo Salai, però, non aveva ancora finito di stupire. Dopo la sua scomparsa, la vedova e le sorelle si contesero l’eredità. Per dirimere la questione nel 1525 fu steso un inventario dei beni, la cui descrizione è tornata alla luce solo di recente. leonardo_giocondaIl ritrovamento ha aperto nuove prospettive circa la sorte iniziale dei capolavori di Leonardo. Fra i beni posseduti dal Salai figuravano quadri denominati la Leda, il San Gerolamo, la Sant’Anna, il San Giovanni Battista e la Gioconda. Erano gli originali eseguiti da Leonardo o soltanto copie fedeli dello stesso Salai? L’alto valore attribuito ai dipinti fa propendere per la prima ipotesi. In realtà la sola cosa certa è l’incertezza che grava attorno alla vicenda di questi quadri negli anni successivi alla scomparsa del maestro. Pochi sono i fatti acclarati: 1) Leonardo li aveva portati con sé in Francia, lo confermano le note di alcuni suoi contemporanei che lo andarono a trovare nel castello di Clos-Lucé, vicino ad Amboise; 2) dei dipinti non si fa menzione nel testamento dell’artista e ciò potrebbe far supporre che a quella data erano già passati di mano.
Qui si apre un’altra possibilità, che chiama in scena di nuovo Salai. In un altro documento, anch’esso scoperto da poco, si parla della vendita eseguita da Gian Giacomo, nel 1518, di “quelques tables de peinture” al Re Francesco I per una somma enorme. Ecco dunque cosa potrebbe essere accaduto. Salai raggiunse il maestro in Francia, rimase con lui per un breve periodo, quindi si recò a Parigi dove predispose la vendita dei dipinti al Re. Poi, ritornò direttamente in Italia, secondo alcuni addirittura trattenendosi la somma riscossa. Questo spiegherebbe perché i dipinti non apparvero nel testamento.
Al di là di ogni possibile congettura, oggi il fatto indubitabile è che Gian Giacomo trascorse buona parte della sua vita accanto a Leonardo. Riguardo a tutto il resto vi è ancora molto da sapere. Indagare sulla sua figura consentirebbe dunque di restituire un’identità ad un’importante attore del Rinascimento e, forse, anche di risolvere alcuni dei misteri che ancora avvolgono l’esistenza di Leonardo da Vinci.

https://alternativanomade.wordpress.com/2013/04/10/salai-leonardo-da-vinci/

(se qualcuno fosse interessato alla “sfera sessuale” di Leonardo..suggerisco questa pagina.

http://www.giovannidallorto.com/biografie/leonardo/leonardo.html

              

Gian Giacomo Caprotti (Salai)                                     Gian Giacomo Caprotti (Salai)

Monna Vanna     (Salai e Leonardo Da Vinci, Monna Vanna (Joconde nue) Svizzera, Collezione privata, già Collezione Litta a Milano)

 

            

Gian Giacomo Caprotti (detto il Salai)      Salvator Mundi

Michelangelo..la vera storia della sua nascita ..il motivo ed il dove; genitori fiorentini ..NATO in CASENTINO (2)   Leave a comment


ANDREA MANETTI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cappella Sistina

 

creazione di adamo

Michelangelo..la vera storia della sua nascita ..il motivo ed il dove; genitori fiorentini ..NATO in CASENTINO (1)   Leave a comment


 

ANDREA MANETTI "MICHELANGELO NASCE IN CASENTINO

ANDREA MANETTI “MICHELANGELO NASCE IN CASENTINO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

storia d’amore di una caffettiera color bianco latte… per uno color caffè (2)   Leave a comment


 

 

Quando una caffettiera color banco latte
s’innamora di uno color caffè

Lei è di buona famiglia

Lei è sempre in casa

sognando il suo amore d’origine arabica..

Suo padre lo viene a sapere ..

ma la notte accoglie la loro unione

si consuma a fuoco lento:

un meraviglioso aroma

si libera per le strade ,nei vicoli,tra le case

per diventare un irresistibile invito

alla ricerca di nuovi sapori

e cosi il mondo si riempie di tanti piccoli cappuccini

né troppo bianchi né troppo neri..

continua…

 

Quand une cafetière coleur lait blanc il s’éprient d’un coleur café

Elle est de bonne famille

Elle est toujours à la maison

mais elle est tambèe amoreuse d’un tipe d’origine arabica.

Son père l’apprend et c’est la crise!

mas la nuit tous le chats sont gris..

elle retrouve donc facilement son amour..

il s’appelle Café..prince de Caffa.

Leur union se consomme à feux lent

un merveilleux arome se libère dans les rues

les ruelles et les maisons

pour devenir une irrestible tentacion

à la recherche de nouvelles saveurs

et ainsi le monde il riempie de beaucoup

de petits cappuccinos.. ni trop blancs..ni trop noirs

continue..

Catalogo CLET-V5.indd      Catalogo CLET-V5.indd

Catalogo CLET-V5.indd   Catalogo CLET-V5.indd

 

Catalogo CLET-V5.indd               Catalogo CLET-V5.indd                                 Catalogo CLET-V5.indd                Catalogo CLET-V5.indd

Catalogo CLET-V5.indd     Catalogo CLET-V5.indd

 

Catalogo CLET-V5.indd       Catalogo CLET-V5.indd

 

Catalogo CLET-V5.indd    Catalogo CLET-V5.indd     Catalogo CLET-V5.indd

 

Catalogo CLET-V5.indd    Firenze Piazza del Pesce (Ponte Vecchio)     a sinistra di Ponte Vecchio

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: