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Più di 10 miliardi di dollari il valore delle armi vendute dagli Stati Uniti..meditate gente..meditate   2 comments


 

Nel 2008 gli Stati Uniti hanno venduto armamenti per un valore di 10,9 miliardi di dollari: il migliore cliente dell’agenzia americana per le esportazioni militari è stato Israele che ha speso 1,36 miliardi.

Sono i dati pubblicati sull’Annual military assistance report del Dipartimento della difesa – riferisce l’agenzia ‘Wapa’ – da cui emerge che nella lista dei maggiori acquirenti seguono Arabia Saudita con una spesa di 809 milioni di dollari, Corea del Sud con 799 milioni, Egitto con 788 milioni e Polonia con 733 milioni.

Tra gli altri, anche Pakistan e Iraq hanno comprato armamenti di produzione americana lo scorso anno, rispettivamente per 271 e 442 milioni.

La Russia, come ha comunicato di recente l’agenzia ‘Rosoboronexport’, ha ottenuto vendite attorno ai sette miliardi di dollari.

LA CITTA’ VECCHIA (FABRIZIO DE ANDRE’..UN PROFETA DI DIO..   Leave a comment


fabriziodeandre_1_1343928697(LA CITTA’ VECCHIA ..TESTO)

Fabrizio de André

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi,
una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia.

E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l’esperienza
dove sono andati i tempi di una volta per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione.

Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.

Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l’ombra di un sorriso tra le braccia della morte.

Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie.
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.

Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette
quando incasserai delapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire “micio bello e bamboccione”.

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.

Se tu penserai, se giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.

Fabrizio De André è uno dei capisaldi della canzone d’autore italiana. Profondamente influenzato dalla scuola d’oltre Oceano di Bob Dylan e Leonard Cohen, ma ancor piu’ da quella francese degli “chansonnier” (Georges Brassens su tutti), e’ stato tra i primi a infrangere i dogmi della “canzonetta” italiana, con le sue ballate cupe, affollate di anime perse, emarginati e derelitti d’ogni angolo del mondo. Il suo canzoniere universale attinge alle fonti piu’ disparate: dalle ballate medievali alla tradizione provenzale, dall'”Antologia di Spoon River” ai canti dei pastori sardi, da Cecco Angiolieri ai Vangeli apocrifi, dai “Fiori del male” di Baudelaire al Fellini dei “Vitelloni”. Temi che negli anni si sono accompagnati a un’evoluzione musicale intelligente, mai incline alle facili mode e ai compromessi.
De Andre’ usava il linguaggio di un poeta non allineato, ricorrendo alla forza dissacrante dell’ironia per frantumare ogni convenzione. Nel suo mirino, sono finiti i “benpensanti”, i farisei, i boia, i giudici forcaioli, i re cialtroni di ogni tempo. Il suo, in definitiva, e’ un disperato messaggio di liberta’ e di riscatto contro “le leggi del branco” e l’arroganza del potere. Di lui, Mario Luzi, uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, ha detto: “De Andre’ e’ veramente lo chansonnier per eccellenza, un artista che si realizza proprio nell’intertestualita’ tra testo letterario e testo musicale. Ha una storia e morde davvero”.

Le musiche delle sue prime canzoni, radicate da Nicola Piovani dentro la tradizione popolare italiana, sono state negli anni contaminate da altre culture. Il suo linguaggio si e’ gradualmente evoluto verso il sincretismo. E proprio la valorizzazione dei dialetti gli e’ valsa il Premio Govi. “In una nazione giovane come l’Italia i dialetti sono indispensabili – ripeteva spesso -. Rappresentano un desiderio di identificazione nelle proprie radici che si fa tanto piu’ forte quanto piu’ si diffonde l’idea di una mega-statalizzazione europea. E poi l’italiano, se non fosse nutrito delle frasi idiomatiche, diverrebbe un linguaggio adatto solo a vendere patate o a litigare nei tribunali”.

Fabrizio De Andre’ nasce a Genova il 18 febbraio 1940. Leggenda narra che sul giradischi di casa suo padre avesse messo il “Valzer campestre” di Gino Marinuzzi, dal quale, oltre venticinque anni dopo, il figlio trarra’ la canzone “Valzer per un amore”. Con il padre braccato dai fascisti, il resto della famiglia, scoppiata la Guerra, si rifugia nell’astigiano, per poi tornare nel ’45 a Genova, dove De Andre’ porta avanti gli studi fermandosi all’universita’ (facolta’ di Legge) a sei esami alla fine. Questo perche’, nel frattempo, era nata la sua vocazione musicale, tramite gli studi di chitarra e violino, e l’esibizione in concerti jazz, fino alla composizione di propri brani originali. Una vocazione che, grazie al successo dell’interpretazione nel ’68 da parte di Mina della sua “Canzone di Marinella”, gli permette di continuare il mestiere di musicista. Il brano, uno dei suoi capolavori, e’ una tenera fiaba sospesa nei fumi del tempo e ispirata dalla storia vera della morte di una prostituta. Non sara’ la prima volta che un episodio di cronaca verra’ sublimato da De Andre’ in musica. Proprio la realta’ quotidiana, infatti, da’ linfa alle sue prime composizioni, che tradiscono la passione per la letteratura francese: Proust, Maupassant, Villon, Flaubert, Balzac, su tutti.

Sono gli anni in cui la Scuola di Genova sforna canzoni d’autore con Paoli, Bindi, Lauzi e soprattutto Luigi Tenco. L’amicizia di De Andre’ con quest’ultimo nasce in una balera di Genova. Tenco gli si avvicina dicendo: “Sei tu che vai in giro a dire che ‘Quando’ l’hai scritta tu?”. “Si’, l’avevo detto in giro per prender della figa”, la replica di De Andre’. Tenco si mette a ridere. La notte del suicidio di Tenco a Sanremo, De Andre’ rimarra’ insonne davanti un foglio di carta, scrivendo la struggente “Preghiera in Gennaio” per l’amico scomparso (un tema, quello del suicidio “eroico”, gia’ caro al Cohen di “Who By Fire” e che ricorrera’ spesso nel canzoniere di De Andre’).

Il primo vero 45 giri attribuito al cantautore genovese e’ pero’ “Nuvole Barocche” (1958), un brano d’impostazione tradizionale sulla falsariga della canzone melodica d’autore di Domenico Modugno. Gia’ dai singoli successivi, tuttavia, emerge il vero De Andre’. “La guerra di Piero” e’ la sua canzone anti-militarista per eccellenza, quasi la risposta italiana agli inni pacifisti di Bob Dylan e Joan Baez. “La citta’ vecchia” e’ una summa a ritmo di mazurca di tutti i quartieri malfamati dell’umanita’. “Delitto di paese” e’ una ballata noir in cui miseria e morale bigotta sono immersi in un clima baudelairiano da “Fiori del male”. La “Ballata dell’Amore cieco”, parabola crudele della vanita’ femminile, sembra uscita da una delle leggende dei Nibelunghi. La “Canzone dell’amore perduto” e’ interpretata con tono fatalista su una musica del compositore tedesco Georg Philipp Telemann: il tema del concerto per tromba e orchestra in Re maggiore. La ballata medievale di “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” (scritta con Paolo Villaggio) e’ degna dei monologhi “storici” piu’ oltraggiosi del teatro di Dario Fo. E poi ancora “Via del campo” e “Bocca di rosa”, filastrocche incantate in cui la prostituzione viene ancora una volta redenta in chiave mitica. A colpire è anche l’interpretazione di De André, che – come Cohen – indulge sulle tonalità più basse, grazie alla sua voce profonda e baritonale, aggiungendo un tocco di drammaticità.
Con questi brani, De Andre’ demolisce, ad uno ad uno, tutti i clichè della canzone tradizionale coronando, in Italia, un’operazione paragonabile a quella compiuta da Dylan negli Stati Uniti. “Se non avessi mai conosciuto le canzoni di Fabrizio, non avrei mai cominciato a scrivere le mie”, ha detto, per esempio, Francesco De Gregori. E anche Franco Battiato si e’ detto debitore delle ballate di De Andre’, tanto che nel suo album “Fleurs” ha voluto incidere due cover (“La canzone dell’amore perduto” e “Amore che vieni, amore che vai”) tratte dal primo repertorio dell’artista ligure. Quelle di De Andre’ sono storie ironiche e senza tempo, con personaggi che sembrano quasi schizzare fuori dai versi, con la loro carica di umanita’, inquietudine, disperazione. La canzone italiana scopre finalmente temi sociali e politici. Inevitabile pertanto che De Andre’ – suo malgrado – diventi uno dei riferimenti della contestazione giovanile, nonche’ l’incubo dei burocrati televisivi, che non sanno fin dove la censura puo’ colpire storie cosi’ sottili e metaforiche, eppero’ altrettanto esplicite nella loro denuncia sociale.

La fine del decennio Sessanta e’ uno dei momenti topici della carriera dell’artista ligure. Escono infatti Fabrizio De Andre’ – Volume I, che raccoglie alcuni dei suoi piu’ fortunati singoli, seguito l’anno dopo dal sontuoso concept-album Tutti Morimmo A Stento. E’ un viaggio in un girone dantesco della desolazione umana, tra drogati, impiccati, ragazze traviate e bambini impazziti, sulle note di un’orchestra sinfonica diretta dai fratelli Reverberi. Disco fin troppo ridondante e barocco, influenzato dai primi vagiti del progressive italiano, “Tutti morimmo a stento” rappresenta tuttavia uno dei momenti piu’ alti della carriera di De Andre’. I brani si susseguono senza pause, scanditi dagli “Intermezzi”, in un crescendo che trova il punto piu’ alto nel “Recitativo” e si scioglie nel coro finale. Attraverso la “Leggenda di Natale”, favola delicata ispirata da un testo di Brassens in cui la semplicita’ dei giri d’accordi e delle rime baciate riesce a creare un’atmosfera magica e rarefatta, si perviene alla “Ballata degli impiccati”, centro ideale di questa architettura. I versi di De Andre’ – sempre scarni, ruvidi, sarcastici – non cedono mai alla retorica del sentimentalismo: “Dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fiori” (“Via del campo”) e’ il suo credo. Cosi’ anche i condannati a morte della “Ballata degli impiccati” (ispirata dalla “Ballade des Pendus” di Villon) si trasfigurano in creature mitiche, animate da un disperato, smisurato rancore (“Chi derise la nostra sconfitta/ e l’estrema vergogna ed il modo/ soffocato da identica stretta/ impari a conoscere il nodo. Chi la terra ci sparse sull’ossa/ e riprese tranquillo il cammino/ giunga anch’egli stravolto alla fossa/ con la nebbia del primo mattino/ La donna che celo’ in un sorriso/ il disagio di darci memoria/ ritrovi ogni notte sul viso/ un insulto del tempo e una scoria”). A dare una nota scenografica al disco e’ “Inverno”, che rinnova la tradizione delle “poesie stagionali” in voga nell’Inghilterra del Settecento: l’inverno e’ l’immagine della natura che si annulla nel bianco della neve e nel nero degli alberi scarni, segnando la fine ciclica di tutte le cose.

Seguira’ un periodo particolarmente prolifico, in cui De Andre’ produrra’ quasi un album all’anno. Prevale, nelle sue canzoni, la preferenza per toni musicali attutiti, smorzati, “in minore”, che accompagnano una versificazione che riecheggia la ballata di tradizione e di lontana provenienza medievale. Ma negli anni i riferimenti del suo repertorio aumentano. I Vangeli apocrifi sono alla base della Buona Novella, il disco che De Andre’ considerava “il piu’ riuscito”, in cui l’annuncio del Salvatore si trasforma in atto di fede laico. L'”Antologia di Spoon River” e’ lo spunto per Non al denaro, non all’amore ne’ al cielo, in cui brilla quella metafora sarcastica di tutte le invidie e le bassezze umane che e’ “Un giudice”.

In Italia, sono gli anni caldi della contestazione. De Andre’ si professa anarchico e sembra quasi cedere alla tentazione eversiva in Storia di un Impiegato, uno dei suoi album piu’ controversi. Il disco narra la vicenda di un travet che, sull’onda del Maggio francese, e’ contagiato dal fuoco rivoluzionario. E’ una cupa profezia sulla degenerazione della contestazione in terrorismo che, di li’ a poco, infettera’ la storia italiana. Mai cosi’ crudo e realistico, De Andre’ ricorre a un linguaggio moderno che – come scrive Roberto Dane’ nell’introduzione – “si stacca dalla forma di racconto per approdare a immagini di tipo psicologico fino a figure oniriche di stampo reichiano”. Uno stile che pervade il pezzo-manifesto dell’album “La bomba in testa”, brano drammatico e trascinante, che denuncia il conflitto lacerante tra l’ansia di cambiamento e le sirene lugubri della violenza. L’album e’ un susseguirsi di canzoni dal ritmo sincopato, accompagnate da un linguaggio involuto, carico di metafore ricorrenti e ossessive.
Con questo disco De Andre’, forse inconsapevolmente, scende nell’agone politico. L’estrema sinistra gli da’ del qualunquista; la destra lo accusa di propaganda eversiva. Ma lui si ostina a ripetere: “Il mio identikit politico e’ quello di un libertario, tollerante. Se poi anarchico l’hanno fatto diventare un termine orrendo… In realta’ vuol dire solo che uno pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia, le stesse capacita’”.

Canzoni (1974) segna il ritorno a uno stile piu’ pacato e a un linguaggio piu’ letterario, grazie a una manciata di cover di Dylan (“Desolation Row”), Brassens (il recitato di “Morire per delle idee” e la splendida ballata “Le Passanti”) e Cohen (“Suzanne” e “Giovanna d’Arco”): quasi una summa dei suoi riferimenti artistici. Il successivo Volume VIII (1975), nato dall’incontro con Francesco De Gregori, segna un’altra tappa nell’evoluzione della canzone italiana degli anni Settanta, nel segno di una “poesia cantata”, impreziosita da un linguaggio sempre piu’ ricercato. De Gregori porta il suo tipico stile da fiaba metropolitana, De Andre’ accentua, esasperandolo, l’uso di figure retoriche, fantasie e nonsense. Uno stile che tocca il suo vertice nella struggente “Amico fragile”, metafora di chi si oppone per coltivare i suoi sogni solitari, e “Giugno ’73”, epigrafe del matrimonio borghese e delle sue convenzioni. Sono canzoni costruite quasi solo sui versi, in cui la musica non ha quasi altro senso se non quello di suggerire il “tono” da seguire.

La musica di De André si fa più ricca e sostenuta con l’approdo nella Rimini (1978) felliniana dei “Vitelloni”. L’album, composto insieme a Massimo Bubola, segna pero’ una caduta di tono, cedendo a tratti al richiamo del facile ritornello e del ritmo accattivante. La traduzione in italiano (con strane variazioni lessicali in una sorta di immaginario dialetto meridionale) di “Romance in Durango” di Dylan, per il quale il cantautore americano si complimentò di persona con De André è un’intuizione brillante. Ma alcuni brani sembrano costruiti solo sull’eco delle prodezze passate. “Andrea” e “Sally”, comunque, sono due filastrocche magiche, degne del periodo di “Marinella”.
Fa da suggello all’uscita dell’album un tour con la Pfm, testimoniato da un album doppio in cui i classici del cantautore genovese, magistralmente riarrangiati in chiave rock, trovano nuova linfa.

Due donne segnano la vita di Fabrizio De Andre’: Enrica Rignon detta “Puny”, che sposa nel ’62, e Dori Ghezzi, che diviene la sua compagna dal ’75 in poi. E’ con lei che decide di ritirarsi in quella fattoria dell’Agnata in Gallura (Sardegna), che gli ricorda “la Liguria degli anni ’40, in cui c’erano piu’ alberi che case, piu’ animali che uomini”. Ed e’ sempre con Dori Ghezzi che vive l’esperienza drammatica dei quattro mesi di sequestro. Un’esperienza che segna parte dell’album senza titolo che sara’ poi ribattezzato L’Indiano. Neanche di fronte ai suoi rapitori De Andre’ perde il “vizio” di rovesciare la morale comune su colpevoli e giudici. I malviventi sardi, cosi’, diventano “marinai di foresta” o indiani Sioux, criminali e oppressi al contempo. “Sono stato rapito da una banda di Cherokee – raccontava – che, prima ancora di volere i soldi, voleva dimostrare il coraggio di rapire una persona”. Il disco tuttavia e’ uno degli episodi meno convincenti della sua carriera, infarcito di canzoni ripetitive e pedanti, prive di quella magica ispirazione che aveva caratterizzato il decennio ’70. Fa eccezione la struggente “danza indiana” di “Fiume Sand Creek”, che evoca il massacro perpetrato dagli uomini di un certo colonnello Chiwington, il quale venne poi eletto al Senato degli Stati Uniti.

Quando sembra che la sua vena poetica si stia inaridendo, De Andre’ sorprende tutti gettandosi in un progetto tanto ambizioso quanto originale: Crueza de ma, nato dalla collaborazione con Mauro Pagani e scritto integralmente in genovese, “l’idioma neolatino piu’ ricco di fonemi arabi”. E’ l’inno a quella Genova che per De Andre’ rappresentava un piccolo continente a se’, con “il suo sapore di mare, il profumo della sua cucina, ma anche il puzzo del porto e del pesce marcio”, quella Genova che aveva “la faccia di tutti gli esclusi conosciuti nella citta’ vecchia, le ‘graziose’ di via del Campo, i ‘fiori che sbocciano dal letame'”. De Andre’, infatti, pur essendo nato da una famiglia borghese, ha sempre prediletto “i quartieri dove il sole del buon Dio/ non da’ i suoi raggi/ le calate dei vecchi moli/ l’aria spessa carica di sale/ gonfia di odori”, descritti nella “Citta’ vecchia”. “Crueza de ma” e’ un viaggio appassionato nella musica mediterranea, dove gli strumenti della tradizione nordafricana, greca, occitana (dalla gaida macedone alla chitarra andalusa, dallo shannaj turco al liuto arabo) convivono con quelli elettrici in un universo poetico di rara intensita’. Nascono cosi’ brani raffinati come la title track, “Sinan Capudan Pascia’”, “Sidun”. Il disco segna una pietra miliare per l’allora nascente world music italiana ed e’ premiato dalla critica come miglior album dell’anno e del decennio.

Intanto, De Andre’ collabora con l’altro “guru” della scena genovese, Ivano Fossati, in vari brani (tra cui “Questi posti davanti al mare”) e sposa Dori Ghezzi nel 1989. Un anno dopo esce Le nuvole, album tutto sommato interlocutorio, se si eccettua la graffiante metafora della “Domenica delle Salme” e la beffarda ballata di “Don Raffae'” in cui il protagonista, boss detenuto nella cella-reggia di Poggioreale, e’ assistito da un secondino-maggiordomo che e’ al servizio della mala non per disonesta’, ma per la latitanza dello Stato, che si e’ inghiottito i suoi “quaranta concorsi, seicento domande e novanta ricorsi”.

Segue un periodo di silenzio di quattro anni, finche’ nel 1996 Fabrizio De Andre’ torna con Anime Salve, frutto della collaborazione con Ivano Fossati. Quello che e’ destinato a rimanere come il suo testamento musicale e’ anche un disco splendido, un viaggio pieno di suggestioni, sapori, incontri. Da Bahia a Genova, passando per la Sardegna. E’ un percorso affollato di spiriti solitari, che abitano angoli appartati della Terra. “L’isolamento – diceva De Andre’ – ti consente di non stare nel mucchio. E’ la sola condizione idonea a non essere contaminati da passioni di parte, uno stato di tranquillita’ dell’animo che permette di abbandonarsi all’assoluto”. Un obiettivo annunciato fin dal titolo dell’album, che mantiene l’etimo tanto di “animo” quanto di “salvo”, ovvero “spirito solitario”.
Interamente acustico, l’album mescola sapori etnici, jazz, folk. La title track – in cui Fossati accompagna De André anche al canto, imprimendo la sua tipica andatura “rallentata” – è una ballata dolente. “Mi sono visto di spalle che partivo”, recita un verso: e’ un rifiuto dell’identita’ anagrafica, dell’uomo costruito dalla “legge del branco”, che impone a ciascuno dove e come stare al mondo. Un rifiuto simile a quello di “Princesa” (dall’omonimo racconto-intervista di Maurizio Iannelli), il trans brasiliano che tenta di “correggere la fortuna” per finire “tra ingorghi di desideri” maschili. Una straordinaria invenzione letteraria e musicale costruita su ritmi bahiani (una fusione di jazz, pop e bossanova ) e colori tropicali.
Altra solitudine volontaria e libera e’ quella dei Rom, descritti tramite la tribu’ serbo-montenegrina dei “Khorakhane'”, raminga per il mondo “tra le fiamme dei fiori a ridere e a bere”. E’ un’altra ballata acustica, che sfocia in un finale epico, cantato in lingua rom da Dori Ghezzi. Non scampano a un destino di solitudine neanche la tenerissima “Dolcenera” e il pescatore di “Le acciughe fanno il pallone”, che insegue l’impossibile “sogno” di “pescare il pesce d’oro”. E quando “la corsa del tempo spariglia destini e fortune”, nasce l’invidia e la faida di “Disamistade”, che non ha pieta’ di nessuno, innocenti e assassini.
Il disco si chiude con la solenne invocazione di “Smisurata Preghiera” (ispirata dal “Gabbiere” di Alvaro Mutis), che e’ quasi il testamento spirituale dell’intera opera di De Andre’. E’ la testimonianza di chi ha vissuto sempre uno splendido isolamento, presupposto necessario per “consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanita’”. Sono episodi di grande intensita’ emotiva, racchiusi in arrangiamenti raffinati, in bilico tra suoni morbidi e una ritmica prepotente. La chitarra di De Andre’ e’ circondata da un mare di strumenti antichi e nuovi, dalle disparate origini geografiche, nel segno di un sincretismo culturale che si riflette anche nella scelta delle lingue, con brani cantati in italiano, romanes, brasiliano, genovese. E la sua voce profonda, seppur offuscata dal fumo e dagli anni, riesce sempre a incantare. Nel tour successivo, l’abbraccio con i figli, Cristiano e Luvi. Con quest’ultima, si rinnova sul palco il magico duetto di “Geordie”.

“Ho un’estrazione borghese e mi sono adagiato un po’ su questo materasso di piume. Avrei potuto dare molto di piu’ se fossi nato alla Foce, da un pescivendolo”, diceva spesso De Andre’ scherzando sulla sua proverbiale pigrizia. Una pigrizia che faceva disperare i discografici: quasi impossibile strappargli un’intervista (tutt’al piu’, come nel mio caso, qualche risposta scritta, ndr), molto difficile vederlo in tournée. Eppure uno scherzo del destino ha voluto che proprio la sua ultima estate fosse la piu’ densa di appuntamenti. Una sfilza di concerti in tutt’Italia che doveva rilanciarlo, dopo la firma del “contratto-anti-pigrizia”, come aveva ribattezzato l’accordo fino al 2002 con la Ricordi. “Adesso – aveva annunciato – dovro’ decidermi a fare il disco di cover dedicato ai cantautori brasiliani che ho in mente da tempo. Con i miei ritmi non ce la farei a registrarne uno tutto mio”.
Fabrizio De Andre’ e’ morto l’11 gennaio 1999, all’Istituto dei Tumori di Milano. Lascia alla cultura italiana versi e suoni da ricordare; alle cronache musicali, una folla innumerevole di imitatori.

I suoi estimatori gli dedicheranno i versi che Fabrizio aveva scritto per l’amico Luigi Tenco la notte in cui s’era ammazzato: “Ascolta la sua voce/ che ormai canta nel vento/ Dio di misericordia, vedrai, sarai contento”. E’ la “Preghiera in gennaio” di tutti quelli che hanno amato Fabrizio De Andre’.

La carriera quasi quarantennale di Fabrizio De André è stata degnamente ricordata nel triplo box In direzione ostinata e contraria (2005): cinquantaquattro brani, tutti “demasterizzati”, per riassaporare l’aroma originario, imperfezioni incluse.
http://www.ondarock.it/italia/fabriziodeandre.htm

IL MESSAGGIO SUBLIMINALE CHE METTE FINE ALL’EPOCA “BERLUSCONIANA”   Leave a comment


salvator-dali.jpgNON CI POTRESTE CREDERE..VOI,SCUSATEMI,

CHE  NON SIETE PSICHIATRI..

  

MA LA “FINE” DI “FORZA ITALIA”(!!!!!)….

  

E’ STATA GIA’ “SCRITTA”

  

DALLA..”REALTA.. STORIA ..

  

CHE E’ ..IL VERO DIO..CREATORE”

(SONO COSE  (RIFLESSIONI) ..

DI..UNA TALE “SPIRITUALITA’ ..LAICA”   

§(QUELLA VERA… DI COLUI. CHE NON CONOSCIAMO..[PERCHE’ LE “RELIGIONI..

TUTTE LE RELIGIONI DEI 2 MILLENNI PASSATI..NON HANNO POTUTO CONOSCERE ..

A MOTIVO DI UNA OBBIETTIVA “CECITA’ DI MASSA..”

(PER INTENDERSI LA NATURA ..UMANA SERPENTESCA..

DEL PRIMO ADAMO E  DELLA PRIMA EVA)  ..

CHE ERA LA VERA NATURA DEI SACERDOTI EBREI ANTICHI..QUELLI BIBLIBI..

(MA LA BIBBIA ..LO DICO AI CREDULONI..

ORMAI E’ STATO APPURATO..(ANCHE DALLA CHIESA CATTOLICA..   

CHIEDETELO..AI BIBLISTI CATTOLICI..VOI NON SAPETE CHE

E’ STATA SCRITTA NEL 600 CIRCA AVANTI CRISTO.. )

 SONO COSE..RIFLESSIONI..DICEVO..

CHE MOLTI DEI CITTADINI ITALIANI ..

NON SONO IN GRADO DI CAPIRE..

A MOTIVO DI UNA COSCIENZA..NON CORRETTAMENTE ..FORMATA ..

( DON  LORENZO MILANI..QUELLO CHE PER PRIMO LA DENUNCIO’ ..

NON RIUSCI’ AD ENTRARE NELLA TERRA PROMESSA ..(COME MOSE’..).

 MA..

IL MESSAIO SUBLIMINALE CHE DIO ..CHE E’ FURBO..(GRAZIE A DIO!!!)

HA INTRODOTTO DI NASCOSTO..  IN BERLUSCONI SILVIO ..

A MOTIVO DELLA SUA  VERITA’..

E PER SCUOTERE LE COSCIENZE ..

DEI SUOI VERI FIGLI E FRATELLI DI GESU’ CRISTO..IL VERO UNTO)

IL MESSAGGIO E’  QUESTO..

[MI HA PREGATO DI DIRVELO ..ED IO GLI STO’ FACENDO IL PIACERE ..

PERCHE’ AD UN DIO NON SI PUO’ DIRE ..SENZA PRIMA RIFLETTERE ALMENO 5 MINUTI..

(COME MI CONSIGLIA SEMPRE MIO FIGLIO ..PRIMA DI PARLARE..)

“QUARDA VEDO PIU’ TARDI CHE ORA AVREI DA FARE..”

” FIGLUOLI DILETTI..E VERI FRATELLI DEL MIO GESU’..

SILVIO BERLUSCONI E’ IN SOSTANZA..

IL SEGUACE DEL PRIMO COMUNISMO DELLA STORIA UMANA..

(QUESTO  MI HA RIVELATO IN UNA “VISIONE” ..IL MIO DIO E ..DICIAMO PARENTE..)

(VIDEO)..

(COME DICONO ALLA RAI ED A MEDIASET.. AVVISIAMO..

CHE AI BAMBINI E’ CONSIGLIATA LA VISIONE.. IN PRESENZA DEI GENITORI

 COLUI CHE E’..MI MANDA A DIRVI..”

SILVIO BERLUSCONI..E’ IL VERO MIO PRIMO UNTO “COMUNISTA”

DELLA STORIA UMANA..COME IO L’AVEVO PENSATA AL ..”PRINCIPIO”..

CREDETEMI..ALMENO GIUDUCATE DALLE “OPERE”..

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Sono scandali… da “Macina al collo”…i Miserabili…   Leave a comment


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Quella che propongo ai miei lettori…è un’omelia domenicale per i pulpiti delle Chiese …

(se non Vi interessa …è giusto che non proseguiate)  ..

canonicamente non ne ho il diritto..ma lo faccio egualmente perchè nè ho la responsabilità morale..

in quanto..credente in Gesu’ Cristo..

Devo prima spiegarvi ..il senso .. che, probabilmente, non siete riusciti ad afferrare..

riguardo ad  uno dei più spirituali  insegnamenti e più gravi ammonimenti..

di Gesù di Nazaret…

“Gli si accostarono dei bambini…gli Apostoli li ammonirono..Gesù rispose..lasciate che questi bambini stiano con me..

perchè il Regno dei Cieli è di questi piccoli …è  inevitabile che avvengano gli “skandali” ma io vi dico..

Chi scandalizza uno di questi piccoli.. che “credono “in me….

è meglio per lui ..che si metta una macina al collo..e si getti nel mare..”

Chi sono realmente i piccoli che “credono ” in Gesù…?

non sono solo.. fisicamente i bambini piccoli..

spiritualmente  “bambini” …sono…

quelli.. che mettono in pratica il suo insegnamento…

Ed ora parliamo di Skandali  (pietre d’inciampo).. contro il Vangelo.. 

da “macina al collo”…..

“A chi ti toglie il mantello..tu (piccolo) ..dagli anche la tunica…”

Ho letto un racconto di un grande letterato psicologo…Victor Hogo..

molti di voi,sicuramente, lo conosceranno…

un curato accoglie nella sua canonica un povero..che è un ex detenuto..

gli dà da mangiare e da dormire..ma nella notte..questo scappa ..portando via un candelabro..

il giorno dopo ..questi viene accidentalmente fermato per un controllo..e..viene fuori il candelabro..

l’ex detenuto non ha naturalmente altra opprtunitàse non di  di  affermare che lo ha preso in quella canonica ..dal quel curato..

IL Curato..viene quindi interrogato..ma  dice..

“questo Povero Uomo..non ha colpa..

gliel’ho regalato io… per i suoi bisogni..”

La Chiesa cristiana ed il mondo per contro..

è stata… “illuminata “…da questa “luce divina”.. 

ma non sono più i Tempi..

Il messagio evangelico è ora affidato a Sacerdoti..che denunciano i ladri di elemosine..

ad “arcivescovi” …che cacciano di Chiesa.. fedeli praticanti che vanno  a Messa…

perchè  loro sono i padroni di casa.. ed in casa loro ci sta’ chi gli pare e piace..

(questi si’…sono “passibili” di “sospensione a divinis” secondo il giudizio di Cristo.. altro che “preti innamorati”)

a “Vescovi “che trasmettono insegnamenti irreprensibili …

secondo la Congregazione della Dottrina della Fede (presieduta dall’allora ..Cardinal  Ratzinger) 

salvo poi…partecipare ,di nascosto, a festini  sado-maso

a Santa Sede..a Segretari di Stato..che chiedono l’esenzione degli edifici canonici allo  stato italiano..

prima ancora che questo  levasse l’ICI sulla prima casa..dei semi-poveri..

a Segretari di Conferenze Episcopali.. come monsignor Bagnasco..

che fà analisi sulla situazione italiana attuale ..(leggi articolo)

situazione.. in mano ad una coalizione di partiti ed a un presidente del consiglio…

che si  sono interessati.. “prioritariamente “..delle sue peripezie processuali …

e poi ..degli zingari ..

e poi della prostituzione sulla strada..

ma non ancora dei pensionati ai minimi vitali…

(purtoppo la manovra economica ..costerà qualche lacrima..non delle sue..)

Presidente.. che , prontamente , è  andato  a “baciare” l’anello di Benedetto XVI….

promettendo…ben accolto.. come “esempio” devoto..

incondizionati  ulteriori aiuti economici..

a sostegno dell’insegnamento cattolico..

C’è  “legittimamente” da preoccuparsi , come se ne duole… il Vaticano..ma non Gesù Cristo.. 

se aumenta  l’espansione anche tra gli italiani..

della fede nell’islamismo o nel buddismo?

ritengono opportuno tollerare le “uscite”

 deiste-primitive di Borghezio che arringa le folle padane..

al grido: “Europa cristiana..Mai..mussulmana”? 

O più “legittimamente” ci sarebbe da constatare…. che sarebbe..

“doveroso ” piuttosto…

mettersi ..secondo i “consigli evangelici”

del loro Maestro…

una” macina al collo” ..!!!

E ora…tanto per sdrammatizzare….(io sono portato troppo… a drammatizzare)

Vi racconto una storiella..

la  scrisse  Antony de Mello..un gesuita..una spiritualità aperta..

 ad un confronto “serio” tra le Religioni dell’umanità…

un matacchione di quelli !!!!

(nota: nell’agosto del 1998 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha dichiarato che “le posizioni di Antony de Mello” sono incompatibili con la fede cattolica e “possono provocare gravi danni”

si chiama ..

“L’INVENTORE DEL FUOCO”

“Dopo lunghi anni di lavoro..un inventore…

 scoprì l’arte di accendere il fuoco.

Portò con sè i suoi attrezzi nelle regioni del Nord , ammantate di neve,

e insegnò a una tribù quell’arte …e i suoi vantaggi…

La gente era così affascinata da quella novità..

 che a nessuno venne in mente di ringraziare l’inventore…

,il quale,un giorno.. se ne andò in silenzio.


La seconda tribù presso cui si recò…
 

era altrettanto ansiosa di imparare della prima.


Ma i preti locali,

gelosi dell’ascendente che egli ..esercitava sul popolo,

lo fecero assassinare.


Per sviare i sospetti…

fecero collocare un ritratto del Gran Inventore in bella vista….  sull’altare del tempio…

studiarono una speciale liturgia ..

che rendesse omaggio al suo nome..

 e ne mantenesse vivo il ricordo…

 e posero la “massima cura”.. nell’evitare ..

che si modificasse o omettesse…

anche una sola virgola… di tale liturgia.
Gli attrezzi per accendere il fuoco…

 furono conservati in uno scrigno

e si diceva che avessero il potere di guarire…

tutti coloro che vi ponevano sopra le mani ..

con spirito di fede.
Il Sommo Sacerdote ..

si incaricò personalmente…

di redigere… una biografia dell’inventore.

Nel Libro Sacro ..in cui venivano presentate..

 la Sua tenerezza e la Sua generosità…
(come esempio da imitare per tutti..)

si tesseva l’elogio delle Sue opere grandiose..

 e la sua origine soprannaturale….

 era diventata articolo di fede.
I preti si occuparono di tramandare il libro alle generazioni successive…

mentre interpretavano …con autorevolezza..

il senso delle sue parole …

e il significato profondo della santità della Sua vita e della Sua morte.
Chiunque si discostasse dai Suoi insegnamenti …

veniva punito senza pietà con la tortura o il rogo o la scomunica.
“ASSORTA”…  com’era ..

nelle …”attività religiose”..

 la gente…

finì…

 per dimenticare …

come si accendeva il Fuoco.”

(Un anno dopo aver scritto.. questa “paraboletta” ..

 de Mello fu trovato morto in una stanza d’albergo,

morto per “attacco cardiaco”..

come Giovanni Paolo I.. papa Luciani..(  33 giorni di pontificato)

e lo scrittore,frate trappista,… Thomas Merton.

Provvidenza Divina?

[“La preghiera della rana”di Anthony de Mello-(era pubblicato ,prima del provvedimento , dalle edizioni  Paoline.]

BRUNETTA…il Grande..   Leave a comment


brunetta-renato.jpg“Non vogliamo far torto a nessuno – ha aggiunto il ministro – ma evitare gli abusi, perché è ora di dire basta ai furbastri che vengono qui per togliere la pensione a chi ne ha bisogno”. (articolo)

Pensioni d’oro per i Parlamentari

Mentre ai cittadini sono richiesti dei sacrifici, la casta dei politici gode di trattamenti previdenziali di favore. Da 3 a 10 mila euro al mese con soli cinque anni di contributi
Attualmente per andare in pensione sono richiesti 35 anni di contributi e 57 anni di età. E dal prossimo anno, se non ci saranno modifiche legislative, saranno necessari 60 anni di età.

Ma così non è possibile andare avanti. Serve una riforma. Perché con l’allungamento della vita e per il bene della finanza pubblica, occorre smettere di lavorare più tardi.

Riformisti, di destra e di sinistra, di mezzo. Associazioni imprenditoriali, organismi internazionali. Tutti, all’unisono, fermi nell’invocare profondi interventi sul sistema previdenziale.
“Lavorare di più per prendere di meno”. E’ questa la soluzione proposta.
Un sacrificio, ma che salvaguarda il Pil e garantisce la produttività del sistema Italia. Un vero peccato, però, che questo spirito si fermi alle porte del Parlamento.

 Il vitalizio dei deputati e dei senatori ha le caratteristiche di un vero e proprio privilegio. Regole e leggi lo dimostrano.
Prendiamo i deputati, per i quali è in vigore un regolamento del 1997. Gli onorevoli, il cui mandato parlamentare è iniziato dopo la XIII legislatura del 1996, acquisiscono il diritto alla pensione a 65 anni di età e con 5 anni (una legislatura) di contributi.
Ma questo trattamento, simil cittadino comune, nasconde il trucco. Il diritto alla pensione è fissato al sessantacinquesimo anno di età, peccato che tale limite si abbassa di un anno per ogni ulteriore anno di mandato oltre i cinque. Sino a raggiungere il traguardo dei 60 anni.

Se vi state incazzando, aspettate. Perché c’è dell’altro. Gran parte dei deputati è stata eletta prima del 1996, cioè prima della riforma. Ciò significa che si ha diritto alla pensione a 60 anni di età, riducibili a 50 utilizzando gli anni di mandato oltre i cinque minimi richiesti. E così con oltre tre legislature – e 20 anni di contributi – è possibile accedere alla pensione con meno di 50 anni!

Non sono da meno i senatori. Anche qui c’è stata una riforma, in base alla quale a partire dalla XIV legislatura del 2001 questi servi Patriae hanno diritto alla pensione a 65 anni e a condizione di aver svolto un mandato di cinque anni.
Ma dietro l’apparenza si cela l’inganno. Ed ecco, infatti, che fioccano le deroghe. Per chi è stato eletto prima del 2001, il cui diritto al vitalizio scatta a 60 anni con una sola legislatura (5 anni), a 55 con due (10 anni) e a 50 con tre mandati (15 anni). Per gli eletti dal 2001, che possono andare in pensione a 60 se hanno conquistato un secondo mandato.

Due anni e sei mesi sono meglio di 35, ovvero via libera alle baby pensioni. Un cittadino per godere della pensione di anzianità deve avere 57 anni, 60 dal 2008, e aver versato contributi per 35. Troppi per deputati e senatori che hanno abbassato il limite contributivo a una legislatura: 5 anni.
Inoltre i parlamentari, per evitare i rischi dell’instabilità politica, con il rischio di chiusura anticipata delle Camere, hanno deciso che sono sufficienti, per aver diritto al vitalizio, due anni e sei mesi. Basta, poi, pagare contributi volontari per i due anni e mezzo mancanti, ma con calma. Onorevoli e senatori possono saldare il debito a fine mandato e in 60 comode rate.

Il metodo contributivo riduce le pensioni. Meglio non utilizzarlo. A partire dal 1996, successivamente alla riforma Dini, il lavoratori hanno abbandonato il vantaggioso calcolo retributivo, che fissava la pensione in base a una media dello stipendio degli ultimi anni di lavoro.
Al suo posto è subentrato il calcolo contributivo che funziona come una polizza. Il reddito pensionistico è pari ai contributi – rivalutati – effettivamente versati. Con il risultato di avere pensioni molto più basse delle attuali di circa il 40, 50%.

A tale rigore i furbetti del Parlamento non hanno voluto soggiacere.

Il meccanismo escogitato è stato quello di legare una percentuale a ciascun anno.

Per cinque anni di mandato si ha diritto al 25% dell’indennità lorda (12 mila 434 euro): 3.109 euro di vitalizio.

Per 10 anni al 38%: 4.725 euro.

Per 20 al 68%: 8.455 euro.

 Infine il gran finale: con 30 anni di mandato si ha diritto a un vitalizio pari all’80% dell’indennità, 9.947 euro al mese.

E per contrastare i pericoli delle spinte inflative è stata introdotta la clausola d’oro, in base alla quale la pensione si rivaluta automaticamente, essendo legata all’importo dell’indennità del parlamentare ancora in servizio.

Il sistema delle pensioni parlamentari costa parecchio alle tasche dei contribuenti.

 Nel 2006 a Montecitorio sono costate 127 milioni di euro (ci sono 2005 pensionati sul foglio paga), contro 9 milioni 400 mila di contributi versati dai deputati in carica.

Situazione simile al Senato dove ogni anno sono spesi per le pensioni quasi 60 milioni di euro a fronte dei 4 milioni 800 mila di entrate contributive. Con il risultato che le casse parlamentari hanno chiuso il 2006 con un buco di ben 174 milioni di euro.

Eppure sull’orizzonte riformista non si staglia alcun urlo di dissenso. Vige, anzi, un silenzio bipartisan. Un comune intento che salva il portafoglio e la vecchiaia di deputati e di senatori. Un po’ meno la faccia…

Per il cittadino comune, preso a tenaglia dal dissesto dell’Inps/dalla vita media che si allunga/dal conflitto generazionale/dalla necessità di creare un sistema di ammortizzatori sociali/dalla necessità di adeguarsi all’Europa, ci sono poche scelte. Sono tre. La prima, il sacrificio della liquidazione. La seconda, lavorare fino alla soglia dei 70 anni. La terza, affidarsi alle rime di Gioacchino Belli:

E pper urtimo, Iddio sce bbenedica,
viè la Morte, e ffinisce co l’inferno.

(tratto da La vita dell’Omo, Sonetti romaneschi)

(pensioni d’oro per i prlamentari)

(trattamento economico dei deputati)

 

Il Vangelo di Tommaso.(dal III secolo sotto terra..quindi ..incontaminato..)   3 comments


qumransz1.jpg

 Questo è il luogo dove nel 1945.. furono scoperte alcune anfore ,

contenenti manoscritti antichi..tra cui il Vangelo di Tommaso…

Vi consiglio di leggere ed ascoltare questo ” meraviglioso” evangelo.. 

e di farne un parallelo.. con i 3 sinottici che conosciamo…

( un consiglio responsabile..cominciate a pensare ai 3 sinottici..

 non..come 3 vangeli ” distinti” scritti da MAtteo,Marco e Luca..

perchè in realtà sono unicamente ..un Unico  Vangelo..

indirizzato a popoli o gruppi di persone..diverse..

in realtà “esistono” solo   2 Vangeli.. 1 quello “sinottico” e 2 quello Di Giovanni ..

che poi..non fù realmente scritto da Giovanni..ma ..

” dal discepolo Prediletto…” probabilmente..il discepolo Lazzaro..risuscitato

CARMELO RENDA  (che dio ti benedica..)

“il silenzio di Dio”

l fabbro tira con il martello sull’incudine,
il tempo che intercorre tra un colpo e l’altro
per modellare il ferro, viene percepito come silenzio di Dio.
Attendiamo il colpo ultimo, quello definitivo,
che Dio tira per ultimare la sua opera
il Suo Regno.  

link al   Vangelo  DI TOMMASO ….altro link ben fatto

“La mongolfiera”

 
Ho scelto il simbolo della mongolfiera perchè la verità anche essendo unica, ai nostri occhi appare mutabile, proprio come se stessimo osservando il mondo da una mongolfiera, a bordo ci sono un uomo e una donna, stretti per la mano, compiono un volo verso la verità.Non scrivo pensando, lo scritto rimane e le parole volano.
Scrivo pensando, lo scritto rimane e il pensiero si evolve.
Scrivo pensando, lo scritto rimane e la volontà di Dio si compie.
Lo scritto rimane e la verità si avvicina.
Lo scritto rimane e gli errori si possono riparare.
Scrivo quel che penso ma dopo averlo scritto potrei non condividerlo più.
DHAMMAPADA
Il cammino della liberazione
Antico canone buddista
1 Siamo ciò che pensiamo.
Tutto ciò che siamo
è prodotto dalla nostra mente.
Ogni parola o azione
che nasce da un pensiero torbido
è seguita dalla sofferenza,
come la ruota del carro
segue lo zoccolo del bue.
2 Siamo ciò che pensiamo.
Tutto ciò che siamo
è prodotto dalla nostra mente.
Ogni parola o azione
che nasce da un pensiero limpido
è seguita dalla gioia,
come la tua ombra ti segue,
inseparabile.

VERSI AUREI

 
Venera anzitutto gli Dei immortali secondo la legge, e serba il giuramento.
Onora poi i radiosi Eroi divinificati e ai daimoni sotterranei offri, secondo il rito.
Anche i genitori onora, e chi a te per sangue sia più vicino.
Degli altri, fatti amico chi per Virtù è il migliore imitandolo nel calmo parlare, nelle azioni utili.
Per lieve colpa, non adirarti con l’amico sinché tu lo possa. Presso il potere vige la necessità.
Queste cose sappi, e queste altre domina: il ventre anzitutto e. così pure sonno, sesso e collera.
Non far cosa che sia turpe in faccia ad altri o a te stesso; ma soprattutto rispetta te stesso.
Poi con le opere e la parola esercita la giustizia.
In ogni cosa, di agir senza riflettere perdi l’abitudine.
Delle ricchezze e degli onori, accetta ora il venire, ora il dipartirsi.
Di quei mali, che per daimonico destino toccano ai mortali, con animo calmo,
senz’ira sopporta la tua parte pur alleviandoli, per quanto ti è dato:
e ricordati che non estremi sono quelli riservati dalla Moira al Saggio.
Buono o cattivo può essere il parlare degli uomini; che esso non ti turbi, non permettere che ti distolga.
E se mai venisse detta falsità, ad essa calmo opponiti.
Ciò che inoltre ora ti dirò, in tutto osservalo: che nessuno, con parole o con atti,
ti porti a dire o a fare cosa che per te non sia il meglio.
Prendi consiglio prima di agire a che non ne seguano effetti funesti.
Fare o dire cose futili e sciocche è da uomo misero; tu, invece, fa cose di cui non abbia a pentirti.
Nulla, dunque, di cui non sappia; scorgi quel che davvero ti è necessario – e felice sarà la tua vita.
Non conviene trascurare la salute del corpo.
Nelle bevande, nel cibo, negli esercizi ginnici serba misura.
La misura, dico, che da ogni turbamento ti preserverà.
Abituati ad una vita monda e priva di mollezze e astienti dal far ciò che attira l’invidia.
Non spendere avventatamente, come chi ignora quel che vale, senza però essere gretto:
la misura in ogni cosa è la perfezione.
Fa dunque quel che non ti nuocerà, riflettendo bene prima di agire.
Dalla dolcezza del sonno sorgendo fissa con cura tutto ciò che nella giornata farai,
e [a sera] i tuoi occhi, ancorché stanchi, non accolgano il sonno senza esserti prima chiesto quel che facesti:
Dove son stato? Che cosa ho fatto? Che cosa ho omesso di quel che avrei dovuto fare?
Cominciando dalla prima azione fino all’ ultima, e di nuovo tornandovi.
Se hai compiuto cose, spregevoli, punisciti; se hai rettamente agito rallegrati.
Queste cose sforzati di fare, a queste cose applicati, con fervore.
Ed esse ti metteranno sulla via della virtù divina.
Sì, per colui che nella nostra anima trasfuse la Tetrade, fonte perenne della natura!
Inizia dunque l’opera, ma prima gli Dèi invoca, a che te la portino a compimento.
Da tutto ciò reso forte, degli Dèi immortali e degli uomini mortali conoscerai l’essenza
e come ogni cosa si svolge e giunge al termine.
Conoscerai anche come sia legge una Natura uguale a sè stessa in tutte le cose.
Così non avrai vani desideri, e nulla ti resterà celato.
Saprai che gli uomini soffrono mali da loro stessi scelti. infelici che, avendolo vicino, il bene non vedono né intendono!
Pochi conoscono il modo di liberarsi dai mali: a tal segno la Moira offusca la mente dei mortali!
Come trottole qua e là sono sospinti tra urti senza fine.
Funesta loro compagna, una congenita, inconscia irosità li mena a rovina,
irosità alla quale conviene tu non dia esca, né che ad essa resista, ma che devi scansare.
Zeus padre, da tanti mali libereresti certamente gli uomini se rivelassi loro quale sia il loro vero daimone!
Ma tu confida, perchè divina è la razza di quei mortali cui la sacra natura manifestandosi parla.
Se in te v’ è alcunchè di quella razza, riuscirai in ciò a cui ti esorto.
Avendo risanata la tua anima da quei mali la libererai.
Astienti però dai cibi di cui ti dissi. E abbi intelletto, e nelle purgazioni, e nella liberazione dell’anima.
Ogni cosa osserva, distingui e valuta, l’intelletto dall’alto eleggendo per guida adeguata.
Allora, lasciato il corpo, salirai al libero etere.
Sarai un dio immortale, incorruttibile, invulnerabile. PITAGORA

Date a me quello che è mio

 
Giovedì 5 Gennaio 2006
Rifletto su una frase che è riportata sia dal Vangelo di Tommaso che dai vangeli Canonici, la domanda che bisogna porsi è, la differenza è lieve o abissale? La frase riportata nei vangeli canonici dice così:Matteo 22:17 
17 Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: «Perché mi tentate, ipocriti? 19 Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli porsero un denaro. 20 Ed egli domandò loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?» 21 Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio». 22 Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono.
Nel Vangelo di Tommaso dice: 
100. Mostrarono a Gesù una moneta d’oro e gli dissero, “Gli uomini dell’imperatore romano ci chiedono le tasse.”
Lui disse loro, “Date all’imperatore quello che è dell’imperatore, date a Dio quello che è di Dio, e date a me quel che è mio.”


La riflessione è questa, se la frase del Vangelo di Tommaso fosse stata davvero pronunciata da Gesù e qualcuno volontariamente e con malizia avesse eliminato la parte di frase di Gesù in cui afferma ” date a me quel che è mio ” allora quella mano ha commesso la riparabile ingiustizia di sottrarre al singolo individuo la proprietà di cui solo lui è il legittimo proprietario.
In altri termini la frase del Vangelo di Tommaso potrebbe avere il senso, rispettà l’autorità dello stato, non sottrarti a quello che è spirituale, non farti sottrarre ciò che ti appartiene.
In pratica se la frase che Gesù ha realmente pronunciato fosse quella del Vangelo di Tommaso, avrebbe anche il senso di, ” riporta quello che ho detto e continua a pensarla come credi”. Nessuno può impedire l’individuo a dare tutto se stesso, tutto ciò che gli appartiene alle autorità e a Dio.

alcuni commenti:

very interesting, but I don’t agree with you
Idetrorce

fratello mio sei su una falsa strada.
io pregherò per te, per il MIO E TUO DIO e la Madre Santa Maria Ss. ti illuminino nel loro AMORE, pagando così il tributo dell’AMORE A COLUI CHE CI HA CREATI E REDENTI.

Postato Venerdì, 4 Gennaio 2008 alle 7:22 pm da maria 

sorella..dimmi..ma cosa ho fatto di male..me lo dici?
pensi che sono tanto di fuori?

39. Gesù disse, “I Farisei e gli accademici hanno preso le chiavi della conoscenza e le hanno nascoste. Non sono entrati, e non hanno permesso a quelli che volevano entrare di farlo.Quanto a voi, siate furbi come serpenti e semplici come colombe.”
34. Gesù disse, “Se un cieco guida un cieco, entrambi cadranno in un fosso.”
6. I suoi discepoli gli chiesero e dissero, “Vuoi che digiuniamo? Come dobbiamo pregare? Dobbiamo fare elemosine? Quale dieta dobbiamo osservare?”

6-b. Gesù disse, “Non mentite, e non fate ciò che odiate, perché ogni cosa è manifesta in cielo. Alla fine, nulla di quanto è nascosto non sarà rivelato, e nulla di quanto è celato resterà nascosto.”

3. Gesù disse, “Se i vostri capi vi diranno, ‘Vedete, il Regno è nei cieli’, allora gli uccelli dei cieli vi precederanno. Se vi diranno, ‘È nei mari’, allora i pesci vi precederanno. Invece, il Regno è dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete sarete riconosciuti, e comprenderete di essere figli del Padre vivente. Ma se non vi conoscerete, allora vivrete in miseria, e sarete la miseria stessa.”

26. Gesù disse, “Voi guardate alla pagliuzza nell’occhio del vostro amico, ma non vedete la trave nel vostro occhio. Quando rimuoverete la trave dal vostro occhio, allora ci vedrete abbastanza bene da rimuovere la pagliuzza dall’occhio dell’amico.” 67. Gesù disse, “Quelli che sanno tutto, ma sono carenti dentro, mancano di tutto.” 102. Gesù disse, “Maledetti i Farisei! Sono come un cane che dorme nella mangiatoia: il cane non mangia, e non fa mangiare il bestiame.”

Postato Domenica, 6 Gennaio 2008 alle 11:56 pm da andrea

Misericordia..io voglio..e non ..sacrificio…De Andrè..”religioso”   Leave a comment


 

 

 

 

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