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Master of the Universe (Padroni dell’Universo)   Leave a comment


 

 

 

Marc Bauder incontra Rainer Voss, fino a qualche anno fa uno dei “dominatori dell’universo”, broker al soldo di banche e società d’investimento che trattano e scambiano denaro per centinaia di milioni di euro al giorno. Dentro un edificio che potrebbe essere la sede di una banca, quasi come se fosse dentro la pancia di un mostro potente e invisibile, Bauder interroga Voss che, con diligenza e precisione, prova a descrivere quel che ha visto nei suoi anni passati a ingrassare quel mostro.

All’interno di un grattacielo nella sede del centro finanziario di Francoforte, Rainer Voss si racconta alla macchina da presa di Marc Bauder. Da ex “dominatore dell’universo”, broker al lavoro per società d’investimento il cui unico obiettivo è macinare più denaro possibile, svela i meccanismi che hanno portato alla grande crisi finanziaria europea.
Alla fine di Master of the Universe si ha l’impressione di aver assistito ad un singolare interrogatorio oppure alla registrazione, magari più creativa del solito, di una serie di rivelazioni ad uso di un invisibile psicanalista. Il documentario di Marc Bauder potrebbe essere davvero entrambe le cose, ma si commetterebbe un grave errore a relegare un lavoro tanto potente tra questi due poli, anche alla luce di tutte le sfumature di significato e obiettivo che li distanziano. Fin dal prologo, infatti, si intuisce il campo più vasto, alla fine realmente universale, abbracciato dallo sguardo del documentarista: in questo senso, colpisce per sintesi l’inquadratura esterna e gelida di un grattacielo vuoto con solo un ufficio ancora illuminato oltre qualsiasi orario di lavoro lecito.
Da subito, Bauder si dimostra cineasta lineare e per nulla incline all’abbellimento, capace di dare il giusto peso a inserti tanto disumanizzati posti tra uno segmento e l’altro dell’intervista: a ben vedere, sono veri e propri non luoghi, nell’esatta accezione data dall’antropologo francese Marc Augé, quelli in cui si muove il pentito dell’Alta Finanza, possibilità scenografiche perfettamente in grado di rappresentare l’epoca del racconto e sue conseguenze, spazi mai compiuti e realmente riconoscibili, veicoli di solitudine e alienamento. In breve, questo poderoso faccia a faccia con colpevoli fatti di carne e ossa («Basterebbe dirgli di smetterla» afferma Voss) è una diagnosi attendibile sulle motivazioni della grande crisi economica, l’insieme di risposte che non vogliono essere ascoltate, il rovescio reale e raggelante delle mercificazioni cinematografiche sull’argomento.
Film-denuncia nella più precisa accezione dell’espressione, Master of the Universe racconta, dall’interno, una vera e propria educazione all’abuso di potere che ha messo in ginocchio l’Europa tra deliri di onnipotenza (“ti sembra che spingendo un tasto, tu abbia cambiato il corso della storia”) e un opprimente senso di inquietudine benissimo restituito dalle immagini. Può destare noia soltanto in chi non ha a cuore il proprio futuro.

Pubblicato 8 dicembre 2015 da sorriso47 in spiritualità

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THRIVE..un film sulle Lobbies americane che governano il mondo   Leave a comment


un film sulle Lobbies americane che governano il mondo..che controllano l’energia,il cibo,la sanità,la scuola,il denaro,la politica degli Stati….secondo il loro progetto di Governo mondiale…

datevi il tempo di vederlo..cosi capirete perchè il mondo attuale non ha alternative per vivere meglio…

il film è qui visibile in più di 20 lingue…      http://www.thrivemovement.com/the_movie

 

Così la finanza parassitaria ci ha portato nella crisi (500° post !!! )   Leave a comment


I guasti dell’economia globale nell’ultimo libro di Federico Rampini. Le cure escogitate per contrastare la grande recessione hanno provocato distorsioni e ingiustizie. La sindrome del “Too Big to Fail” è diventata il ricatto di Wall Street nei confronti dell’intera nazione americana

di FEDERICO FUBINI

banchieri

Quando è arrivato Hibernia Atlantic, era da oltre dieci anni che non si osava prendere un’iniziativa del genere. Da quando la bolla della new economy era scoppiata al giro di boa del millennio, nessuno aveva più posato un cavo a fibre ottiche sul fondo dell’Atlantico.

Poi nel 2011 è stato fatto, qualcuno ha depositato “ventimila leghe sotto i mari” Hibernia Atlantic: ma non era un cavo come gli altri, quelli percorribili da centinaia di milioni di persone che hanno qualcosa da comunicare da una sponda all’altra dell’oceano.

No, quella era un’infrastruttura per pochi: per gli operatori del cosiddetto “high frequency trading”, gli scambi “ad alta frequenza” che puntano a registrare guadagni sul mercato azionario o sui cambi grazie alla rapidità delle operazioni misurata in millisecondi.

Sono operazioni dietro le quali non c’è alcun calcolo razionale sulla qualità di una certa azienda, sui tassi d’interesse o la forza di un’economia o sul modo migliore di allocare il capitale in modo che sia più produttivo, crei più posti di lavoro, porti crescita per tutti.

La sola cosa che conta è la velocità, a costo di perdere il controllo e destabilizzare l’intero listino principale di Wall Street come accadde per il 6 maggio 2010. E Hibernia Atlantic è un cavo che può far guadagnare “ben cinque millisecondi”, scrive Federico Rampini senza riuscire a trattenere il sarcasmo.

Corrispondente di Repubblica a New York, Rampini nel suo ultimo libro (Banchieri. Storie dal nuovo banditismo globale, Mondadori) racconta una gran quantità di storie come questa.

Lo fa per guidarci fra i paradossi dell’Occidente sei anni dopo il giorno in cui qualcosa di spezzò per sempre con il fallimento di Lehman Brothers.

“Se rinasco, in un’altra vita vorrei insegnare l’economia ai bambini – confessa l’autore – Perché crescano armati degli utensili giusti, perché nessuno li possa ingannare con il linguaggio dei tecnocrati”.

E forse Banchieri non è un libro scritto nell’idea di farlo distribuire nelle scuole elementari o medie, ma fin dalle prime pagine si avverte il tentativo di parlare ai non addetti ai lavori.

Il messaggio di fondo del libro, nello stile prima ancora che nei contenuti, è che non devono essere sempre e solo gli esperti a poter parlare con cognizione di causa delle assurdità del sistema finanziario globale. Tutti devono poter capire.
A sei anni dall’esplodere della crisi (“la Grande Contrazione”), Rampini non fa che trovare conferme di quella che per lui è la natura parassitaria delle banche. Ovunque getti lo sguardo, in Italia come negli Stati Uniti.

A New York, nota come i banchieri di Wall Street siano diventati più arroganti e i loro istituti più esposti a rischi scriteriati dopo che la Federal Reserve e il governo americano sono intervenuti per salvarli. La sindrome del Too Big to Fail, “troppo grande per fallire” (o meglio: perché si possa lasciar fallire) è diventato la realtà finanziaria delle mega-banche salvate nel 2008-2009 e implicito ricatto di Wall Street nei confronti di una nazione intera.

Il bilancio di Lehman era di 637 miliardi di dollari quando la banca saltò. Quello di Jp Morgan oggi è di 2.300 miliardi, cresciuto a dismisura proprio perché i manager dell’istituto sanno che il governo americano dovrà comunque aiutarli in caso di difficoltà, pena un’altra detonazione nucleare ancora peggiore.

Neanche l’Italia sfugge alla critica. “Nel corso del 2012 le banche hanno tagliato alle imprese italiane 44 miliardi di euro di finanziamenti”, constata Rampini. Quelle stesse case finanziarie, spesso dai nomi blasonati, hanno assorbito in silenzio la loro parte dei 500 miliardi netti – o mille miliardi lordi – di prestiti straordinari della Bce.

“I banchieri si sono incamerati gli aiuti di Draghi – accusa l’autore – ma non hanno restituito nulla al paese.

Hanno negato agli imprenditori veri le risorse indispensabili per produrre, esportare, assumere”.

Non c’è però solo l’indignazione, nel discorso di Banchieri. C’è anche una buona dose di (amara) riflessione, per esempio sul ruolo sempre più scomodo che hanno dovuto assumere le banche centrali nelle società occidentali. Quando hanno sospeso tutte le cautele e si sono messe a stampare denaro, la Federal Reserve americana o la Bank of Japan hanno sì salvato il mondo avanzato da una spirale depressiva simile a quella degli anni ’30. Ma lo hanno fatto dopo aver mancato di vedere che si sarebbe arrivati a un punto di rottura e producendo nuove distorsioni e vantaggi per i più ricchi in seguito.

La creazione di liquidità tiene a galla l’economia, ma lo fa premiando chi può investire di più nei mercati finanziari. Draghi alla Bce o Ben Bernanke alla Fed hanno assunto un ruolo che Rampini definisce di “onnipotenti”.

Ma proprio l’aver bisogno di eroi del genere dà la misura della nostra fragilità.

“Il culto della personalità – dice l’autore a questo proposito – può raggiungere talvolta delle vette imbarazzanti”.

La terza vena che attraversa il libro, forse la più sentita, è quella personale. Più che un saggio, Banchieri è il diario di una vita vissuta attraverso la crisi. La moglie Stefania che abbandona la professione di trader a San Francisco e passa a contratti a tempo, anno dopo anno, a New York.

Il fastidio all’apprendere che Kathy, l’insegnate di yoga kundalini, dia lezioni speciali per i banchieri di Goldman Sachs. Il frastuono di New York che ti insegue fino al 31 esimo piano, da cui si riesce a fuggire solo nei concerti di Bach in una chiesetta evangelica luterana vicino a Central Park. Anche questo forse è downshifting, scalare alla marcia più bassa, o downsizing, ridimensionare il tenore di vita: espressioni passate di colpo dal gergo dei grandi gruppi industriali a quello delle famiglie. E se qualcuno alla fine chiedesse dov’è la pars construens, la via d’uscita, la risposta è pronta: “Insegnate l’economia ai bambini”.

rampini

Il futuro? “Giovani, ve lo dovete prendere: a gomitate. Viaggiate! Ma non solo all’estero. Anche in Italia, per mettere in discussioni ideologie soffocanti. E scoprire le nostre eccellenze, perché è su queste che bisogna costruire”. Non è un dibattito, ma un “processo”, quello che va in scena nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale con il corrispondente di Repubblica da New York Federico Rampini e il direttore della Banca d’Italia Salvatore Rossi al Festival della Scienza. “Un processo per trovare un colpevole, e rispondere alla domanda: chi ha rubato il futuro ai giovani? — incalza Rampini, rivolgendosi ai ragazzi in sala ma anche alle tante “pantere grigie” — L’idea, radicata nel nostro Paese, è che i colpevoli siamo noi. Ovvero, quelle generazioni che hanno accumulato privilegi, che hanno vissuto l’epoca delle vacche grasse contribuendo allo spreco di risorse. Lo abbiamo sentito ripetere dai nostri governanti a iosa. Ma questa è una falsità, una mistificazione ideologica: solo in Italia si rappresenta la crisi in termini di conflitto generazionale. Giovani, faccio un appello: non siate pigri, non lasciatevi sedurre dalle ideologie che trovate sul mercato, rimettete tutto in discussione”.
GUARDA LE IMMAGINI
Ma dove va ricercata, la colpa della crisi? Il direttore della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, punta il dito contro gli anni Settanta: “In quegli anni — riflette — c’è stata una svolta anche negativa: oggi il denaro pubblico a disposizione è molto poco, e abbiamo un debito molto alto che ha iniziato a formarsi in quegli anni di furore ideologico. E’ in quel periodo che è stato costruito un sistema di welfare inefficiente. E quei disastri, non solo finanziari, ma anche relativi alle regole del gioco, all’istruzione, pesano ancora su di noi”.
Non è d’accordo Rampini, che invece attacca la politica di austerità ispirata dalla Germania: “Siamo prigionieri delle idee di qualche economista defunto — spiega, e parte l’applauso — l’idea che la priorità sia quella di ripianare i conti pubblici risale agli anni Trenta. Angela Merkel si riferisce a pensatori ancora più defunti di Keynes. E allora, ragazzi, non scambiate l’economia per una religione e studiatela: vi serve come cittadini per non essere succubi di queste mistificazioni ideologiche. Il debito pubblico, insegnava Keynes, non è il condensato dei peccati: è uno strumento di politica economica. Se confrontiamo i tassi di disoccupazione giovanile di altri paesi vedrete che gli Usa hanno un debito pubblico, in proporzione al loro Pil, più alto del nostro e un tasso di disoccupazione giovanile che è la metà del nostro”.
Le vere storture, piuttosto, secondo Rampini sono da ricercare altrove: “Non aver colpito fino in fondo l’evasione fiscale, per esempio. E poi, i sussidi di Stato depredati dalla Fiat: un vero esempio di capitalismo parassitario. Ecco: questo è il processo che vorrei sentire più spesso in Italia”.
Il consiglio, per i ragazzi in sala che si alzano in piedi e chiedono come fare, per riprendersi il futuro per le mani, è di «apprendere continuamente — suggerisce Salvatore Rossi — perché se una volta bastava andare a scuola e imparare le nozioni, ora il mondo cavalca un cambiamento continuo».

E poi, aggiunge Rampini, “viaggiare. All’estero, ma anche in Italia. Per scoprire, per esempio, che la città di Pechino da molti anni acquista il modello di formazione professionale dalla provincia autonoma di Trento”. Infine, dinamismo. Perché «il neolaureato americano — aggiunge Rampini — se non riceve una risposta, fa scattare il piano B: il lavoro se lo crea». Il futuro non è stato rubato: bisogna costruirselo.

La tragedia del popolo argentino (a causa dei suoi politici) si ripete sul popolo greco   Leave a comment


Italia 1 – Mistero: Puntata del 1 giugno 2010

“1-Se lo Stato garantisse ed emettesse in proprio dei Buoni Nazionali non convertibili.
2-Se lo Stato utilizzasse in percentuale tali buoni per tutte le sue occorrenze di bilancio, comprese: scuola, sanità, assistenza e previdenza.
3-Se lo Stato autorizzasse l’uso percentuale di tali buoni su tutto il Territorio Nazionale, e affiancasse a essi progetti di: agricoltura di qualità, ricerca, innovazione, sviluppo, energia alternativa.
4-Se lo Stato focalizzasse la possibilità di utilizzo di tali buoni esclusivamente al di fuori dei circuiti governati dalle multinazionali e dagli strapoteri bancari.

Cosa accadrebbe?

1-Libereremmo risorse in euro per ridimensionare il debito pubblico, la cui natura è intrinseca nel meccanismo monetario del circuito euro, orfano della Sovranità Monetaria Statale.
2-Disporremmo tutti di maggiore potere d’acquisto.
3-Favoriremmo l’immediata ripresa della circolazione degli scambi di beni e servizi.
4-Tratterremmo sul territorio Nazionale maggiori fette di richezza ivi prodotta.
5-Rilanceremmo immediatamente la nostra economia.
6-Creeremmo immediatamente nuova occupazione, soprattutto per i giovani.
7-Miglioreremmo decisamente la qualità della vita di ogni cittadino e di ogni famiglia, ridonando dignità a ogni individuo.
8-Permetteremmo alle imprese di disporre di nuova linfa vitale, senza doversi ulteriormente indebitare con le banche.
9-Eviteremmo gli inutili, sterili, dannosi, sacrifici che la nuova manovra finanziaria preannuncia.
10-Potremmo abbattere significativamente la tassazione.
11-Riacquisteremmo un minimo di fiducia nelle istituzioni dello Stato.

Chi ci crede? Io si!

Cosa c’è da perdere? Nulla!
Cosa c’è da guadagnare? Tutto!

Se ci credi anche tu, appoggia, divulga, rendi partecipi altri di queste “Ipotesi”, sperando che qualcuno che dispone del potere di farlo, si impegni istituzionalmente per la loro realizzazione.

Buona speranza a tutti noi, che ci troviamo nella stessa barca, e perciò dovremmo remare nella stessa direzione, quella che ci allontani in fretta dal baratro dove siamo inesorabilmente diretti.”

(http://www.liberamenteservo.it)

 

Un documentario dei giornalisti Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou sulla crisi greca.

Prodotto e diffuso tramite internet cerca di capire come è stato accumulato l’enorme debito pubblico del paese e punta il dito contro i responsabili.
Dopo il suo inaspettato successo, il dibattito è esploso.

I protagonisti di questo documentario (circa 200 personalità) hanno firmato una petizione per l’istituzione di un comitato internazionale che investighi sull’origine del debito e individui i responsabili. Per loro la Grecia avrebbe il diritto di rifiutare il rimborso del suo “debito ingiustificato”, cioè del debito accumulato attraverso atti di corruzione commessi contro l’interesse della società.

Debtocracy è un atto politico e presenta un punto di vista ben definito sugli avvenimenti che hanno portato la Grecia sull’orlo del baratro.
Le opinioni vanno tutte in una direzione, quella scelta dagli autori, che fin dai primi minuti mettono in chiaro il loro modo di vedere le cose: “In quasi 40 anni due partiti, tre famiglie politiche e alcuni grandi imprenditori hanno portato la Grecia al fallimento. Questa gente ha smesso di pagare i cittadini per salvare i suoi creditori”.

Il documentario denuncia i “complici” di questo fallimento.
I primi ministri e i ministri delle finanze degli ultimi dieci anni in Grecia sono presentati come i responsabili di una serie di connivenze che hanno spinto il paese nel precipizio.
Si serve inoltre dei casi dell’Ecuador e dell’Argentina per sostenere la tesi secondo la quale il rapporto di un comitato di esperti può essere utilizzato come strumento di negoziazione per cancellare una parte del debito e il blocco degli stipendi e delle pensioni.

“Cerchiamo di prendere spunto dagli esempi di paesi che hanno detto no all’Fmi e ai creditori stranieri. A questo scopo abbiamo parlato alle persone che hanno condotto questa valutazione in Ecuador e che hanno dimostrato come gran parte del debito fosse illegale”.

 

Contro il Signoraggio delle Banche..Sara Tommasi   Leave a comment


 

Chi salverà l’Italia dalla morsa delle banche d’affari? Di Pietro, Bersani, Casini, Vendola, Diliberto, Scilipoti, Grillo? Nessuno di loro. Il nuovo Robin Hood si chiama – udite, udite – Sara Tommasi!

La bellissima shogirl sta vivendo un anno tutto da protagonista dopo essere quasi sparita dal piccolo schermo.

Prima il suo nome è finito nel pentolone delle cenette simpatiche di Arcore.

Poi lo spot per Alfonso Luigi Marra, in cui è travestita da Osama Bin Laden.

Ora la bocconiana (30 anni) è protagonista di un altro messaggio pubblicitario.

Il committente è il solito Marra, ma stavolta lo spot viene trasmesso solo in Rete. La Tommasi si ricorda di essere economista e, con fare assai convincente (è così, no?) parla di signoraggio.

E’ falso che qui qualcuno si scandalizzi della mia nudità – dice l’ex concorrente dell’Isola dei Famosivogliono invece indurci a fare i video in modo che passino inosservati.

Perché i politici e i giornalisti di regime hanno la grave colpa di avere occultato le sei leggi regala-soldi alle banche e il crimine del signoraggio bancario dal quale dipende la crisi.

 

E – dice ancora l’ex fidanzata di Ronaldinho – sanno che appena l’opinione pubblica lo capisce, i responsabili finiscono in carcere, mentre gli altri devono lasciare le poltrone“.

Nel video Sara Tommasi è completamente nuda, anche se un effetto grafico le copre le parti più intima. Lo spot ha già avuto, in pochi giorni, oltre 20mila visualizzazioni.

Promuove l’incontro costitutivo di un Comitato che dovrebbe battersi contro tutte le leggi che favoriscono le banche e per l’abolizione del signoraggio.

L’incontro si terrà il prossimo 26 novembre. Ma come spiegare il fatto che proprio la Tommasi si occupi di questo argomento, così delicato, al quale mai ci è sembrata interessata (nonostante la laurea in Economia)?

 

La rabbia dei poliziotti sui forum web "Perché niente cariche ai Black bloc?"   Leave a comment


Quando un Governo vuole delegittimare una grande protesta contro di sè…

usa lo stesso metodo che fù usato a genova 2001 ..

(in  quel caso la protesta ,oltre che verso il Governo era contro il G8)

cioè permettere a provocatori di sfasciare tutto e poi..

caricare  soprattutto la stragrande maggioranza delle persone pacifiche,

dei giovani indifesi ( e questo è grave)

come per dare un avviso.. :

“State a casa ..la prossima volta ! “

(l’articolo sotto è..di Repubblica.it, i video si riferiscono alla manifestazione del 14/12/2010,non quella di ieri)

Ce l’hanno con chi, ieri, ha avuto la responsabilità di gestire l’ordine pubblico e i movimenti delle forze dell’ordine. Ma anche con il governo che, con i suoi tagli alla sicurezza, da tempo, non li mette più in condizioni di operare in sicurezza. Il giorno dopo la guerriglia che ha sconvolto Roma, i più indignati sembrano essere gli agenti di pubblica sicurezza che si sfogano sul forum di Poliziotti. it.


La rabbia è palpabile. Non si sentono più tutelati dallo Stato e, soprattutto, non capiscono perché ieri sia stata concessa la possibilità alle frange più violente di manifestanti di scagliarsi contro gli uomini in divisa.

L’interrogativo viene sollevato da Mauro C.: “Una domanda mi sorge spontanea: perché polizia e carabinieri non hanno caricato i black bloc e se ne sono stati lì fermi?

I manifestanti pacifici hanno chiesto a gran voce il loro intervento per disperdere le componenti violente che erano nel corteo”.

Gli risponde polemico un agente, che si firma Woobinda69:

“La domanda la dovresti porre ai nostri superiori che coordinano e dirigono il servizio. Ai validi servizi informativi. Qui mi fermo”.

“Grazie a chi ha permesso a 400/500 teppisti di mettere a ferro e fuoco una città”, commenta Gpg3.

Ma per alcuni, la spiegazione di un atteggiamento piuttosto “morbido” da parte degli agenti va ricercata nei drammatici fatti del G8 di Genova, nel 2001: “Dopo Genova – scriva l’utente dago113 – nessuno ha voglia di passare per lo sbirro cattivo, meglio fare la parte del fancacazzista. Si campa più a lungo”.

Una linea condivisa da uno dei moderatori, leone17: “Nessuno vuole più intervenire senza garanzie, e non parlo di garanzie di impunità, semplici garanzie per operare al meglio. Poi, per quanto mi riguarda, questi esseri sarebbero dovuti finire ad ingrassare le ruote dei blindati, perché quando si vuole la guerra quello si merita, e non mi si vengano a fare i soliti discorsi del piffero. Perché non interveniamo? Perché non abbiamo più voglia di essere indagati, condannati, messi alla gogna e fare un mutuo pure per ripagare questi rifiuti della società”. Per “soldato. blu” la priorità per gli agenti deve essere quella di non commettere errori: “Dopo Genova c’è gente che si è ipotecata casa per pagare i danni ed io, il mio esiguo stipendio, me lo voglio mangiare e non certo regalare a qualche avvocato o a qualche babbione con la cresta da gallo in testa. Sindrome di Genova si chiama? Sì, e sindrome sia. Fin quando questi politici continueranno ad ingozzarsi senza pensare ad altri modalità di gestione dell’ordine pubblico, io continuerò a guardarmi le chiappe: sfasciano? Si riaggiusterà. Bruciano? idem. Distruggono statue sacre in puro stile talebano? Ci penserà la chiesa a scomunicarli”.


Sul banco degli imputati finiscono anche i rappresentanti di un governo che taglia alle forze di polizia e che, in queste ore, hanno pure espresso la loro solidarietà agli agenti. “Tutti i politici ad esprimere solidarietà alle forze dell’ordine, a parole – attacca Hutchinson – perché i fatti dicono che questo governicchio taglia altri 80 milioni dalle tasche di poliziotti e carabinieri.

Credo che sia giunto il momento che queste facce di bronzo (l’eufemismo è palese), si difendano da soli dai black bloc oggi, e dai comuni cittadini un domani”.

“Seppure perfettamente consapevoli di essere abbandonati a noi stessi senza risorse, ed ad essere presi a calci in bocca ingiustamente per delle loro macchinazioni politico giornalistiche, ancora una volta abbiamo dimostrato di avere un senso dell’onore incommensurabile”, commenta Kronos.

Harryb è tra quanti non si sentono più tutelati nello svolgere il proprio lavoro quotidiano: “Basta, siamo stufi di fare da capri espiatori per una politica vigliacca, basta rischiare in prima persona quando il sistema giustizia fa acqua da tutte le parti, quando il Paese vuole questo. Con la solidarietà (falsa come una banconota da tremila lire) dei politici non si paga l’avvocato. L’Italia di oggi non merita il nostro impegno, il nostro sacrificio”. Sfogo che viene subito raccolto da un altro agente: “E’ ora di starsene a casa e far vedere a tutti quanto siamo indignati”.
Un amministratore del forum respinge al mittente la solidarietà dei politici, visto che”sono i primi responsabili di questo stato di cose e che anche nelle nostre tasche hanno messo le mani e quando dico nostre intendo anche i tagli che, di Governo in Governo, hanno quasi messo in ginocchio la Polizia”.

Ma la responsabilità dei fatti di ieri va cercata, più che nei funzionari della Questura, nei vertici del ministero dell’Interno: “Il Questore Tagliente in fatto di ordine pubblico é tutto tranne che uno sprovveduto.

E’ evidente che la strategia viene imposta secondo le direttive impartite dal Ministro dell’Interno.

Allora, se il Questore é da dimettere, il primo ad andarsene dovrebbe essere il Ministro, quindi il Capo, poi il Prefetto.

Ma non é così che funziona. Oggi si protesta per un atteggiamento morbido, ma cosa sarebbe successo se si fosse usata una linea più dura e repressiva?”, scrive Webcop. La voglia di adottare un approccio decisamente più duro, nei confronti dei violenti, è forte. Lo scrive a chiare lettere Folgore.45: “Io resto di un’opinione. Rompergli le rotule, così la prossima volta, con la sedia rotelle, non potranno fare questi macelli”.

Per Folgore.45,tanto per fasi un’idea:

“Che schifo ragazzi, questo Stato garantista perde su tutti i fronti, ci stanno schiacciando, solo perché i politici lo vogliono, solo perché questa Italia ha il ventre molle, perché non ci lasciano fare?”, si chiede Skymap.

(16 ottobre 2011)

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