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ARCHITETTI ED INGEGNERI PER LA VERITA’ SULL’11 SETTEMBRE 2001   1 comment


Discorso George W. Bush, 11 Settembre 2001

11 Settembre2001: il giorno che ha cambiato il mondo.

A distanza di 10 anni dagli attentati dell’11/9 l’ex presidente George W. Bush riflette sugli eventi di quella giornata.

11 settembre : LE MENZOGNE DI BUSH E COMPANY

“Notizie false sulle armi in Iraq” Ora Colin Powell attacca la Cia

A oltre un anno dall’esposizione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dei supposti elementi di prova che dovevano smascherare il possesso e lo sviluppo di armi di sterminio da parte dell’allora regime di Saddam Hussein, e dunque legittimare l’intervento militare contro l’Iraq, Colin Powell ha riconosciuto che quegli stessi elementi non erano solidi nè veritieri; tuttavia il segretario di Stato americano si è giustificato asserendo che lui non poteva saperlo, perchè si era basato su quanto messogli a disposizione dalla Cia, alla quale si era rivolto.

Si tratta dell’ammissione di gran lunga più schietta, circa l’eventualità di essere incorsi in errori per l’attacco all’Iraq, venuta dall’amministrazione statunitense; e, se si salva forse la credibilità personale di Powell, quella complessiva dell’amministrazione di George W. Bush potrebbe uscirne ulteriormente minata.

Il 5 febbraio 2003, in una seduta speciale del Consiglio di Sicurezza appositamente convocata, Powell esibì tra l’altro quelle che a suo dire erano le prove circa l’esistenza di laboratori mobili per la messa a punto di aggressivi batteriologici e chimici, e che spiegavano come mai gli arsenali proibiti di Saddam non si trovassero: perchè, sostenne davanti a interlocutori in gran parte scettici, tali laboratori erano cammuffati e si spostavano continuamente, appunto per non essere individuati.

“Adesso appare che le cose non stavano così, che non c’era fondatezza in esse”, ha ammesso il capo della diplomazia Usa con i giornalisti, a bordo dell’aereo che lo stava riportando a Washington da Bruxelles, ove ieri al quartier generale della Nato aveva presenziato alla cerimonia di benvenuto in onore dei sette nuovo Stati membri dell’Alleanza, “ma all’epoca in cui stavo preparando quell’esposizione per il Consiglio”, ha puntualizzato lo stesso Powell, “mi furono presentate come fondate, come le informazioni e le notizie migliori di cui disponessimo”.

Il segretario di Stato ha ribadito di essersi rivolto alla Cia perchè gli fornisse dati e materiale in grado di comprovare la pericolosità degli armamenti in dotazione a Baghdad, reali o potenziali, e che peraltro mai sono stati rinvenuti, neppure in seguito, nemmeno in tempi più recenti.

“Ora”, ha proseguito Powell, “se le fonti su cui uno si fonda vanno in pezzi, allora occorre scoprire come ci si sia potuti ritrovare in una situazione del genere. Di questo”, ha specificato, “ho discusso con la Cia”.
Per meglio far capire a che cosa stesse alludendo, il segretario di Stato ha poi espresso l’auspicio che una commissione d’inchiesta indipendente sia in grado di scoprire come e perchè la Cia stessa puntò su quegli elementi, e ancor più su quali basi si fondasse la fiducia riposta in essi dai suoi esperti; a lui, ha ribadito, fu assicurato che le prove sul tappeto erano valide e solide.

Powell ha comunque tenuto anche a precisare di aver voluto effettuare egli stesso controlli per garantirsi della veridicità di quanto avrebbe in seguito sostenuto davanti all’Onu. “Studiai gli elementi che loro mi avevano dato, ed essi me li mantennero fermi. Io non faccio parte dell’intelligence”, ha tenuto a questo punto a sottolineare, “ma, come poi ebbi a dire durante la mia presentazione alle Nazioni Unite, indagai e mi assicurai che esistessero riscontri incrociati. Quel materiale”, ha precisato, riferendosi alle informazioni sui supposti laboratori montati su camion, “era il più sensazionale in assoluto, e io”, ha ripetuto, “mi sono accertato del fatto che fosse confermato da più fonti diverse”.

“Io spero proprio che la commissione d’inchiesta esaminerà queste questioni per stabilire se l’agenzia (la Cia, ndr) disponesse o no all’epoca delle basi per nutrire in quelle informazioni la fiducia che aveva. Io”, ha quindi ripetuto Powell, con l’evidente intento di prendere in anticipo le distanze da chi gli fornì elementi fasulli, “non appartengo all’apparato dell’intelligence”.
(3 aprile 2004)

Dick Cheney:Ci sarà un Attentato entro il 2020 più letale dell’ 11 Settembre (9/11)   Leave a comment


Sembra quasi un consiglio,un avvertimento,o una lenta preparazione alla più banale delle ipotesi quella che Dick Cheney (Vice Presidente Governo Bush)espone all’ Huge Hewit Show.
Un gravissimo attentato nucleare dalle sempre comode “mani ignote”.
Un attacco entro il 2020 di tale portata da far impallidire l’evento dell’ 11 Settembre (9/11).
Ascoltiamo la parte dell’intervista a cui facciamo riferimento, tradotta in italiano.


L’ex vice presidente era ospite del Martedì sera di Hugh Hewitt Show, generalmente per discutere di politica estera eil suo nuovo think tankl’Alleanza per una Strong America. Hanno parlato della marcia del gruppo terroristico ISIS e del fallimento dell’amministrazione Obama per generare un accordo con il presidente iracheno Nouri alMaliki.

Infine, Hewitt ha chiesto a Cheney di guardare avanti alla possibilità di un altro attacco sul suolo americano e che cosa accadrebbe se tale attacco è nucleare fosse messo in atto

Steve R. Pieczenik. L’undici settembre è stato un false flag e Bin Laden è morto nel 2001   Leave a comment


Steve R. Pieczenik. L’undici settembre è stato un false flag e Bin Laden è morto nel 2001
pubblicata da Konstantin Levin
<https://www.facebook.com/profile.php?id=1544353444> il giorno giovedì 5
maggio 2011 alle ore 21.26
L’ex assistente del segretario di stato in tre diverse amministrazioni
Steve R. Pieczenik è pronto a dichiarare davanti al gran giurì federale
il nome di un generale maggiore che gli avrebbe rivelato direttamente
che l’undici settembre è stato un’attacco false flag
Paul Joseph Watson
Infowar.com
4 maggio 2011
Uno dei maggiori insider del governo americano, il dottor Steve R.
Pieczenik che ha occupato numerose differenti posizioni influenti sotto
tre diversi presidenti e che ancora lavora per il dipartimento della
difesa ha rivelato ieri nello show di Alex Jones che Bin Laden sarebbe
morto nel 2001. Il dottore avrebbe anche espresso il suo desiderio di
testimoniare di fronte al grand giuri che un generale maggiore gli
rivelò in maniera molto diretta che l’undici settembre altro non fu che
un lavoro dall’interno.
Pieczenik non può essere screditato con la solita etichetta di
cospirazionista. E’ stato assistente del segretario di stato in tre
differenti amministrazioni, Nixon, Ford e Carter, e ha inoltre lavorato
per Reagan e Bush senior. Oggi lavora come consulente per il
dipartimento della difesa. Come ex capitano della Marina pieczenik ha
ricevuto per due volte il prestigioso premio “Harry C. Solomon” dalla
Harvard Medical School e contemporaneamente ha conseguito un Dottorato
di ricerca all’MIT.
Pieczenik è stato inoltre pianificatore della politica statunitense al
servizio di segretari come Henry Kissinger, Cyrus Vance, George Shulz e
James Barker; durante la campagna che vide Bush opposto ad Al Gore
lavorava per Bush. Le sue referenze lo descrivono come uno degli uomini
più profondamente legati ai circoli dell’intelligence che hanno dominato
la scena politica degli ultimi trent’anni.
Il personaggio Jack Ryan che appare in molti libri di Tom Clancy
interpretato anche da Harrison Ford nel popolare film del 92 chiamato
Patriot Games è basato sulla figura di Piezcenik.
Nell’aprile del 2002, più di 9 anni fa, Piezcenik disse durante lo show
di Alex Jones che Bin Laden era già morto da mesi e che il governo stava
aspettando il momento politico più adatto per rendere la cosa pubblica.
Piezcenik è nella posizione di sapere come stanno le cose avendo
incontrato personalmente Bin Laden e avendo lavorato con lui durante la
guerra contro i sovietici in Afghanistan durante gli anni 80.
Piezcenik ha detto che Bin Laden è morto nel 2001, “non perché le forze
speciali lo abbiano ucciso ma perché era stato visitato da un’equipe
della CIA e dai loro registri risulta che fosse afflitto dalla sindrome
di Marfan.” Aggiungendo inoltre che il governo americano sapeva che Bin
Laden era morto prima di invadere l’Afghanistan.
La sindrome di Marfan è un disturbo genetico degenerativo per cui non
c’è cura definitiva. La malattia accorcia in maniera irreversibile la
vita del malato.
“E’ morto a causa della sindrome di Marfan, Bush junior lo sapeva, la
comunità dell’intelligence lo sapeva,”
Nel luglio del 2001 la CIA lo visitò nell’ospedale americano di Dubai:
“era già molto malato e stava già morendo, non c’era bisogno che
qualcuno lo uccidesse” Piezcenik ha aggiunto che Bin Laden è morto poco
dopo l’undici settembre nel suo complesso di Tora Bora.
“La CIA e la comunità dell’intelligence conoscevano la situazione?
Certo!” Ha detto Piezcenik riferendosi alle dichiarazioni di domenica
che asserivano che Bin Laden era stato ucciso in Pakistan. Ha aggiunto,
riferendosi alla foto rilasciata dalla Casa Bianca in cui vediamo Biden,
Obama e la Clinton che guarderebbero in diretta l’operazione che avrebbe
ucciso Bin Laden su uno schermo:”Tutto questo scenario in cui vedete un
gruppo di persone davanti allo schermo che guardano come se fossero
presissimi NON HA SENSO”
“E’ completamente costruito, creare consenso, siamo in America il teatro
dell’assurdo… Perché lo stiamo facendo ancora… Nove anni fa
quest’uomo era già morto… Perché il governo deve mentire in maniera
sistematica al popolo americano” si chiede Piezcenik.
“Osama Bin Laden è morto, non c’è modo che possano averci combattuto o
possano averlo affrontato o addirittura ucciso.” Piezcenik ha
addirittura scherzato, sostenendo che l’unico modo che avevano i corpi
speciali di ucciderlo era quello di attaccare un cimitero.
Piezcnik dice che la decisione di iniziare questa pagliacciata è stata
presa perché Obama stava andando verso il minimo storico di approvazione
popolare visto che la storia legata alla sua “americanita” stava per
esplodergli in faccia. (vi rimando ad un articolo sulla questione dell’americanità di Barac Obama )
“Doveva provare di essere più che americano.. Doveva essere aggressivo”
Ha detto Piezcenik, aggiungendo che la farsa è stata anche un modo per
isolare il Pakistan vista la sua opposizione all’utilizzo su larga scala
dei droni che hanno già ucciso centinaia di pakistani.”
“E’ tutto orchestrato, intendo, quando ci sono persone sedute in cerchio
a guardare una sit-com, come succede nella foto del comando centrale
della Casa Bianca che c’è stata mostrata e hai un presidente che esce
dalla stanza sembrando uno zombie dicendovi che hanno appena ucciso Bin
Laden che era già morto nove anni prima” dice Piezcenik ricordando
l’episodio, “E’ la più grande balla che abbia mai sentito, voglio dire è
assurdo”
Denigrando le dichiarazioni della Casa Bianca come un ridicolo scherzo
alla popolazione americana Piezcenik ha detto: “Sono così disperati a
cercare di far sembrare Obama un presidente passabile, a negare il fatto
che può non essere nato qui, evitare le domande sul suo background…
Vogliono che sia rieletto, vogliono prendere in giro il pubblico
un’altra volta”
L’affermazione di Piezcenik che Osama sia morto anni fa trova eco
nell’opinione di molti professionisti dell’intelligence senza parlare
dei capi di stato che la pensano così.
Bin Laden, “E’ stato usato nello stesso modo in cui è stato usato
l’undici settembre, per mobilizzare le emozioni ed i sentimenti degli
americani in modo da poter giustificare una guerra creata da Bush junior
e Dick Cheney contro il mondo del terrorismo” ha detto Piezcenik
Durante la puntata di ieri dell’Alex Jone Show Piezenik ha anche detto
che un generale molto prominente gli avrebbe detto a proposito
dell’undici settembre che non era nient’altro che un’operazione false
flag e che lui è pronto a dire davanti al grand giurì il nome del
generale che ha fatto questa rivelazione.
“Hanno attaccato” ha detto Piezcenik nominando Dick Cheney, Paul
Wolfowitz, Stephen Hadley, Elliott Abrams e Condoleezza Rice tra gli
altri come se loro fossero i diretti responsabili.
“Si chiama false flag e serve a mobilitare il pubblico americano tramite
la creazione di falsi presupposti… Me l’ha detto anche un generale
dello staff di Paul Wolfovitz.. Andro di fronte ad una commissione
federale e sotto giuramento dirò i nomi di questi individui così da
rendere la cosa pubblica.” ha detto Piezcenik aggiungendo che si sentiva
furioso e che sapeva che sarebbe successo.
Piezcenik ha spiegato che lui non è un liberale, un conservatore o un
membro del Tea Party ma solo un’americano che è molto preoccupato della
direzione che il paese sta prendendo.
Articolo originale
http://www.infowars.com/top-us-government-insider-bin-laden-died-in-2001-911-a-false-fla

Piergiorgio Odifreddi non mangia la torta di compleanno con Bush…   Leave a comment


Image via Wikipedia

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SEI ANNI DOPO   (dal libro:  IL MATEMATICO INPENITENTE )

di Piergiorgio Odifreddi

 Fin dai tempi antichi, e precisamente dalla Medea di Seneca,

un buon test per capire cosa si nasconda dietro le apparenze di fatti sospetti è stato il cui prodest scelus,it fecit: cioè, «chi ci guadagna da un crimine, è lui che l’ha com­messo».

Il che si può interpretare non solo in senso debole, come «il profittatore è verosimilmente il colpevole mate­riale», ma soprattutto in senso forte, come «il profittatore è veramente il colpevole morale».

Applicando questo test ai fatti dell’Il settembre, si arriva facilmente a individuare i colpevoli morali,

anche se non materiali, degli attentati di New York e Washington, e cioè:

il vicepresidente statunitense Dick Cheney, l’ex ministro della Difesa Donald Rumsfeld e l’ex sottosegretario della Difesa, e da poco ex presidente della Banca Mondiale, Paul Wolfowitz.

Secretary of Defense Donald Rumsfeld shares a ...

I tre uomini politici sono infatti gli esponenti di spicco del  Project for the New American Century

(Progetto per il Nuovo Secolo Americano), fondato nel 1997 con scopi chiaramente espressi

nello Statement of Principles (Dichiarazione di Princìpi), reperibile nel sito ufficiale www.newamericancentury.org: precisamente, «aumentare sostanzialmente la spesa per la difesa e sfidare i regimi ostili ai nostri interessi e valori».

Il Progetto per il Nuovo Secolo Americano stava dunque  programmando la politica che l’amministrazione Bush, nella quale molti dei suoi membri confluirono in posizioni di pre­stigio,

avrebbe poi implementato dopo avere preso (o ru­bato, ma questa è un’ altra storia) il potere.

Mancava soltanto un’adeguata giustificazione per mettere in atto il provocato­rio piano,

ma per questo..il rapporto del 2000 Rebuilding American De/ences (Ricostruire le Difese dell’America),

re­peribile nello stesso sito, aveva un’ ottima proposta:

ci voleva «un evento catastrofico e catalizzante, come una nuova Pearl Harbor».

E cosa meglio potrebbe soddisfare una tale descrizione, degli attacchi alle Torri Gemelle e al Penta­gono?

A questo punto, che l’amministrazione Bush abbia attiva­mente organizzato gli attentati di New York e Washington, che li abbia passivamente subiti sapendo che essi sarebbero stati compiuti,

o che si sia limitata ad accoglierli come una benedizione celeste una volta che erano avvenuti a sua insa­puta, potrebbe anche passare in secondo piano.

Ciò che mi preme veramente sottolineare è che 1’11 settembre le abbia fornito la scusa formale per attuare una politica che era in gestazione da almeno cinque anni, e che ha portato per ora a due guerre.

Gli attentati causarono naturalmente uno shock nel mondo intero, o quasi.

Benché i media l’abbiano rimosso, infatti, sia i palestinesi che gli studenti cinesi manifestarono il loro giubilo.

A sua volta Hebe de Bonafini, portavoce delle Madri di Plaza de Mayo, defini’ gli attentati

«una ven­detta per il sangue di molti» e gli attentatori «uomini corag­giosi che hanno donato la vita per noi, o almeno per i nostri nipoti», ricordando che durante la dittatura in Argentina «anche i nostri figli venivano considerati terroristi, e noi le madri di terroristi».

Gli Stati Uniti ebbero comunque facile gioco nell’otte­nere dalla comunità internazionale il lasciapassare per una prima vendetta a caldo sull’Afghanistan, nonostante quindici dei diciannove attentatori provenissero dall’Arabia Sau­dita, due dagli Emirati Arabi, uno dall’Egitto e uno dal Libano: dunque, da Paesi alleati, invece che nemici.

E no­nostante l’Arabia Saudita probabilmente sapesse degli atten­tati in anticipo, se persino il candidato democratico alla pre­sidenza Howard Dean ebbe a dire il 1 dicembre 2003, in un’intervista alla National Public Radio che ovviamente sol­levò un putiferio:

«La teoria più interessante che ho sentito finora è che Bush fosse stato awisato in anticipo dai sau­diti».

Sia come sia, la guerra in Afghanistan fu combattuta da una coalizione di Paesi della Nato. 

Il 12 settembre 2001, per la prima volta nella sua storia, quest’ultima.. si appellò in­fatti all’articolo 5 del Trattato di Washington del 1949, che recita: «Un attacco armato contro uno o più membri sarà considerato un attacco contro tutti, e ciascuno assisterà l’ at­taccato mediante azioni individuali coordinate». 

Lo stesso giorno la Risoluzione 1.368 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite chiamò a raccolta

«tutti gli Stati al fine di operare insieme urgentemente per consegnare alla giustizia gli esecutori, gli organizzatori e i mandanti di questi attacchi terroristici».

Il fatto che ci fosse una differenza, formale e sostanziale, tra l’al-Qaeda di bin Laden e il governo tale­bano dell’ Afganistan non fermò la guerra, che non ebbe so­stanziali opposizioni nemmeno nei partiti di sinistra europei.

L’obiettivo dichiarato era la liberazione del Paese dal re­gime talebano: una preoccupazione perlomeno singolare da parte dell’Inghilterra, che per ben quattro volte (nel 1839­1842, 1878-1880, 1919 e 1941) aveva combattuto guerre per accaparrarsi e mantenere il controllo della nazione.

Quanto ai talebani, essi avevano conquistato il potere nel 1996, dopo l’occupazione sovietica (1979-1989) e la guerra civile (1989-1996), e controllavano il 95% del territorio: l’intervento occidentale prese dunque la forma di un massic­cio aiuto alla ribelle e minoritaria Alleanza del Nord, chiamato inizialmente Operation Infinite Justice (Operazione Giustizia Infinita) e poi, in un barlume di pudore, Opera­tion Enduring F reedom (Operazione Libertà Duratura), che portò alla caduta di Kabul e di Kandahar il 12 novem­bre e 7 dicembre 2002.

Quanto diritto avessero gli Stati Uniti a parlare di giusti­zia e libertà dopo aver emanato il 26 ottobre 2001 l’infame Patriot Act, “Atto Patriottico”

(acronimo per Providing Ap­propriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terro­rism)

“Fornire gli Strumenti Adeguati per Intercettare e Ostacolare il Terrorismo”),

che ha portato all’istituzione di campi di concentramento e alla perpetrazione di rapi­menti di stato,

lo ha dichiarato ufficialmente Amnesty Inter­national nel suo Rapporto Annuale del 25 maggio 2005: «Guantanamo è divenuto il Gulag dei nostri tempi, e for­tifica l’idea che si possano detenere le persone senza moti­vazioni legali.

Se Guantanamo evoca le immagini della repressione sovietica, i “detenuti fantasma”, cosÌ come le detenzioni non ufficiali di detenuti non registrati, riportano in auge la pratica delle “sparizioni”,

cosi popolari nelle dit­tature sudamericane del passato».

Persino il «New York Times» ha convenuto, in un edito­riale del 5 giugno 2005, che

«ciò che giustifica la metafora del Gulag di Amnesty International è che Guantanamo è semplicemente un anello di una catena di campi di deten­zione fantasma, che includono anche Abu Ghraib in Iraq, la prigione militare della base aerea di Bagram in Afghani­stan e altri luoghi nascosti gestiti dai servizi segreti, ciascuno con le proprie storie di abusi, torture e omicidi criminali.

E questi non sono incidenti isolati, ma fanno parte di un si­stema globale di detenzione completamente svincolato dalla legalità, all’interno del quale non sono solo i prigionieri e gli ufficiali a essere trasferiti da un campo all’altro, ma persino gli specifici metodi di maltrattamento».

Che cosa succeda in questi luoghi, dalle torture con l’ elettricità agli attacchi con i cani lupo, chiunque l’ha potuto ve­dere nelle fotografie che hanno scandalizzato il mondo in­tero, e dal gennaio 2007 lo può anche leggere nel rapporto dell’FBI..

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Detainees Positive Responses, “Risposte Positive dei Detenuti”,

reperibile in rete nel sito /oia.jbi.gov/ guanta­namo/ detainees.pdf, che raccoglie le testimonianze di 500 aguzzini di persone che, in buona parte, sono state imprigio­nate senza alcun motivo.

Per esempio, dei 775 detenuti a Guantanamo dal 2002 al 2006, 340 sono stati rilasciati, 110 sono stati dichiarati “rilasciabili”, 70 saranno processati da tribunali militari, e 255 rimangono detenuti a tempo in­determinato (benché il rapporto del 15 febbraio 2006 della Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite Situa­tion o/ Detainees at Guantanamo Bay, “Situazione dei Dete­nuti a Guantanamo Bay”, abbia ricordato che è loro diritto essere processati o rilasciati).

Ma, naturalmente, più della guerra in Afghanistan e di Guantanamo, 1’11 settembre ha provocato la guerra in Iraq e le relative menzogne.

Anche questa volta sembra che il Progetto per il Nuovo Secolo Americano sapesse già in anti­cipo come sarebbe andata a finire, prima ancora degli atten­tati.

La Lettera al presidente Clinton del 26 gennaio 1998, reperibile nel sito già citato, affermava infatti che «l’unica strategia accettabile è l’eliminazione della possibilità che l’Iraq diventi in grado di usare, o di minacciare di usare, armi di distruzione di massa.

Alla breve, questo significa es­sere pronti a intraprendere un’ azione militare, visto che la diplomazia sta chiaramente fallendo. Alla lunga, significa ri­muovere Saddam Hussein e il suo regime dal potere».

Il rapporto del 2000 Rebuilding American De/ences (Rico­struire le difese dell’America), ribadiva che «mentre l’irri­solto conflitto ne fornisce la giustificazione immediata, la ne­cessità di una sostanziale presenza delle forze americane nel Golfo trascende il problema del regime di Saddam Hus­sein».

Inoltre, «noi crediamo che le attuali risoluzioni delle Nazioni Unite diano già agli Stati Uniti l’autorità per intra­prendere i passi necessari, inclusi quelli militari, per proteg­gere i nostri interessi vitali nel Golfo.

Ma, in ogni caso, la politica americana non può continuare a essere danneggiata da un’incauta richiesta di unanimità nel Consiglio di Sicu­rezza». In queste dichiarazioni si ritrovano gli ingredienti essen­ziali della strategia che l’amministrazione Bush adotterà per attaccare e rimuovere Saddam Hussein.

In particolare, il mantra delle armi di distruzione di massa: cioè degli arma­menti non convenzionali (nucleari, chimici, biologici) in grado di uccidere indiscriminatamente la popolazione civile, che l’Iraq era accusato di ammassare con il proposito di usarli contro l’Occidente.

Ora, è singolare che quest’accusa provenisse dagli Stati Uniti: oltre a essere infatti l’unica na­zione ad avere mai fatto uso di armamenti nucleari, provo­cando 300.000 morti a Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945, essi hanno sistematicamente usato armi chimiche nelle loro guerre di aggressione, dal napalm in Vietnam al fosforo bianco nell’Iraq stesso (nei bombardamenti di Falluja del novembre 2004).

Inutile dire che le armi di distruzione di massa non solo non c’erano in Iraq, ma non potevano esserci.

L’unico reat­tore nucleare, l’Osiraq costruito a partire dal 1977, era in­fatti stato bombardato nel 1981 da Israele, in un’azione “preventiva” condannata dalla risoluzione 487 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e ribombardato nel 1991 dagli Stati Uniti durante la Prima Guerra del Golfo.

E tutto il resto era stato distrutto grazie alle ispezioni delle Nazioni Unite tra il 1991 e il 1998, e ai sistematici bombardamenti effettuati durante l’intera presidenza Clinton: poco noti, ma dettagliati nell’Archive o/ u.s. Bombings, Invasions and Occupations o/ Iraq (Archivio dei Bombardamenti, delle In­vasioni e delle Occupazioni Statunitensi in Iraq), reperibile nel sito www.ccmep.org/usbombingwatch/1998.htm.

In ogni caso, nessun’ arma di distruzione di massa è stata trovata dopo l’invasione dall’Iraq Survey Group (Gruppo d’Indagine sull’Iraq), incaricato di cercarle.

Il suo primo presidente, David Kay, un ex ispettore delle Nazioni Unite, si è dimesso il 23 gennaio 2004, dichiarando: «Non penso che siano mai esistite, e non credo che ci sia stato un pro­gramma massiccio di produzione negli anni ’90».

Il suo suc­cessore, Charles Duelfer, anch’egli un ex ispettore delle Na­zioni Unite, emanò il 30 settembre 2004 il rapporto finale del Gruppo, in cui si ammette che esso «non ha trovato prove che Saddam Hussein possedesse depositi di armi di distruzione di massa nel 2003».

Nelle Notes from Saddam in Custody (Note da Saddam Prigioniero), pubblicate il 14 dicembre 2004 nel sito www.time.com dal settimanale «Time», si riporta che lo stesso dittatore, interrogato quel giorno subito dopo la sua cattura, rispose cosÌ alla domanda se c’erano armi di distru­zione di massa in Iraq: «Ovviamente no. Se le sono inven­tate gli Stati Uniti per attaccarci».

Ed è singolare che a dire la verità sia stato proprio Saddam, e a mentire l’amministra­zione Bush:

lo stesso Segretario di Stato Colin Powell ha in­fatti dichiarato, in un’intervista alla ABC dell’8 settembre 2005, che la sua testimonianza al Consiglio di Sicurezza il 5 febbraio 2003, in cui egli mostrava “prove” fabbricate contro Saddam Hussein, costituisce «una macchia che offu­sca la mia reputazione».

Anche le Nazioni Unite, naturalmente, hanno forti re­sponsabilità per il conflitto. Anzitutto, per aver introdotto nel 2002 una singolare inversione dei princìpi del diritto nella Risoluzione 1.441 del Consiglio di Sicurezza, preten­dendo che fosse l’Iraq a dimostrare di non avere armi di di­struzioni di massa, invece che gli ispettori a dimostrare che le aveva.

E poi, per avere accettato passivamente che gli Stati Uniti attaccassero in suo nome anche in mancanza di un suo mandato, come d’altronde preannunciato nel citato Rapporto del 2000 del Progetto per il Nuovo Secolo Ame­ricano: lo stesso Kofi Annan dichiarò tardivamente, il 16 set­tembre 2004 alla BBC, che l’occupazione

«non era avvenuta in conformità al dettato delle Nazioni Unite, e dal punto di vista del suo Statuto era illegale»,

ma non propose mai a tempo debito mozioni di sfiducia, sanzioni internazionali e azioni militari congiunte nei confronti dello stato fuorilegge.

Eppure, l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti è stata una violazione del diritto internazionale

enorme­mente più grave e ingiustificata dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq,

e ha provocato un numero di vittime civili incomparabilmente più alto di quelle degli attentati del­1’11 settembre,che sono state 2.973 (246 sui quattro aerei dirottati, 2.602 alle Torri Gemelle e 125 al Pentagono):

Le cifre vanno infatti da un minimo provato di 55.000 morti irachene, dettagliate nel sito www.iraqbodycount.org, a un massimo estrapolato di 655.000 nel Secondo Rapporto Lan­cet dell’l1 ottobre 2006 (il Primo Rapporto, del 29 ottobre 2004, arrivava già a 100.000 vittime). 

Se Saddam Hussein è stato impiccato il 30 dicembre 2006 come mandante dell’as­sassinio di 148 sciiti nel 1982, che cosa devono aspettarsi i responsabili della occupazione illegale che ha provocato..

queste decine o centinaia di migliaia di morti?

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