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Americano con la K..(parole sue.. di Cossiga)   2 comments


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Il presidente emerito della Repubblica Cossiga..

ha recentemente dato “delucidazioni ” sul  modo di essere cristiano cattolico

precisando di  “non essere”..

 un “cristiano adulto”stile  Prodi o  Rosy Bindi….

 il suo Cristianesimo..

è quello veramente  integrale..secondo la sana..”Tradizione”

 “Dio,Patria,Famiglia”..

chissà se tra i programmi scolastici della Gelmini..

ci sarà anche  quello di “riscrivere” i vangeli..

“Gesù Cristo era di Destra.

aprezzava e si dette “da fare”.. per l’Impero Romano..

una volta ..si prese uno schaffo..

ma la seconda…si comportò  da Vero figlio di Dio..

e a chi non capiva il suo Verbo..

lo convinse a suon di manganellate..

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nelle sue ultime esternazioni..il presidente emerito..

ha consigliato i suoi “metodi “..evangelici..

quelli che mise in atto quando era Ministro dell’Interno..

 “osservanti”..ispirati ..

al Cristianesimo di Pinochet..

che non si fanno problemi delle “teste sfasciate” ..e dei morti..

male “minore”per  chi ha la  testa “bacata”.. da idee e “critiche” alla “democrazia”..

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Questi sono i giovani sani.. che piacciono a Cossiga ..ed a Berlusconi

idee poche ma chiare..guardate le magliette col Kappio..

 “tremino infami,traditori e spie”

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viene il dubbio però..a chi si riferissero..dato che in una ultima intervista ..

il benemerito..ha detto che gli sarebbe piaciuto fare la spia..

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le sue scelte “americaniste” a detta di lui..che apparteneva alla “Gladio”

ci hanno preservato… dall’influenza sovietica..

salvo poi…consegnarci da schiavi..all’influenza americana..

ed ai suoi DiKtat..

secondo il sentimento Kristiano di Cossiga..

A pagarne il prezzo è stato …Aldo Moro..

…..ai tempi di  Cossiga … Ministro dell’Interno…

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“Può apparire singolare – ma non per la storia d’Italia –

che a 29 anni dalla morte di Aldo Moro,

Giovanni Galloni avverta il bisogno di suggerire «una commemorazione di tipo nuovo»

dell’amico statista rapito dalle Brigate Rosse il 16 marzo del 1978 e ucciso il 9 maggio dello stesso anno.
Da Pescara, ospite assieme a Mauro Fotia di un recente convegno organizzato dall’Istituto “Spataro”,

è lo stesso ex Guardasigilli ad annunciare un suo libro-testimonianza

,di prossima pubblicazione, su via Fani e dintorni.
 «Ci sono dei fatti nuovi da scoprire e da introdurre», dice Galloni,

«perché non tutte le cose su Moro sono state dette, soprattutto quelle che riguardano la sua fine».
Perché solo adesso?

Perché, a quasi trent’anni di distanza dalla strage di via Fani

e dal ritrovamento del cadavere di Moro nel bagagliaio della famosa R4 rossa,

l’ultraottantenne Giovanni Galloni avverte la necessità di riaprire questo capitolo della storia italiana

e, soprattutto, della Democrazia Cristiana di cui entrambi furono esponenti di primissimo piano?
 Gli aspetti ancora nell’ombra, per Galloni, sono soprattutto due:

 «Le quattro sentenze che ci sono state sulla morte di Moro non hanno soddisfatto la magistratura.

Una parte di quei magistrati, compreso il fratello di Moro, mi ha detto di aver rifiutato i verdetti dei tribunali.

Sono convinti che le Br “abbiamo negato” di avere avuto alle loro spalle

altri esecutori solo per ottenere degli sconti di pena, che ci sono stati.

 E ora anche questo va chiarito».
L’altra questione messa sul tavolo da Galloni

riguarda l’interpretazione autentica della strategia politica di Moro:

«E’ giunto anche il tempo di chiarire perché Moro abbia parlato di una terza fase.

E qui mi riferisco soprattutto a colloqui personali avuti con lui poco prima di via Fani:

 il bipolarismo di cui oggi tanto si parla.

Per capire cosa Moro volesse dire parlando di terza fase,

bisogna anche approfondire che cosa intendesse per prima e seconda fase.

I più hanno sempre ritenuto che per prima fase Moro intendesse la politica centrista,

per la seconda fase la politica di centrosinistra e per la terza quella della solidarietà nazionale.

Non è così. La mia vicinanza continua con Moro, di oltre venti anni,

mi dice che per prima fase egli intendeva

quella della resistenza, della lotta antifascista, della Costituente.

E non si trattava affatto, come già allora i giornali dicevano,

di un compromesso ideologico tra cattolici e marxisti

ma del superamento delle rispettive posizioni per cercare di avviare qualcosa di nuovo».
Ed ecco la seconda fase secondo Galloni:

«Quale era stata la grande illusione, prima di De Gasperi e poi di Moro?

Quella che formando un governo insieme con i partiti laici, ai quali eravamo contrapposti da posizioni ideali,

 si creassero le condizioni per arrivare in Italia ad una democrazia compiuta,

come esisteva negli altri paesi europei.
 Democrazia compiuta per De Gasperi era l’esistenza di quel bipolarismo

per cui da una parte c’erano partiti di ispirazione cristiana

e dall’altra partiti di ispirazione socialista e democratica».
«L’illusione di De Gasperi era quella di portare avanti la socialdemocrazia di Saragat,

con l’idea che questa potesse ad un certo momento assumere quella funzione

che negli altri paesi europei avevano assunto i partiti socialisti, cosa che non avvenne,

perché in Italia la realtà del partito comunista era diversa e radicata nella situazione italiana».
 

La politica bifronte:

 «I condizionamenti internazionali e l’accordo di Yalta», spiega ancora Galloni,

«avevano portato l’Italia in una posizione di collaborazione con la Nato,

ma contemporaneamente a sostenere una linea di autonomia del nostro Paese..

rispetto al regime occidentale.

Una politica che in un primo momento fu portata avanti da Mattei e altri

per arrivare ad una collaborazione con i paesi del Medio Oriente e, soprattutto,

di pacificazione… tra Israele e Palestina.

Queste sono le linee sulle quali poi si sono battuti in Italia

 Moro, Fanfani e lo stesso Andreotti

e da cui nacquero le ostilità degli Stati Uniti».
Gli americani non si fidano più.

E Galloni spiega anche questo:

«Nel 1974, il presidente Ford e Kissinger (allora ministro degli esteri e capo della Cia)

convocarono a Washington il nostro presidente della Repubblica, che era Giovanni Leone

e il ministro degli Esteri, Moro.

Gli americani erano preoccupati per le frasi di Aldo Moro,

quando, dopo il referendum sul divorzio,

iniziò a parlare dell’attenzione che si doveva rivolgere al partito comunista.

Ad un certo momento della riunione Kissinger chiamò Moro

e gli disse chiaramente che se continuava su quella linea

ne avrebbe avuto delle conseguenze gravissime sul piano personale».

Una scoperta recente..
 

«Di questa minaccia di morte siamo venuti a conoscenza in modo più dettagliato solo pochi anni fa.

Oggi sappiamo che le dichiarazioni rese successivamente dai brigatisti..e cioè..

noi siamo gli “unici” responsabili del rapimento Moro”

non rispondono a verità e siamo in grado di smentirle».
Ecco gli elementi forniti da Galloni a sostegno di questa:

«Primo, non tutti i partecipanti all’operazione militare del 16 marzo 1978

erano delle Brigate rosse.

Alcuni di loro, che non si sono mai voluti scoprire, non erano terroristi.
Dall’accertamento sui colpi esplosi in via Fani risulta

che non c’erano tra le Br …uomini così esperti nell’uso delle armi,

perché i cinque uomini della scorta di Moro sono stati tutti uccisi da due sole armi,

utilizzate da uomini eccezionalmente esperti

e che si suppone fossero stati richiamati da Catania e dalla mafia calabrese.

I nomi di queste due persone non sono mai stati fatte.

C’è poi una mia frase, una cosa che ho sempre detto senza ottenere mai attenzione,

su alcune confidenze che Moro mi fece alcuni mesi prima di essere catturato.

Mi disse che era preoccupato perché riteneva

che i servizi segreti degli Stati uniti e di Israele avessero degli infiltrati nelle Br

e se questi infiltrati ..ci avessero dato degli elementi…

 avremmo potuto scoprire facilmente i covi delle Br».
«Adesso ho la certezza che questa stessa cosa Moro

la riferì all’ambasciatore italiano a Washington,

il quale si mise in contatto con la Segreteria di Stato americana

ricevendo un netto diniego, anzi un diniego ambiguo:

“Non è vero, tutto quello che sappiamo o abbiamo saputo lo abbiamo sempre riferito ai servizi segreti italiani”».

«Quali servizi segreti?», si chiede oggi Galloni, «quelli veri o quelli, invece, che erano in mano loro?».
Altro elemento: «Durante la prigionia di Moro, attorno al 20 aprile,

un ex capo dei servizi segreti italiani, un certo Miceli

(il generale passato poi nelle file del Msi ndr)

che era stato espulso dai servizi segreti perché compromesso nel colpo di Stato di Borghese,

parte in missione segreta e va a Washington dove prende contatti con i più alti esponenti della Cia.

Dopo di che si forma la mentalità che Moro era riuscito ad ottenere dalle Br di essere liberato.

Lo dicono anche le ultime dichiarazioni dello stesso Moro

in quel rapporto che fu poi trovato dove lui afferma:

“Devo, più…  che.. alla Democrazia cristiana ….

che non è voluta intervenire nelle trattative,

alla benevolenza delle Brigate rosse che mi hanno liberato”».
Ma nasce un dubbio sollevato ancora oggi da Galloni:

«Che per intervento della Cia.. gli americani avessero deciso ..

di liberare Aldo Moro…

ma che questa operazione non andò in porto.

Infatti, Moro, fu solo illuso che lo avrebbero liberato:

una volta… messo in macchina.. è stato ucciso». (14 maggio 2007)

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Un articolo di Maria Fida Moro..

(leggi articolo)

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Pubblicato 29 ottobre 2008 da sorriso47 in Popoli e politiche

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don Lorenzo Milani…la vita e l’opera di un santo   Leave a comment


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la sua vita   link

Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installato la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordati Pipetta, quel giorno ti tradirò, quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo, beati i poveri perché il regno dei cieli è loro. Quel giorno io non resterò con te, io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio signore crocifisso. “

 

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Don Lorenzo Milani Comparetti (Firenze27 maggio 1923 – 26 giugno 1967) è stato un religioso ed educatore italiano.

Figura controversa della chiesa cattolica negli anni 60 e 70 (i suoi scritti non ricevettero l’imprimatur) oggi è rivalutato per il suo impegno civile nell’educazione dei poveri.

1 Biografia

un altro link interessante  2

 

(la fede)….”Hans Joachim Staude, amante della semplificazione, essenzialità e unitarietà, rimane sorpreso per la caparbietà del giovane allievo: “Per me, una cosa memorabile è proprio lo slancio con cui si mise all’opera per realizzare quanto gli avevo comunicato. Mai avevo trovato tanta veemenza in uno scolaro. Mentre fuori era il più bel maggio del mondo, si chiuse in questo studio polveroso che prendeva luce da nord … . Trovai in questo scolaro una completa non preparazione. Fui io a fargli fare il primo, vero disegno della sua vita. Mi resi subito conto che era un giovane dotato di grande intelligenza. Così, invece di limitarmi a correggere i suoi disegni, gli spiegai da che cosa doveva partire: gli parlai della scelta di tutto ciò che è essenziale, gli parlai della semplificazione, gli parlai della unità che deve regnare in ogni lavoro, disegno o pittura che sia. E lui capì al volo queste cose (….) “. (vedi: Intervista

Sarà il suo maestro di pittura, personalità moralmente molto alta, a aprire un varco nella confusione: “Con Lorenzo parlavo del senso sacrale della vita. Perché il mio scopo di pittore è di far diventare sacra la realtà che mi circonda, è di esprimere “il santo” che è nel profondo di tutti noi (…). E’ la prima volta che dico queste cose. Le dimentichi “. (vedi: Intervista di Neera Fallaci a Staude)

L’esperienza con lo Staude, attraverso la sua ricerca del “santo” nascosto in ogni cosa, produce, nel ragazzo, un'”iniziazione ” al senso religioso della vita e alla ricerca di un assoluto spirituale. La particolare sensibilità al colore lo porterà ad appassionarsi sempre più al linguaggio pittorico e poi a quello liturgico per scoprire i significati: “Era un ragazzo capace di avvertire un godimento sensuale per il colore”.(Intervista di Neera Fallaci a Staude)

“A primavera, racconterà don Auro Giubbolini suo compagno di seminario, andava sempre per i campi a vedere i mutamenti di colore della natura “.

Nell’estate del ’42, trova un vecchio messale e ne rimane fortemente influenzato: ” Ho trovato un vecchio messale qui a Gigliola, in una cappellina di proprietà della famiglia. Ho letto la Messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca di autore? “

(vedi: Lettere a del Buono – Luglio 1941)

Il processo di materializzazione e rappresentazione del segno, per mezzo del pennello, gli farà sempre più scoprire e rifiutare la sua identità: ” (….) Poi dico Porco Io (….) dico che sono un coglione, che sono un troia, che la pittura è una vacca e che mi fa rivedere (nella pittura come specchio) cioè vomire,vomitare, rigettare, putrefare “. (Lettere a del Buono – Luglio 1941)

Questa sensibilità interiore lo spinge a esplorare altre gerarchie di valori, anche se apparentemente più umili: “Mi piacerebbe fare dei grandi affreschi pieni d’angeli biondi, ma sciare è molto più bello, anche pattinare a rotelle è più bello, anche cascare dietro il palazzo di Giustizia è piu bello, molto più bello e avere degli amici accanto è 7 volte e l/2 più bello. Io preferirei avere accanto degli amici che dipingere “. (Lettere a del Buono – Luglio 1941)

Come dice Padre David Maria Turoldo, la sua già forte personalità si trasformerà repentinamente, fino a esprimere il desiderio di diventare parte dell’invisibile e del santo suscitato dal pittore tedesco. “Il fenomeno don Milani, non si spiega che con il segreto della santità (…) santità riuscita a sposarsi a una autentica dialettica vissuta addirittura sul piano della “cultura”. Una santità che finalmente non è solo “bontà” come si usa giudicare da parte degli inellettuali, forse per legittimare la loro viltà e i loro compromessi. Qui non siamo di fronte solo a un convertito, qui c’è qualcosa di più. In antico si sarebbe detto che qui siamo davanti a un predestinato”.

I significati che stanno dietro l’espressività della Messa, argomento degli affreschi che voleva dipingere nel chiesino di famiglia, a Gigliola, lo porteranno invece a vivere il mistero che si cela nella funzione sacra e comunitaria. La pittura non rappresentava più quella soglia tra il dentro, coscienza, ed il fuori, realtà. In lui quella soglia si fa parola. La mancanza di parola del ragazzo montanaro di Barbiana, oppure dell’operaio di S. Donato e anche la parola “diversa” dell’intellettuale, prigioniero e limitato da un certo tipo di realtà, necessiteranno di un “tramite” per poter comunicare. Dice, giustamente, Francesco Milanesi: “Non si accontentò più di dipingere con tela e pennelli, lo fece con tutto se stesso. Fece di sè il pennello, della sua vita la tela e dei sacramenti i suoi colori “. La pittura, strumento espressivo, era, per il priore, insufficiente a capire lo scopo della propria esistenza e limitativa al suo bisogno di comunicare. Lo dice al maestro poco dopo il suo ingresso in seminario e Staude resta stupito dal cambiamento: “E’ tutta colpa tua. Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l’essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un’unità dove ogni parte dipende dall’altra. A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti tra i colori. Ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo. E ho preso un’altra strada “. (Intervista di Neera Fallaci a Staude)

Questi nuovi rapporti lo libereranno dal vuoto e gli daranno uno scopo. Nel settembre del 1942 Lorenzo si iscrive all’Accademia di Belle Arti a Brera dove apre uno studio a piazzale Fiume, ma nel novembre a causa della guerra, si trasferisce di nuovo a Firenze.

Il mondo laico

“Frequentava palestre e circoli operai era più o meno socialista (….) “.

(Enriques Agnoletti – MORTE DI UN SANTO Il Ponte 30.6.67)

E’ di questo periodo l’incontro con la componente laicista fiorentina, composta di pensatori, di educatori e di uomini politici senza pregiudiziali. Saranno questi stessi uomini che lo difenderanno allo spasimo, scrivendo su riviste come “Scuola e città”, il “Il Ponte” e “Azione non violenta” di Capitini, ammirato da don Milani per la sua sincerità di non credente. Una componente, in seguito ben rappresentata anche dagli amici giornalisti: Giorgio Pecorini e Mario Cartoni. Dentro la scuola di Barbiana tale pensiero era sostenuto dalla personalità forte e dalla critica tagliente dell’amico e collaboratore professor Agostino Ammannati.

Molti erano uomini del vecchio Partito d’Azione. Erano coscienze poco disposte a parlare con il “prete” eppure, conoscendolo, hanno smontato, insieme a lui, gli steccati, anche quelli interni alle “loro chiese”. Saranno, quasi solo, questi uomini a difenderlo da coloro che si proporranno come i detentori delle verità cristiane, perché facenti parte della gerarchia ecclesiastica. Riconobbero, anche se più sottovoce, la rottura con il loro mondo borghese e sperarono con lui in un futuro di giustizia e liberazione. Sono loro ad esaltare la sua visione profetica, il suo primato della coscienza su l’obbedienza borghese o clericale, quella che “non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni “(vedi: Opere – Lettera ai Giudici). Essi confermano, nelle loro testimonianze, l’autenticità di questo prete incline alle nette prese di posizione, ma dentro l’ortodossia rigorosa. E’ stato un prete col quale hanno potuto dialogare su qualsiasi argomento perché la sua scuola, che alcuni di loro hanno frequentato, sia a S. Donato che a Barbiana, non fu mai “confessionale”, come lui stesso ha spesso chiarito: ” Il prete lo faccio quando amministro i sacramenti. La scuola mi serve per cercare di trasformare i sudditi in popolo sovrano, gli operai ed i contadini sfruttati, in persone consapevoli e capaci di rivendicare i propri diritti “.

Per loro, Lorenzo rimane l’educatore rivoluzionario che hanno incontrato e mentre la sua fede è considerata un fatto privato, vedono nel tema della giustizia l’elemento propulsore alla sua vocazione. Questi incontri daranno impulso alla sua crescita morale e interiore, ma il periodo più burrascoso e incerto della sua vita lo spingerà ad andare oltre: ” (…) dominato, quasi ossessionato, dal tema della giustizia e del diritto alla vita”.

(Enriques Agnoletti – MORTE DI UN SANTO Il Ponte 30.6.67)

Questa ossessione, sprigionata dalla drammaticità dell’esistenza umana in quel particolare periodo storico del ’43, avrà bisogno di altre risposte prima di capire bene il suo destino. Il cugino Paolo, ufficiale a bordo della corazzata “Roma”, affondata dai tedeschi, annegherà il 9 settembre.

IL VANGELO

La conversione di don Milani è di poco prima. Come dice la madre, è e resterà un mistero che nessuno potrà spiegare. Si sa del fascino provocato dal messale trovato nella cappella di famiglia. Ma cosa, con esattezza, lo ha spinto quel giorno da don Bensi? La curiosità, il desiderio di Verità o la ricerca dell’Assoluto?

Dice il vecchio sacerdote descrivendo l’ambiente di provenienza del suo giovane neofita: ” Una morale integrale laica, una perfezione estetica, un senso del dovere fino allo scrupolo, un gusto per la raffinatezza e l’armonia, che non lasciavano il minimo spazio per Dio. Il nome di Cristo non l’aveva mai sentito pronunciare. Nemmeno un’educazione ebrea, ma perfettamente agnostica, compiutamente secolarizzata, anche se una madre ebrea rimane sempre e comunque un’ebrea, anche se non lo professa “.(Testimonianza di don Bensi – Comunità e Storia 5.6.77)

In seminario troverà una ragione assoluta per vivere: “La nostra è una famiglia in cui si è sempre avuto tutto, dal pane alla cultura, dal prestigio al gusto delle cose belle. Ma solo in seminario Lorenzo trovò subito ciò che istintivamente cercava con tutto se stesso: una ragione assoluta per vivere, una disciplina costante”. (Intervista alla madre – Nazzareno Fabbretti)

E’ certo che, d’un colpo solo, Lorenzo Milani Comparetti che proveniva con i suoi vent’anni da un’altro ambiente, vide tutta l’educazione ricevuta svuotarsi di tanti valori: ” (….) i vent’anni passati nelle tenebre (….) Don Lorenzo”.

La Verità del Vangelo lo condurrà sullo stesso itinerario dell’apostolo Paolo: dalle tenebre alla luce. Un mistero che non può essere spiegato: “Mio marito ed io eravamo contrari, abbiamo sofferto di quella scelta. Io come agnostica ed ebrea, e anche mio marito benché cattolico d’anagrafe. Ma non abbiamo detto o fatto nulla per distogliere Lorenzo dal suo proposito. Lo conoscevamo bene, sapevamo che se aveva deciso per quella strada nessuno lo avrebbe potuto dissuadere. Cosa ho provato davanti alla sua conversione? Come dirlo? e poi, perché parlarne? Credo che questo appartenga solo a me, al mio cuore e ai miei ricordi. Una cosa come quella è sempre un mistero, e io non posso presumere d’aver capito il mistero della vocazione religiosa di mio figlio “. (La madre – Intervista di Nazzareno Fabbretti)

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Il comportamento di “quel ragazzo” resta indelebile nella memoria del padre spirituale: “Quel ragazzo, partì subito per l’Assoluto, senza vie di mezzo. Certo è che, una volta incontrata la verità del Vangelo, decidersi per essa fu tutt’uno; niente poteva reggere il confronto, non restava che vivere solo per Dio”. (Testimonianza Don Bensi – Comunità e storia. 5.6.1977)

La fede, dunque, era fame di assoluto, dedizione completa, autenticità cristiana. Sarà, per il giovane, motivo di grandi libertà e scudo contro la schiavitù della storia. Così la fede gli farà scrivere, burlandosi delle verità di ogni tempo, di: ” (….) precedere sempre il secolo, di trascinarselo dietro come un garzoncello intimidito (….)”.

Ecco che l’iniziazione lascia il posto: “alla verità che viene dall’alto”.

La conversione si colloca subito dopo il ritorno a Firenze, la data la definisce lui stesso in una lettera inviata il 4 giugno1963 all’amica Elena Brambilla che gli faceva gli auguri per un anniversario di sacerdozio: “Mia moglie ed io le mandiamo i nostri affettuosi ringraziamenti. Non ci eravamo accorti delle nostre nozze d’argento. Comunque proprio in questi giorni il 27 maggio ho compiuto 40 anni di vita “civile”, proprio oggi 20 anni di vita cristiana e in questo mese compirò i 16 anni di sacerdozio”.

Parlando della conversione di Lorenzo, dice Padre Ernesto Balducci: ” Entrato come di scatto nell’universo cattolico, egli lo accettò come nascendo si accetta il mondo esistente. Per lui la Chiesa era quella che era come l’Orsa Maggiore, che non si mette in questione “.

altro link  

L’ha detto Don Milani:

«Il disoccupato e l’operaio d’oggi dovranno uscire dal cinema con la certezza che Gesù è vissuto in un mondo triste come il loro che ha come loro sentito che l’ingiustizia sociale è una bestemmia, come loro ha lottato per un mondo migliore.»

Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana.

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Citazioni

Fondazione Don Lorenzo Milani

Non vedremo sbocciare dei santi finché non ci saremo costruiti dei giovani che vibrino di dolore e di fede pensando all’ingiustizia sociale.
Da Esperienze pastorali

Con la parola alla gente non gli si fa nulla. Sul piano divino ci vuole la grazia e sul piano umano ci vuole l’esempio.
Da Esperienze pastorali

Io al mio popolo gli ho tolto la pace: Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice

al maestro. Non ho avuto né educazione né riguardo né tatto. Mi sono attirato addosso un mucchio di odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti e di conversazione del mio popolo.
Da Esperienze pastorali

E qual’è mai il giornale che scrive per il fine che in teoria gli sarebbe primario cioè informare o non invece per quello di influenzare in una direzione.
Da Esperienze pastorali

Da bestia si può diventare uomini e da uomini si può diventare santi: Ma da bestia a santi con un solo passo non si può diventare.
Da Esperienze pastorali

Io non vendo le mie singole prestazioni ma vendo la mia vita intera a una comunità intera, e quello che faccio lo faccio per tutti eguali e non faccio piaceri speciali a nessuno, perchè tutti sono ugualmente miei figliuoli“.
Da Esperienze pastorali

Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia.
Da Lettera a una professoressa

Se si perde loro (i ragazzi più difficili) la scuola non è più scuola. É un ospedale che cura i sani e respinge i malati.
Da Lettera a una professoressa

Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali. Da
Lettera ad una professoressa

Conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è tutt’uno.
Da Lettera ad una professoressa

È solo la lingua che rende uguali. Uguale è chi sa esprimersi e intendere l’espressione altrui.
Da Lettera ad una professoressa

Non mi ribellerò mai alla chiesa, perchè ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la chiesa.
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

Quando ci si affanna a cercare apposta l’occasione pur di infilare la fede nei discorsi, si mostra d’averne poca, di pensare che la fede sia qualcosa di artificiale aggiunto alla vita e non invece ‹modo› di vivere e di pensare.
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

Dai superficialissimi giudizi che voi intellettuali osate farci sulle cose della vita reale e che per forza di cose non potrete mai palpare con mano, ma solo attraverso l’inchiostro e la rielaborazione intellettuale.
Da Lettera di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

Mi fa tenerezza pensare come sei giovane per addentrarti nell’immensa solitudine di chi cerca solo di salvarsi l’anima. Ma solitudine per modo di dire. Si perde tutti i superiori, quasi tutti i confratelli, tutti i signori quasi tutti gli intellettuali e si trova in compenso tutti i poveri, gli analfabeti, i deficienti (mi ha fatto tanto ridere di gioia il sentire che a vespro non avevi che un deficiente. Io sono più in gamba di te, ne ho quattro. Molte domeniche non ho che loro e penso sempre che Dio mi deve volere molto bene se mi circonda di suoi elettissimi a quella maniera).
Lettera a don Ezio Palombo Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana.

La scuola deve tendere tutto nell’attesa di quel giorno glorioso in cui lo scolaro migliore le dice: ‹Povera vecchia, non ti intendi più di nulla› e la scuola risponde con la rinuncia a conoscere i segreti del suo figliolo felice solo che il suo figliolo sia vivo e ribelle.
Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

Ho badato a accettare in silenzio perchè volevo pagare i miei debiti con Dio, quelli che voi non conoscete. E Dio invece mi ha indebitato ancora di più: mi ha fatto accogliere dai poveri, mi ha avvolto nel loro affetto: Mi ha dato una famiglia grande, misericordiosa, legata a me da tenerissimi e insieme elevatissimi legali. Qualcosa che temo lei non ha mai avuto. E per questo m’è preso pietà di lei e ho deciso di risponderle. Lettera all’Arcivescovo di Firenze Card. Ermenegildo Florit
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana.

Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio.
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

L’arte dello scrivere è la religione. Il desiderio di esprimere il nostro pensiero e di capire il pensiero altrui è l’amore. E il tentativo di esprimere le verità che solo si intuiscono e le fa trovare a noi e agli altri. Per cui essere maestro, essere sacerdote, essere cristiano, essere artista e essere amante e essere amato sono in pratica la stessa cosa. Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

Ma il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installato insieme la casa dei poveri nella reggia dei ricchi, ricordati Pipetta, non ti fidare di me, quel giorno ti tradirò. Quel giorno io non resterò lì con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te di fronte al mio signore crocefisso.
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

Il disoccupato e l’operaio d’oggi dovranno uscire dal cinema con la certezza che Gesù è vissuto in un mondo triste come il loro che ha come loro sentito che l’ingiustizia sociale è una bestemmia, come loro ha lottato per un mondo migliore.
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana.

L’elemosina è orribile quando chi la fa crede d’essersi messo a posto davanti a Dio e agli uomini.

La politica è altrettanto orribile quando chi la fa crede d’essere dispensato dal sentir bruciare i bisogni immediati di quelli cui l’effetto della politica non è ancora arrivato: È evidente che oggi bisogna con una mano manovrare le leve profonde (politica, sindacato, scuola) e con l’altra le leve piccine ma immediate dell’elemosina,
Da Lettere di don Lorenzo priore di Barbiana

ho voluto più bene a voi (ndr ragazzi) che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. Da
Lettere di don Lorenzo priore di Barbiana

Dio non mi chiederà ragione del numero dei salvati, ma del numero degli evangelizzati.
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

Vuoi tu che i poveri regnino presto? Vuoi che regnino bene? Scrivi dunque o un libro per loro o un giornale per loro oppure fatti.. apostolo tra i tuoi compagni laureati cattolici per dare vita a una grandiosa scuola popolare a Firenze. Non come un dono da fare ai poveri, ma come un debito da pagare e un dono da ricevere.
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

T’ho scritto solo per metterti in guardia contro te stesso e per difendere la mia carissima moglie chiesa che amo tra infiniti litigi e contrasti (come ogni buon marito usa fare).
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I CARE”. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori: “me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario esatto del motto fascista “me ne frego”.
Da Lettera ai giudici

In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siamo cambiate. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello sciopero. Ma la leva vera di queste due leve del potere è influire con la parola e con l’esempio sugli altri votanti e scioperanti: E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede.
Da Lettera ai giudici

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.
Da Lettera ai giudici

Se la vita è un bel dono di Dio non va buttata via e buttarla via è peccato. Se un’azione è inutile, è buttar via un bel dono di Dio. È un peccato gravissimo, io lo chiamo bestemmia del tempo. E mi pare una cosa orribile perché il tempo è poco, quando è passato non torna.
Da Una lezione alla scuola di Barbiana.

L’ha detto Don Milani:

«L’arte dello scrivere è la religione. Il desiderio di esprimere il nostro pensiero e di capire il pensiero altrui è l’amore. E il tentativo di esprimere le verità che solo si intuiscono e le fa trovare a noi e agli altri. Per cui essere maestro, essere sacerdote, essere cristiano, essere artista e essere amante e essere amato sono in pratica la stessa cosa.» Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana
> vedi tutte le frasi

 Fondazione Don Lorenzo Milani

libri..

esperienze pastorali

È stato il primo libro libro scritto da don lorenzo
Riportiamo alcuni ritagli della stampa dell’epoca:

L’obbedienza non è più una virtù

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Documenti del processo a Don Milani
Scuola di Barbiana
Lettera a uno professoressa

lettera-a-una-professoressa.gif

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Libreria Editrice Fiorentina

Benedetto Calati, un monaco senza indulgenze   1 comment


rossana.jpg

 di ROSSANA ROSSANDA

Si è spento a Camaldoli    

calati.jpg Benedetto Calati,

un monaco raro che amavamo e che  ci amava e per noi,

 che non speriamo nell’eternità,

per sempre perduto.
 Era avvertito della fine, aveva salutato i fratelli ..saliti fra vento e   pioggia a dirgli addio,

ma si è era schermito dal benedirli,

 come per       restare il più spoglio fra di loro.

E poi s’era fatto riportare in cella, 


ontano dall’agitazione che circonda anche la morte,
trattenendo con un    gesto soltanto Emanuele Bargellini,che porta su di sé la responsabilità  del convento,

 la mano nelle mani di lui,

finché l’ansia del respiro si è    andata acquietando nel sonno della fine.
      Aveva 86 anni, era smagrito come un ramo secco, i grandi occhi scuri
      rimasti divoranti sul volto smunto. “Benedetto ha ottant’anni” aveva
      telefonato ridendo un certo mese di marzo; nessuno ama la vita come chi
      vede in essa una meraviglia di dio. Era nato povero, Luigi Calati, che poi
      aveva scelto il nome del suo ordine, i benedettini, nella campagna del
      tarantino, e da ragazzo i suoi l’avevano messo nel convento dei
      carmelitani a Mesagne. Di quella campagna ossequiente aveva raccontato una
      volta a Montegiove, facendo sussultare un vescovo che s’era presentato
      inatteso, che la processione del Corpus domini si fermava sotto il balcone
      dei signori del paese, perché essi non vi partecipavano fra il volgo. Era
      nato ribelle, se a 16 anni era scappato una notte verso Camaldoli dove gli
      avevano detto che la parola era studiata “sine glossa”, senza il filtro
      dell’interpretazione obbligata o consentita. E di Camaldoli era diventato
      la guida nel 1969, in ubbidienza ma con il cuore libero, che era la sola
      cosa libera che la chiesa lasciava allora e che gli aveva insegnato il suo
      testo prediletto, gli scritti di Gregorio Magno, il papa che era stato un
      prefetto di Roma e poi s’era raccolto al Celio, mentre l’unicità
      dell’impero era battuto dall’irruzione dei barbari/l’altro, abbattendone
      l’arroganza. Gregorio, il solo pontefice che aveva detto: “L’ultimo dei
      credenti può interpretare la parola come me”.

     cop112.jpg 

Ma poi la chiesa se l’era non ..innocentemente scordato,

 e quella che  Benedetto aveva conosciuto da giovane era chiusa ed occhiuta,

fino ai   rimbrotti del Sant’Uffizio, pronto a ritirare l’insegnamento ….

se non a   scomunicare anche i più grandi.

Così per prima cosa, pur tacendo, aveva   riaperto Camaldoli.. al suo ruolo storico di passo,

luogo di sosta,  accoglienza e ascolto dei viaggiatori che attraversavano l’Italia. A 


      Camaldoli nei secoli passati erano affluiti da Firenze anche i Medici e
      qui adesso affluivano gli amici inquieti e anche qualche nuovo potente,
      che Benedetto scrutava riconoscendo, con un sorriso, “un poveretto
      allevato nelle sacrestie”.
      E a capo di Camaldoli era rimasto fino al 1984, quando qualche commesso di
      Roma lo aveva indotto a lasciare. Ma ormai il monastero era cambiato,
      c’erano i suoi allievi ed amici, ed egli ne rimaneva il riferimento – non
      l’autorità, termine che non amava. Un centro di preghiera e opere, ricerca
      teologica e musica, spalancato sul mondo – non arrivava a dire che forse
      ogni monaco avrebbe dovuto lavorare fuori, e poi rientrarvi, per non
      cedere all’appartarsi dalla vita reale degli uomini? Da parte sua, egli
      scendeva a Roma, insegnava a Sant’Anselmo, visitava le altre case e i
      gruppi che lo chiamavano.
      E l’estate veniva a Montegiove, la bella casa benedettina un poco cadente
      sopra Fano, dove si riunivano credenti e non credenti, definizione di cui
      a lui non poteva importare di meno, giacché dio, era scritto, aveva amato
      il mondo, non solo i fedeli. A Montegiove si discuteva dei temi e dei
      dilemmi sapienziali, quelli che in ultima istanza non sono così
      distinguibili fra religione e religione, religione e laicità – il
      cristiano ha in più la fede, che è un dono e una virtù, ma un po’ meno
      essenziale dell’amore. Leggeva per noi i testi che più amava – ma perché
      torna su Gregorio?, si chiedevano talvolta i fratelli più giovani. Penso
      che fosse perché era il pontefice che aveva detto: siate soli davanti al
      testo. E nelle sue parole, nelle ricerche dei biblisti, nelle nostre
      domande o obiezioni o risposte, Benedetto ascoltava se stesso, vedeva la
      profezia come un anagramma della storia, e fra esse e il tempo vedeva
      inscriversi il cammino degli uomini. Del resto, un solo errore gli
      appariva una colpa ed era il potere, il potere sulle menti, il potere del
      comando e della ricchezza. Era stato l’editto costantiniano, il patto fra
      la chiesa e il potere terreno, la vera grande colpa. Per chi non aveva
      potere e con lui cercava, egli nutriva un’insaziata curiosità e tenerezza.
      Erano gli amici e le amiche, cui scriveva come Gregorio: “Perché non
      vieni? Tutta Roma ti aspetta”. Ma non era vero niente, aggiungeva ridendo,
      non era Roma era Gregorio che aspettava.

      A Montegiove lo sentii per la prima volta, me l’aveva indicato Adriana
      Zarri, parlava sulla legge, la coscienza, la libertà e metteva la libertà
      per prima. Non succede spesso che un sacerdote parli così, ma dio ci ha
      fatto liberi, ricordava. Liberi di pensare e liberi di ascoltare. Anche
      qualche anno dopo, quando parlammo dell’esilio, rivendicò al monachesimo
      non la fuga dal mondo – respingeva il contemptus mundi, il disprezzo del
      mondo predicato dalla chiesa devozionale – ma il ritiro dell’io con la
      parola, senza l’intermediario della legge. Il monachesimo è stato la
      libertà della chiesa nascente. Al convento bisognava tornare per
      continuarne a uscire fra la gente.
      Lui continua a muoversi dalla cella al mondo. E poiché i monaci sono
      pazzi, ne uscì anche in un impietoso luglio, quando il solleone del
      meriggio lo colse in viaggio, e un ictus lo colpì, crudelmente
      bloccandogli la mano e la parola, lo scrivere e il parlare, il tramite fra
      lui e gli altri. Nessuno di noi dimenticherà il fuoco delle sue parole
      brevi e appassionate, che nessuna pagina restituirà mai.

      Dal limite e l’umiliazione del non riuscire a districare i suoni e reggere
      la penna, era uscito da solo, sfuggendo per riserbo alle affettuose
      violenze dei medici – non poteva sentirsi addosso le mani su quel corpo
      che, ci spiegò una volta sorprendendoci un benedettino diverso, Teodoro
      Salmann, imparava dal monachesimo una compiuta compostezza; che, secondo
      Paolo, ci spiegava il biblista Barbaglio, è cosa di dio. Non so che cosa
      ne pensasse Benedetto. Non gli piaceva né soffrire né indebolirsi, ed era
      riuscito a venirne fuori da solo, caparbio, la parola appena un poco
      intralciata e la mano appena meno ferma. Aveva dovuto rinunciare alle
      lezioni a Sant’Anselmo, diminuire i viaggi, evitava i passeggi, come le
      lunghe scalinate del Celio, dove doveva essere aiutato. Non amava l’idea
      della morte, ne aveva paura, mi disse un giorno che parlavamo sotto il
      diluvio, lui inquieto nella zampata che si era sentito addosso e io
      appesantita dalle insufficienze nelle quali sta finendo la mia strada. Mi
      dicono che ultimamente le si era riconciliato, riconciliato con la fine
      della meravigliosa vita, questa vita, traversata dal tempo che la divora,
      ansia e dubbi e felicità delle creature: amava San Francesco più per il
      Cantico delle creature che per la povertà, lui che non aveva nulla e non
      vidi mai nel bellissimo abito bianco del suo ordine, lui che girava in
      pantaloni e maglione, una sciarpa al collo.

      Ma doveva essere ormai pieno di collera, se questa parola gli si può
      attribuire, o forse un eccesso di amore frustrato per la chiesa che era
      stata la sua passione. Come ha detto questa estate a un amico (Raffaele
      Luise, La visione di una monaco, Cittadella Editrice, pagg. 95, Assisi
      2000), aveva veduto nel Concilio Vaticano II la realizzazione della
      speranza che la chiesa ritrovasse lo spirito del Nuovo testamento e la
      sapienza del Vecchio. Speranza nutrita in un lungo silenzio, perché gli
      ultimi papi “avevano paura della laicità, paura del mondo sconsacrato”,
      ignoravano che “dio non dice di amare i fedeli ma di amare il mondo”. Ma
      poi era venuto il miracolo di Giovanni XXIII, “figlio di contadini che
      arrivò a essere papa – contro ogni diplomazia e regola – perché era tanto
      vecchio… sussultammo anche noi per quel papa vecchio prima di scoprire
      che era giovane”. E ricorda il riso liberatorio con cui lo videro arrivare
      in Vaticano “sulla sedia gestatoria con la tiara in testa e la fettuccia
      delle mutande che era stata legata male. Finalmente ridemmo”. Erano stati
      liberati dal papa “che ci ha dato il Concilio, cioè il primato della
      parola di dio oltre ogni gerarchia umana, cristiana, cattolica”.
      Ma poi sono venuti i colpi di arresto, le prudenze (è severo Benedetto con
      Paolo VI) e infine la concessione alle pompe e agli ori e alla mediaticità
      del sontuoso giubileo, e quel piovere di vergognose indulgenze e
      beatificazioni, perfino Pio IX. Già l’anno scorso ne aveva fatto un cenno
      severo a Montegiove. Adesso nell’intervista a Luise la requisitoria è
      spietata. Sì, aveva sperato che il Concilio facesse uscire la chiesa da
      quello stato in cui “non c’era più ombra di vita, i fedeli dovevano essere
      più che fedeli, obbedienti”, come i sudditi di una repubblica pagana,
      tutti sotto controllo. Il dialogo ecumenico si apriva fra religioni e fra
      gli uomini e le donne, “uomini e donne alla pari, che sono essi la chiesa,
      il popolo di dio”, non più soltanto cardinali, papi, curia e vescovi.
      Popolo dove ognuno “conserva la rivelazione nel suo cuore come Maria”, la
      sorella di Marta, “perché la chiesa non inventa la verità, la custodisce”.
      Ma allora, gli è stato chiesto, il Sant’Uffizio? “Deve andare a farsi
      friggere”. E la Congregazione della dottrina della fede? “Un’espressione
      senza senso”. Già circolano le voci sussiegose, quando mai un monaco parla
      così? Benedetto non salva uno degli apparati ideologici della chiesa,
      tantomeno la curia: non hanno rampognato anche le miti parole del padre
      Dupuis, mentre elogiano l’Opus Dei e Comunione e Liberazione? Le
      istituzioni del Vaticano sono residui, temporali, storici. Ma allora
      l’infallibilità del papa? Storica anch’essa, recente. E il papato? La
      chiesa dovrebbe essere di tutti, delle “aggregazioni locali con il loro
      presidente e, mi auguro, la loro presidente”. Dunque l’esclusione della
      donna dall’amministrazione dei sacramenti? Non comprensibile esclusione
      storica, ma errore, colpa. Non sono le donne che erano rimaste con Cristo
      sotto la croce mentre tutti gli altri, perfino Giovanni, fuggivano? Non è
      a Maria che Cristo risorto si rivolge per primo: Maria non mi riconosci?
      Non erano certo mancate all’ultima cena e se una donna ha evangelizzato la
      Germania vuol dire che amministrava i sacramenti (Luise annota: non è
      storicamente provato). E l’amore? L’amore è quel che più conta. E’ il
      paradigma della cristianità, il senso della chiesa. Ma l’amore carnale?
      Sì, anche quello, quello del Cantico dei cantici, di San Giovanni della
      Croce, di Abelardo ed Eloisa, capiti da Pietro il Venerabile, l’unione dei
      corpi. Ma l’obbligo del celibato? Una prevaricazione di una piramide
      maschile come è la chiesa romana. Il celibato non può essere che una
      libera scelta del monaco.

      Su questo ultimo Benedetto, che ha raccolto le forze per riordinare quel
      che a voce appena un poco più bassa aveva sempre detto, il silenzio del
      Vaticano è calato come un macigno. Ma forse parlerà a molti cristiani che
      vi riconosceranno.  

un commento..il…mio 

“lo conobbi a Camaldoli..

andavo a ” convegni” con mia moglie in “carrozzella”…

una domenica..d’inverno..assistetti ad una messa in monastero..

un monaco che non aveva..confermato i voti …

si era sposato e festeggiava …con sua moglie..

in una chiesa “quasi vuota” (me e Licia).. 

le nozze d’argento..

Benedetto ..presiedeva la messa e iniziò..la Sua omelia…

sorriso sulle labbra….”Quando Fate..all’amore..benedite il signore..

perchè il signore vi ama”     !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

era una “COLOMBA”..

solamente..”una colomba”…

ottavo “sacramento” L’Amicizia..(un sacramento della chiesa cristiana.. non-ufficiale)   Leave a comment


..

in questi ultimi giorni.. insieme ad altri amici…

 abbiamo scoperto..   ”l’esistenza” di…. (roba da matti)

questo.. [ottavo ]  “sacramento”…

cosa seria..ma consigliabile  e ..a dire il vero.. “consigliato”….

  da ..un sant’uomo..

un “folle di Dio”… “solo”

a “folli di Dio..o folli di Umanesimo…”

stavamo seguendo un corso.. su Verita’ nella vita quotidiana,ecclesiale,politica..

una..bbotta de vita!!!!!!!!!!!!!!!

filosofi,psicologi,politici,giornalisti,esegeti,monaci (i nomi li trovate in seguito).

tutti a spiegare,..che ..la societa’ e la comunita’ ecclesiale..

“sostanzialmente”..ci hanno… e ci stanno…

circuendo…. il cervello… da quando siamo nati!!!!!!!

naturalmente..i professionisti..laici..non erano..”preparati” …

 a DISCERNERE..le menzogne della Chiesa ..

ho dato il mio modesto..contributo..(SIC)

un giovane scrittore di gran talento..

mi ha affascinato..con una frase che rimarra’ indelebile..

nella memoria..”la verita’  innamora..”

e’ vero..e’ questo il motivo..perche’ la ho sempre cercata..

la verita’ delle  cose..la verita’ di dio..la verita’ dell,uomo..

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