Archivio per l'etichetta ‘papa francesco

Nascita del Quarto Reich (Piergiorgio Odifreddi)   2 comments


La capitolazione imposta alla Grecia dalla’Germania segna il momento ufficiale della morte della democrazia europea e della nascita del Quarto Reich. Fino a ieri potevamo ancora illuderci che le nazioni europee mantenessero la propria sovranità, e che le elezioni e i referendum servissero a dare un mandato ai parlamenti e ai governi. Da ieri sappiamo ufficialmente che i pareri degli elettori sono carta straccia, e contano soltanto le decisioni della Germania e, tramite essa, dei mercati, delle borse e della finanza.

All’annuncio dell’accordo, gli speculatori hanno immediatamente votato nell’unico modo che ormai conta: facendo salire gli indici di borsa. E, come gli avvoltoi che all’annuncio del terremoto festeggiavano, al pensiero degli affari della ricostruzione, anch’essi hanno esultato, nella previsione della spartizione delle spoglie pubbliche greche che va sotto il macabro nome di “privatizzazione”

Da domani la farsa della democrazia greca chiude i battenti. L’ex ministro Varoufakis ha raccontato in un’intervista quale fosse la filosofia dei leader del nuovo Quarto Reich nelle trattative: “Non possiamo permettere che le elezioni nei vari paesi cambino le direttive imposte dai mercati e dalle borse”. Dal che discende, ovviamente, che è ormai inutile tenerle, le elezioni, perché i risultati non avranno effetti sulle decisioni dei padroni e sui comportamenti dei servi.

Ora sappiamo anche cosa è successo nel 2011 in Italia: esattamente la stessa cosa. Con una differenza: che mentre un leader come Tsipras e un partito come Syriza hanno cercato coraggiosamente, benché inutilmente, di preservare la dignità e la democrazia del proprio popolo, un presidente come Napolitano è un partito come il Pd le hanno svendute vigliaccamente all’italiana: cioè, senza nemmeno combattere.

Il risultato sono stati i governi Monti e Renzi, eterodiretti e senza mandato elettorale. Le politiche che i greci dignitosamente contestano in piazza e che gli italiani indegnamente accettano in silenzio, in preda alla sindrome di Stoccolma. E soprattutto una schifosa visione del mondo, basata su un unico valore: il denaro.

In base a questa visione, i lavoratori non sono uomini considerati come fini, ma animali usati come mezzi. I servizi sociali non sono misure di civiltà, ma costi improduttivi. Delle merci conta non l’utilità, ma la vendibilità. Gli acquisti si fanno non in base ai bisogni degli acquirenti, ma ai desideri dei venditori. E i media sono contenitori non di alta cultura, ma di bassa pubblicità.

In un mondo come questo, non vale la pena vivere: nemmeno per i ricchi, anche se nella loro stupida avidità essi nemmeno se ne accorgono. Anzi, pensano che lo squallido “modello” di vita che propongono debba essere imposto al mondo intero: paradossalmente, all’insegna della democrazia che quello stesso “modello” ha ucciso rendendola ormai un’utopia obsoleta e anacronistica.

6LUG2015
E ora un referendum in Europa!

L’ossimorico “colpo di stato democratico”, consistente nel far cadere un governo liberamente eletto con un diktat della BCE o del FMI e sostituirlo con un governo fantoccio prostrato ai loro ordini, riuscito in Italia nel 2011 con la correità del presidente Napolitano e l’acquiescenza dei governi Monti, Letta e Renzi, è fallito nel 2015 in Grecia.

I leader della Comunità Europea, dai giganti come la Merkel ai nani come Renzi, passando per il santo protettore degli evasori fiscali Juncker, sono pesantemente intervenuti nella campagna per il referendum greco, a favore della sconfessione del governo Tsipras e delle sue conseguenti dimissioni anticipate. Gli elettori greci hanno invece fatto loro una solenne pernacchia, quasi raddoppiando i voti che Tsipras aveva ottenuto cinque soli mesi fa.

Se la Merkel, Renzi, Juncker e i loro comparigrado dei diciotto paesi dell’Eurozona fossero, per ipotesi assurda, uomini e donne d’onore, indirebbero per domenica prossima un referendum e chiederebbero democraticamente ai cittadini che pretendono di rappresentare se sono o no d’accordo con le politiche economiche che essi impongono ai propri e agli altrui paesi, in nome e per conto delle banche e dei giganti aziendali smascherati dai Luxemburg Leaks.

Se così facessero, forse tra una settimana si potrebbe finalmente incominciare a costruire un’Europa dei Cittadini, e a smantellare l’Unione delle Banche Europee. Ma, naturalmente, gli uomini e le donne del disonore che si fanno chiamare leader, ma sono in realtà dei follower, si guarderanno bene dal farlo: rimarranno aggrappati con le unghie al potere che è stato loro affidato dai poteri forti, proprio perché lo gestissero contro i cittadini deboli.

E così dovremo aspettare le elezioni in Spagna, per dare il secondo colpo di piccone all’Euro. E il referendum in Inghilterra, per darne un’altro all’Unione. In Italia, non si prevedono elezioni o referendum alla breve, e forse nemmeno alla lunga. Infondo, Renzi trova tanto comodo comandare senza alcun mandato elettorale, che non si vede perché dovrebbe scomodarsi a chiederne uno: non vale la pena giocare gli stupidi giochi della democrazia, soprattutto quando si corre il concreto rischio di perderli.

28GIU2015
Je suis grec et démocratique

Il presidente del Consiglio greco Alexis Tsipras è stato eletto il 26 gennaio scorso dagli elettori del suo paese con il mandato di contrastare le politiche liberiste che, con la scusa della crisi, gli organi extranazionali nominati cercano di imporre oligarchicamente ai parlamenti e ai governi nazionali democraticamente eletti.

Tsipras ha coraggiosamente cercato di contrastare per cinque mesi i diktat della famigerata troika composta da Banca Europea, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale. E posto di fronte al ricatto finale dei loro Dracula ha deciso di appellarsi al popolo greco e chiedere il suo parere attraverso un referendum, benché forte di un recente mandato elettorale per rifiutarlo.

Il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi è stato nominato il 22 febbraio 2014 dal presidente della Repubblica e ha ricevuto, in un parlamento eletto con una legge incostituzionale, la fiducia da parte di una maggioranza di parlamentari eletti nel Pd con il mandato di perseguire la politica non liberista del programma elettorale di quel partito.

Piegandosi ai diktat degli stessi Dracula della stessa troika, Renzi ha implementato invece la politica liberista da essa pretesa, imponendo riforme elettorali, lavorative e scolastiche che hanno diviso il paese, benché non avesse mai ricevuto alcun mandato elettorale dagli elettori italiani, e la sua maggioranza ne avesse ricevuto uno per implementare riforme contrarie a quelle a cui si è piegata.

Domanda da un milione di euro (o dracme): chi, fra Tsipras e Renzi, è democratico? Quello che non fa ciò che è stato eletto per non fare, e che chiede comunque ai suoi elettori se vogliono che non lo faccia? O quello che fa ciò non è stato eletto per fare, anche perché non è mai stato eletto, e che non chiede ai suoi elettori se vogliono che lo faccia?

Ps. Il ministro delle finanze Varoufakis ha dichiarato che, poiché la legge elettorale maggioritaria greca ha permesso al partito di Tsipras di andare al governo con solo il 36 per 100 dei voti, esso non è legittimato a prendere decisioni importanti come quella in gioco, che richiedono il 50 per 100 più 1 dei voti. Evidentemente la Grecia, che ha inventato la democrazia a sua gloria, la capisce meglio di un paese come l’Italia, che ha inventato il fascismo a sua vergogna, ed è più a suo agio con la dittatura.

Pps. A favore del referendum e del “no” ai diktat della troika, ecco i pareri di piketty, krugman e stiglitz.

24GIU2015
La Corte Costituzionale all’amatriciana

La Corte Costituzionale ha stabilito che il blocco degli stipendi della Pubblica Amministrazione, in vigore ormai dal 2010, era non solo illegale, ma addirittura incostituzionale. I dipendenti che hanno dunque visto lesi non solo i propri diritti legali, ma i diritti costituzionali di tutti i cittadini, dovranno allora essere risarciti? Manco per idea! Siamo in Italia, nel paese delle operette, e dipendenti e amministrazione possono cantare in coro:

Chi non ha avuto, non ha avuto, non ha avuto…
Chi non ha dato, non ha dato, non ha dato…
Scurdámmoce ìo ppassato,
Simmo ’e Napule paisá!…

E se qualcuno, invece di essere a Napule e governato da De Luca, sperava di essere in Italia e tutelato dalla Corte Costituzionale? Dovrà farsene una ragione.

D’altronde, quest’ultima non è la stessa che ha stabilito, un paio d’anni fa, che l’intero Parlamento è stato eletto con una legge elettorale incostituzionale, ma può rimanere comunque in carica? Siamo appunto in Italia, nel paese delle operette, e elettori ed eletti possono cantare in coro:

Chi ha avuto voti, ha avuto, ha avuto…
Chi ha dato voti, ha dato, ha dato…
Scurdámmoce ìo ppassato,
Simmo ’e Napule paisá!…

E se qualcuno, invece di essere a Napule e governato da Renzi, che ha avuto come unico mandato governativo la fiducia di un Parlamento eletto con una legge incostituzionale, ma può comunque governare come se niente fosse, sperava di essere in Italia e tutelato dalla Corte Costituzionale? Di nuovo dovrà farsene una ragione.

Almeno fino a quando il popolo sovrano non deciderà di darle di santa ragione al Parlamento, al governo e alla Corte Costituzionale. D’altronde, se interpellata, quest’ultima non stabilirà forse che coloro che se le sono prese, le hanno ricevute in maniera incostituzionale, ma dovranno comunque tenersele? Siamo in Italia, nel paese delle operette, e menatori e menati potranno cantare in coro:

Chi le ha prese, le ha prese, le ha prese…
Chi le ha date, le ha date, le ha date…
Scurdámmoce ìo ppassato,
Simmo ’e Napule paisá!…

Viva Napule! E viva la Corte Costituzionale all’amatriciana!

16GIU2015
Uno Stato ormai delegittimato

In qualunque consesso civile, affinché le decisioni prese abbiano valore si richiede la presenza del “numero legale”: se manca la maggioranza degli aventi diritto, non si può deliberare. Così avviene nei condomini, nelle associazioni, nelle società, nei dipartimenti, nelle facoltà, persino nei referendum.

Se lo Stato fosse dunque un consesso civile le elezioni di ieri verrebbero annullate, perché la maggioranza degli elettori non vi ha preso parte. Ma è appunto per evitare questo risultato che lo Stato incivile si tutela imponendo sé stesso e la propria presenza in ogni caso, indipendentemente dall’opinione che i cittadini hanno su di esso.

E fa bene, perché ormai da qualche tempo ogni appuntamento elettorale conferma l’impressione che l’opinione della maggioranza dei cittadini sia una sola, e cioè questa: che lo Stato non sia altro che un inutile e dannoso moloch, che ha forse come scopo secondario quello di soddisfare i loro bisogni sociali, ma ha certamente come scopo primario quello di preservarsi a loro spese, ed è dunque inutile andare a votare per l’uno o l’altro suo rappresentante.

In effetti, dalle tasche dei contribuenti lo Stato sottrae più di metà dei loro guadagni: più del 40 per 100 in Irpef sul reddito, e più del 20 per 100 in Iva sulle spese effettuate con il rimanente. Una parte di questi introiti va sicuramente a coprire i cosiddetti “servizi” ai cittadini, che si situano però spesso a livelli da terzo mondo: la sanità, i trasporti, le poste, le scuole, i lavori pubblici, la giustizia, eccetera. Ma un’altra consistente parte va altrettanto sicuramente a coprire le spese per il funzionamento del carrozzone della Pubblica Amministrazione locale e centrale, che è disgustosamente inefficiente e vergognosamente sovradimensionato.

E’ ovvio che alla lunga i cittadini incomincino a domandarsi se valga la pena partecipare alla profana rappresentazione delle elezioni, in mancanza di propositi sensati e credibili (ovvero, né berlusconiani, né renziani) di rifondare l’intero carrozzone. Anzitutto, smantellando radicalmente l’esercito di parassiti clientelari che infestano i comuni, le province, le regioni, il parlamento e i ministeri, e contribuiscono non solo a drenare risorse, ma anche a tessere le maglie dell’idiota e bizantina rete burocratica che soffoca la vita quotidiana del cittadino qualunque.

Inoltre, modernizzando e rendendo efficienti i servizi che costituiscono la ragion d’essere dello Stato stesso. A partire dalla sanità, che da un lato succhia la fetta preponderante delle spese locali, ma dall’altro la sperpera per foraggiare le lobbies delle case farmaceutiche, degli ospedali e dei medici, che finora nessuna riforma ha nemmeno pensato di toccare.

Infine, eliminando l’assurda divisione dicotomica di un paese nel quale, secondo i dati di pochi giorni fa, trenta milioni di cittadini non denunciano alcun reddito, e dieci milioni denunciano un reddito che permette loro di pagare tasse inferiori ai 55 euro annuali. Sui venti milioni di contribuenti rimanenti si accaniscono le grinfie dell’Agenzia delle Entrate, che non fa nulla o quasi per effettuare controlli sui rimanenti quaranta milioni, e pretendere da loro spiegazioni su come si mantengano e di cosa vivano.

L’astensione ormai maggioritaria nei confronti dei vuoti riti di questo Stato cialtrone e inefficiente, forte con i deboli (lavoratori e contribuenti) e debole con i forti (parassiti ed evasori), suona un campanello d’allarme che può essere messo a tacere solo in due modi. Il primo, legale, è la convocazione di un’Assemblea Costituente a cui partecipino rappresentanti della società civile incaricati di riformare il sistema dalle radici, e dalla quale siano interdetti i politici di professione, sulla base del principio per cui una riforma della giustizia non viene affidata ai delinquenti, né una riforma dell’erario agli evasori.

In assenza di questo ci si dovrà aspettare, e non ci si potrà stupire, che la maggioranza della popolazione, che rifiuta di continuare a giocare allo sporco gioco della scelta obbligata fra alternative tutte screditate e fra loro indistinguibili, sia costretta a far ricorso ai mezzi illegali che storicamente sono sempre serviti a effettuare i veri cambiamenti di potere. Compresi, ovviamente, quelli che hanno portato ai sistemi democratici: chi è causa del suo mal, piangerà sé stesso.

Scritto in Senza categoria | 1.252 Commenti »

13GIU2015
Bergoglio: da che pulpito! E chi se ne frega!

In questi giorni i media non ci danno tregua, sparando a titoli cubitali una dietro l’altra supposte notizie su Bergoglio. Cioè, abboccando come polli alle esche lanciate dal suo spin doctor Greg Burke, che arrivando pure lui dai media (per la precisione, dal canale trash delle Fox News statunitensi) sa bene quali siano le sollecitazioni alle quali i giornalisti sono sensibili, e dalle quali sono più propensi a lasciarsi menare per il naso.

A parte la visita dei 100.000 futuri presidenti del Consiglio italiani, per ora fermi alla prima tappa del loro duro percorso di formazione nello scoutismo, prima di passare gioiosamente alla seconda tappa dei giochi a premi televisivi, la grande notizia di ieri e oggi è che la Chiesa è pronta a una data unica e fissa per la Pasqua: come se quella data non fosse per sua natura una vuota convenzione, che può ovviamente essere cambiata a capocchia nel modo che fa più comodo.

Un paio di giorni fa si era invece trattato della profonda scoperta linguistica, dapprima confidata a Scalfari nel segreto dei loro incontri e ora divulgata urbi et orbi, che il sostantivo “Chiesa” è femminile, e non maschile: come se da questo dovesse derivare chissà quale conseguenza epocale. Aspettiamo con ansia il momento in cui Bergoglio scoprirà che la parola “spirito” è maschile in italiano e in latino, ma era neutra nel greco pneuma e femminile nell’ebraico ruah, con conseguenze immaginiamo epocali per la teologia francescana (del papa, non dei frati).

Mentre c’era, Bergoglio ha aggiunto che “la Madonna è più importante degli Apostoli”, anche se il suo ruolo era secondario nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli: come se la mariologia non fosse una fantasiosa invenzione successiva. I dibattiti sulla questione, cruciale per la storia dell’umanità, se la Madonna fosse christotoka o teotoka furono infatti “risolti” al Concilio di Efeso nel 431. Quelli, altrettanto cruciali, sulla sua verginità “prima, durante e dopo il parto” al Sinodo Lateranense del 649. La sua immacolata concezione fu dichiarata dogma di fede nel 1854, dopo un referendum tra i vescovi (evidentemente, tutti testimoni oculari dei fatti). E la sua assunzione in cielo fu proclamata nel 1950 da un papa con le traveggole, che la settimana prima aveva visto con i suoi occhi “il Sole rotante”.

Sono pronto a scommettere che il pubblicitario Bergoglio sta meditando di fare ciò che non aveva osato Giovanni Paolo II, che pure era un fan talmente sfegatato della Madonna da aver scelto come motto totus tuus: proclamare, cioè, il quinto dogma mariano della corredenzione, come proposto da Madre Teresa di Calcutta e richiesto da tanti altri invasati.

Nell’attesa del grande evento, Bergoglio ha lanciato le prove generali con un giubileo straordinario, evidentemente immemore del fatto che quel genere di carnevale simoniaco è un’invenzione del dantesco Bonifacio VIII: a dimostrazione che le apparenze dei papi cambiano, ma la sostanza rimane immutata, esattamente al contrario di ciò che accadrebbe con la transustanziazione del pane e del vino.

A noi il giubileo straordinario costerà 500 milioni di euro di finanziamenti statali diretti, oltre ai rivoli indiretti che si disperderanno in tutte le direzioni. Un business straordinario, che Renzi ha sfilato dal controllo del sindaco di Roma e affidato alla gestione del prefetto, per riportarlo saldamente sotto il controllo del governo, come ai tempi delle emergenze di Bertolaso.

Nel frattempo, così come il presidente del Consiglio si preoccupa di fare da sponda al papa, il papa gli rende il favore: l’altro giorno, ad esempio, è andato a pontificare di fronte al Consiglio Superiore della Magistratura. Tutto tronfio, ovviamente, per essersi finalmente deciso in quegli stessi giorni a far processare i vescovi che hanno coperto gli scandali di pedofilia del clero: ovviamente, da un tribunale vaticano, invece di consegnarli ai tribunali civili degli stati dove hanno commesso i loro crimini di connivenza.

Si potrebbe andare avanti a lungo. Come dicevamo, infatti, di queste non notizie ne riceviamo a tamburo battente, con commenti estasiati per le supposte aperture del papa, senza che nessun giornalista abbia il coraggio di dire le poche parole che sarebbero l’unico commento completo e pertinente: cioè, a seconda dei casi, “da che pulpito!”, e/o “chi se ne frega!”.

30MAG2015
Il Grande Rottamatore e i suoi Grandi Rottami

Prima di occupare prepotentemente la poltrona di Palazzo Chigi, per cooptazione presidenziale ma senza alcun mandato elettorale, Matteo Renzi si era presentato al pubblico dello spettacolo della politica come il Grande Rottamatore. Ora che sul trono ci si è seduto e intende rimanerci fino al 2023, almeno secondo le sue ultime dichiarazioni, Matteo Renzi ha gettato la maschera ed è sceso in campo personalmente, insieme alla sua vestale Boschi, a far campagna elettorale per Vincenzo De Luca, uno dei Grandi Rottami del Pd.

I due ovviamente se la intendono, perché condividono molte delle più bieche caratteristiche dell’uomo politico italiano: l’arroganza, la superbia, l’amore per il potere fine a se stesso e il disprezzo della legalità. De Luca l’aveva dimostrato tempo fa, rifiutandosi di rispettare la legge che vieta di cumulare le cariche di sindaco e di sottosegretario. E l’ha dimostrato ora, pretendendo di candidarsi alla presidenza della Regione nonostante la legge Severino gli impedisca di esercitare il mandato, essendo lui stato condannato per un abuso d’ufficio commesso da sindaco.

Gli stolti elettori delle primarie del Pd l’hanno votato lo stesso, a dimostrazione del suo controllo da boss del territorio, e il furbo presidente del Consiglio l’ha presentato in campagna elettorale come un esponente di spicco del sedicente Partito della Legalità, oltre che come l’ideatore di politiche locali che adottate su scala regionale farebbero salire il Pil di un punto percentuale: a vantaggio di quale parte della popolazione, si può facilmente immaginare.

Non c’era dunque bisogno che la Commissione Antimafia (o, nella fattispecie, Anticamorra) lo dichiarasse “impresentabile”. E le reazioni isteriche alla sua pacifica inclusione nella lista (che, si ricorda, l’Antimafia ha sempre pubblicato anche prima di tutte le altre elezioni amministrative, politiche ed europee, a partire dal 2007) non sono altro che i capricci del bambino che se la prende con il fratello o il compagno che l’ha consegnato alla madre o alla maestra, invece che con se stesso per la marachella che ha combinato.

In questo caso, però, il bambino furbetto è un presidente del Consiglio, che pretende di essere il volto nuovo e pulito della politica italiana. E la marachella è la difesa di un uomo che pretende di essere al di sopra di una legge la quale, col senno di poi, si capisce essere stata fatta ad personam, come pretesto per eliminare dalla scena Berlusconi, e non per ripulire l’immondezzaio della politica.

Renzi ora trema, e dice che le elezioni di domani non sono un test su di lui, ma se gli elettori vogliono possono diventarlo. Di motivi per mandare a casa Renzi ce ne sono a dozzine, ma quello che ha tradito la sua falsa missione di rottamazione e di moralizzazione sarebbe il più indicato. Naturalmente non accadrà, perché Renzi non è affatto un uomo nuovo o pulito: è invece l’ultima espressione del trasformismo di un partito vecchio e sporco che ha espresso De Luca nel passato, e che continua a difenderlo nel presente. E altrettanto naturalmente gli elettori lo voteranno, non nonostante il fatto che sia un condannato impresentabile, ma proprio per questo.

Scritto in Senza categoria | 1.329 Commenti »

25MAG2015
Si è spenta una Mente Meravigliosa

John Nash e la moglie Alicia sono morti ieri in un incidente stradale, sbalzati fuori da un taxi che li riportava a casa da Oslo, dove il matematico aveva ricevuto la scorsa settimana il premio Abel dalle mani del re di Norvegia, e aveva incontrato il campione del mondo di scacchi, il norvegese Magnus Carlsen. Una morte straordinaria, analoga a quella della principessa Diana, per una coppia straordinaria, che era rimasta unita per più di mezzo secolo nella buona come nella cattiva sorte.

Nash, una delle menti più brillanti del secolo, negli anni ’50 aveva avuto un inizio sfolgorante di carriera e ottenuto risultati memorabili in aree diversissime fra loro. Risalgono appunto a quegli anni della giovinezza i lavori sulla teoria dei giochi, da un lato, e sulla teoria delle equazioni differenziali, dall’altro, che gli valsero in seguito il premio Nobel per l’economia del 1994 e il premio Abel per la matematica del 2015.

Nella teoria dei giochi, il suo massimo contributo fu l’introduzione della nozione di equilibrio di Nash (puro): la situazione in cui si trovano due giocatori che, dopo aver giocato le loro rispettive mosse, non hanno nulla da recriminare perché avrebbero giocato la stessa mossa anche se avessero saputo in anticipo la mossa giocata dall’avversario. Nash dimostrò al proposito un famoso teorema, secondo il quale in tutti i giochi a due persone si può sempre ottenere un equilibrio analogo (probabilistico): una situazione descritta inconsapevolmente da Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore, quando scrisse che “il meglio che si può ottenere nella vita è di evitare il peggio”.

Presto però lo squilibrio della schizofrenia si impadronì della mente di Nash, prima che egli compisse i trent’anni, sospingendolo su una strada ben diversa da quella del successo. Egli iniziò un calvario negli ospedali psichiatrici, in cui venne trattato con coma insulinici e altre cure invasive, che anni dopo lui stesso non esitò a definire “torture”. Si isolò dal mondo e incominciò a vivere da barbone, aggirandosi come un fantasma nell’Università di Princeton.

La moglie divorziò da lui nel 1963, ma nel 1970 lo riprese in casa nonostante la sua condizione, anche se i due si risposarono ufficialmente soltanto nel 2001. Quello stesso anno il film A beautiful mind li rese entrambi celebri come dei divi, ed essi iniziarono a girare il mondo: sempre insieme, e a volte accompagnati dal figlio, schizofrenico come il padre.

Io lo conobbi poco dopo, il 13 ottobre 2003, quando andai a trovarlo a Princeton per questa intervista. Ci aveva messi in contatto Harold Kuhn, uno dei pochi amici e colleghi che gli erano stati vicini anche durante la sua malattia, e che nel film si vede comunicargli in anticipo l’assegnazione del premio Nobel: un procedimento irrituale, deciso a Stoccolma per evitargli un annuncio che avrebbe potuto turbarlo e agitarlo, nella sua condizione di ancora parziale recupero dalla malattia.

La mia prima impressione fu di un uomo riservato e schivo, quasi impaurito dai contatti umani, e con qualche difficoltà ad affrontare le situazioni normali della vita: paradossalmente, per eccesso di razionalità. Ricordo che passammo vari minuti a decidere se lasciare la borsa nella hall oppure nella biblioteca dell’Istituto per gli Studi Avanzati, dove aleggiavano gli spiriti di Albert Einstein e di Kurt Gödel, o se invece portarla con noi nel ristorante. E la scelta di cosa ordinare a pranzo dovette attendere una minuziosa analisi preventiva, sui vantaggi e gli svantaggi di ciascuna portata potenziale.

L’uomo ispirava però tenerezza e affetto, e la nostra conversazione toccò non soltanto aspetti tecnici legati ai suoi teoremi giovanili e ai suoi studi attuali, ma anche le sue traversie psicologiche e psichiatriche. Con una certa sorpresa di Kuhn, che quando vide la trascrizione dell’intervista mi disse che avevo avuto la fortuna di trovare il modo giusto per farlo parlare anche di cose sulle quali rimaneva normalmente riservato e reticente.

Fu così che restammo in contatto e col tempo diventammo amici, per quanto possano esserlo due persone così ovviamente diverse nel valore scientifico e nell’esperienza umana. Nel 2006 tornai a trovarlo a Princeton, mentre ero in sabbatico alla Columbia University di New York. Mi venne a prendere alla stazione del treno in auto, col suo berretto di lana, e per tutto il viaggio enunciò dichiarativamente le azioni che stava per compiere performativamente: “Ora parto. Ora ingrano la marcia. Ora giro a sinistra. Ora stiamo arrivando…”.

A casa sua voleva presentarmi la moglie, ma dopo essere salito a dirle che eravamo arrivati, ridiscese dicendo che lei stava facendo un lungo bagno, e per quella volta non la incontrai. Tornati alla stazione, mentre aspettavamo il treno per New York gli raccontai che stavo leggendo il libro Emicrania di Oliver Sacks, e gli chiesi se lui ne avesse mai sofferto. Rispose di sì, ma solo in un passato ormai lontano. Tornato in ufficio, un paio di ore dopo, trovai però una sua mail che iniziava: “Come ho detto, erano molti anni che non avevo un attacco di emicrania, ma dopo che ne abbiamo parlato…”.

Quando tenemmo i tre Festival di Matematica a Roma, dal 2007 al 2009, Nash ci fece il regalo di venire ogni volta, e le nostre conversazioni pubbliche rimangono per me tra i momenti più significativi di quell’esperienza. Appena arrivato la prima volta, entrò in albergo con la macchina fotografica spianata e prese a fotografare tutti noi, incurante del fatto che il divo era lui. Io gli suggerii di non dare interviste prima della serata conclusiva, per non rovinare la sorpresa del pubblico, e quandogli chiesi un giorno se potevamo andare alla radio per un’anticipazione, mi rispose laconico che gli era stato proibito.

Un episodio divertente successe al Quirinale nel 2009, quando in occasione del Festival portammo cinque premi Nobel e una medaglia Fields in visita al presidente Napolitano. Una sua domanda di cortesia scatenò una specie di miniconferenza ai massimi livelli, alla quale Nash partecipò con alcune delle sue osservazioni spiazzanti, fino a quando il presidente la concluse diplomaticamente dicendo: “Beh, ci avete fatto una bella lezione!”.

Ricordo varie altre interviste e conversazioni pubbliche, da Bergamo a New York, alcune delle quali reperibili in rete e altre nel libro Il club dei matematici solitari (Mondadori, 2009). Quest’ultimo, in particolare, contiene una lunga storia della teoria dei giochi raccontata in prima persona da Nash e Robert Aumann, un altro premio Nobel dell’economia, e registrata in due puntate: una al Festival della Matematica del 2008 e l’altra a un successivo convegno a Brescia organizzato dall’Iseo (Istituto per lo sviluppo economico e l’occupazione) fondato da Franco Modigliani.

Nel 2010 andammo a New York per Repubblica e L’Espresso, a registrare con Nash questo dvd della serie Beautiful Minds, che si ispirava nel titolo proprio all’espressione indissolubilmente legata al suo nome. In quell’occasione passammo un’intera giornata con lui, che si intrattenne poi cordialmente a cena con gli operatori. Anche se ci diede un po’ di filo da torcere nella registrazione, perché esaurì in dieci minuti la lista delle domande che avevo preparato, dando risposte concise e stringate, e mi costrinse a fare i salti mortali per riuscire a farlo parlare di vari argomenti per il tempo richiesto di un’ora.

L’ultima volta che l’ho visto è stata il 30 settembre del 2013 a Bergamo, per una conferenza di nuovo organizzata dall’Iseo. Passammo una giornata con lui e l’amico Gianfranco Gambarelli, un teorico dei giochi che l’ha a sua volta invitato parecchie volte in Italia. Parlammo della lettera che Benedetto XVI mi aveva inviato da poco, e quando tornò a casa mi inviò una mail nella quale paragonava il papa a San Nicola e me a Thomas Huxley, il “mastino di Darwin”, dicendo che non potevo vincere quel genere di disputa, ma che “la situazione sembrava colorita e stimolante”.

L’ultima volta che l’ho sentito, invece, è stata il 26 marzo scorso, quando mi scrisse di aver ricevuto una telefonata a sorpresa da Oslo in cui si annunciava che gli era stato assegnato un premio Abel “di seconda categoria”: il suo modo per lamentarsi di dover condividere una somma che, purtroppo, non gli sarebbe servita a molto neppure intera. Quel premio gli è stato fatale, ma gli ha permesso di morire avvolto dall’abbraccio della comunità dei matematici. E l’incidente l’ha portato via tragicamente, ma ha evitato sia a lui che alla moglie la sorte peggiore di un lungo e triste declino e di una morte separata.

(Articolo uscito sul cartaceo di Repubblica di oggi)

14MAG2015
#staiserenascuola

Il presidente del Consiglio, evidentemente accortosi di aver varato un’altra delle raffazzonate riforme sulle quali una volta “ci metteva la faccia”, salvo ritirarcela immediatamente, ha scelto per la scuola una strategia differente. Parlando di fronte a una lavagna di ardesia e usando un gessetto, forse per sottolineare il suo anacronismo, ha illustrato con una calligrafia incerta da cattivo studente i provvedimenti della sedicente Buona Scuola, schermendosi: “Non chiamiamola riforma, che non ne possiamo più di riforme”.

Questa è stata una delle poche cose sensate che ha detto. Perché i cinque punti sui quali si baserebbe il suo pastrocchio, che effettivamente non si può certo chiamare riforma, sono stati i seguenti vuoti proclami:

1. Alternanza scuola-lavoro, “per ridurre una disoccupazione giovanile che attualmente è al 44%”. Come se mandando gli studenti a curiosare per qualche ora in qualche luogo di lavoro equivalesse a impegarli, e riducesse il tasso di disoccupazione di coloro che la scuola l’hanno finita e attendono appunto di essere assunti in pianta stabile (Jobs Act permettendo).

2. Cultura umanista, con il potenziamento della storia dell’arte, della musica e delle lingue. Come se l’alternanza scuola-lavoro non richiedesse al contrario un potenziamento delle materie utili per il lavoro, invece che per la formazione culturale. E come se le materie umanistiche (a partire, ovviamente, dalla religione) non fossero già eccessivamente rappresentate in tutte le scuole, comprese quelle nominalmente a indirizzo scientifico.

3. Più soldi agli insegnanti, nella forma di 500 euro ai docenti come paghetta annua per i loro sfizi culturali, e 200 milioni da assegnare ai 200.000 più meritevoli (circa un quarto del totale). Come se questa ennesima elemosina, equivalente ancora una volta ai soliti 80 euro mensili per i beneficiari, mutasse la sostanza di uno stipendio medio che è di un terzo inferiore a quello di altri paesi ai quali Renzi ha alluso nella sua lezioncina, come la Germania e la Svizzera.

4. Autonomia, “per togliere il potere alle circolari ministeriali”. Come se il decreto sulla scuola non venisse attuato con una serie di altre circolari ministeriali, la prima delle quali Renzi ha detto che stava appunto per andare a firmare nel pomeriggio. E come se affermare che le scuole di Scampia devono per forza di cose essere diverse da quelle di Trieste fosse “dire qualcosa di sinistra”, invece che gettare la maschera e mostrare il volto bieco della destra.

5. Continuità didattica con il potenziamento dell’organico, a partire da 100.000 nuovi assunti dalle graduatorie a esaurimento. Come se il rapporto Ocse Education at Glance 2014 non mostrasse che il numero degli insegnanti per studente è molto più alto in Italia (uno ogni 12 studenti) che nella media europea (uno ogni 15 studenti),

Alla fine del suo video Renzi ha buttato sul tappeto, oltre ai cinque punti precedenti, la cifra di quattro miliardi di euro in investimenti per l’edilizia scolastica. Evidentemente confidando che il popolo bue avesse già dimenticato l’analoga promessa fatta prima dell’estate dello scorso anno, quando ancora molti credevano che le parole che uscivano dalla sua bocca corrispondessero da un lato a idee nella sua testa, e dall’altro a fatti del suo governo.

Oggi, dopo più di un anno dal suo colpo di palazzo, immaginiamo che solo i ciechi e i sordi possano dar credito alle sue vuote sparate. Certo non sembrano farlo studenti e professori: quegli stessi, cioè, che nel 1969 riuscirono a scalzare dal piedistallo un gigante come De Gaulle, e che oggi potrebbero farlo anche con un nano come Renzi.

Scritto in Senza categoria | 986 Commenti »

5MAG2015
Si riparte dall’educazione

Qualche mese fa l’Italia del lavoro era uscita dalle fabbriche e dalle industrie per protestare contro la cancellazione dei diritti dei lavoratori imposta dal liberista governo Renzi. Negli scorsi giorni l’Italia delle opposizioni è uscita dal Parlamento per protestare contro la cancellazione dei diritti degli elettori imposta dall’illiberale governo Renzi. E oggi l’Italia dell’insegnamento e dell’apprendimento è uscita dalle scuole per protestare contro l’ennesima raffazzonata riforma imposta dall’incompetente governo Renzi.

Non c’è naturalmente niente di male a essere liberisti, a meno che si sia di sinistra. Così come non c’è niente di male a essere illiberali, a meno che si sia democratici. E non c’è niente di male a essere incompetenti, a meno che si ami l’efficienza. Altrettanto naturalmente, in questo paese del paradosso Renzi si presenta invece come un efficiente democratico di sinistra: non si sa se per arroganza, per presunzione o per stupidità, cose che peraltro convivono benissimo insieme.

Parte del problema sta naturalmente nella democrazia stessa: affidare direttamente o indirettamente al “popolo” la scelta del governo è come affidare la scelta dei programmi o dei libri all’Auditel o alle classifiche. Ovvio che poi ci si ritrova a guardare il Festival di Sanremo o leggere Dan Brown, in un caso, e a votare Berlusconi o Renzi, nell’altro. E neppure i blog sono immuni dal problema: se lasciati democraticamente a sé stessi, c’è appunto il rischio che alla fine vengano invasi dagli spettatori del Grande Fratello o di Amici, e che si trasformino in pollai o asinai simili al Parlamento.

E’ successo anche a Il non-senso della vita, da sempre aperto a chiunque volesse parteciparvi, ma recentemente diventato il patologico sfogo di alcuni minus habentes incarnanti le stesse spiacevoli caratteristiche del presidente del Consiglio. Inoltre, benché il cosiddetto rasoio di Heinlein metta in guardia dall’attribuire alla malizia ciò che può essere spiegato con la stupidità, c’era anche il sospetto che dietro alle intemperanze verbali di alcuni commentatori si nascondessero propositi più o meno consci di sabotaggio.

D’altronde, è certo che a più riprese alcuni fondamentalisti religiosi e politici avevano apertamente tentato di far naufragare un blog che si distingueva per la sua indipendenza dal politically correct. E non è da escludere che essi abbiano cercato di ottenere subdolamente, col sabotaggio, ciò che non erano riusciti a raggiungere apertamente, con le liste di proscrizione.

Come sottolineato dal nuovo titolo Il non-senso della vita 3.0, ho dunque deciso di modificarne la natura, e di permettere la partecipazione soltanto a chi avrà avuto un commento già approvato in precedenza. D’altronde, lasciando le portespalancate e incustodite si corre il rischio di trovare la propria casa non solo invasa di insetti e imbrattata di escrementi, ma anche trasformata in un delirio alla Project X.

Spero che questo risolva semplicemente e incruentemente il problema dei pervertiti del blog. Peccato che non sia possibile sbarazzarsi in maniera altrettanto semplice e incruenta dei pervertitori della politica.

(dal blog su repubblica..di Odifreddi: “il non senso della vita” http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/

la visita di papa Francesco ad Instambul al patriarca della chiesa ortodossa   Leave a comment


Il Papa sul libro degli ospiti di Santa Sofia: “Dio guidi l’umanità sulla via della verità”

Il Papa si china davanti a Bartolomeo e si fa benedire da lui"Pietro e Andrea"

Alla fine del suo discorso Papa Francesco ha chiesto la benedizione del Patriarca Bartolomeo e si è chinato davanti a lui per ricevere la benedizione. Il Patriarca lo ha baciato sul capo. È un gesto fortemente simbolico quello che conclude la giornata. È ormai calata la sera a Istanbul, e nella vigilia della festa di Sant’Andrea, patrono del patriarcato ortodosso, Francesco varca la soglia della chiesa insieme al fratello Bartolomeo. La preghiera è un incontro breve, un anticipo di quanto accadrà domani, quando il Pontefice assisterà alla Divina Liturgia ortodossa celebrata dal Patriarca ecumenico. All’ingresso, il Papa ha venerato una grande icona ricoperta d’argento.

Nel suo saluto di benvenuto, Bartolomeo definisce Francesco «latore di amore del Protocorifeo (cioè l’apostolo Pietro, ndr) verso il proprio fratello, il Primo chiamato (cioè l’apostolo Andrea)». Il Patriarca ricorda le «analoghe visite dei vostri venerabilissimi predecessori», citando Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. E parla della «volontà» di Papa Bergoglio e della «santissima Chiesa di Roma di proseguire il fraterno e costante cammino con la nostra Chiesa ortodossa, per il ristabilimento della completa comunione». La venuta del Papa, per Bartolomeo «è un fatto storico e ricco di buoni auspici per il futuro».

Il Patriarca, ringraziando i cattolici per la per la restituzione delle reliquie di santa Eufemia, cita san Basilio e san Giovanni Crisostomo. E aggiunge: «Questi santi Padri, sul cui insegnamento si è fondata la nostra comune fede durante il primo millennio, siano intercessori presso il Signore, affinché possiamo ritrovare la piena comunione tra le nostre chiese, compiendo così la sua santa volontà».

«Mentre le esprimo il mio sentito grazie per la sua fraterna accoglienza – gli risponde nel suo saluto Francesco – sento che la nostra gioia è più grande perché la sorgente è oltre, non è in noi, non è nel nostro impegno e nei nostri sforzi, che pure doverosamente ci sono, ma è nel comune affidamento alla fedeltà di Dio».

Parlando della pace e della gioia «che il mondo non può dare, ma che il Signore Gesù ha promesso ai suoi discepoli, e ha donato loro da risorto», Bergoglio ha aggiunto: «Andrea e Pietro hanno ascoltato questa promessa, hanno ricevuto questo dono. Erano fratelli di sangue, ma l’incontro con Cristo li ha trasformati in fratelli nella fede e nella carità. E in questa sera gioiosa, in questa preghiera vigiliare vorrei dire soprattutto: fratelli nella speranza». LA STAMPA domenica 30 novembre 2014

 

“Contemplando la bellezza e l’armonia di questo luogo sacro la mia anima si eleva all’Onnipotente, fonte e origine di ogni bellezza”.Lo ha scritto Papa Francesco sul libro degli ospiti della Basilica di Santa Sofia a Istanbul. “Chiedo all’Altissimo di guidare sempre i cuori dell’umanità sulla via della verità, della bontà e della pace”        http://video.repubblica.it/dossier/il-nuovo-papa/il-papa-sul-libro-degli-ospiti-di-santa-sofia-dio-guidi-l-umanita-sulla-via-della-verita/185006/183868

(da Repubblica Esteri)

“La fame e la povertì alimentano la violenza e il terrorismo”. Lo ha detto Papa Francesco nel corso della sua visita in Turchia, parlando alla “divina liturgia” nella chiesa patriarcale di San Giorgio a Fanar, sede del Patriarcato ortodosso di Istanbul. “Nel mondo, ci sono troppe donne e troppi uomini che soffrono per grave malnutrizione, per la crescente disoccupazione, per l’alta percentuale di giovani senza lavoro e per l’aumento dell’esclusione sociale, che può indurre ad attività criminali e perfino al reclutamento di terroristi”.

E rivolgendosi al mondo ortodosso, il Pontefice ha aggiunto: “”Come cristiani siamo chiamati a sconfiggere insieme quella globalizzazione dell’indifferenza che oggi sembra avere la supremazia e a costruire una nuova civiltà dell’amore e della solidarietà”. Un appello all’unità, dunque, nella certezza che il “ristabilimento della piena comunione” tra cattolici e ortodossi “non significa nè sottomissione l’uno dell’altro, nè assorbimento – ha aggiunto Bergoglio – ma piuttosto accoglienza di tutti i doni che Dio ha dato a ciascuno per manifestare al mondo intero il grande mistero della salvezza”.

Lo sforzo per ritrovare la comunione tra le diverse chiese è stato riconosciuto anche dal patriarca ecumenico Bartolomeo I: “Il vostro ancora breve cammino alla guida della Chiesa, vi ha consacrato nella coscienza dei nostri contemporanei, araldo dell’amore, della pace e della riconciliazione. Insegnate con i vostri discorsi, ma soprattutto e principalmente con la semplicità la umiltà e l’amore verso tutti, per i quali esercitate il vostro alto ufficio. Ispirate fiducia agli increduli, speranza ai disperati, attesa a quanti attendono una Chiesa amorevole verso tutti”, gli ha detto il patriarca nel discorso di saluto che si sono scambiati al termine della Divina Liturgia. Ringraziandolo per aver offerto agli ortodossi “la speranza che durante il vostro tempo, l’avvicinamento delle nostre due grandi antiche Chiese continuerà a edificarsi sulle solide fondamenta della nostra comune tradizione, la quale da sempre rispettava e riconosceva nel corpo della Chiesa un primato di amore, di onore e di servizio, nel quadro della sinodalità, affinché ‘con una sola bocca ed un sol cuore’ si confessi il Dio Trino e si effonda il Suo amore nel mondo”.

Francesco e Bartolomeo I si sono già incontrati ieri all’arrivo del Pontefice a Istanbul da Ankara: il patriarca ecumenico ha partecipato alla messa celebrata nel pomeriggio dal Papa nella cattedrale cattolica e subito dopo un altro incontro c’è stato al Patriarcato, dove il Papa è intervenuto a una liturgia ecumenica. Qui, chinando il capo davanti a Bartolomeo, Francesco gli ha chiesto la sua benedizione per la Chiesa di Roma, e il patriarca l’ha fraternamente baciato e abbracciato.

Stamane il Papa ha incontrato anche il gran rabbino di Turchia Isak Haleva. L’ultimo appuntamento del viaggio papale in Turchia, alle 16.00 (le 15.00 italiane) nel giardino della Rappresentanza pontificia, sarà infine il saluto ai ragazzi dell’Oratorio Salesiano, in cui Francesco incontrerà anche alcuni giovani rifugiati, di famiglie in fuga dall’Iraq e dalla Siria. Sul volo di ritorno per Roma, con arrivo previsto alle 18,40 a Ciampino, Bergoglio ha già promesso che risponderà alle domande dei giornalisti al

con Papa Francesco si avverte il Volto vero della Misericordia e del Pensiero del Padre che è nei cieli: questo è Messianesimo   Leave a comment


Synod14 – 15ª Congregazione generale: Discorso del Santo Padre Francesco per la conclusione della III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi, 18.10.2014

Saluto del Presidente Delegato Card. Raymundo Damasceno Assis

Questo pomeriggio, nel corso della quindicesima e ultima Congregazione generale Sinodo straordinario sulla famiglia, il Santo Padre Francesco ha rivolto ai Padri Sinodali e a tutti i partecipanti in Aula il discorso che riportiamo di seguito:

Discorso del Santo Padre

Eminenze, Beatitudini, Eccellenze, fratelli e sorelle,

Con un cuore pieno di riconoscenza e di gratitudine vorrei ringraziare, assieme a voi, il Signore che ci ha accompagnato e ci ha guidato nei giorni passati, con la luce dello Spirito Santo!

Ringrazio di cuore il signor cardinale Lorenzo Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo, S.E. Mons. Fabio Fabene, Sotto-segretario, e con loro ringrazio il Relatore il cardinale Péter Erdő, che ha lavorato tanto anche nei giorni del lutto familiare, e il Segretario Speciale S.E. Mons. Bruno Forte, i tre Presidenti delegati, gli scrittori, i consultori, i traduttori e gli anonimi, tutti coloro che hanno lavorato con vera fedeltà dietro le quinte e totale dedizione alla Chiesa e senza sosta: grazie tante!

Ringrazio ugualmente tutti voi, cari Padri Sinodali, Delegati Fraterni, Uditori, Uditrici e Assessori per la vostra partecipazione attiva e fruttuosa. Vi porterò nella preghiera, chiedendo al Signore di ricompensarvi con l’abbondanza dei Suoi doni di grazia!

Potrei dire serenamente che – con uno spirito di collegialità e di sinodalità – abbiamo vissuto davvero un’esperienza di “Sinodo”, un percorso solidale, un “cammino insieme”.

Ed essendo stato “un cammino” – e come ogni cammino ci sono stati dei momenti di corsa veloce, quasi a voler vincere il tempo e raggiungere al più presto la mèta; altri momenti di affaticamento, quasi a voler dire basta; altri momenti di entusiasmo e di ardore. Ci sono stati momenti di profonda consolazione ascoltando la testimonianza dei pastori veri (cf. Gv 10 e Cann. 375, 386, 387) che portano nel cuore saggiamente le gioie e le lacrime dei loro fedeli. Momenti di consolazione e grazia e di conforto ascoltando e testimonianze delle famiglie che hanno partecipato al Sinodo e hanno condiviso con noi la bellezza e la gioia della loro vita matrimoniale. Un cammino dove il più forte si è sentito in dovere di aiutare il meno forte, dove il più esperto si è prestato a servire gli altri, anche attraverso i confronti. E poiché essendo un cammino di uomini, con le consolazioni ci sono stati anche altri momenti di desolazione, di tensione e di tentazioni, delle quali si potrebbe menzionare qualche possibilità:

una: la tentazione dell‘irrigidimento ostile,

 

gesù peccatrice             gesù sabbia

 

gesù apostoli

cioè il voler chiudersi dentro lo scritto (la lettera) e non lasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese (lo spirito); dentro la legge, dentro la certezza di ciò che conosciamo e non di ciò che dobbiamo ancora imparare e raggiungere. Dal tempo di Gesù, è la tentazione degli zelanti, degli scrupolosi, dei premurosi e dei cosiddetti – oggi- “tradizionalisti” e anche degli intellettualisti.

La tentazione del buonismo distruttivo,

che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei “buonisti”, dei timorosi e anche dei cosiddetti “progressisti e liberalisti”.

La tentazione di trasformare la pietra in pane per rompere un digiuno lungo, pesante e dolente (cf. Lc 4,1-4) e anche di trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati (cf. Gv 8,7) cioè di trasformarlo in “fardelli insopportabili” (Lc 10, 27).

La tentazione di scendere dalla croce, per accontentare la gente, e non rimanerci, per compiere la volontà del Padre; di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio.

La tentazione di trascurare il “depositum fidei”, considerandosi non custodi ma proprietari e padroni o, dall’altra parte, la tentazione di trascurare la realtà utilizzando una lingua minuziosa e un linguaggio di levigatura per dire tante cose e non dire niente! Li chiamavano “bizantinismi”, credo, queste cose…

Cari fratelli e sorelle, le tentazioni non ci devono né spaventare né sconcertare e nemmeno scoraggiare, perché nessun discepolo è più grande del suo maestro; quindi se Gesù è stato tentato – e addirittura chiamato Beelzebul (cf. Mt 12, 24) – i suoi discepoli non devono attendersi un trattamento migliore.

Personalmente mi sarei molto preoccupato e rattristato se non ci fossero state queste tentazioni e queste animate discussioni; questo movimento degli spiriti, come lo chiamava Sant’Ignazio (EE, 6) se tutti fossero stati d’accordo o taciturni in una falsa e quietista pace. Invece ho visto e ho ascoltato – con gioia e riconoscenza – discorsi e interventi pieni di fede, di zelo pastorale e dottrinale, di saggezza, di franchezza, di coraggio e di parresia. E ho sentito che è stato messo davanti ai propri occhi il bene della Chiesa, delle famiglie e la “suprema lex, la “salus animarum (cf. Can. 1752). E questo sempre – lo abbiamo detto qui, in Aula – senza mettere mai in discussione le verità fondamentali del Sacramento del Matrimonio: l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà e la procreatività, ossia l’apertura alla vita (cf. Cann. 1055, 1056 e Gaudium et Spes, 48).

E questa è la Chiesa, la vigna del Signore, la Madre fertile e la Maestra premurosa, che non ha paura di rimboccarsi le maniche per versare l’olio e il vino sulle ferite degli uomini (cf. Lc 10, 25-37); che non guarda l’umanità da un castello di vetro per giudicare o classificare le persone. Questa è la Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica e composta da peccatori, bisognosi della Sua misericordia. Questa è la Chiesa, la vera sposa di Cristo, che cerca di essere fedele al suo Sposo e alla sua dottrina. È la Chiesa che non ha paura di mangiare e di bere con le prostitute e i pubblicani (cf. Lc 15). La Chiesa che ha le porte spalancate per ricevere i bisognosi, i pentiti e non solo i giusti o coloro che credono di essere perfetti! La Chiesa che non si vergogna del fratello caduto e non fa finta di non vederlo, anzi si sente coinvolta e quasi obbligata a rialzarlo e a incoraggiarlo a riprendere il cammino e lo accompagna verso l’incontro definitivo, con il suo Sposo, nella Gerusalemme Celeste.

Questa è la Chiesa, la nostra madre! E quando la Chiesa, nella varietà dei suoi carismi, si esprime in comunione, non può sbagliare: è la bellezza e la forza del sensus fidei, di quel senso soprannaturale della fede, che viene donato dallo Spirito Santo affinché, insieme, possiamo tutti entrare nel cuore del Vangelo e imparare a seguire Gesù nella nostra vita, e questo non deve essere visto come motivo di confusione e di disagio.

Tanti commentatori, o gente che parla, hanno immaginato di vedere una Chiesa in litigio dove una parte è contro l’altra, dubitando perfino dello Spirito Santo, il vero promotore e garante dell’unità e dell’armonia nella Chiesa. Lo Spirito Santo che lungo la storia ha sempre condotto la barca, attraverso i suoi Ministri, anche quando il mare era contrario e mosso e i ministri infedeli e peccatori.

E, come ho osato di dirvi all’inizio, era necessario vivere tutto questo con tranquillità, con pace interiore anche perché il Sinodo si svolge cum Petro et sub Petro, e la presenza del Papa è garanzia per tutti.

Parliamo un po’ del Papa, adesso, in rapporto con i vescovi… Dunque, il compito del Papa è quello di garantire l’unità della Chiesa; è quello di ricordare ai pastori che il loro primo dovere è nutrire il gregge – nutrire il gregge – che il Signore ha loro affidato e di cercare di accogliere – con paternità e misericordia e senza false paure – le pecorelle smarrite. Ho sbagliato, qui. Ho detto accogliere: andare a trovarle.

Il suo compito è di ricordare a tutti che l’autorità nella Chiesa è servizio (cf. Mc 9, 33-35) come ha spiegato con chiarezza Papa Benedetto XVI, con parole che cito testualmente: «La Chiesa è chiamata e si impegna ad esercitare questo tipo di autorità che è servizio, e la esercita non a titolo proprio, ma nel nome di Gesù Cristo … attraverso i Pastori della Chiesa, infatti, Cristo pasce il suo gregge: è Lui che lo guida, lo protegge, lo corregge, perché lo ama profondamente. Ma il Signore Gesù, Pastore supremo delle nostre anime, ha voluto che il Collegio Apostolico, oggi i Vescovi, in comunione con il Successore di Pietro … partecipassero a questa sua missione di prendersi cura del Popolo di Dio, di essere educatori nella fede, orientando, animando e sostenendo la comunità cristiana, o, come dice il Concilio, “curando, soprattutto che i singoli fedeli siano guidati nello Spirito Santo a vivere secondo il Vangelo la loro propria vocazione, a praticare una carità sincera ed operosa e ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati” (Presbyterorum Ordinis, 6) … è attraverso di noi – continua Papa Benedetto – che il Signore raggiunge le anime, le istruisce, le custodisce, le guida. Sant’Agostino, nel suo Commento al Vangelo di San Giovanni, dice: “Sia dunque impegno d’amore pascere il gregge del Signore” (123,5); questa è la suprema norma di condotta dei ministri di Dio, un amore incondizionato, come quello del Buon Pastore, pieno di gioia, aperto a tutti, attento ai vicini e premuroso verso i lontani (cf. S. Agostino, Discorso 340, 1; Discorso 46, 15), delicato verso i più deboli, i piccoli, i semplici, i peccatori, per manifestare l’infinita misericordia di Dio con le parole rassicuranti della speranza (cf. Id., Lettera 95, 1)» (Benedetto XVI, Udienza Generale, Mercoledì, 26 maggio 2010).

Quindi, la Chiesa è di Cristo – è la Sua Sposa – e tutti i vescovi, in comunione con il Successore di Pietro, hanno il compito e il dovere di custodirla e di servirla, non come padroni ma come servitori. Il Papa, in questo contesto, non è il signore supremo ma piuttosto il supremo servitore – il “servus servorum Dei”; il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo – per volontà di Cristo stesso – il “Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli” (Can. 749) e pur godendo “della potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa” (cf. Cann. 331-334).

Cari fratelli e sorelle, ora abbiamo ancora un anno per maturare, con vero discernimento spirituale, le idee proposte e trovare soluzioni concrete a tante difficoltà e innumerevoli sfide che le famiglie devono affrontare; a dare risposte ai tanti scoraggiamenti che circondano e soffocano le famiglie.

Un anno per lavorare sulla “Relatio synodi” che è il riassunto fedele e chiaro di tutto quello che è stato detto e discusso in questa aula e nei circoli minori. E viene presentato alle Conferenze episcopali come “Lineamenta”.

Il Signore ci accompagni, ci guidi in questo percorso a gloria del Suo nome con l’intercessione della Beata Vergine Maria e di San Giuseppe! E per favore non dimenticate di pregare per me!

[03046-01.01] [Testo originale: Italiano]

http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2014/10/18/0771/03046.html

La Chiesa militante ,la Chiesa Trionfante :vivere il cristianesimo ,due modi,due personaggi, due appartamenti   Leave a comment


 

                       francesco 3   francesco 2     

 

francesco 4  

 

Poco apprezzata dalla Santa Sede la nuova casa di Tarcisio Bertone, cardinale piemontese, ex segretario di Stato che, entro la prossima estate terminerà la ristrutturazione della sua nuova residenza.

Un appartamento di 700 metri quadri.

Papa Francesco, residente in un più modesto bilocale di 70 mq a Casa Santa Maria, pare che, suo malgrado, sia il vicino di casa di Bertone.

L’attico del cardinale, all’interno di Palazzo San Carlo, infatti, è adiacente

alla Domus Sanctae Marthae dove vive il papa argentino.

Visti i lavori di ampliamento dell’appartamento che unisce due abitazioni in una sola, pare che il pontefice, incuriosito,

abbia chiesto chi avrebbe occupato tale vasta residenza e, ricevuta risposta,

si è adirato non poco ritenendo certe preti

“untuosi, sontuosi e presuntuosi”

ha aggiunto che dovrebbero accogliere “come sorella la povertà”.

L’ex segretario di Stato passerà la pensione in un appartamento di 700 metri quadri, i cui lavori sono appena terminati. Tutto il contrario del monolocale del suo successore, e dei segretari di Francesco

di Francesco Antonio Grana | 21aprile 2014

 

 

bertone-640  Tarcisio bertone

Traslochi di lusso in Vaticano. L’ex Segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, è pronto a benedire i locali del suo nuovissimo e “modesto” attico nel Palazzo San Carlo in Vaticano di 700 metri quadrati dove trascorrerà la pensione. I lavori, iniziati subito dopo l’estate scorsa, ovvero quando Papa Francesco (che, scrive Repubblica, non ha per nulla apprezzato) ha annunciato il nome del successore del porporato salesiano al vertice della Segreteria di Stato, il neo cardinale Pietro Parolin, sono appena terminati e tutto è pronto per il trasloco. In questi mesi, dalla metà di ottobre a oggi, in cui Bertone è andato in pensione, infatti, il porporato è rimasto ad abitare nell’appartamento riservato al Segretario di Stato in carica, al primo piano del Palazzo Apostolico vaticano, lì dove Francesco ha scelto di non vivere. Serviva ancora del tempo per completare i lavori della lussuosa residenza scelta da Bertone: due appartamenti uniti in uno: quello che era appartenuto all’ex comandante della Gendarmeria Vaticana, Camillo Cibin, morto nel 2009, e quello che aveva occupato monsignor Bruno Bertagna, scomparso in un clinica di Parma il 31 ottobre 2013, fino al 2010 vicepresidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi.
Al suo arrivo a Roma nel novembre scorso, Parolin non si diede pena per non aver trovato libero l’alloggio riservato al Segretario di Stato poiché aveva già deciso di andare ad abitare in una stanza, una semplicissima monocamera, al secondo piano di Casa Santa Marta. Stesso edificio e stesso piano dove, in un modesto bilocale, vive anche Papa Francesco, e dove, sempre in due monocamere, vivono i due segretari di Bergoglio, monsignor Alfred Xuereb e monsignor Fabian Pedacchio Leaniz. La stanza di Parolin è molto semplice: c’è una scrivania con tre poltrone per poter ricevere alcune persone privatamente senza essere osservati da qualche sguardo indiscreto; un piccolo separé che nasconde il letto a una piazza e mezza (sono stanze pensate e arredate per i cardinali in conclave) e un bagno. Così semplici sono anche le due stanze dei segretari del Papa, mentre l’appartamento di Francesco è un bilocale: una stanza da letto con l’armadio e una cassapanca; uno studio con la scrivania e tre sedie e un bagno.
Bertone nel suo nuovo attico risiederà a pochi passi da Casa Santa Marta ma è chiaro che i contatti tra lui e il Papa saranno limitati soltanto alle celebrazioni ufficiali in piazza San Pietro e nella Basilica Vaticana. Più facile, invece, che Benedetto XVI sia ospite a pranzo nel nuovo appartamento lussuoso del suo Segretario di Stato. Ratzinger, infatti, è rimasto in ottimi rapporti con il porporato salesiano e recentemente i due hanno pranzato insieme. Quando, ormai due anni fa, regnante ancora il Papa tedesco, dall’appartamento pontificio fu dato l’ordine di avviare i lavori di ristrutturazione e di trasformazione dell’ex monastero Mater Ecclesiae non pochi in Vaticano pensarono che Benedetto XVI stesse preparando la dimora per la pensione di Bertone. L’annuncio choc delle dimissioni dell’11 febbraio 2013 svelò, invece, al mondo intero la verità e cioè che era Ratzinger stesso ad aver deciso di lasciare il governo della Chiesa.
L’attico di Bertone era in cantiere da tempo e tutti in Vaticano, Bergoglio in primis, ne erano a conoscenza. Papa Francesco in oltre un anno di pontificato ha dato l’esempio di una vita povera, abbandonando tutti i lussi e gli agi a cui ha diritto un Pontefice. Ma non ha mai chiesto a nessuno dei curiali di fare gesti pauperistici e non ha nemmeno ridotto il piatto cardinalizio, che si aggira intorno ai 6mila euro. Non pochi, dentro le mura della Città leonina, hanno notato il “pauperismo di facciata” di certi cardinali e prelati che quando partecipano agli incontri col Papa usano semplici utilitarie e mettono al collo croci pettorali molto sobrie, ma quando sono lontani dallo sguardo di Francesco tornano nelle comode auto blu e sfoggiano le loro preziose croci d’oro con cammei e pietre preziose. In questo, se non altro, Bertone ha il coraggio della coerenza. Che Bergoglio approvi o no.
Twitter: @FrancescoGrana

 

Pasqua, Papa Francesco distribuisce banconote da 50 euro ai clochard di Roma

Mentre il pontefice presiedeva la via crucis al Colosseo, il suo elemosiniere monsignor Konrad Krajewski ha distribuito denaro ai senza fissa dimora che dormono nelle zone intorno alla stazione Termini, a Santa Maria Maggiore e Ostiense. I soldi sono frutto del ricavato delle pergamene con le benedizioni apostoliche del Papa

di Francesco Antonio Grana | 19aprile 2014

L’ultima parola della vedova del vescovo: «Francesco vuole il matrimonio dei preti»   Leave a comment


Da Filippo Fiorini·6 nov, 2013

Buenos Aires – «Il Papa di solito chiama la domenica alle 15», diceva Clelia Luro dall’androne della casa coloniale che miracolosamente ancora resisteva all’assedio delle palazzine nel cuore di Buenos Aires, con il suo mobilio di bambù e l’artigianato indigeno in terracotta. L’ex ragazza ribelle che dalla metà degli anni Sessanta sfidò un ordine secolare, come donna divorziata che fa da segretaria personale a un giovane vescovo, ed uno temporale, come profeta del riscatto dei poveri nello Stato e nella Chiesa, se n’é andata probabilmente con ancora indosso quel sorriso da vecchietta che passa i giorni divertendosi nel vedere le reazioni che ancora suscita la sua irriverenza.

«Io e Francesco abbiamo una bella amicizia, genuina», raccontava spesso. Si erano conosciuti nel 2000 quando suo marito Jeronimo Podestà, l’ormai ex vescovo del sobborgo operaio di Avellaneda, bussò alla porta dell’allora monsignor Bergoglio per parlargli dell’importanza di porre fine al celibato dei preti. La coppia era diventata famosa più di trent’anni prima, quando, ricevuto dal Vaticano l’ordine di diffondere il messaggio dell’enciclica Populorum Progresso, finì per svegliare un piccolo movimento e fece perdere le staffe alla Nunziatura Apostolica di Buenos Aires e alla Casa Rosada che, come di tanto in tanto succedeva nel XX secolo, era occupata da un militare: il generale golpista Carlos Ongania.

«Anni dopo, Bergoglio fu l’unico ad aprirci la porta». La relazione inizialmente solo platonica tra Jeronimo e Clelia, unita alla militanza politica, era costata l’espulsione dal clero del vescovo, l’esilio in Perù di entrambi, che in patria erano perseguitati dalle squadracce della Triple A (Alianza Anti-comunista Argentina), nonché la fine di gran parte delle amicizie di un tempo. Un isolamento che durava anche a distanza di decenni e la cui principale consolazione fu la possibilità di sposarsi. «Jeronimo insisteva per andare da Bergoglio», ricorda Clelia. «È un tipo intelligente, mi capirà», diceva. E Bergoglio capì, anche se il tempo rimasto era poco.

Jeronimo infatti morì 15 giorni dopo quell’incontro e quel che restò dopo fu soprattutto l’amicizia con lei. «Gli piace ascoltarmi, io lo critico, anche adesso che è il Papa. Una volta mi ha detto di avere l’impressione che il mio compito fosse quello di aiutarlo a pensare. Credo che grazie alla nostra storia abbia capito molte cose», diceva Clelia solo pochi giorni fa, nell’ultima intervista che ha dato.

Clelia, lei che lo conosce di persona, crede che Papa Francesco intenda fare una rivoluzione come dicono alcuni?

Vuole cambiare molte cose, ma ci vorrà tempo. Gli ho parlato del celibato ecclesiastico e mi ha chiesto di essere paziente. Ha detto che prima ha altre priorità. Cose come lo Ior o le trame della Curia non sono facili da risolvere.

Addirittura permetterà ai preti di sposarsi?

Si, sicuramente. Solo che bisogna aspettare, invece che insistere, dobbiamo appoggiarlo.

Sull’ingresso delle donne nel clero però ha detto che la Chiesa ha già dato una risposta negativa..

Questa secondo me è stata una leggerezza. A capo della Chiesa adesso c’è lui e se vuole può cambiarne le regole. Il divieto per le donne non è un dogma, ma un eredità del medioevo.

E sul divorzio?

Ne abbiamo discusso molte volte. Io che ho divorziato e poi ho conosciuto un compagno vero, gli dicevo che se nel matrimonio non c’è amore, allora non c’è neanche il sacramento. Diventa prostituzione o ancora peggio, uno stupro. Se ti sei sposato giovane e poi ti sei accorto che non era una cosa per te e che non potevi unirti in anima e corpo, perché le due anime non sono gemelle, allora non c’è sacramento e non c’è neanche matrimonio. La Chiesa deve studiare teologicamente che cosa significa il matrimonio: l’unione di due che si amano. Ratzinger non aveva capito niente in proposito, è stata una delle cose più orribili che ha fatto prima di dimettersi: proibire la comunione alle coppie risposate. Adesso, chi è lui per entrare nella coscienza di chi si sposava se magari in quel matrimonio non c’era amore. Non si può giudicare una cosa del genere.

È per queste sue idee che il Papa la chiama “Strega”?

No – ride – è perché gli ho predetto che sarebbe stato eletto. Prima che partisse per il conclave gli ho detto: Tu che sei un tipo così austero, annulla il biglietto di ritorno, così non sprechi i soldi. Lui mi ha risposto: Ma taci, cosa sei? Una strega? E invece avevo ragione e così mi è rimasto il soprannome.

Clelia, sempre a ridere: inevitabile ricordarla così (foto: Pangea News)

Che tipo era Jeronimo?

Era un uomo speciale. Un tipo molto dolce e al tempo stesso forte.

Vi siete conosciuti nel ’66, vero?

si.

Lei veniva dall’entroterra e vi siete conosciuti qui a Buenos Aires, com’è stato?

Io ho vissuto per 10 anni in un campo di zucchero a Salta. Con il padre delle mie figlie che era un tipo molto diverso da me. Gli piaceva bere, stare con gli amici. Era molto machista. A me piaceva stare con la gente. stare con i contadini indios.

Voi eravate i proprietari della fabbrica di zucchero?

No, i suoi cugini. In ogni caso era così. Ci siamo dovuti trasferire lì perchè gli avevano dato un lavoro e lì ho partorito 6 figlie. Beh, in realtà cinque. Perchè mi sono separata che ne avevo una nella pancia. Sono venuta a Buenos Aires con 5 bimbe per mano e una nella pancia.

Tutte femmine?

Si sono fantastiche le mie figlie. La più grande mi diceva: «mamma se avessi conosciuto prima Jeronimo, lo avresti sposato?» No, sicuramente no. Mi sarei sposata con tuo padre – gli rispondevo sempre io – mi sarei sbagliata di nuovo. Tuo padre mi ha dato voi sei e io non vi cambierei per niente al mondo. Preferisco 10 anni di cattivo matrimonio, ma sei figlie bellissime. Quando mi sono separata, a Salta avevo studiato nella Croce Rossa. Da bambina ero innamorata di Gesù, ma nel mondo reale non c’era nessuno come lui. Poi, l’ho trovato in Jeronimo.

Voleva farsi suora?

Io volevo consacrare la mia vita a Dio, magari aiutando i poveri, ma non mi piaceva per niente la questione dell’obbedienza. Entrando in convento avrei dovuto sottostare agli ordini di una Madre Superiora e a me questo non andava bene.

La gerarchia non fa per lei?

Ero molto ribelle. Figurati che mi hanno buttato fuori dal primo collegio quando avevo 11 anni. Era un collegio di monache spagnole. A me piaceva molto andare a cavallo, andavo con il mio Dinamite fino a i buetes, le case degli indios fatte con i rami durante la stagione del raccolto e poi bruciate alla sua fine. Però esisteva il problema delle donne che portavano i bimbi in spalla con un solo biberon per tutto il giorno, dalle 7 fino a sera, con 40 gradi. I bimbi vivevano con la pancia gonfia e molti morivano. Allora io mi misi d’accordo con il medico per poter fare un po’ di prevenzione. Questo devo riconoscerlo, il padre delle ragazze non me l’ha mai proibito. Non mi ha mai proibito niente, ma non gli avrei dato ascolto. C’era un prete nel paesino di Pichanal, vicino a Oran, quasi in Bolivia, che era alcolizzato. Lo andavo a visitare e quando arrivavo lo trovavo buttato a letto con un odore d’alcol forte. Io gli dicevo Francisco, se fai così la gente smette di volerti bene. Quando mi separai e partii per Buenos Aires, la gente di Salta mi chiese di cercare aiuto per metterlo in riabilitazione e così ho conosciuto Jeronimo, grazie ad un ubriacone. Jeronimo non ci pensò su due volte, prese la macchina è partì per Salta e io andai con lui. Avevo 38 anni, lui 45. Andavamo a cercare Francisco.

Un viaggio molto lungo..

1500 km. Lo abbiamo trovato e l’abbiamo convinto a curarsi. Il problema è che quando si era già disintossicato, dopo poco tempo è morto di cirrosi. Lui mi diceva sempre: se ti avessi conosciuto prima di essere prete, di certo non avrei preso i voti. Sono entrato in seminario solo per accontentare mia madre.

Poveretto..

Si, poveretto.

Tra lei e Jeronimo fu amore a prima vista o qualcosa che si è sviluppato con il tempo?

Con Jeronimo non si può usare la parola amore, né a prima né a seconda vista. Per me lui era un vescovo come sarebbero dovuti essere tutti gli altri. Si occupava della gente, stava in una diocesi operaia, Avellaneda, era molto impegnato con la gente e a me piacque subito. E io sono piaciuta subito a lui, per essere così come sono.

Determinata?

Si. E mi ha chiesto di essere la sua segretaria privata. Io gli dissi di si e iniziai a lavorare come segretaria. Ma Jeronimo non era uno stupido. Era un uomo. A me facevano arrabbiare tutti i pregiudizi. Che io ero una donna, che davamo scandalo andando in giro insieme a cercare un prete. A noi non c’è n’é mai importato niente di quello che diceva la gente, ma solo delle nostre coscienze. Poi ci fu un golpe militare, come succede sempre qui.

Il golpe di Ongania..

Ah, vedo che sei informato. Perché non te la fai da solo l’intervista?

No, no, scusi, me lo dica lei che l’ha vissuto di persona, io l’ho letto sui libri..

Paolo VI era un misogino. Ma dal punto di vista sociale era un po’ più progredito. Fece un’enciclica che si chiamava la Populorum Progresso, che significa lo sviluppo dei popoli, che è un’enciclica rivoluzionaria. Quando il nunzio diede l’enciclica a Jeronimo gli disse: prendila, su questa potrai lavorarci tu.

Voleva che la diffondesse tra la gente??

Si, perché facesse delle conferenze. Jeronimo sentì tanto entusiasmo con l’enciclica, perché lui era un rivoluzionario, che mi disse: Clelia, con questo viaggiamo da tutte le parti. In questo modo, si è andato trasformando in un leader politico, aveva carisma. Ma siccome era l’epoca post-Peron, noi eravamo peronisti, stavamo con Evita e Peron.

Sia lei che Jeronimo eravate peronisti?

Si.

Anche Papa Francesco è peronista?

Si, certo. Jeronimo iniziò a predicare in molti luoghi e io lo seguivo con un registratore Grundig, per avere tutte le sue conferenze. Dopo sbobbinavo e abbiamo pubblicato un libro che si chiamava La violenza dell’amore. Ma cosa succedeva, i peronisti, quando Jeronimo parlava, visto che era un tipo eloquente, venivano tutti dietro di noi cantando la marcha peronista, lanciando volantini e approfittando della posizione di Jeronimo, che credevano gli desse una certa protezione. Ai tempi di Ongania non si poteva fare propaganda peronista e il dittatore iniziò a irritarsi per la situazione.

Ongania aveva proibito anche solo di pronunciare il nome di Peron. .

Si. Quindi, il fatto che apparisse Jeronimo, che era un leader naturale e che i giovani lo seguissero facendo chiasso.. allora dissero che bisognava toglierlo dalla diocesi, bisognava farlo fuori. E allora quale fu la scusa per farlo fuori? Non potevano accusarlo di predicare la Populorum Progresso che veniva da Roma. Allora dissero che andava sempre in auto con la sua segretaria, che io ero bella, adesso non tanto, ma all’epoca ero molto bella.

Si vede che è stata una bella donna.

Si, noi diciamo che chi è bello da giovane è bello anche da vecchio.

Quindi per toglierlo di mezzo usarono la scusa della vostra relazione?

Si, dissero che stavamo dando scandalo, perché secondo il diritto canonico, le segretarie dei vescovi possono avere più di 60 anni e io ne avevo 38. Io ero una donna libera, mi ero separata, avevo divorziato, avevo lottato per tenere le mie figlie. Ero giovane, ma tenevo la vita per le redini. Jeronimo era un vescovo molto impegnato, ma anche molto obbediente. Ancora non gli era toccato di affrontare a nessuno e quindi era docile, questa è la parola. Quando sono comparsa io, il nunzio ha iniziato a rendersi conto che Jeronimo incominciava a riappropiarsi di un po’ della sua libertà e non gli piacque. Poi, nell’anno ’66, quando ancora eravamo ad Avellaneda, in una riunione del Cedam a Mar del Plata, è comparso Elder Camara. Io volevo fargli un’intervista per la rivista Imagen del Pais, che era la nostra rivista, sono andata a Mar del Plata per conoscerlo. Ma Jeronimo fece un passo indietro e non me lo presentò. Io sono uscita e mi sono messa insieme agli altri giornalisti. Il nunzio ci stava guardando e quindi Jeronimo non aveva il coraggio di presentarmi. Ma mentre io ero in mezzo agli altri giornalisti, Camara, che era un veggente, è venuto da me di sua spontanea volontà e mi ha preso per mano, mi ha iniziato a dire che io avevo il segno di Dio in fronte, sulla bocca e sul cuore e che avevo una missione da compiere nel mondo, in Argentina, in America Latina e in tutto il mondo. A quel punto compare Jeronimo e viene a presentarmelo e gli dico, no, non c’è bisogno che me lo presenti perché ci conosciamo da sempre. Elder allora gli disse a Jeronimo: tu non devi mai temere Clelia, perché Clelia sarà la tua forza. Ci ha preso per mano e ci ha unito, e poi ha detto: Nella Chiesa c’è chi cammina all’indietro e trascina con sé anche le altre persone, sono retrogradi. Ci sono quelli che camminano insieme a tutti gli altri, come me. E c’è chi deve andare avanti ed aprire la strada, questi siete voi. Quell’incontro diede molta forza a Jeronimo. Un conto era avere il Papa laggiù, un altro avere Elder Camara qui con noi.

Alla fine degli anni Sessanta, Camara aveva molta influenza nella Chiesa sudamericana?

Si, chiaro. Era un profeta, fu quello che fece il Vaticano II, il Celam. Medellin, Puebla, tutte queste cose.

Viene considerato un esponente della Teologia della Liberazione?

Si, ma anche qualcosa in più. Va oltre la Teologia della Liberazione, è un profeta. Lui fu amico di tutti i Papi e poteva alzare la voce con ognuno di loro. Quando parlava con noi, io gli dicevo, Elder, tutto quello che lei non dice, io lo scriverò e un giorno pubblicherò un libro. «Si Clelia – diceva – ma aspetta che io sia morto». Così, quando morì io mi sono chiusa in camera e ho tirato fuori questo libro.

È morto nel 1999, no?

Si.

Un anno prima di Jeronimo?

Jeronimo è morto nel 2000. Quando sono andata a congedarmi da lui, gli ho detto: Elder, che cosa farò quando lei morirà? E lui mi disse: “No, io e Jeronimo ce ne andiamo, ma lei deve restare. È importante che resti. E poi colpiva il tavolo con la mano”. E io gli chiedevo, che cos’è questo? Un ordine? È un ordine, mi rispondeva lui. Tu devi restare. E io sono rimasta già 13 anni senza di lui e ho già pubblicato 7 libri.

I libri promessi a Jeronimo e ad Elder (foto: Pangea News)

I libri promessi a Jeronimo e ad Elder (foto: Pangea News

Diciamo che ha eseguito l’ordine..

Il silenziamento operato dalla Chiesa come istituzione contro il profetismo e il modo di essere patriota che aveva Jeronimo fu scandaloso. La cosa triste è che nemmeno i preti terzomondisti lo appoggiarono. Visto che lui era stato sanzionato dall’istituzione, se loro gli si fossero avvicinati, si sarebbero esposti ad essere a loro volta sanzionati. Quindi l’hanno lasciato solo per 34 anni.

Dopo essere stato obbligato a dimettersi come vescovo, non ha avuto più alcun appoggio da parte della Chiesa argentina?

No.

Prima che questo accadesse, quando giravate il paese predicando l’enciclica, avevate l’appoggio di altri membri della Chiesa?

Si, chiaro, praticamente di tutta la Chiesa. Ma è come in un’impresa. Una quantità di farisei, quando l’Episcopato ha iniziato a fare la faccia brutta, avevano paura di essere sanzionati e non lo avvicinarono. Lo avvicinò solo Samuel Ruiz dal Messico, ma di quelli di qua, nessuno. E lui era per esempio amico di Angelelli.

Non è perdurata neanche l’amicizia personale?

Poche, da lontano e per lettera.

Invece Bergoglio, si. Lo andò a visitare una volta?

È stato l’unico membro della Chiesa argentina che si avvicinò a Jeronimo. Era cardinale. Un giorno Jeronimo mi ha detto: «Clelia, voglio andare a parlare con il cardinale». Perché? – gli ho risposto io – se non ti vogliono mai ricevere. No, perché questo è un uomo intelligente che mi saprà ascoltare. Così andò da Bergoglio. Da quella volta Francesco mi ha sempre ripetuto: «Chissà perché non ho conosciuto prima tuo marito». Rimase impressionato da Jeronimo. E quando tornò a casa, mi disse: «È un uomo molto intelligente e spirituale, devi proteggerlo». Sentiva già che se ne stava andando. Questo fu 15 giorni prima della sua morte. Dopo, lo ricoverarono. Quando Bergoglio venne a sapere che era in terapia intensiva, si liberò degli impegni e fu a dargli l’unzione degli infermi. Gli disse: «Sono venuto perchè ti tiri su, non a darti l’estrema unzione». Jeronimo era in coma. Io gli dicevo a Bergoglio: che cosa ti ha detto? «Ah, donna, non mi ha detto niente – rispondeva lui – mi ha stretto la mano, per farmi sapere che stava ascoltando». Poi disse alle monache che mi permettessero di restare con lui fino a che non se ne fosse andato. sono potuta restare 3 giorni in terapia intensiva grazie a lui, sennò le monache mi avrebbero lasciato solo 15 minuti. Noi eravamo uno. Io ero la sua compagna di lotta. Non è la stessa cosa che ti muoia il marito, a che muoia il tuo compagno di lotta. Jeronimo mi diceva sempre: essere compagni di lotta è più che essere compagno per la vita, significa essere compagni per l’eternità.

Crede che Jeronimo e Bergoglio fossero uomini simili o diversi?

Spiritualmente erano molto simili. Jeronimo aveva un carisma più grande. Era un uomo molto forte e molto vigoroso. Anche a livello temperamentale erano molto simili. Soprattutto quando io ho conosciuto Jeronimo. Spiritualmente era un uomo libero. Poi con il tempo Jeronimo è maturato, è diventato più libero di Bergoglio.

Papa Francesco e il Movimento 5 stelle. L’importanza di chiamarsi Francesco.   Leave a comment


importanza-francesco

 

L’importanza di chiamarsi Francesco.

Nessun papa ha mai avuto il coraggio, perché di vero coraggio si tratta, di chiamarsi Francesco.

Il santo che la Chiesa voleva bruciare come eretico, il poverello di Dio che si scagliò con il solo esempio

contro la lussuria dei cardinali del suo tempo.

 

 

Il M5S è nato, per scelta, il giorno di San Francesco, il 4 ottobre del 2009.

Era il santo adatto per un MoVimento senza contributi pubblici, senza sedi, senza tesorieri, senza dirigenti.

Un santo ambientalista e animalista. La politica senza soldi è sublime,

così come lo potrebbe diventare una Chiesa senza soldi, un ritorno al cristianesimo delle origini.

I ragazzi del M5S a Woodstock a Cesena nel 2010, si auto definirono i “pazzi della democrazia“,

così come i francescani erano detti i “pazzi di Dio“.

Ci sono molte affinità tra il francescanesimo e il M5S.

C’è qualcosa di nuovo in questa primavera 2013, un terremoto dolce.

Il nome Francesco scelto da papa Bergoglio, un gesuita di mamma genovese, è già molto,

per ora mi può bastare, poi si vedrà. E’ il primo papa “low cost“.

Stanno già scavando nel suo passato, dalle letterine di scuola delle compagne,

alla sua vita prima di diventare prete, ai rapporti con la dittatura argentina,

per trovare ogni più piccola ombra e questo me lo rende simpatico.

Quali papi sono stati crocifissi dalla stampa mezz’ora dopo essere stati eletti?

Nel libro “Il Grillo canta sempre al tramonto” scritto lo scorso dicembre con Fo e Casaleggio

quest’ultimo diceva “Non deve essere un caso che non esista un papa che si sia fatto chiamare Francesco.

Noi abbiamo scelto appositamente la data di San Francesco per la creazione del MoVimento.

Politica senza soldi. Rispetto degli animali e dell’ambiente.

Siamo i pazzi della democrazia, forse molti non ci capiscono proprio per questo

e continuano a chiedersi chi c’è dietro“.

Habemus papam. Per il momento il suo nome ci rallegra,

speriamo che ci rallegrino presto anche le sue opere. (blog di Beppe Grillo)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: