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Nascita del Quarto Reich (Piergiorgio Odifreddi)   2 comments


La capitolazione imposta alla Grecia dalla’Germania segna il momento ufficiale della morte della democrazia europea e della nascita del Quarto Reich. Fino a ieri potevamo ancora illuderci che le nazioni europee mantenessero la propria sovranità, e che le elezioni e i referendum servissero a dare un mandato ai parlamenti e ai governi. Da ieri sappiamo ufficialmente che i pareri degli elettori sono carta straccia, e contano soltanto le decisioni della Germania e, tramite essa, dei mercati, delle borse e della finanza.

All’annuncio dell’accordo, gli speculatori hanno immediatamente votato nell’unico modo che ormai conta: facendo salire gli indici di borsa. E, come gli avvoltoi che all’annuncio del terremoto festeggiavano, al pensiero degli affari della ricostruzione, anch’essi hanno esultato, nella previsione della spartizione delle spoglie pubbliche greche che va sotto il macabro nome di “privatizzazione”

Da domani la farsa della democrazia greca chiude i battenti. L’ex ministro Varoufakis ha raccontato in un’intervista quale fosse la filosofia dei leader del nuovo Quarto Reich nelle trattative: “Non possiamo permettere che le elezioni nei vari paesi cambino le direttive imposte dai mercati e dalle borse”. Dal che discende, ovviamente, che è ormai inutile tenerle, le elezioni, perché i risultati non avranno effetti sulle decisioni dei padroni e sui comportamenti dei servi.

Ora sappiamo anche cosa è successo nel 2011 in Italia: esattamente la stessa cosa. Con una differenza: che mentre un leader come Tsipras e un partito come Syriza hanno cercato coraggiosamente, benché inutilmente, di preservare la dignità e la democrazia del proprio popolo, un presidente come Napolitano è un partito come il Pd le hanno svendute vigliaccamente all’italiana: cioè, senza nemmeno combattere.

Il risultato sono stati i governi Monti e Renzi, eterodiretti e senza mandato elettorale. Le politiche che i greci dignitosamente contestano in piazza e che gli italiani indegnamente accettano in silenzio, in preda alla sindrome di Stoccolma. E soprattutto una schifosa visione del mondo, basata su un unico valore: il denaro.

In base a questa visione, i lavoratori non sono uomini considerati come fini, ma animali usati come mezzi. I servizi sociali non sono misure di civiltà, ma costi improduttivi. Delle merci conta non l’utilità, ma la vendibilità. Gli acquisti si fanno non in base ai bisogni degli acquirenti, ma ai desideri dei venditori. E i media sono contenitori non di alta cultura, ma di bassa pubblicità.

In un mondo come questo, non vale la pena vivere: nemmeno per i ricchi, anche se nella loro stupida avidità essi nemmeno se ne accorgono. Anzi, pensano che lo squallido “modello” di vita che propongono debba essere imposto al mondo intero: paradossalmente, all’insegna della democrazia che quello stesso “modello” ha ucciso rendendola ormai un’utopia obsoleta e anacronistica.

6LUG2015
E ora un referendum in Europa!

L’ossimorico “colpo di stato democratico”, consistente nel far cadere un governo liberamente eletto con un diktat della BCE o del FMI e sostituirlo con un governo fantoccio prostrato ai loro ordini, riuscito in Italia nel 2011 con la correità del presidente Napolitano e l’acquiescenza dei governi Monti, Letta e Renzi, è fallito nel 2015 in Grecia.

I leader della Comunità Europea, dai giganti come la Merkel ai nani come Renzi, passando per il santo protettore degli evasori fiscali Juncker, sono pesantemente intervenuti nella campagna per il referendum greco, a favore della sconfessione del governo Tsipras e delle sue conseguenti dimissioni anticipate. Gli elettori greci hanno invece fatto loro una solenne pernacchia, quasi raddoppiando i voti che Tsipras aveva ottenuto cinque soli mesi fa.

Se la Merkel, Renzi, Juncker e i loro comparigrado dei diciotto paesi dell’Eurozona fossero, per ipotesi assurda, uomini e donne d’onore, indirebbero per domenica prossima un referendum e chiederebbero democraticamente ai cittadini che pretendono di rappresentare se sono o no d’accordo con le politiche economiche che essi impongono ai propri e agli altrui paesi, in nome e per conto delle banche e dei giganti aziendali smascherati dai Luxemburg Leaks.

Se così facessero, forse tra una settimana si potrebbe finalmente incominciare a costruire un’Europa dei Cittadini, e a smantellare l’Unione delle Banche Europee. Ma, naturalmente, gli uomini e le donne del disonore che si fanno chiamare leader, ma sono in realtà dei follower, si guarderanno bene dal farlo: rimarranno aggrappati con le unghie al potere che è stato loro affidato dai poteri forti, proprio perché lo gestissero contro i cittadini deboli.

E così dovremo aspettare le elezioni in Spagna, per dare il secondo colpo di piccone all’Euro. E il referendum in Inghilterra, per darne un’altro all’Unione. In Italia, non si prevedono elezioni o referendum alla breve, e forse nemmeno alla lunga. Infondo, Renzi trova tanto comodo comandare senza alcun mandato elettorale, che non si vede perché dovrebbe scomodarsi a chiederne uno: non vale la pena giocare gli stupidi giochi della democrazia, soprattutto quando si corre il concreto rischio di perderli.

28GIU2015
Je suis grec et démocratique

Il presidente del Consiglio greco Alexis Tsipras è stato eletto il 26 gennaio scorso dagli elettori del suo paese con il mandato di contrastare le politiche liberiste che, con la scusa della crisi, gli organi extranazionali nominati cercano di imporre oligarchicamente ai parlamenti e ai governi nazionali democraticamente eletti.

Tsipras ha coraggiosamente cercato di contrastare per cinque mesi i diktat della famigerata troika composta da Banca Europea, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale. E posto di fronte al ricatto finale dei loro Dracula ha deciso di appellarsi al popolo greco e chiedere il suo parere attraverso un referendum, benché forte di un recente mandato elettorale per rifiutarlo.

Il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi è stato nominato il 22 febbraio 2014 dal presidente della Repubblica e ha ricevuto, in un parlamento eletto con una legge incostituzionale, la fiducia da parte di una maggioranza di parlamentari eletti nel Pd con il mandato di perseguire la politica non liberista del programma elettorale di quel partito.

Piegandosi ai diktat degli stessi Dracula della stessa troika, Renzi ha implementato invece la politica liberista da essa pretesa, imponendo riforme elettorali, lavorative e scolastiche che hanno diviso il paese, benché non avesse mai ricevuto alcun mandato elettorale dagli elettori italiani, e la sua maggioranza ne avesse ricevuto uno per implementare riforme contrarie a quelle a cui si è piegata.

Domanda da un milione di euro (o dracme): chi, fra Tsipras e Renzi, è democratico? Quello che non fa ciò che è stato eletto per non fare, e che chiede comunque ai suoi elettori se vogliono che non lo faccia? O quello che fa ciò non è stato eletto per fare, anche perché non è mai stato eletto, e che non chiede ai suoi elettori se vogliono che lo faccia?

Ps. Il ministro delle finanze Varoufakis ha dichiarato che, poiché la legge elettorale maggioritaria greca ha permesso al partito di Tsipras di andare al governo con solo il 36 per 100 dei voti, esso non è legittimato a prendere decisioni importanti come quella in gioco, che richiedono il 50 per 100 più 1 dei voti. Evidentemente la Grecia, che ha inventato la democrazia a sua gloria, la capisce meglio di un paese come l’Italia, che ha inventato il fascismo a sua vergogna, ed è più a suo agio con la dittatura.

Pps. A favore del referendum e del “no” ai diktat della troika, ecco i pareri di piketty, krugman e stiglitz.

24GIU2015
La Corte Costituzionale all’amatriciana

La Corte Costituzionale ha stabilito che il blocco degli stipendi della Pubblica Amministrazione, in vigore ormai dal 2010, era non solo illegale, ma addirittura incostituzionale. I dipendenti che hanno dunque visto lesi non solo i propri diritti legali, ma i diritti costituzionali di tutti i cittadini, dovranno allora essere risarciti? Manco per idea! Siamo in Italia, nel paese delle operette, e dipendenti e amministrazione possono cantare in coro:

Chi non ha avuto, non ha avuto, non ha avuto…
Chi non ha dato, non ha dato, non ha dato…
Scurdámmoce ìo ppassato,
Simmo ’e Napule paisá!…

E se qualcuno, invece di essere a Napule e governato da De Luca, sperava di essere in Italia e tutelato dalla Corte Costituzionale? Dovrà farsene una ragione.

D’altronde, quest’ultima non è la stessa che ha stabilito, un paio d’anni fa, che l’intero Parlamento è stato eletto con una legge elettorale incostituzionale, ma può rimanere comunque in carica? Siamo appunto in Italia, nel paese delle operette, e elettori ed eletti possono cantare in coro:

Chi ha avuto voti, ha avuto, ha avuto…
Chi ha dato voti, ha dato, ha dato…
Scurdámmoce ìo ppassato,
Simmo ’e Napule paisá!…

E se qualcuno, invece di essere a Napule e governato da Renzi, che ha avuto come unico mandato governativo la fiducia di un Parlamento eletto con una legge incostituzionale, ma può comunque governare come se niente fosse, sperava di essere in Italia e tutelato dalla Corte Costituzionale? Di nuovo dovrà farsene una ragione.

Almeno fino a quando il popolo sovrano non deciderà di darle di santa ragione al Parlamento, al governo e alla Corte Costituzionale. D’altronde, se interpellata, quest’ultima non stabilirà forse che coloro che se le sono prese, le hanno ricevute in maniera incostituzionale, ma dovranno comunque tenersele? Siamo in Italia, nel paese delle operette, e menatori e menati potranno cantare in coro:

Chi le ha prese, le ha prese, le ha prese…
Chi le ha date, le ha date, le ha date…
Scurdámmoce ìo ppassato,
Simmo ’e Napule paisá!…

Viva Napule! E viva la Corte Costituzionale all’amatriciana!

16GIU2015
Uno Stato ormai delegittimato

In qualunque consesso civile, affinché le decisioni prese abbiano valore si richiede la presenza del “numero legale”: se manca la maggioranza degli aventi diritto, non si può deliberare. Così avviene nei condomini, nelle associazioni, nelle società, nei dipartimenti, nelle facoltà, persino nei referendum.

Se lo Stato fosse dunque un consesso civile le elezioni di ieri verrebbero annullate, perché la maggioranza degli elettori non vi ha preso parte. Ma è appunto per evitare questo risultato che lo Stato incivile si tutela imponendo sé stesso e la propria presenza in ogni caso, indipendentemente dall’opinione che i cittadini hanno su di esso.

E fa bene, perché ormai da qualche tempo ogni appuntamento elettorale conferma l’impressione che l’opinione della maggioranza dei cittadini sia una sola, e cioè questa: che lo Stato non sia altro che un inutile e dannoso moloch, che ha forse come scopo secondario quello di soddisfare i loro bisogni sociali, ma ha certamente come scopo primario quello di preservarsi a loro spese, ed è dunque inutile andare a votare per l’uno o l’altro suo rappresentante.

In effetti, dalle tasche dei contribuenti lo Stato sottrae più di metà dei loro guadagni: più del 40 per 100 in Irpef sul reddito, e più del 20 per 100 in Iva sulle spese effettuate con il rimanente. Una parte di questi introiti va sicuramente a coprire i cosiddetti “servizi” ai cittadini, che si situano però spesso a livelli da terzo mondo: la sanità, i trasporti, le poste, le scuole, i lavori pubblici, la giustizia, eccetera. Ma un’altra consistente parte va altrettanto sicuramente a coprire le spese per il funzionamento del carrozzone della Pubblica Amministrazione locale e centrale, che è disgustosamente inefficiente e vergognosamente sovradimensionato.

E’ ovvio che alla lunga i cittadini incomincino a domandarsi se valga la pena partecipare alla profana rappresentazione delle elezioni, in mancanza di propositi sensati e credibili (ovvero, né berlusconiani, né renziani) di rifondare l’intero carrozzone. Anzitutto, smantellando radicalmente l’esercito di parassiti clientelari che infestano i comuni, le province, le regioni, il parlamento e i ministeri, e contribuiscono non solo a drenare risorse, ma anche a tessere le maglie dell’idiota e bizantina rete burocratica che soffoca la vita quotidiana del cittadino qualunque.

Inoltre, modernizzando e rendendo efficienti i servizi che costituiscono la ragion d’essere dello Stato stesso. A partire dalla sanità, che da un lato succhia la fetta preponderante delle spese locali, ma dall’altro la sperpera per foraggiare le lobbies delle case farmaceutiche, degli ospedali e dei medici, che finora nessuna riforma ha nemmeno pensato di toccare.

Infine, eliminando l’assurda divisione dicotomica di un paese nel quale, secondo i dati di pochi giorni fa, trenta milioni di cittadini non denunciano alcun reddito, e dieci milioni denunciano un reddito che permette loro di pagare tasse inferiori ai 55 euro annuali. Sui venti milioni di contribuenti rimanenti si accaniscono le grinfie dell’Agenzia delle Entrate, che non fa nulla o quasi per effettuare controlli sui rimanenti quaranta milioni, e pretendere da loro spiegazioni su come si mantengano e di cosa vivano.

L’astensione ormai maggioritaria nei confronti dei vuoti riti di questo Stato cialtrone e inefficiente, forte con i deboli (lavoratori e contribuenti) e debole con i forti (parassiti ed evasori), suona un campanello d’allarme che può essere messo a tacere solo in due modi. Il primo, legale, è la convocazione di un’Assemblea Costituente a cui partecipino rappresentanti della società civile incaricati di riformare il sistema dalle radici, e dalla quale siano interdetti i politici di professione, sulla base del principio per cui una riforma della giustizia non viene affidata ai delinquenti, né una riforma dell’erario agli evasori.

In assenza di questo ci si dovrà aspettare, e non ci si potrà stupire, che la maggioranza della popolazione, che rifiuta di continuare a giocare allo sporco gioco della scelta obbligata fra alternative tutte screditate e fra loro indistinguibili, sia costretta a far ricorso ai mezzi illegali che storicamente sono sempre serviti a effettuare i veri cambiamenti di potere. Compresi, ovviamente, quelli che hanno portato ai sistemi democratici: chi è causa del suo mal, piangerà sé stesso.

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13GIU2015
Bergoglio: da che pulpito! E chi se ne frega!

In questi giorni i media non ci danno tregua, sparando a titoli cubitali una dietro l’altra supposte notizie su Bergoglio. Cioè, abboccando come polli alle esche lanciate dal suo spin doctor Greg Burke, che arrivando pure lui dai media (per la precisione, dal canale trash delle Fox News statunitensi) sa bene quali siano le sollecitazioni alle quali i giornalisti sono sensibili, e dalle quali sono più propensi a lasciarsi menare per il naso.

A parte la visita dei 100.000 futuri presidenti del Consiglio italiani, per ora fermi alla prima tappa del loro duro percorso di formazione nello scoutismo, prima di passare gioiosamente alla seconda tappa dei giochi a premi televisivi, la grande notizia di ieri e oggi è che la Chiesa è pronta a una data unica e fissa per la Pasqua: come se quella data non fosse per sua natura una vuota convenzione, che può ovviamente essere cambiata a capocchia nel modo che fa più comodo.

Un paio di giorni fa si era invece trattato della profonda scoperta linguistica, dapprima confidata a Scalfari nel segreto dei loro incontri e ora divulgata urbi et orbi, che il sostantivo “Chiesa” è femminile, e non maschile: come se da questo dovesse derivare chissà quale conseguenza epocale. Aspettiamo con ansia il momento in cui Bergoglio scoprirà che la parola “spirito” è maschile in italiano e in latino, ma era neutra nel greco pneuma e femminile nell’ebraico ruah, con conseguenze immaginiamo epocali per la teologia francescana (del papa, non dei frati).

Mentre c’era, Bergoglio ha aggiunto che “la Madonna è più importante degli Apostoli”, anche se il suo ruolo era secondario nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli: come se la mariologia non fosse una fantasiosa invenzione successiva. I dibattiti sulla questione, cruciale per la storia dell’umanità, se la Madonna fosse christotoka o teotoka furono infatti “risolti” al Concilio di Efeso nel 431. Quelli, altrettanto cruciali, sulla sua verginità “prima, durante e dopo il parto” al Sinodo Lateranense del 649. La sua immacolata concezione fu dichiarata dogma di fede nel 1854, dopo un referendum tra i vescovi (evidentemente, tutti testimoni oculari dei fatti). E la sua assunzione in cielo fu proclamata nel 1950 da un papa con le traveggole, che la settimana prima aveva visto con i suoi occhi “il Sole rotante”.

Sono pronto a scommettere che il pubblicitario Bergoglio sta meditando di fare ciò che non aveva osato Giovanni Paolo II, che pure era un fan talmente sfegatato della Madonna da aver scelto come motto totus tuus: proclamare, cioè, il quinto dogma mariano della corredenzione, come proposto da Madre Teresa di Calcutta e richiesto da tanti altri invasati.

Nell’attesa del grande evento, Bergoglio ha lanciato le prove generali con un giubileo straordinario, evidentemente immemore del fatto che quel genere di carnevale simoniaco è un’invenzione del dantesco Bonifacio VIII: a dimostrazione che le apparenze dei papi cambiano, ma la sostanza rimane immutata, esattamente al contrario di ciò che accadrebbe con la transustanziazione del pane e del vino.

A noi il giubileo straordinario costerà 500 milioni di euro di finanziamenti statali diretti, oltre ai rivoli indiretti che si disperderanno in tutte le direzioni. Un business straordinario, che Renzi ha sfilato dal controllo del sindaco di Roma e affidato alla gestione del prefetto, per riportarlo saldamente sotto il controllo del governo, come ai tempi delle emergenze di Bertolaso.

Nel frattempo, così come il presidente del Consiglio si preoccupa di fare da sponda al papa, il papa gli rende il favore: l’altro giorno, ad esempio, è andato a pontificare di fronte al Consiglio Superiore della Magistratura. Tutto tronfio, ovviamente, per essersi finalmente deciso in quegli stessi giorni a far processare i vescovi che hanno coperto gli scandali di pedofilia del clero: ovviamente, da un tribunale vaticano, invece di consegnarli ai tribunali civili degli stati dove hanno commesso i loro crimini di connivenza.

Si potrebbe andare avanti a lungo. Come dicevamo, infatti, di queste non notizie ne riceviamo a tamburo battente, con commenti estasiati per le supposte aperture del papa, senza che nessun giornalista abbia il coraggio di dire le poche parole che sarebbero l’unico commento completo e pertinente: cioè, a seconda dei casi, “da che pulpito!”, e/o “chi se ne frega!”.

30MAG2015
Il Grande Rottamatore e i suoi Grandi Rottami

Prima di occupare prepotentemente la poltrona di Palazzo Chigi, per cooptazione presidenziale ma senza alcun mandato elettorale, Matteo Renzi si era presentato al pubblico dello spettacolo della politica come il Grande Rottamatore. Ora che sul trono ci si è seduto e intende rimanerci fino al 2023, almeno secondo le sue ultime dichiarazioni, Matteo Renzi ha gettato la maschera ed è sceso in campo personalmente, insieme alla sua vestale Boschi, a far campagna elettorale per Vincenzo De Luca, uno dei Grandi Rottami del Pd.

I due ovviamente se la intendono, perché condividono molte delle più bieche caratteristiche dell’uomo politico italiano: l’arroganza, la superbia, l’amore per il potere fine a se stesso e il disprezzo della legalità. De Luca l’aveva dimostrato tempo fa, rifiutandosi di rispettare la legge che vieta di cumulare le cariche di sindaco e di sottosegretario. E l’ha dimostrato ora, pretendendo di candidarsi alla presidenza della Regione nonostante la legge Severino gli impedisca di esercitare il mandato, essendo lui stato condannato per un abuso d’ufficio commesso da sindaco.

Gli stolti elettori delle primarie del Pd l’hanno votato lo stesso, a dimostrazione del suo controllo da boss del territorio, e il furbo presidente del Consiglio l’ha presentato in campagna elettorale come un esponente di spicco del sedicente Partito della Legalità, oltre che come l’ideatore di politiche locali che adottate su scala regionale farebbero salire il Pil di un punto percentuale: a vantaggio di quale parte della popolazione, si può facilmente immaginare.

Non c’era dunque bisogno che la Commissione Antimafia (o, nella fattispecie, Anticamorra) lo dichiarasse “impresentabile”. E le reazioni isteriche alla sua pacifica inclusione nella lista (che, si ricorda, l’Antimafia ha sempre pubblicato anche prima di tutte le altre elezioni amministrative, politiche ed europee, a partire dal 2007) non sono altro che i capricci del bambino che se la prende con il fratello o il compagno che l’ha consegnato alla madre o alla maestra, invece che con se stesso per la marachella che ha combinato.

In questo caso, però, il bambino furbetto è un presidente del Consiglio, che pretende di essere il volto nuovo e pulito della politica italiana. E la marachella è la difesa di un uomo che pretende di essere al di sopra di una legge la quale, col senno di poi, si capisce essere stata fatta ad personam, come pretesto per eliminare dalla scena Berlusconi, e non per ripulire l’immondezzaio della politica.

Renzi ora trema, e dice che le elezioni di domani non sono un test su di lui, ma se gli elettori vogliono possono diventarlo. Di motivi per mandare a casa Renzi ce ne sono a dozzine, ma quello che ha tradito la sua falsa missione di rottamazione e di moralizzazione sarebbe il più indicato. Naturalmente non accadrà, perché Renzi non è affatto un uomo nuovo o pulito: è invece l’ultima espressione del trasformismo di un partito vecchio e sporco che ha espresso De Luca nel passato, e che continua a difenderlo nel presente. E altrettanto naturalmente gli elettori lo voteranno, non nonostante il fatto che sia un condannato impresentabile, ma proprio per questo.

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25MAG2015
Si è spenta una Mente Meravigliosa

John Nash e la moglie Alicia sono morti ieri in un incidente stradale, sbalzati fuori da un taxi che li riportava a casa da Oslo, dove il matematico aveva ricevuto la scorsa settimana il premio Abel dalle mani del re di Norvegia, e aveva incontrato il campione del mondo di scacchi, il norvegese Magnus Carlsen. Una morte straordinaria, analoga a quella della principessa Diana, per una coppia straordinaria, che era rimasta unita per più di mezzo secolo nella buona come nella cattiva sorte.

Nash, una delle menti più brillanti del secolo, negli anni ’50 aveva avuto un inizio sfolgorante di carriera e ottenuto risultati memorabili in aree diversissime fra loro. Risalgono appunto a quegli anni della giovinezza i lavori sulla teoria dei giochi, da un lato, e sulla teoria delle equazioni differenziali, dall’altro, che gli valsero in seguito il premio Nobel per l’economia del 1994 e il premio Abel per la matematica del 2015.

Nella teoria dei giochi, il suo massimo contributo fu l’introduzione della nozione di equilibrio di Nash (puro): la situazione in cui si trovano due giocatori che, dopo aver giocato le loro rispettive mosse, non hanno nulla da recriminare perché avrebbero giocato la stessa mossa anche se avessero saputo in anticipo la mossa giocata dall’avversario. Nash dimostrò al proposito un famoso teorema, secondo il quale in tutti i giochi a due persone si può sempre ottenere un equilibrio analogo (probabilistico): una situazione descritta inconsapevolmente da Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore, quando scrisse che “il meglio che si può ottenere nella vita è di evitare il peggio”.

Presto però lo squilibrio della schizofrenia si impadronì della mente di Nash, prima che egli compisse i trent’anni, sospingendolo su una strada ben diversa da quella del successo. Egli iniziò un calvario negli ospedali psichiatrici, in cui venne trattato con coma insulinici e altre cure invasive, che anni dopo lui stesso non esitò a definire “torture”. Si isolò dal mondo e incominciò a vivere da barbone, aggirandosi come un fantasma nell’Università di Princeton.

La moglie divorziò da lui nel 1963, ma nel 1970 lo riprese in casa nonostante la sua condizione, anche se i due si risposarono ufficialmente soltanto nel 2001. Quello stesso anno il film A beautiful mind li rese entrambi celebri come dei divi, ed essi iniziarono a girare il mondo: sempre insieme, e a volte accompagnati dal figlio, schizofrenico come il padre.

Io lo conobbi poco dopo, il 13 ottobre 2003, quando andai a trovarlo a Princeton per questa intervista. Ci aveva messi in contatto Harold Kuhn, uno dei pochi amici e colleghi che gli erano stati vicini anche durante la sua malattia, e che nel film si vede comunicargli in anticipo l’assegnazione del premio Nobel: un procedimento irrituale, deciso a Stoccolma per evitargli un annuncio che avrebbe potuto turbarlo e agitarlo, nella sua condizione di ancora parziale recupero dalla malattia.

La mia prima impressione fu di un uomo riservato e schivo, quasi impaurito dai contatti umani, e con qualche difficoltà ad affrontare le situazioni normali della vita: paradossalmente, per eccesso di razionalità. Ricordo che passammo vari minuti a decidere se lasciare la borsa nella hall oppure nella biblioteca dell’Istituto per gli Studi Avanzati, dove aleggiavano gli spiriti di Albert Einstein e di Kurt Gödel, o se invece portarla con noi nel ristorante. E la scelta di cosa ordinare a pranzo dovette attendere una minuziosa analisi preventiva, sui vantaggi e gli svantaggi di ciascuna portata potenziale.

L’uomo ispirava però tenerezza e affetto, e la nostra conversazione toccò non soltanto aspetti tecnici legati ai suoi teoremi giovanili e ai suoi studi attuali, ma anche le sue traversie psicologiche e psichiatriche. Con una certa sorpresa di Kuhn, che quando vide la trascrizione dell’intervista mi disse che avevo avuto la fortuna di trovare il modo giusto per farlo parlare anche di cose sulle quali rimaneva normalmente riservato e reticente.

Fu così che restammo in contatto e col tempo diventammo amici, per quanto possano esserlo due persone così ovviamente diverse nel valore scientifico e nell’esperienza umana. Nel 2006 tornai a trovarlo a Princeton, mentre ero in sabbatico alla Columbia University di New York. Mi venne a prendere alla stazione del treno in auto, col suo berretto di lana, e per tutto il viaggio enunciò dichiarativamente le azioni che stava per compiere performativamente: “Ora parto. Ora ingrano la marcia. Ora giro a sinistra. Ora stiamo arrivando…”.

A casa sua voleva presentarmi la moglie, ma dopo essere salito a dirle che eravamo arrivati, ridiscese dicendo che lei stava facendo un lungo bagno, e per quella volta non la incontrai. Tornati alla stazione, mentre aspettavamo il treno per New York gli raccontai che stavo leggendo il libro Emicrania di Oliver Sacks, e gli chiesi se lui ne avesse mai sofferto. Rispose di sì, ma solo in un passato ormai lontano. Tornato in ufficio, un paio di ore dopo, trovai però una sua mail che iniziava: “Come ho detto, erano molti anni che non avevo un attacco di emicrania, ma dopo che ne abbiamo parlato…”.

Quando tenemmo i tre Festival di Matematica a Roma, dal 2007 al 2009, Nash ci fece il regalo di venire ogni volta, e le nostre conversazioni pubbliche rimangono per me tra i momenti più significativi di quell’esperienza. Appena arrivato la prima volta, entrò in albergo con la macchina fotografica spianata e prese a fotografare tutti noi, incurante del fatto che il divo era lui. Io gli suggerii di non dare interviste prima della serata conclusiva, per non rovinare la sorpresa del pubblico, e quandogli chiesi un giorno se potevamo andare alla radio per un’anticipazione, mi rispose laconico che gli era stato proibito.

Un episodio divertente successe al Quirinale nel 2009, quando in occasione del Festival portammo cinque premi Nobel e una medaglia Fields in visita al presidente Napolitano. Una sua domanda di cortesia scatenò una specie di miniconferenza ai massimi livelli, alla quale Nash partecipò con alcune delle sue osservazioni spiazzanti, fino a quando il presidente la concluse diplomaticamente dicendo: “Beh, ci avete fatto una bella lezione!”.

Ricordo varie altre interviste e conversazioni pubbliche, da Bergamo a New York, alcune delle quali reperibili in rete e altre nel libro Il club dei matematici solitari (Mondadori, 2009). Quest’ultimo, in particolare, contiene una lunga storia della teoria dei giochi raccontata in prima persona da Nash e Robert Aumann, un altro premio Nobel dell’economia, e registrata in due puntate: una al Festival della Matematica del 2008 e l’altra a un successivo convegno a Brescia organizzato dall’Iseo (Istituto per lo sviluppo economico e l’occupazione) fondato da Franco Modigliani.

Nel 2010 andammo a New York per Repubblica e L’Espresso, a registrare con Nash questo dvd della serie Beautiful Minds, che si ispirava nel titolo proprio all’espressione indissolubilmente legata al suo nome. In quell’occasione passammo un’intera giornata con lui, che si intrattenne poi cordialmente a cena con gli operatori. Anche se ci diede un po’ di filo da torcere nella registrazione, perché esaurì in dieci minuti la lista delle domande che avevo preparato, dando risposte concise e stringate, e mi costrinse a fare i salti mortali per riuscire a farlo parlare di vari argomenti per il tempo richiesto di un’ora.

L’ultima volta che l’ho visto è stata il 30 settembre del 2013 a Bergamo, per una conferenza di nuovo organizzata dall’Iseo. Passammo una giornata con lui e l’amico Gianfranco Gambarelli, un teorico dei giochi che l’ha a sua volta invitato parecchie volte in Italia. Parlammo della lettera che Benedetto XVI mi aveva inviato da poco, e quando tornò a casa mi inviò una mail nella quale paragonava il papa a San Nicola e me a Thomas Huxley, il “mastino di Darwin”, dicendo che non potevo vincere quel genere di disputa, ma che “la situazione sembrava colorita e stimolante”.

L’ultima volta che l’ho sentito, invece, è stata il 26 marzo scorso, quando mi scrisse di aver ricevuto una telefonata a sorpresa da Oslo in cui si annunciava che gli era stato assegnato un premio Abel “di seconda categoria”: il suo modo per lamentarsi di dover condividere una somma che, purtroppo, non gli sarebbe servita a molto neppure intera. Quel premio gli è stato fatale, ma gli ha permesso di morire avvolto dall’abbraccio della comunità dei matematici. E l’incidente l’ha portato via tragicamente, ma ha evitato sia a lui che alla moglie la sorte peggiore di un lungo e triste declino e di una morte separata.

(Articolo uscito sul cartaceo di Repubblica di oggi)

14MAG2015
#staiserenascuola

Il presidente del Consiglio, evidentemente accortosi di aver varato un’altra delle raffazzonate riforme sulle quali una volta “ci metteva la faccia”, salvo ritirarcela immediatamente, ha scelto per la scuola una strategia differente. Parlando di fronte a una lavagna di ardesia e usando un gessetto, forse per sottolineare il suo anacronismo, ha illustrato con una calligrafia incerta da cattivo studente i provvedimenti della sedicente Buona Scuola, schermendosi: “Non chiamiamola riforma, che non ne possiamo più di riforme”.

Questa è stata una delle poche cose sensate che ha detto. Perché i cinque punti sui quali si baserebbe il suo pastrocchio, che effettivamente non si può certo chiamare riforma, sono stati i seguenti vuoti proclami:

1. Alternanza scuola-lavoro, “per ridurre una disoccupazione giovanile che attualmente è al 44%”. Come se mandando gli studenti a curiosare per qualche ora in qualche luogo di lavoro equivalesse a impegarli, e riducesse il tasso di disoccupazione di coloro che la scuola l’hanno finita e attendono appunto di essere assunti in pianta stabile (Jobs Act permettendo).

2. Cultura umanista, con il potenziamento della storia dell’arte, della musica e delle lingue. Come se l’alternanza scuola-lavoro non richiedesse al contrario un potenziamento delle materie utili per il lavoro, invece che per la formazione culturale. E come se le materie umanistiche (a partire, ovviamente, dalla religione) non fossero già eccessivamente rappresentate in tutte le scuole, comprese quelle nominalmente a indirizzo scientifico.

3. Più soldi agli insegnanti, nella forma di 500 euro ai docenti come paghetta annua per i loro sfizi culturali, e 200 milioni da assegnare ai 200.000 più meritevoli (circa un quarto del totale). Come se questa ennesima elemosina, equivalente ancora una volta ai soliti 80 euro mensili per i beneficiari, mutasse la sostanza di uno stipendio medio che è di un terzo inferiore a quello di altri paesi ai quali Renzi ha alluso nella sua lezioncina, come la Germania e la Svizzera.

4. Autonomia, “per togliere il potere alle circolari ministeriali”. Come se il decreto sulla scuola non venisse attuato con una serie di altre circolari ministeriali, la prima delle quali Renzi ha detto che stava appunto per andare a firmare nel pomeriggio. E come se affermare che le scuole di Scampia devono per forza di cose essere diverse da quelle di Trieste fosse “dire qualcosa di sinistra”, invece che gettare la maschera e mostrare il volto bieco della destra.

5. Continuità didattica con il potenziamento dell’organico, a partire da 100.000 nuovi assunti dalle graduatorie a esaurimento. Come se il rapporto Ocse Education at Glance 2014 non mostrasse che il numero degli insegnanti per studente è molto più alto in Italia (uno ogni 12 studenti) che nella media europea (uno ogni 15 studenti),

Alla fine del suo video Renzi ha buttato sul tappeto, oltre ai cinque punti precedenti, la cifra di quattro miliardi di euro in investimenti per l’edilizia scolastica. Evidentemente confidando che il popolo bue avesse già dimenticato l’analoga promessa fatta prima dell’estate dello scorso anno, quando ancora molti credevano che le parole che uscivano dalla sua bocca corrispondessero da un lato a idee nella sua testa, e dall’altro a fatti del suo governo.

Oggi, dopo più di un anno dal suo colpo di palazzo, immaginiamo che solo i ciechi e i sordi possano dar credito alle sue vuote sparate. Certo non sembrano farlo studenti e professori: quegli stessi, cioè, che nel 1969 riuscirono a scalzare dal piedistallo un gigante come De Gaulle, e che oggi potrebbero farlo anche con un nano come Renzi.

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5MAG2015
Si riparte dall’educazione

Qualche mese fa l’Italia del lavoro era uscita dalle fabbriche e dalle industrie per protestare contro la cancellazione dei diritti dei lavoratori imposta dal liberista governo Renzi. Negli scorsi giorni l’Italia delle opposizioni è uscita dal Parlamento per protestare contro la cancellazione dei diritti degli elettori imposta dall’illiberale governo Renzi. E oggi l’Italia dell’insegnamento e dell’apprendimento è uscita dalle scuole per protestare contro l’ennesima raffazzonata riforma imposta dall’incompetente governo Renzi.

Non c’è naturalmente niente di male a essere liberisti, a meno che si sia di sinistra. Così come non c’è niente di male a essere illiberali, a meno che si sia democratici. E non c’è niente di male a essere incompetenti, a meno che si ami l’efficienza. Altrettanto naturalmente, in questo paese del paradosso Renzi si presenta invece come un efficiente democratico di sinistra: non si sa se per arroganza, per presunzione o per stupidità, cose che peraltro convivono benissimo insieme.

Parte del problema sta naturalmente nella democrazia stessa: affidare direttamente o indirettamente al “popolo” la scelta del governo è come affidare la scelta dei programmi o dei libri all’Auditel o alle classifiche. Ovvio che poi ci si ritrova a guardare il Festival di Sanremo o leggere Dan Brown, in un caso, e a votare Berlusconi o Renzi, nell’altro. E neppure i blog sono immuni dal problema: se lasciati democraticamente a sé stessi, c’è appunto il rischio che alla fine vengano invasi dagli spettatori del Grande Fratello o di Amici, e che si trasformino in pollai o asinai simili al Parlamento.

E’ successo anche a Il non-senso della vita, da sempre aperto a chiunque volesse parteciparvi, ma recentemente diventato il patologico sfogo di alcuni minus habentes incarnanti le stesse spiacevoli caratteristiche del presidente del Consiglio. Inoltre, benché il cosiddetto rasoio di Heinlein metta in guardia dall’attribuire alla malizia ciò che può essere spiegato con la stupidità, c’era anche il sospetto che dietro alle intemperanze verbali di alcuni commentatori si nascondessero propositi più o meno consci di sabotaggio.

D’altronde, è certo che a più riprese alcuni fondamentalisti religiosi e politici avevano apertamente tentato di far naufragare un blog che si distingueva per la sua indipendenza dal politically correct. E non è da escludere che essi abbiano cercato di ottenere subdolamente, col sabotaggio, ciò che non erano riusciti a raggiungere apertamente, con le liste di proscrizione.

Come sottolineato dal nuovo titolo Il non-senso della vita 3.0, ho dunque deciso di modificarne la natura, e di permettere la partecipazione soltanto a chi avrà avuto un commento già approvato in precedenza. D’altronde, lasciando le portespalancate e incustodite si corre il rischio di trovare la propria casa non solo invasa di insetti e imbrattata di escrementi, ma anche trasformata in un delirio alla Project X.

Spero che questo risolva semplicemente e incruentemente il problema dei pervertiti del blog. Peccato che non sia possibile sbarazzarsi in maniera altrettanto semplice e incruenta dei pervertitori della politica.

(dal blog su repubblica..di Odifreddi: “il non senso della vita” http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/

VERITA’ RAGIONE E CORAGGIO DI PIERGIORGIO ODIFREDDI, SULLA QUESTIONE ISRAELO-PALESTINESE   Leave a comment


20 NOVEMBRE 2012 REDAZIONE IL fATTO

Il matematico aveva scritto parole dure sul conflitto in Medio Oriente accusando lo Stato ebraico di “logica nazista”,

ma il suo intervento è scomparso dopo 24 ore. Oggi il saluto ai lettori: “Continuare sarebbe un problema. D’ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso o scrivo può non essere gradito a coloro che lo leggono”

 

 

NETANIAU

Un post pubblicato domenica. Tema: il conflitto israelo-palestinese che in questi giorni sta vivendo un’altra pagina dai toni drammatici. Una presa di posizione molto dura nei confronti dello Stato ebraico, accusato di “logica nazista” nei confronti dei palestinesi. Ma la rimozione del suo intervento dal sito di Repubblica.it ha colto di sorpresa Piergiorgio Odifreddi (matematico, divulgatore scientifico, diventato noto anche per le sue posizioni critiche alla Chiesa cattolica). Ieri sera, infatti, il suo post nel blog “Il non senso della vita” non c’era più. Tanto è bastato, comunque, perché Odifreddi decidesse di scrivere un ultimo intervento, di commiato, per salutare i numerosi lettori che lo hanno seguito fin qui. D’altronde l’intervento in un blog non riflette la linea editoriale del giornale, che del resto nei casi più controversi – come potrebbe essere questo – può scegliere di pubblicare due interventi in antitesi (l’uno che intende confutare l’altro), davanti ai quali i lettori possono confrontarsi.

“Per 809 giorni Repubblica.it ha generosamente ospitato le mie riflessioni – scrive Odifreddi nel suo saluto – che spesso non coincidevano con la linea editoriale del giornale, e ha offerto loro l’invidiabile visibilità non solo del suo sito, ma anche di un richiamo speciale nella sezione Pubblico. Da parte mia, ho approfittato di questa ospitalità per parlare in libertà anche di temi scabrosi e non politically correct, che vertevano spesso su questioni controverse di scienza, filosofia, religione e politica. Naturalmente, sapevo bene che toccare temi sensibili poteva provocare la reazione pavloviana delle persone ipersensibili. Puntualmente, vari post hanno stimolato valanghe (centinaia, e a volte migliaia) di commenti, e aperto discussioni che hanno fatto di questo blog un gradito spazio di libertà. Altrettanto naturalmente, sapevo bene che la sponsorizzazione di Repubblica.it poteva riversare sul sito e sul giornale proteste direttamente proporzionali alla cattiva coscienza di chi si sentiva messo in discussione o criticato”.

“Immagino che il direttore del giornale e i curatori del sito abbiano spesso ricevuto lagnanze, molte delle quali probabilmente in latino – ammette – Ma devo riconoscere loro di non averne mai lasciato trasparire più che un vago sentore, e di aver sempre sposato la massima di Voltaire: ‘Detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo’. Mai e sempre, fino a ieri, quando anche loro hanno dovuto soccombere di fronte ad altre lagnanze, questa volta sicuramente in ebraico”. Fino a ieri, dunque, tutto ok. Poi, però, la cancellazione del post che “non è, di per sé, un grande problema: soprattutto nell’era dell’informatica, quando tutto ciò che si mette in rete viene clonato e continua comunque a esistere e circolare. Non è neppure un grande problema il fatto che una parte della comunità ebraica italiana non condivida le opinioni su Israele espresse non soltanto da José Saramago e Noam Chomsky, al cui insegnamento immodestamente mi ispiro, ma anche e soprattutto dai molti cittadini israeliani democratici che non approvano la politica del loro governo, ai quali vanno la mia ammirazione e la mia solidarietà”.

“Il problema, piccolo e puramente individuale, è che se continuassi a tenere il blog, d’ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso o scrivo può non essere gradito a coloro che lo leggono: qualunque lingua, viva o morta, essi usino per protestare – Dovrei, cioè, diventare ‘passivamente responsabile’, per evitare di non procurare guai. Ma poiché per natura io mi sento ‘attivamente irresponsabile’, nel senso in cui Richard Feynman dichiarava di sentirsi in Il piacere di trovare le cose, preferisco fermarmi qui”. “Tenere questo blog è stata una bella esperienza, di pensiero e di vita, e ringrazio non solo coloro che l’hanno ospitato e difeso, ma anche e soprattutto coloro che vi hanno partecipato – conclude Odifreddi – La vita, con o senza senso, continua. Ma ci sono momenti in cui, candidamente, bisogna ritirarsi a coltivare il proprio giardino”.

Ma la scomparsa improvvisa del post aveva scatenato proprio i frequentatori più assidui del blog di Odifreddi che, utilizzando lo spazio del suo articolo precedente, non solo hanno chiesto insistentemente al matematico come mai quel testo fosse stato rimosso, ma lo hanno copiato e incollato a beneficio di chi non l’avesse letto. A quel punto, certo, si è sviluppato il dibattito tra chi è d’accordo con la tesi di Odifreddi e chi non lo è. ”Non c’era nessun delirio antisemita, filoislamico, comunista. Solo una condanna alla violenza” scriveva B.dg. ”Il post – secondo Giulioru – è un minkiata se l’ha o gliel’hanno tolto hanno fatto bene, non per i contenuti che sono aleatori come tutte le informazioni che ci imboccano, ma per l’uso di paragoni matematici che sono infantili e inopportuni. Uno, 10, 100 non è questione di moltipliche ma di follia umana che non ha formule né tempo né luoghi”.

I lettori del blog ora commentano invece l’addio del matematico al blog: “Con l’ultimo thread non ero d’accordo, come ho scritto – interviene Nivadi – Ciò non toglie che desidero continuare a leggere osservazioni non convenzionali e stimolanti facci sapere dove potremo leggerti. Smetterò di leggere il sito di Repubblica”. “Che gran peccato, il suo blog mi ha sempre offerto dei grossi spunti di riflessione – dice lucajeck_01 – A volte mi sono trovato in disaccordo con le sue vedute, ma è stato un piacere anche quello, poter testare il mio senso critico su argomenti complessi o comunque su punti di vista particolari è stato stimolante”.

Di seguito il post di Odifreddi cancellato dal blog

piergiorgio-odifreddi-interna-nuova

Dieci volte peggio dei nazisti (18)
Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.

Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.

In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi di Hamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi.

Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare anche Netanyahu e i suoi generali?

Piergiorgio Odifreddi

La ricerca della Verità con la maiuscola ….della Verità che innamora.. (Profeti di Dio per I tempi di Oggi)   Leave a comment


Premetto il mio pensiero,….

Dio è il Vivente;

per questo motivo non può mai cessare di parlare alla sua creatuta che è l’essere umano.

Più precisamente ,penso,aspetta con pazienza l’evoluzione dello spirito umano

per educarlo a comprensione sempre maggiore di  Lui.

Delle volte,quello che succede ha dell’incredibile,se si pensa che nei primi secoli..

la Chiesa sotto l’influsso di Costantino cercò di bruciare tutti I vangeli che non erano quelli”canonici”

Ma dio sà come difendersi.

Incredibilmente solo agli inizi dell’Era presente a Nag Ammadi ,nel deserto egiziano,

vengono rinvenute in delle giare seppellite sotto la sabbia,

un’intera libreria scritta in copto di libri religiosi,tra cui,questo incredibile vengelo,

che è e rimasto sotto terra, senza che nessuno  lo potesse manipolare,per quasi xx secoli

 

Consiglio di leggerlo dato che anche Benedetto XVI ne ha permesso la lettura

vangelo di Tommaso

loghion 77. Gesù disse,

“Io sono la luce che è su tutte le cose. Io sono tutto: da me tutto proviene, e in me tutto si compie.

Tagliate un ciocco di legno; io sono lì.

Sollevate la pietra, e mi troverete.”

 

(Queste ,come dovremmo inetrpretarle se non le parole di un Dio Panteista?)

 

se il Logos,laParola..la RAgione ha creato il tutto ,è evidente che,

nelle leggi  ordinate della Natura e dell’Universo,si può intravedere

la Parola,creatrice dell’Universo

 

I PROFETI DI OGGI

NON VI è Dubbio che tra I profeti di oggi ci sia NIKOLA TESLA.

 

English: Nikola Tesla color

English: Nikola Tesla color (Photo credit: Wikipedia)

 

Conoscere il Dio sconosciuto

“La mia mente è solo un ricevitore.

Nello Spazio Cosmico c’è il Nucleo dal quale

tutti attingono il sapere,le forze, e l’ispirazione.

Non sono penetrato nei suoi segreti ma sò che esiste..” (Nikola Tesla)

Molte persone credono in dio;

per alcuni è Gesù Cristo,oppure qualcosa del genere,

e per altri è un mondo d’informazioni

che tutto sà e tutto capisce

e sostiene quelli che cercano di vivere seguendo la virtù,

aiutando nella vita ed in situazioni senza sbocco

anche nella scienza.

I metodi creativi di Tesla ci costringono ad assumere o pensare

che esista una specie di banca dati

che attualmente chiamiamo campo energetico informatico universale

e Tesla poteva collegarsi a questa fonte

attingendo alle informazioni necessarie;

e lui sognava

che tutte le persone potessero averne accesso

Tesla era certo che tutto nell’universo

dalle galassie agli elettroni

possiede una coscienza;

il Cosmo è organimo unico,vivente ed intelligente.

Credeva di essere parte dell’universo;

Tesla ripetè molte volte

che un’azione…

anche se di un piccolo essere..

comporta la modifica di tutto l’universo”

 

piergiorgio-odifreddi-interna-nuova

PIERGIORGIO      ODIFREDDI

Anticipiamo un brano da Caro Papa ti scrivo in uscita da Mondadori

Alla fine del nostro confronto, lei, caro papa Ratzinger, sa ormai che il suo non è un Credo che possiamo condividere,

né che io possa professare. Ma cosa dunque potrei professare, se proprio volessi pregare?

In conclusione, prima dei commiati, cercherò brevemente di riassumere la mia posizione,

sfrondandola degli argomenti che ho portato a suo sostegno, e cristallizzandola appunto in una forma il più possibile parallela al suo Credo,

benché opposta nella sostanza.

Così facendo manterrò, da un lato, un legame formale con la tradizione occidentale, che ha aderito fino al Medioevo e al Rinascimento

alle formule della professione di fede che abbiamo appena finito di commentare.

Ma, dall’ altro lato, opererò una cesura sostanziale col contenuto di quelle stesse formule,

che a partire dall’ Era Moderna e Contemporanea sono state sempre più identificate come l’ espressione di una fede

sorpassata filosoficamente, inadeguata storicamente e sbagliata scientificamente.

Nello stilare il mio Credo mi schiererò allo stesso tempo a favore del realismo scientifico e storico, che accetta tutto ciò che c’ è, o è accaduto,

e contro l’ illusionismo fantascientifico e fantastorico, che indulge in ciò che non c’ è, o non è mai accaduto.

Anche se, come d’ altronde non fa neppure il Credo originale,

non tenterò di completare il mio Credo positivo con un suo complemento negativo,

che pretendesse di enumeraree specificare in dettaglio ciò in cui non credo. (…)

Se dunque proprio volessi adattarmi a parlare il suo linguaggio e decidessi di professare terra e dominare su ogni essere vivente” ( Genesi, 1, 28),

ma il letterale ultimogenito, col dovere naturale di rispettare e preservare l’ ambientee tutte le altre forme di vita.

E, soprattutto, da considerare come un’ entità superiore agli individui che la compongono, e della quale gli uomini dovrebbero chiedersi costantemente

che cosa possono fare per essa, invece di limitarsi a pretendere soltanto che l’ Umanità e la Natura facciano qualcosa per loro.

Ma questo duplice “materialismo umanistico” e “umanesimo materialista” sarebbe un ben misero sostituto della religione,

se non fosse accompagnato da una fede non solo nella Natura e nell’ Uomo, ma anche nello Spirito

che si manifesta nella coscienza che noi abbiamo del mondo e di noi stessi.

Uno Spirito puramente immanente, che procede dalla Naturae dall’ Uomo,

e che noi giustamente consideriamo una nostra caratteristica tanto costitutiva, da arrivare a commettere spesso

due complementari errori di sopravvalutazione al suo riguardo. Ritenendolo, da un lato, trascendente, invece che emergente.

E, dall’ altro lato, necessariamente umano, invece che legato soltanto alla complessità di un sistema:

in particolare, già attualmente presente in altri animali superiori, e potenzialmente anche nelle macchine in generale, e nei computer in particolare.

Come uomini, però, a noi interessano soprattutto il nostro Spirito e le sue conquiste:

prima fra tutte, la sorprendente scoperta che la Natura non è caotica, come ci si sarebbe potuto aspettare, bensì ordinata.

E che il suo ordine non appare soggettivamente imposto dall’ Uomo, come quello alfabetico delle parole di un linguaggio.

Bensì risulta oggettivamente intrinseco alle cose, come quello matematico degli oggetti aritmetici o geometrici, o quello logico dei ragionamenti.

Nella Natura si manifesta dunque un ordine universale, che si chiama Logós in greco,

Ratio in latino e Ragione in italiano.

Il che ci permette di dare un senso letterale al versetto metaforico del Rig Veda, poi annesso dal versetto 1,1 di Giovanni:

“in principio era la Ragione, e la Ragione era presso Dio, e Dio era la Ragione”. Intendendo, naturalmente, per “Dio” la Natura.

Analogamente possiamo interpretare il versetto 1,14: “la Ragione si fece carne e venne ad abitare in mezzoa noi”,

intendendolo nel senso che la ragione umana è uno dei modi in cui la Ragione cosmica si manifesta nell’ ordine della Natura.

Essendone una manifestazione, essa partecipa della Sua essenza.

E può percepirne altre analoghe manifestazioni, che esprime in quelle leggi di Natura,

la cui ricerca e scoperta costituiscono gli scopi primi e ultimi dell’ impresa scientifica.

Ma essendone appunto soltanto una manifestazione, la ragione umana trova nella Ragione cosmica una trascendenza che la sovrasta,

e al cospetto della quale non può che percepire la propria limitatezza.

Il cerchio aperto dalla mia riformulazione laica del Credo

si chiude dunque con la scoperta che non soltanto le parole della sua professione di fede possono essere reinterpretate sensatamente.

Ma che anche l’ esperienza religiosa trova una sua sublimazione nel sentimento che l’ Uomo arriva a provare di fronte alla Natura

attraverso la mediazione dello Spirito, e più specifico;

Si arriva così a una “vera religione”, profonda e intellettuale, che gli scienziati da Pitagora ad Einstein hanno da sempre professato,

e di cui le religioni istituzionali costituiscono soltanto superficiali caricature.

Di qui i motti che esprimevo, forse in maniera un po’ provocatoria, fin dagli inizi della mia opera divulgativa in Il Vangelo secondo la scienza.

Da un lato, che la matematica e la scienza sono l’ unica vera religione, il resto è superstizione.

E, dall’ altro lato, che la religione è la matematica, o la scienza, dei poveri di spirito.

Anche questa “vera religione” ha i suoi misteri, che si manifestano anzitutto nell’ astratta e stupefacente constatazione che l’ Uomo può comprendere qualcosa della Natura.

E poi, nei concreti e stimolanti problemi scientifici che ancora non hanno trovato soluzione definitiva:

primi fra tutti, le origini dell’ universo dal vuoto, della vita dalla materia inanimata, e della coscienza dai primati superiori.

Al confronto di questi veri misteri, ancora una volta quelli delle religioni, dai dogmi ai miracoli, non appaiono che misere caricature,

buone soltanto per coloro che credono appunto che “beati sono i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei Cieli” ( Matteo, 5,3).

Io preferisco credere invece che beati sianoi ricchi di Spirito, perché di essi è la repubblica della Terra.

Quanto alla mia professione di fede, è dunque così che enuncerei il mio Credo laico. Come promesso, sulla falsariga del suo:

“Credo in un solo Dio, la Natura, Madre onnipotente, generatrice del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.

Credo in un solo Signore, l’ Uomo, plurigenito Figlio della Natura, nato dalla Madre alla fine di tutti i secoli:

natura da Natura, materia da Materia, natura vera da Natura vera, generato, non creato, della stessa sostanza della Madre.

Credo nello Spirito, che è Signore e dà coscienza della vita, e procede dalla Madre e dal Figlio, e con la Madre e il Figlio è adorato e glorificato,

e ha parlato per mezzo dei profeti dell’ Intelletto. Aspetto la dissoluzione della morte, ma non un’ altra vita in un mondo che non verrà”.

PIERGIORGIO ODIFREDDI

 

 

 

 

Pierre Teilhard de Chardin

Teilhard_de_Chardin(1)

« Credo che l’Universo sia un’Evoluzione.

Credo che l’Evoluzione vada verso lo Spirito.

Credo che lo Spirito si compia in qualcosa di Personale.

Credo che il Personale supremo sia il Cristo-Universale »

(Teilhard de Chardin “In che modo io credo”, 1934)

Inno alla Materia

« Benedetta sii Tu, universale Materia,

Durata senza fine, Etere senza sponde,
triplice abisso delle stelle, degli atomi e delle generazioni,
Tu che eccedendo e dissolvendo le nostre anguste misure
ci riveli le dimensioni di Dio. »

Negli scritti di Teilhard de Chardin scritti la struttura convergente dell’universo da nascosta si fa manifesta grazie al suo principio per il quale «tutto ciò che sale converge» come si enuclea dalla Legge di complessità e coscienza;

questa viene da Teilhard esplicitata come legge dell’evoluzione simultaneamente sia della materia che dello spirito verso quello che egli chiama Punto Omega e che parimenti esprime una fiducia nel progresso, nell’in-avanti, e in Dio, nell’in-alto.

Grazie a questo impianto teorico Teilhard elabora una sintesi che abbraccia l’intera storia dell’universo e dell’umanità, da paleontologo che guarda al passato della specie ma anche da vero e proprio futurologo se non da profeta dei nostri giorni che similmente guarda all’avvenire della specie.

Grazie a questi lavori Teilhard rese popolare in simmetria a quello di biosfera il nuovo concetto di noosfera che appare nei suoi scritti per la prima volta nel 1925.

Nel 1965 fu creata la Fondazione Teilhard de Chardin con sede al Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi, che riunisce documentazione su e di Teilhard de Chardin.

L’importanza del lavoro del teologo-scienziato è anche quella di aver collaborato al progetto di tessere un ponte di collegamento tra pensiero scientifico e pensiero religioso. Lo stesso Teilhard non ha mancato di descrivere il suo percorso personale sia scientifico che filosofico-religioso in una sorta di autobiografia dal titolo Il cuore della materia nel 1950.

 

 

 

ERICH FROMM

 

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Una rappresentazione particolarmente significativa del rap­porto fondamentale tra l’uomo e la libertà..

è data dal mito bi­blico dell’espulsione dell’uomo dal paradiso.

Il mito fa risalire l’inizio della storia umana a un atto di scelta, ma fa cadere l’accento sulla peccaminosità di questo pri­mo atto di libertà, e sulla sofferenza che ne deriva.

L’uomo e la donna vivono nel giardino dell’Eden in completa armonia tra di loro e con la natura.
C’è pace, non c’è alcuna necessità di lavorare; non si pone alcuna scelta, e non esiste né la libertà né la riflessione.

All’uomo è vietato mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male.
Egli agisce contro il comando di Dio, infrange lo stato di armonia con la natura di cui fa parte senza però trascenderla.

Dal punto di vista della Chiesa, che rappresentava l’autorità, questo è nella sua essenza peccato.

Dal punto di vista dell’uomo, però, questo è l’inizio della liber­tà umana.

Agire contro gli ordini di Dio significa liberarsi dalla coercizione,

emergere dall’esistenza inconscia della vita preumana al livello umano.

L’agire contro il comando dell’autorità, il commettere un peccato, è nel suo aspetto umano positivo il primo atto di libertà, ossia il primo atto umano.

Nel mito il peccato, nel suo aspetto formale, è l’agire contro il comando di Dio; nel suo aspetto materiale è il mangiare il frutto dell’albero della conoscenza.
L’atto di disobbedienza, in quanto atto di libertà, è l’inizio della ragione. (Erich Fromm)

Questo..,per me, è il vero Uomo.. che la Parola di Dio (il Verbo) (in principio era il Verbo)..ha creato sulla terra.

l’Ebraismo..purtroppo..a questa concezione..non ci era arrivato..

(da un mio articolo ,settembre 2005,ripescato

 

 

PASSIOMI UMANE CHE DANNEGGIANO L’UOMO

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Tornando all’esame del “carattere” sadico”..il tratto più importante è il suo atteggiamento verso il potere..

Per il carattere sadico esistono,per cosi dire,due sessi..i potenti e gli impotenti..

Il potere,si tratti di un governo,di gruppi economici,o di istituzioni..stato,chiesa..

suscita in lui,automaticamente,amore,ammirazione e disposizione a sottomettersi..

Il potere lo affascina,non per i valori che questo possiede,ma proprio in quanto è potere..

E per questo motivo..come il potere.. suscita in lui ..sentimenti di amore..

cosi le persone impotenti..suscitano in lui ..disprezzo.

La vista stessa di una persona impotente gli fa desiderare di attaccarla..,dominarla..umiliarla..

Mentre alcuni tipi di personalità completa,autosufficiente,inorridiscono all’idea di attaccare un inerme..

il carattere sadico,sottomesso all’autoritarismo,in quanto privo di una propria consistenza psicologica,

si eccita in proporzione diretta alla debolezza del suo oggetto..”

Vieni avanti…Brunetta !!!!   Leave a comment


Quello che Vi propongo è un articolo di Piergiorgio Odifreddi

Vieni avanti…Brunetta !!!!

 

Finalmente, sembra che anche i suoi ritardati colleghi di governo si siano accorti che il ministro Brunetta ha qualche problema in testa. A dire il vero, non solo le persone accelerate, ma anche quelle semplicemente normali, se n’erano accorte già molto tempo fa, vedendo un filmato su YouTube tratto da Matrix del 18 giugno 2008.

In un’intervista a un incredulo Enrico Mentana, il piccolo grande uomo aveva infatti rivelato di avere avuto maiuscole ambizioni: precisamente, di aver voluto vincere il Nobel per l’economia. Il conduttore cercando di salvarlo, osservò: “Spero che stia scherzando”. Ma lui, imperterrito, precisò che era veramente stato nella giusta categoria. Poi, purtroppo, “aveva prevalso l’amore per la politica”. Mentana, attonito, ribattè: “Se no l’avrebbe vinto?”. E Brunetta, serissimo, rispose soltanto: “Sì”.

Articolando poi meglio i motivi per cui credeva di essere veramente stato meritevole del Nobel, Brunetta ne citò due. Anzitutto, l’avere molti amici che il premio Nobel l’hanno veramente vinto, e che non sono molto più intelligenti di lui. E poi, la testimonianza di un giornalista che vent’anni fa aveva scritto sul Corriere della Sera un articolo sui futuri Nobel, citandolo come candidato insieme ad altri tre italiani: nessuno dei quali, a tutt’oggi, ha comunque vinto l’ambito premio.

Naturalmente, ciascuno può avere le ambizioni che vuole. Ma la mancanza di senso delle proporzioni, oltre che delle proporzioni tout court, porta necessariamente a frustrazioni. E se un “cretino” che pensa di essere un Nobel diventa ministro di un governo Brancaleone, solo perchè il presidente del Consiglio ama circondarsi di biondine e di brunette, finisce per poter sfogare queste frustrazioni nella maniera più dannosa e ridicola.

Ad esempio, emanando un “decreto anti-fannulloni”, pur avendo plagiato la propria Microeconomia del lavoro (Marsilio, 1987) dal testo Labour economics di Fleischer e Kniesner (Prentice Hall, 1970). O insultando come esempio della “peggiore Italia” una precaria con due lauree, vincitrice di concorso pubblico, ma non assunta per i perversi meccanismi che proprio il suo Ministero per la Pubblica Amministrazione dovrebbe individuare e sanare.

Quando i tempi torneranno alla normalità, il ministro Brunetta sarà probabilmente ricordato (e dimenticato), insieme al ministro Carfagna, come la punta più bassa raggiunta dalla politica nell’era Berlusconi. Un’era che, proprio grazie a loro,si può appropriatamente identificare come l’era dei nani e delle ballerine al governo.

Da guardare questo video di Repubblica TV

http://tv.repubblica.it/politica/fuori-onda-brunetta-parla-tremonti-lo-demolisce-e-un-cretino/72234?video

Il luogo è il ministero dell’Economia in via XX Settembre. Il titolare Giulio Tremonti presenta alla stampa la manovra economica appena firmata dal presidente della Repubblica. Al suo fianco, vari colleghi del governo. Tutti seduti allo stesso tavolo. Quando tocca al responsabile della Funzione pubblica, Renato Brunetta, illustrare i correttivi alla spesa del pubblico impiego, Tremonti sembra subito spazientirsi. E, rivolgendosi prima al ragionere generale dello Stato Mario Canzio, poi al capo di gabinetto del suo ministero Vincenzo Fortunato, quindi al ministro del Welfare Maurizio Sacconi, commenta: “E’ proprio un cretino”, “questo è il tipico intervento suicida”. Sussurri taglienti, con una nota di divertita perfidia. I suoi interlocutori non lo contraddicono. Anzi. Intanto allo stesso tavolo, a pochi centimetri di distanza, Brunetta continua a parlare. E, nel parlare dei provvedimenti per il taglio alle auto blu, cita proprio Tremonti. Che sbuffa e si prende la testa fra le mani.

La reazione di Brunetta. Il titolare dell’Innovazione, in una nota, fa sapere che oggi a margine del Consiglio dei ministri ha ricevuto le scuse di Tremonti, che lo ha abbracciato. Poi però aggiunge: “Ma non ho ben capoito cosa si asuccesso, del resto io sono tardi di comprendonio…”. Più tardi dirà di non considerare “i fuori onda”, perché a suo parere sono come “intercettazioni illegali”. “L’importante – conclude – è il prodotto finito”.

(07 luglio 2011)

Brunetta tremonti

Il Ministro Brunetta si era lamentato perchè dopo la sua esternazione sui precari

 

 

aveva ricevuto sul  suo sito web..migliaia di insulti…

ma il Peggio …doveva ancora arrivare!!!dai suoi colleghi di Governo..

Brunetta e Tommasa Giovannoni

Ai precari non è andato giù. Quel “siete l’Italia peggiore” che Renato Brunetta ha rivolto loro durante un convegno – per poi scapparsene a gambe levate e continuare la polemica sul web – non è proprio piaciuto. Tanto da far organizzare a molti di loro un vero e proprio boicottaggio del matrimonio del ministro con Tommasa Giovannoni. Sul gruppo Facebook “Domenica 10 luglio l’Italia peggiore farà la ‘festa’ a Brunetta” in 500 minacciano di far trovare al titolare del dicastero per la Pubblica istruzione e l’Innovazione non già fiori d’arancio – come da tradizione nel giorno delle nozze – ma pomodori e uova marce.
«Non siamo stati invitati alla festa – scrivono sulla loro bacheca – eppure “l’Italia peggiore” ha voglia di incontrare la “peggiore Italia” che calpesterà il suolo di Ravello domenica 10 luglio. Non ci stiamo, ci indigniamo di fronte ad un ministro come Brunetta che definisce i precari “l’Italia peggiore” ed i dipendenti pubblici “cialtroni” nascondendo la sua storia di parassita e fannullone. Non ci stiamo a subire in silenzio nè a delegare ad alcuno la nostra rabbia e la nostra voglia di partecipazione. Invitiamo tutti e tutte gli/le indignati/e a partecipare al presidio che si terrà domenica 10 Luglio ore 17,00 P.zza Vescovado, Ravello».
E il fondatore del gruppo parla già di un autobus di manifestanti che è pronto a partire da Salerno. «Ultim’ora: considerate le numerose richieste – scrive
Giuseppe Tuozzo – da Salerno partirà almeno un pullman, a breve maggiori dettagli».

7 luglio 2011

NO AL TERRORISMO, MA QUALE? Piergiorgio Odifreddi   Leave a comment


NO AL TERRORISMO, MA QUALE?

Piergiorgio Odifreddi


Scrivo queste parole contro la guerra dal Laos, nel quale mi trovo per combinazione, e del quale ho appena visitato il Nordest: la zona, cioe’, piu’ martoriata dalla guerra ” segreta ” che gli Stati Uniti vi combatterono dal 1964 al 1975. Una guerra di cui erano all’oscuro non solo i cittadini e i media, ma addirittura i membri del Congresso. Una guerra contro un paese che l’accordo di Ginevra del 1962, solennemente firmato dagli Stati Uniti, aveva dichiarato neutrale e smilitarizzato. Una guerra nella quale sono state scaricate sul Laos piu’ bombe che nell’intero secondo conflitto mondiale: due milioni di tonnellate, ovvero dieci tonnellate per ogni chilometro quadrato, e mezza tonnellata per ogni cittadino. Una guerra che ha torturato il paese al ritmo di un bombardamento ogni otto minuti, ogni giorno della settimana, per nove anni ininterrotti. Una guerra che e’ costata ai contribuenti statunitensi due milioni di dollari al giorno. Una guerra che non e’ servita a nulla, se non a posporre inutilmente la liberazione di una nazione.

Il Laos ha avuto la sfortuna di trovarsi, geograficamente, a ridosso del Vietnam: sul suo territorio passava il “sentiero di Ho Chi Min”, attraverso il quale la Repubblica del Nord riforniva l’Esercito di Liberazione del Sud. Per ostacolare le operazioni vietnamite la Cia vi organizzo’, addestro’ e finanzio’ segretamente un esercito mercenario di 10.000 uomini, arruolati fra le minoranze etniche del paese, e lo riforni’ militarmente e logisticamente attraverso una compagnia aerea “civile” di sua proprieta’ (la famigerata Air America, le cui imprese si possono leggere in un omonimo libro di Christopher Robbins). Ottrocentomila litri di defolianti ed erbicidi furono rovesciati nei dintorni del sentiero di Ho Chi Min, distruggendo ogni tipo di vegetazione, e avvelenando i raccolti e l’acqua. Le operazioni venivano coordinate dalla citta’ fantasma di Long Tieng, che pur non comparendo sulle mappe divenne la seconda citta’ del Laos per popolazione, con uno degli aereoporti piu’ trafficati del mondo.

Come se non bastasse, il Laos ha anche avuto la sfortuna di trovarsi, in linea d’aria, sul tragitto che collegava le basi statunitensi in Tailandia e i loro obiettivi in Vietnam. Quando i bombardieri non riuscivano a raggiungere la destinazione a causa del maltempo, bombardavano a tappeto il territorio sul quale si trovavano casualmente in quel momento, per evitare di dover tornare carichi alla base. I bombardamenti sul paese diventarono pianificati, invece che casuali, dapprima quando Johnson sospese ufficialmente quelli sul Vietnam nel 1968, concentrando in segreto l’intera aviazione sul Laos, e poi quando Nixon e Kissinger autorizzarono (all’insaputa del Congresso) le incursioni sistematiche dei B-52.

Gli statunitensi se ne sono andati ormai da ventott’anni, ma le conseguenze della loro guerra rimangono. Il Pian delle Giare, un luogo misterioso ed enigmatico che prende il nome da centinaia di giare megalitiche scavate nelle rocce, di cui non si conoscono ne’ la provenienza ne’ l’uso, e’ desolatamente crivellato di enormi crateri. I campi dell’intera regione continuano a nascondere innumerevoli cosiddette “bombette”, che venivano lanciate a girandola da contenitori paracadutati che si attivavano nelle vicinanze del suolo per effetto della pressione dell’aria. Contadini e bambini continuano giornalmente a saltare in aria o a mutilarsi a causa di questi ordigni, costruiti al solo scopo di uccidere o sfigurare essere umani. Ubiqui manifesti ammoniscono a non toccare oggetti sospetti e a non allontanarsi dai cammini battuti. Nei villaggi i residuati affiorano dovunque, e sono usati come vasi da fiori, panche, sostegni per i tetti, staccionate, o utensili da eta’ del ferro bellico. Un numero imprecisato di abitanti soffre di malattie tossiche causate dalla “pioggia gialla” prodotta dalle armi chimiche.

Sarebbe difficile definire questa guerra altrimenti che terrorismo pianificato su larga scala, e i metodi che sono stati usati per combatterla altrimenti che armi di distruzioni di massa. Eppure, e’ proprio in nome di queste due parole d’ordine, “terrorismo” e “armi di distruzioni di massa”, ripetute come mantra fino a far perdere loro qualunque significato, che gli Stati Uniti pretendono di chiamare oggi alla guerra contro l’Iraq, riproponendo il paradosso evangelico di chi vede la pagliuzza nell’occhio altrui, ma non la trave nel proprio.

Se veramente si volesse o si dovesse far guerra agli stati che da un lato pianificano, finanziano e praticano il terrorismo, e dall’altro producono, posseggono e usano armi di distruzione di massa, gli Stati Uniti dovrebbero esserne il primo e il principale obiettivo. Naturalmente le loro mascalzonate in Laos non sono che un motivo fra i tanti, scelto qui occasionalmente per le impressioni di un viaggio, ma si inseriscono corerentemente all’interno di una storia che inizia, e’ bene non dimenticarlo, col genocidio che sta alla base della stessa costituzione (fisica, ovviamente, non legale) degli Stati Uniti: quello dei diciotto milioni di indiani che ne abitavano il territorio, e che sono stati oggetto di uno sterminio premeditato e sistematico di stampo protonazista (nel senso letterale, visto che Hitler stesso ha dichiarato di averlo preso ad esempio per la sua “soluzione finale” del problema ebraico).

Sarebbe inutile da un lato, e impossibile dall’altro, elencare pedestremente tutti i capi d’accusa contro gli Stati Uniti, in un ideale processo per terrorismo e uso di armi di distruzione di massa. Bastera’ ricordare alla rinfusa i nomi di alcuni stati che hanno avuto la sventura di essere oggetto delle loro “attenzioni”: dalle Filippine alla Corea, dall’Iran al Guatemala, dal Vietnam alla Cambogia, da Santo Domingo al Cile, dal Nicaragua a Panama, … E non si dovra’ dimenticare che finora (e per fortuna !) gli Stati Uniti sono gli unici membri del “club nucleare” (al quale l’Iraq non appartiene !) ad aver usato la bomba atomica, per ben due volte, e ad averne minacciato l’uso parecchie altre: da Foster Dulles, che penso’ di usarla per sbloccare l’assedio dei francesi a Dien Bien Phu, ai due Bush, che l’hanno promessa a Saddam come ritorsione per l’eventuale uso (difensivo, e sul proprio territorio!) di armi chimiche.

Sara’ forse per questi motivi, che tutti conoscono, ma di cui troppo spesso politici e media di ogni parte fingono di dimenticarsi, che nella loro propaganda a favore della guerra contro Saddam e l’Iraq gli Stati Uniti aggiungono, agli slogan sul “terrorismo” e le “armi di distruzioni di massa”, quelli del “dittatore feroce” da cui bisognerebbe liberarsi, e della “democrazia” che bisognerebbe (re)instaurare.

Anche in questo caso, naturalmente, per smascherare la finzione che si nasconde dietro a questi slogan bastera’ ricordare i nomi di alcuni dei dittatori che gli Stati Uniti hanno appoggiato, spesso instaurandoli direttamente al potere con colpi di stato da essi stessi organizzati: da Somoza a Batista, da Diem a Lon Nol, dallo Scia’ a Pinochet, … Per non parlare degli stessi Saddam e Bin Laden, che andavano benissimo fino a quando servivano a combattere gli ayatollah in Iran o i russi in Afganistan. Persino il macellaio Pol Pot, il cui nome e’ forse quello che piu’ si identifica col Male nell’immaginario collettivo degli ultimi cinquant’anni, e’ stato sostenuto finanziariamente e militarmente dagli Stati Uniti (oltre che dalla Gran Bretagna e dalla Cina) per tredici anni dopo la sua caduta, e i Khmer Rossi mantenuti alle Nazioni Unite come artificiali rappresentanti della Cambogia fino al 1992, solo perche’ erano stati i vietnamiti a liberare il paese nel 1979.

E poi, di grazia, quale esempio di democrazia gli Stati Uniti forniscono al mondo, per potersi arrogare il diritto di volerlo instaurare ovunque? Quello di una nazione che ha avuto come presidenti, anche di recente, militari come Eisenhower, o capi della Cia come Bush padre? Quello di una nazione i cui cittadini di colore hanno tassi di alfabetizzazione e di sopravvivenza inferiori agli indiani del Kerala? Quello di una nazione che mantiene in vigore la pena di morte, e ne esegue le sentenze con rituali barbari e psicotici? Quello di una nazione che tiene in carcere due milioni di abitanti, con una percentuale (uno su centocinquanta) quindici volte superiore alla europea, e uguale invece a quella di stati totalitari come la Russia e la Cina (ai quali gli Stati Uniti sono accomunati, a proposito di armi di distruzioni di massa, anche dal rifiuto di firmare il trattato di Ottawa sulla produzione, l’uso e la vendita delle mine antiuomo)? Quello di una nazione che rifiuta di applicare ai suoi prigionieri di guerra le norme stabilite dalla Convenzione di Ginevra, e li segrega in gabbie da animali in una base militare che mantiene illegalmente da quarant’anni, contro le esplicite richieste di restituirla da parte del paese “ospitante” (Cuba)? Quello di una nazione che rovescia i piu’ basilari principi del diritto, e pretende che sia l’accusato (Saddam) a fornire le prove della propria innocenza, invece dell’accusatore (gli Stati Uniti) a fornire quelle della sua colpevolezza? (Tra parentesi, come concilia l’alleato Berlusconi l’applicazione a Saddam del motto “colpevole fino a disprova contraria “, e a Previti di quello “innocente nonostante prova contraria”?)

In ogni caso, e questo vale naturalmente non soltanto per gli Stati Uniti, ma per tutti i paesi del mondo, Gran Bretagna e Italia comprese, democrazia significa “governo del popolo”: uno stato sedicente democratico, dunque, prima di prendere decisioni su questioni cosi’ fondamentali e di eccezionale amministrazione come la dichiarazione di una guerra preventiva nei confronti di un’altra nazione, sulle quali non ha ovviamente ricevuto nessun mandato dagli elettori, dovrebbe sentirsi in obbligo di consultarli con un referendum o, almeno, di conformarsi strettamente allle loro opinioni espresse dai sondaggi.

 E non comportarsi, invece, alla stregua delle dittature che dichiara di voler rovesciare, agendo in base a supposti “interessi di stato”, evidentemente contrapposti a quelli dei cittadini.

Nonostante quanto qualcuno pensera’ (ad esempio “Il Riformista”, che l’ha non solo pensato, ma scritto in prima pagina il 23 dicembre 2002, a proposito della mia intervista a Chomsky sul recente Almanacco di Filosofia pubblicato da questa stessa rivista), le affermazioni precedenti non sono affatto un’espressione di “antiamericanismo”. Se non altro perche’, diversamente da coloro che abusano di questa parola,

io conosco la differenza fra l’America e gli Stati Uniti: come la conoscono, d’altronde, i latino-americani che si risentono, fortemente e giustamente, nel veder definire come “americani” per antonomasia gli statunitensi. La confusione (voluta) risale alla formulazione della dottrina Monroe, “l’America agli americani”, che andava (ed e’ stata) naturalmente intesa come “l’America agli Stati Uniti”: sarebbe bene, dunque, evitare di perpetuare l’antiamericano (questo si’!) equivoco e parlare eventualmente, e piu’ precisamente, di sentimenti “antistatunitensi”.

Ma anche questa qualifica sarebbe scorretta: se non altro perche’, ancora una volta,

io conosco la differenza fra il governo e la popolazione degli Stati Uniti (non solo, ma anche, per averci studiato e insegnato per vent’anni). E so che alla Casa Bianca e al Pentagono stanno “persone” ben diverse da una parte di quelle che popolano le citta’ e le universita’ del paese.

 Naturalmente, so anche che un’altra parte della popolazione sta col governo, per convinzione o circonvenzione (in fondo Bush e’ pur sempre stato eletto, benche’ soltanto coi voti di un quarto degli aventi diritto: un altro bell’esempio di “democrazia”). E dunque, non mi permetto nessuna posizione generica riguardo agli “statunitensi”.

Volendo a tutti i costi parlare in termini di contrapposizioni, accetterei comunque volentieri, per il mio rifiuto di questa guerra, le qualifiche di “anticolonialista” e “anti-imperialista” (e anche, perche’ no, di “antifascista”). Esso infatti non riguarda specificamente gli Stati Uniti e l’attuale intervento in Iraq, ma qualunque azione militare essi e le altre potenze coloniali e imperiali, dalla Gran Bretagna alla Francia, dalla Russia alla Cina, possano proporre alla comunita’ internazionale per contenere o espandere i loro interessi, eventualmente mascherandola con le pelli di agnello dell’intervento umanitario o internazionale.

Di ” guerre giuste ” si potra’, eventualmente, parlare quando ci saranno veramente una comunita’ e un diritto internazionali. Ad esempio, quando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ritirera’ l’anacronistico diritto di veto a Gran Bretagna e Francia, e lo assegnera’ piu’ realisticamente all’Europa e all’India. O quando all’Aia verranno processati non soltanto i Milosevich e i Karadzic, ma anche i Kissinger e gli Sharon. Fino ad allora, il mondo rimarra’ in balia delle potenze coloniali e imperiali, e io rimarro’ contro le loro guerre: tutte quante, compresa la piu’ infida ed estesa di tutte, che va sotto il nome di “globalizzazione”.

Un uomo di coraggio..Piergiorgio Odifreddi   Leave a comment


SULL’AMERICA…ovvero..più precisamente..sul Governo Americano….(il popolo americano è un’altra cosa)

Intervista a

ADOLF HITLER

Piergiorgio Odifreddi

Gennaio 2005

Adolf Hitler nacque in Austria il 20 aprile 1889, e dedicò la sua vita alla realizzazione del piano politico esposto nel 1924 nel Mein Kampf, “La mia battaglia”, scritto in prigione dopo un fallito tentativo di colpo di stato. Il suo regno di terrore potè iniziare legalmente nel 1933, grazie al 44% dei voti del Partito Nazionalsocialista, e all’8 % del Partito Nazionalista (20,5 milioni in tutto), ottenuti alle elezioni: a dimostrazione del paradosso che un dittatore può anche arrivare al potere democraticamente.

L’espansione del Terzo Reich iniziò nel 1938 con l’annessione dell’Austria, e raggiunse al suo massimo un’estensione da Capo Nord al Sahara, e dalla Normandia al Caspio. La contrazione iniziò nel 1942 con le sconfitte di Stalingrado e di El Alamein, e si concluse il 9 maggio 1945 con l’entrata dei russi a Berlino. Poco prima, il 30 aprile, Hitler si era ucciso con un colpo di pistola nel suo bunker.

Sessant’anni dopo, mentre nel mondo si sta organizzando un Quarto Reich che va dagli Stati Uniti al Mediterraneo, abbiamo parlato del Terzo col sanguinario vegetariano che l’ha comandato per dodici anni.

Fürer, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale il suo nome è diventato sinonimo del male. Cosa ne pensa?

La storia è sempre stata scritta dai vincitori, e il bene è ciò che sta dalla loro parte. Se avessimo vinto noi, sinonimo del male sarebbe diventati i nomi di Churchill o di Roosevelt.

Non crede che ci siano motivazioni oggettive, oltre alla sconfitta? Stalin la guerra l’ha vinta, eppure anche il suo nome è diventato sinonimo del male.

Milioni di persone non l’hanno pensata così, su Stalin, prima e dopo la guerra: quanti russi hanno pianto, quando è morto? Temo che lei non sappia molto nè dello stalinismo, nè del nazismo, a parte ciò che le ammanniscono i Ministeri della Propaganda, del suo paese e di quello che lo comanda.

Ministeri della Propaganda? E quali sarebbero i nostri Goebbels?

Per parlarle in termini che lei può capire, se il nostro era il totalitarismo inumano del 1984 di Orwell, il vostro è oggi il totalitarismo dal volto umano del Mondo nuovo di Huxley. I suoi Ministeri della Propaganda sono dunque il cinema e la televisione: se vuole trovare i nuovi Goebbels, li cerchi fra gli Spielberg e gli Zeffirelli, o fra i Murdoch e i Berlusconi.

Cosa voleva insinuare, fra l’altro, con quel “paese che ci comanda”? Che l’Italia sarebbe una colonia degli Stati Uniti?

E non lo è, forse? Da quando siete stati occupati, nel 1944, non vi siete più liberati. A tutt’oggi ci sono 125 basi e 35.000 truppe statunitensi in Italia: è indipendenza questa? In Germania, poi, stiamo ancora peggio. Quella che voi chiamate liberazione, fu soltanto la sostituzione di un’occupazione militare a un’altra, meno esibita ma non meno effettiva.

Non vorrà negare, però, che il nazismo si è macchiato di crimini contro l’umanità mai visti prima.

Ah, sì? E quali?

Anzitutto, lo sterminio di sei milioni di ebrei.

Non dica cretinate. Il mio modello per la soluzione del problema ebraico è stato il modo in cui gli Stati Uniti avevano risolto l’analogo problema indiano: un genocidio sistematico e scientifico dei diciotto milioni di nativi che vivevano nell’America del Nord. Quanti indiani rimangono negli Stati Uniti, oggi? Qualche centinaio, mantenuti in riserve come i bisonti. E quanti ebrei rimangono invece, al mondo? Milioni, e hanno addirittura uno stato tutto per loro: il quale, tra l’altro, sta mostrando di aver imparato la nostra lezione sul come trattare le minoranze etniche.

Lei è proprio un senza Dio!

Senza il Dio degli ebrei, magari. Ma avevamo il vostro: non è forse stato Elie Wiesel, premio Nobel per la pace nel 1986, a dire che “tutti gli assassini dell’Olocausto erano cristiani, e il sistema nazista non comparve dal nulla, ma ebbe profonde radici in una tradizione inseparabile dal passato dell’Europa cristiana”? Non senza motivo le mie SS portavano scritto Gott mit uns sulla fibbia della cintura.

La Chiesa non la pensa certo così!

Ma se, da quando Rolf Hochhuth ha rotto l’incantesimo con Il vicario nel 1963, non si fa che parlare del silenzio di Pio XII nei confronti di quello che voi chiamate Olocausto! E poi, lei non ha certo letto il mio Mein Kampf, che immagino non sia facile da trovare nelle vostre librerie: se l’avesse fatto, ricorderebbe però che il progetto per il trionfo del nazismo era modellato sulla tenace adesione ai dogmi e sulla fanatica intolleranza che hanno caratterizzato il passato della Chiesa cattolica.

In ogni caso, basterebbe a condannarvi il disprezzo per la vita umana di civili innocenti che avete dimostrato durante la guerra.

Questa la vada a raccontare agli abitanti di Amburgo e di Dresda, sui quali avete riversato le “tempeste di fuoco” che ne hanno ucciso un milione. O a quelli di Hiroshima e Nagasaki, trecentomila dei quali sono stati inceneriti da due bombe atomiche: nessuna propaganda può cancellare il fatto che i “cattivi” nazisti non hanno costruito queste armi di distruzione di massa, mentre i “buoni” Stati Uniti le hanno non solo costruite, ma usate!

Almeno, non vorrà negare la sua aberrante politica eugenetica.

Perchè mai dovrei negarla? Era un mezzo per ottenere la purezza della razza. Ma non capisco cosa ci trovi di aberrante: la mia legge del 1933, per la prevenzione dei difetti ereditari, era esplicitamente basata sul modello statunitense di Harry Laughlin, al quale noi demmo per questo motivo una laurea ad honorem nel 1936 a Heidelberg. Lo sa, lei, che la prima legge per la sterilizzazione di “criminali, idioti, stupratori e imbecilli” fu promulgata nel 1907 dall’Indiana? Che fu poi imitata da una trentina di stati americani, e dichiarata costituzionale nel 1927 dalla Corta Suprema? Che negli anni ’30 furono sterilizzati 60.000 individui negli Stati Uniti, metà dei quali nella sola California? E che negli anni ’50, dopo la guerra, furono castrati 50.000 omosessuali?

Non vorrà dire che gli Stati Uniti, il melting pot, sono un paese razzista!

Lei è proprio un ingenuo! Secondo lei, contro cosa manifestava Martin Luther King, ancora negli anni ’60? E chi scrisse Il passaggio della Grande Razza nel 1916?

Chi?

Madison Grant, amico di Theodore Roosevelt. Quando il libro fu tradotto in tedesco, gli mandai una lettera entusiasta, di cui lui fu molto compiaciuto. E a proposito di Roosevelt, non dimentichi che Pierre van der Berghe, studioso della razza, l’ha messo insieme a me e a Hendrik Verwoerd, l’artefice dell’apartheid sudafricano, nella Trinità del Razzismo del Novecento.

Di questo passo, arriverà a dire che gli Stati Uniti furono anche un paese nazista!

Gli Stati Uniti non possono aver seguito il nazismo, perchè l’hanno preceduto e ispirato.

In fondo, volevamo entrambi una cosa sola: come cantavano le mie SS, Morgen die ganze Welt. Purtroppo il mondo era quasi tutto nelle mani delle potenze coloniali, e bisognava toglierglielo con la forza. Il “male” di cui ci hanno accusati era tutto qui: voler fare a loro ciò che essi avevano fatto ad altri. Noi abbiamo fallito, ma gli Stati Uniti stanno portando a termine quello che era il nostro vero progetto: il dominio globale (militare, politico ed economico) del pianeta.

E’ questa, dunque, l’eredità del nazismo?

L’ha già dichiarato Otto Dietrich zur Linde, il giorno prima della sua esecuzione, nell’intervista rilasciata all’argentino Borges, poi pubblicata col titolo Deutsches Requiem: il nazismo era un’ideologia così ben congegnata, che l’unico modo per sconfiggerla era di abbracciarla. Noi volevamo che la violenza dominasse il mondo, e il nostro scopo è stato pienamente raggiunto. Non abbiamo vissuto e non siamo morti invano.

Piergiorgio Odifreddi non mangia la torta di compleanno con Bush…   Leave a comment


Image via Wikipedia

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SEI ANNI DOPO   (dal libro:  IL MATEMATICO INPENITENTE )

di Piergiorgio Odifreddi

 Fin dai tempi antichi, e precisamente dalla Medea di Seneca,

un buon test per capire cosa si nasconda dietro le apparenze di fatti sospetti è stato il cui prodest scelus,it fecit: cioè, «chi ci guadagna da un crimine, è lui che l’ha com­messo».

Il che si può interpretare non solo in senso debole, come «il profittatore è verosimilmente il colpevole mate­riale», ma soprattutto in senso forte, come «il profittatore è veramente il colpevole morale».

Applicando questo test ai fatti dell’Il settembre, si arriva facilmente a individuare i colpevoli morali,

anche se non materiali, degli attentati di New York e Washington, e cioè:

il vicepresidente statunitense Dick Cheney, l’ex ministro della Difesa Donald Rumsfeld e l’ex sottosegretario della Difesa, e da poco ex presidente della Banca Mondiale, Paul Wolfowitz.

Secretary of Defense Donald Rumsfeld shares a ...

I tre uomini politici sono infatti gli esponenti di spicco del  Project for the New American Century

(Progetto per il Nuovo Secolo Americano), fondato nel 1997 con scopi chiaramente espressi

nello Statement of Principles (Dichiarazione di Princìpi), reperibile nel sito ufficiale www.newamericancentury.org: precisamente, «aumentare sostanzialmente la spesa per la difesa e sfidare i regimi ostili ai nostri interessi e valori».

Il Progetto per il Nuovo Secolo Americano stava dunque  programmando la politica che l’amministrazione Bush, nella quale molti dei suoi membri confluirono in posizioni di pre­stigio,

avrebbe poi implementato dopo avere preso (o ru­bato, ma questa è un’ altra storia) il potere.

Mancava soltanto un’adeguata giustificazione per mettere in atto il provocato­rio piano,

ma per questo..il rapporto del 2000 Rebuilding American De/ences (Ricostruire le Difese dell’America),

re­peribile nello stesso sito, aveva un’ ottima proposta:

ci voleva «un evento catastrofico e catalizzante, come una nuova Pearl Harbor».

E cosa meglio potrebbe soddisfare una tale descrizione, degli attacchi alle Torri Gemelle e al Penta­gono?

A questo punto, che l’amministrazione Bush abbia attiva­mente organizzato gli attentati di New York e Washington, che li abbia passivamente subiti sapendo che essi sarebbero stati compiuti,

o che si sia limitata ad accoglierli come una benedizione celeste una volta che erano avvenuti a sua insa­puta, potrebbe anche passare in secondo piano.

Ciò che mi preme veramente sottolineare è che 1’11 settembre le abbia fornito la scusa formale per attuare una politica che era in gestazione da almeno cinque anni, e che ha portato per ora a due guerre.

Gli attentati causarono naturalmente uno shock nel mondo intero, o quasi.

Benché i media l’abbiano rimosso, infatti, sia i palestinesi che gli studenti cinesi manifestarono il loro giubilo.

A sua volta Hebe de Bonafini, portavoce delle Madri di Plaza de Mayo, defini’ gli attentati

«una ven­detta per il sangue di molti» e gli attentatori «uomini corag­giosi che hanno donato la vita per noi, o almeno per i nostri nipoti», ricordando che durante la dittatura in Argentina «anche i nostri figli venivano considerati terroristi, e noi le madri di terroristi».

Gli Stati Uniti ebbero comunque facile gioco nell’otte­nere dalla comunità internazionale il lasciapassare per una prima vendetta a caldo sull’Afghanistan, nonostante quindici dei diciannove attentatori provenissero dall’Arabia Sau­dita, due dagli Emirati Arabi, uno dall’Egitto e uno dal Libano: dunque, da Paesi alleati, invece che nemici.

E no­nostante l’Arabia Saudita probabilmente sapesse degli atten­tati in anticipo, se persino il candidato democratico alla pre­sidenza Howard Dean ebbe a dire il 1 dicembre 2003, in un’intervista alla National Public Radio che ovviamente sol­levò un putiferio:

«La teoria più interessante che ho sentito finora è che Bush fosse stato awisato in anticipo dai sau­diti».

Sia come sia, la guerra in Afghanistan fu combattuta da una coalizione di Paesi della Nato. 

Il 12 settembre 2001, per la prima volta nella sua storia, quest’ultima.. si appellò in­fatti all’articolo 5 del Trattato di Washington del 1949, che recita: «Un attacco armato contro uno o più membri sarà considerato un attacco contro tutti, e ciascuno assisterà l’ at­taccato mediante azioni individuali coordinate». 

Lo stesso giorno la Risoluzione 1.368 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite chiamò a raccolta

«tutti gli Stati al fine di operare insieme urgentemente per consegnare alla giustizia gli esecutori, gli organizzatori e i mandanti di questi attacchi terroristici».

Il fatto che ci fosse una differenza, formale e sostanziale, tra l’al-Qaeda di bin Laden e il governo tale­bano dell’ Afganistan non fermò la guerra, che non ebbe so­stanziali opposizioni nemmeno nei partiti di sinistra europei.

L’obiettivo dichiarato era la liberazione del Paese dal re­gime talebano: una preoccupazione perlomeno singolare da parte dell’Inghilterra, che per ben quattro volte (nel 1839­1842, 1878-1880, 1919 e 1941) aveva combattuto guerre per accaparrarsi e mantenere il controllo della nazione.

Quanto ai talebani, essi avevano conquistato il potere nel 1996, dopo l’occupazione sovietica (1979-1989) e la guerra civile (1989-1996), e controllavano il 95% del territorio: l’intervento occidentale prese dunque la forma di un massic­cio aiuto alla ribelle e minoritaria Alleanza del Nord, chiamato inizialmente Operation Infinite Justice (Operazione Giustizia Infinita) e poi, in un barlume di pudore, Opera­tion Enduring F reedom (Operazione Libertà Duratura), che portò alla caduta di Kabul e di Kandahar il 12 novem­bre e 7 dicembre 2002.

Quanto diritto avessero gli Stati Uniti a parlare di giusti­zia e libertà dopo aver emanato il 26 ottobre 2001 l’infame Patriot Act, “Atto Patriottico”

(acronimo per Providing Ap­propriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terro­rism)

“Fornire gli Strumenti Adeguati per Intercettare e Ostacolare il Terrorismo”),

che ha portato all’istituzione di campi di concentramento e alla perpetrazione di rapi­menti di stato,

lo ha dichiarato ufficialmente Amnesty Inter­national nel suo Rapporto Annuale del 25 maggio 2005: «Guantanamo è divenuto il Gulag dei nostri tempi, e for­tifica l’idea che si possano detenere le persone senza moti­vazioni legali.

Se Guantanamo evoca le immagini della repressione sovietica, i “detenuti fantasma”, cosÌ come le detenzioni non ufficiali di detenuti non registrati, riportano in auge la pratica delle “sparizioni”,

cosi popolari nelle dit­tature sudamericane del passato».

Persino il «New York Times» ha convenuto, in un edito­riale del 5 giugno 2005, che

«ciò che giustifica la metafora del Gulag di Amnesty International è che Guantanamo è semplicemente un anello di una catena di campi di deten­zione fantasma, che includono anche Abu Ghraib in Iraq, la prigione militare della base aerea di Bagram in Afghani­stan e altri luoghi nascosti gestiti dai servizi segreti, ciascuno con le proprie storie di abusi, torture e omicidi criminali.

E questi non sono incidenti isolati, ma fanno parte di un si­stema globale di detenzione completamente svincolato dalla legalità, all’interno del quale non sono solo i prigionieri e gli ufficiali a essere trasferiti da un campo all’altro, ma persino gli specifici metodi di maltrattamento».

Che cosa succeda in questi luoghi, dalle torture con l’ elettricità agli attacchi con i cani lupo, chiunque l’ha potuto ve­dere nelle fotografie che hanno scandalizzato il mondo in­tero, e dal gennaio 2007 lo può anche leggere nel rapporto dell’FBI..

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Detainees Positive Responses, “Risposte Positive dei Detenuti”,

reperibile in rete nel sito /oia.jbi.gov/ guanta­namo/ detainees.pdf, che raccoglie le testimonianze di 500 aguzzini di persone che, in buona parte, sono state imprigio­nate senza alcun motivo.

Per esempio, dei 775 detenuti a Guantanamo dal 2002 al 2006, 340 sono stati rilasciati, 110 sono stati dichiarati “rilasciabili”, 70 saranno processati da tribunali militari, e 255 rimangono detenuti a tempo in­determinato (benché il rapporto del 15 febbraio 2006 della Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite Situa­tion o/ Detainees at Guantanamo Bay, “Situazione dei Dete­nuti a Guantanamo Bay”, abbia ricordato che è loro diritto essere processati o rilasciati).

Ma, naturalmente, più della guerra in Afghanistan e di Guantanamo, 1’11 settembre ha provocato la guerra in Iraq e le relative menzogne.

Anche questa volta sembra che il Progetto per il Nuovo Secolo Americano sapesse già in anti­cipo come sarebbe andata a finire, prima ancora degli atten­tati.

La Lettera al presidente Clinton del 26 gennaio 1998, reperibile nel sito già citato, affermava infatti che «l’unica strategia accettabile è l’eliminazione della possibilità che l’Iraq diventi in grado di usare, o di minacciare di usare, armi di distruzione di massa.

Alla breve, questo significa es­sere pronti a intraprendere un’ azione militare, visto che la diplomazia sta chiaramente fallendo. Alla lunga, significa ri­muovere Saddam Hussein e il suo regime dal potere».

Il rapporto del 2000 Rebuilding American De/ences (Rico­struire le difese dell’America), ribadiva che «mentre l’irri­solto conflitto ne fornisce la giustificazione immediata, la ne­cessità di una sostanziale presenza delle forze americane nel Golfo trascende il problema del regime di Saddam Hus­sein».

Inoltre, «noi crediamo che le attuali risoluzioni delle Nazioni Unite diano già agli Stati Uniti l’autorità per intra­prendere i passi necessari, inclusi quelli militari, per proteg­gere i nostri interessi vitali nel Golfo.

Ma, in ogni caso, la politica americana non può continuare a essere danneggiata da un’incauta richiesta di unanimità nel Consiglio di Sicu­rezza». In queste dichiarazioni si ritrovano gli ingredienti essen­ziali della strategia che l’amministrazione Bush adotterà per attaccare e rimuovere Saddam Hussein.

In particolare, il mantra delle armi di distruzione di massa: cioè degli arma­menti non convenzionali (nucleari, chimici, biologici) in grado di uccidere indiscriminatamente la popolazione civile, che l’Iraq era accusato di ammassare con il proposito di usarli contro l’Occidente.

Ora, è singolare che quest’accusa provenisse dagli Stati Uniti: oltre a essere infatti l’unica na­zione ad avere mai fatto uso di armamenti nucleari, provo­cando 300.000 morti a Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945, essi hanno sistematicamente usato armi chimiche nelle loro guerre di aggressione, dal napalm in Vietnam al fosforo bianco nell’Iraq stesso (nei bombardamenti di Falluja del novembre 2004).

Inutile dire che le armi di distruzione di massa non solo non c’erano in Iraq, ma non potevano esserci.

L’unico reat­tore nucleare, l’Osiraq costruito a partire dal 1977, era in­fatti stato bombardato nel 1981 da Israele, in un’azione “preventiva” condannata dalla risoluzione 487 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e ribombardato nel 1991 dagli Stati Uniti durante la Prima Guerra del Golfo.

E tutto il resto era stato distrutto grazie alle ispezioni delle Nazioni Unite tra il 1991 e il 1998, e ai sistematici bombardamenti effettuati durante l’intera presidenza Clinton: poco noti, ma dettagliati nell’Archive o/ u.s. Bombings, Invasions and Occupations o/ Iraq (Archivio dei Bombardamenti, delle In­vasioni e delle Occupazioni Statunitensi in Iraq), reperibile nel sito www.ccmep.org/usbombingwatch/1998.htm.

In ogni caso, nessun’ arma di distruzione di massa è stata trovata dopo l’invasione dall’Iraq Survey Group (Gruppo d’Indagine sull’Iraq), incaricato di cercarle.

Il suo primo presidente, David Kay, un ex ispettore delle Nazioni Unite, si è dimesso il 23 gennaio 2004, dichiarando: «Non penso che siano mai esistite, e non credo che ci sia stato un pro­gramma massiccio di produzione negli anni ’90».

Il suo suc­cessore, Charles Duelfer, anch’egli un ex ispettore delle Na­zioni Unite, emanò il 30 settembre 2004 il rapporto finale del Gruppo, in cui si ammette che esso «non ha trovato prove che Saddam Hussein possedesse depositi di armi di distruzione di massa nel 2003».

Nelle Notes from Saddam in Custody (Note da Saddam Prigioniero), pubblicate il 14 dicembre 2004 nel sito www.time.com dal settimanale «Time», si riporta che lo stesso dittatore, interrogato quel giorno subito dopo la sua cattura, rispose cosÌ alla domanda se c’erano armi di distru­zione di massa in Iraq: «Ovviamente no. Se le sono inven­tate gli Stati Uniti per attaccarci».

Ed è singolare che a dire la verità sia stato proprio Saddam, e a mentire l’amministra­zione Bush:

lo stesso Segretario di Stato Colin Powell ha in­fatti dichiarato, in un’intervista alla ABC dell’8 settembre 2005, che la sua testimonianza al Consiglio di Sicurezza il 5 febbraio 2003, in cui egli mostrava “prove” fabbricate contro Saddam Hussein, costituisce «una macchia che offu­sca la mia reputazione».

Anche le Nazioni Unite, naturalmente, hanno forti re­sponsabilità per il conflitto. Anzitutto, per aver introdotto nel 2002 una singolare inversione dei princìpi del diritto nella Risoluzione 1.441 del Consiglio di Sicurezza, preten­dendo che fosse l’Iraq a dimostrare di non avere armi di di­struzioni di massa, invece che gli ispettori a dimostrare che le aveva.

E poi, per avere accettato passivamente che gli Stati Uniti attaccassero in suo nome anche in mancanza di un suo mandato, come d’altronde preannunciato nel citato Rapporto del 2000 del Progetto per il Nuovo Secolo Ame­ricano: lo stesso Kofi Annan dichiarò tardivamente, il 16 set­tembre 2004 alla BBC, che l’occupazione

«non era avvenuta in conformità al dettato delle Nazioni Unite, e dal punto di vista del suo Statuto era illegale»,

ma non propose mai a tempo debito mozioni di sfiducia, sanzioni internazionali e azioni militari congiunte nei confronti dello stato fuorilegge.

Eppure, l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti è stata una violazione del diritto internazionale

enorme­mente più grave e ingiustificata dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq,

e ha provocato un numero di vittime civili incomparabilmente più alto di quelle degli attentati del­1’11 settembre,che sono state 2.973 (246 sui quattro aerei dirottati, 2.602 alle Torri Gemelle e 125 al Pentagono):

Le cifre vanno infatti da un minimo provato di 55.000 morti irachene, dettagliate nel sito www.iraqbodycount.org, a un massimo estrapolato di 655.000 nel Secondo Rapporto Lan­cet dell’l1 ottobre 2006 (il Primo Rapporto, del 29 ottobre 2004, arrivava già a 100.000 vittime). 

Se Saddam Hussein è stato impiccato il 30 dicembre 2006 come mandante dell’as­sassinio di 148 sciiti nel 1982, che cosa devono aspettarsi i responsabili della occupazione illegale che ha provocato..

queste decine o centinaia di migliaia di morti?

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