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Nascita del Quarto Reich (Piergiorgio Odifreddi)   2 comments


La capitolazione imposta alla Grecia dalla’Germania segna il momento ufficiale della morte della democrazia europea e della nascita del Quarto Reich. Fino a ieri potevamo ancora illuderci che le nazioni europee mantenessero la propria sovranità, e che le elezioni e i referendum servissero a dare un mandato ai parlamenti e ai governi. Da ieri sappiamo ufficialmente che i pareri degli elettori sono carta straccia, e contano soltanto le decisioni della Germania e, tramite essa, dei mercati, delle borse e della finanza.

All’annuncio dell’accordo, gli speculatori hanno immediatamente votato nell’unico modo che ormai conta: facendo salire gli indici di borsa. E, come gli avvoltoi che all’annuncio del terremoto festeggiavano, al pensiero degli affari della ricostruzione, anch’essi hanno esultato, nella previsione della spartizione delle spoglie pubbliche greche che va sotto il macabro nome di “privatizzazione”

Da domani la farsa della democrazia greca chiude i battenti. L’ex ministro Varoufakis ha raccontato in un’intervista quale fosse la filosofia dei leader del nuovo Quarto Reich nelle trattative: “Non possiamo permettere che le elezioni nei vari paesi cambino le direttive imposte dai mercati e dalle borse”. Dal che discende, ovviamente, che è ormai inutile tenerle, le elezioni, perché i risultati non avranno effetti sulle decisioni dei padroni e sui comportamenti dei servi.

Ora sappiamo anche cosa è successo nel 2011 in Italia: esattamente la stessa cosa. Con una differenza: che mentre un leader come Tsipras e un partito come Syriza hanno cercato coraggiosamente, benché inutilmente, di preservare la dignità e la democrazia del proprio popolo, un presidente come Napolitano è un partito come il Pd le hanno svendute vigliaccamente all’italiana: cioè, senza nemmeno combattere.

Il risultato sono stati i governi Monti e Renzi, eterodiretti e senza mandato elettorale. Le politiche che i greci dignitosamente contestano in piazza e che gli italiani indegnamente accettano in silenzio, in preda alla sindrome di Stoccolma. E soprattutto una schifosa visione del mondo, basata su un unico valore: il denaro.

In base a questa visione, i lavoratori non sono uomini considerati come fini, ma animali usati come mezzi. I servizi sociali non sono misure di civiltà, ma costi improduttivi. Delle merci conta non l’utilità, ma la vendibilità. Gli acquisti si fanno non in base ai bisogni degli acquirenti, ma ai desideri dei venditori. E i media sono contenitori non di alta cultura, ma di bassa pubblicità.

In un mondo come questo, non vale la pena vivere: nemmeno per i ricchi, anche se nella loro stupida avidità essi nemmeno se ne accorgono. Anzi, pensano che lo squallido “modello” di vita che propongono debba essere imposto al mondo intero: paradossalmente, all’insegna della democrazia che quello stesso “modello” ha ucciso rendendola ormai un’utopia obsoleta e anacronistica.

6LUG2015
E ora un referendum in Europa!

L’ossimorico “colpo di stato democratico”, consistente nel far cadere un governo liberamente eletto con un diktat della BCE o del FMI e sostituirlo con un governo fantoccio prostrato ai loro ordini, riuscito in Italia nel 2011 con la correità del presidente Napolitano e l’acquiescenza dei governi Monti, Letta e Renzi, è fallito nel 2015 in Grecia.

I leader della Comunità Europea, dai giganti come la Merkel ai nani come Renzi, passando per il santo protettore degli evasori fiscali Juncker, sono pesantemente intervenuti nella campagna per il referendum greco, a favore della sconfessione del governo Tsipras e delle sue conseguenti dimissioni anticipate. Gli elettori greci hanno invece fatto loro una solenne pernacchia, quasi raddoppiando i voti che Tsipras aveva ottenuto cinque soli mesi fa.

Se la Merkel, Renzi, Juncker e i loro comparigrado dei diciotto paesi dell’Eurozona fossero, per ipotesi assurda, uomini e donne d’onore, indirebbero per domenica prossima un referendum e chiederebbero democraticamente ai cittadini che pretendono di rappresentare se sono o no d’accordo con le politiche economiche che essi impongono ai propri e agli altrui paesi, in nome e per conto delle banche e dei giganti aziendali smascherati dai Luxemburg Leaks.

Se così facessero, forse tra una settimana si potrebbe finalmente incominciare a costruire un’Europa dei Cittadini, e a smantellare l’Unione delle Banche Europee. Ma, naturalmente, gli uomini e le donne del disonore che si fanno chiamare leader, ma sono in realtà dei follower, si guarderanno bene dal farlo: rimarranno aggrappati con le unghie al potere che è stato loro affidato dai poteri forti, proprio perché lo gestissero contro i cittadini deboli.

E così dovremo aspettare le elezioni in Spagna, per dare il secondo colpo di piccone all’Euro. E il referendum in Inghilterra, per darne un’altro all’Unione. In Italia, non si prevedono elezioni o referendum alla breve, e forse nemmeno alla lunga. Infondo, Renzi trova tanto comodo comandare senza alcun mandato elettorale, che non si vede perché dovrebbe scomodarsi a chiederne uno: non vale la pena giocare gli stupidi giochi della democrazia, soprattutto quando si corre il concreto rischio di perderli.

28GIU2015
Je suis grec et démocratique

Il presidente del Consiglio greco Alexis Tsipras è stato eletto il 26 gennaio scorso dagli elettori del suo paese con il mandato di contrastare le politiche liberiste che, con la scusa della crisi, gli organi extranazionali nominati cercano di imporre oligarchicamente ai parlamenti e ai governi nazionali democraticamente eletti.

Tsipras ha coraggiosamente cercato di contrastare per cinque mesi i diktat della famigerata troika composta da Banca Europea, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale. E posto di fronte al ricatto finale dei loro Dracula ha deciso di appellarsi al popolo greco e chiedere il suo parere attraverso un referendum, benché forte di un recente mandato elettorale per rifiutarlo.

Il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi è stato nominato il 22 febbraio 2014 dal presidente della Repubblica e ha ricevuto, in un parlamento eletto con una legge incostituzionale, la fiducia da parte di una maggioranza di parlamentari eletti nel Pd con il mandato di perseguire la politica non liberista del programma elettorale di quel partito.

Piegandosi ai diktat degli stessi Dracula della stessa troika, Renzi ha implementato invece la politica liberista da essa pretesa, imponendo riforme elettorali, lavorative e scolastiche che hanno diviso il paese, benché non avesse mai ricevuto alcun mandato elettorale dagli elettori italiani, e la sua maggioranza ne avesse ricevuto uno per implementare riforme contrarie a quelle a cui si è piegata.

Domanda da un milione di euro (o dracme): chi, fra Tsipras e Renzi, è democratico? Quello che non fa ciò che è stato eletto per non fare, e che chiede comunque ai suoi elettori se vogliono che non lo faccia? O quello che fa ciò non è stato eletto per fare, anche perché non è mai stato eletto, e che non chiede ai suoi elettori se vogliono che lo faccia?

Ps. Il ministro delle finanze Varoufakis ha dichiarato che, poiché la legge elettorale maggioritaria greca ha permesso al partito di Tsipras di andare al governo con solo il 36 per 100 dei voti, esso non è legittimato a prendere decisioni importanti come quella in gioco, che richiedono il 50 per 100 più 1 dei voti. Evidentemente la Grecia, che ha inventato la democrazia a sua gloria, la capisce meglio di un paese come l’Italia, che ha inventato il fascismo a sua vergogna, ed è più a suo agio con la dittatura.

Pps. A favore del referendum e del “no” ai diktat della troika, ecco i pareri di piketty, krugman e stiglitz.

24GIU2015
La Corte Costituzionale all’amatriciana

La Corte Costituzionale ha stabilito che il blocco degli stipendi della Pubblica Amministrazione, in vigore ormai dal 2010, era non solo illegale, ma addirittura incostituzionale. I dipendenti che hanno dunque visto lesi non solo i propri diritti legali, ma i diritti costituzionali di tutti i cittadini, dovranno allora essere risarciti? Manco per idea! Siamo in Italia, nel paese delle operette, e dipendenti e amministrazione possono cantare in coro:

Chi non ha avuto, non ha avuto, non ha avuto…
Chi non ha dato, non ha dato, non ha dato…
Scurdámmoce ìo ppassato,
Simmo ’e Napule paisá!…

E se qualcuno, invece di essere a Napule e governato da De Luca, sperava di essere in Italia e tutelato dalla Corte Costituzionale? Dovrà farsene una ragione.

D’altronde, quest’ultima non è la stessa che ha stabilito, un paio d’anni fa, che l’intero Parlamento è stato eletto con una legge elettorale incostituzionale, ma può rimanere comunque in carica? Siamo appunto in Italia, nel paese delle operette, e elettori ed eletti possono cantare in coro:

Chi ha avuto voti, ha avuto, ha avuto…
Chi ha dato voti, ha dato, ha dato…
Scurdámmoce ìo ppassato,
Simmo ’e Napule paisá!…

E se qualcuno, invece di essere a Napule e governato da Renzi, che ha avuto come unico mandato governativo la fiducia di un Parlamento eletto con una legge incostituzionale, ma può comunque governare come se niente fosse, sperava di essere in Italia e tutelato dalla Corte Costituzionale? Di nuovo dovrà farsene una ragione.

Almeno fino a quando il popolo sovrano non deciderà di darle di santa ragione al Parlamento, al governo e alla Corte Costituzionale. D’altronde, se interpellata, quest’ultima non stabilirà forse che coloro che se le sono prese, le hanno ricevute in maniera incostituzionale, ma dovranno comunque tenersele? Siamo in Italia, nel paese delle operette, e menatori e menati potranno cantare in coro:

Chi le ha prese, le ha prese, le ha prese…
Chi le ha date, le ha date, le ha date…
Scurdámmoce ìo ppassato,
Simmo ’e Napule paisá!…

Viva Napule! E viva la Corte Costituzionale all’amatriciana!

16GIU2015
Uno Stato ormai delegittimato

In qualunque consesso civile, affinché le decisioni prese abbiano valore si richiede la presenza del “numero legale”: se manca la maggioranza degli aventi diritto, non si può deliberare. Così avviene nei condomini, nelle associazioni, nelle società, nei dipartimenti, nelle facoltà, persino nei referendum.

Se lo Stato fosse dunque un consesso civile le elezioni di ieri verrebbero annullate, perché la maggioranza degli elettori non vi ha preso parte. Ma è appunto per evitare questo risultato che lo Stato incivile si tutela imponendo sé stesso e la propria presenza in ogni caso, indipendentemente dall’opinione che i cittadini hanno su di esso.

E fa bene, perché ormai da qualche tempo ogni appuntamento elettorale conferma l’impressione che l’opinione della maggioranza dei cittadini sia una sola, e cioè questa: che lo Stato non sia altro che un inutile e dannoso moloch, che ha forse come scopo secondario quello di soddisfare i loro bisogni sociali, ma ha certamente come scopo primario quello di preservarsi a loro spese, ed è dunque inutile andare a votare per l’uno o l’altro suo rappresentante.

In effetti, dalle tasche dei contribuenti lo Stato sottrae più di metà dei loro guadagni: più del 40 per 100 in Irpef sul reddito, e più del 20 per 100 in Iva sulle spese effettuate con il rimanente. Una parte di questi introiti va sicuramente a coprire i cosiddetti “servizi” ai cittadini, che si situano però spesso a livelli da terzo mondo: la sanità, i trasporti, le poste, le scuole, i lavori pubblici, la giustizia, eccetera. Ma un’altra consistente parte va altrettanto sicuramente a coprire le spese per il funzionamento del carrozzone della Pubblica Amministrazione locale e centrale, che è disgustosamente inefficiente e vergognosamente sovradimensionato.

E’ ovvio che alla lunga i cittadini incomincino a domandarsi se valga la pena partecipare alla profana rappresentazione delle elezioni, in mancanza di propositi sensati e credibili (ovvero, né berlusconiani, né renziani) di rifondare l’intero carrozzone. Anzitutto, smantellando radicalmente l’esercito di parassiti clientelari che infestano i comuni, le province, le regioni, il parlamento e i ministeri, e contribuiscono non solo a drenare risorse, ma anche a tessere le maglie dell’idiota e bizantina rete burocratica che soffoca la vita quotidiana del cittadino qualunque.

Inoltre, modernizzando e rendendo efficienti i servizi che costituiscono la ragion d’essere dello Stato stesso. A partire dalla sanità, che da un lato succhia la fetta preponderante delle spese locali, ma dall’altro la sperpera per foraggiare le lobbies delle case farmaceutiche, degli ospedali e dei medici, che finora nessuna riforma ha nemmeno pensato di toccare.

Infine, eliminando l’assurda divisione dicotomica di un paese nel quale, secondo i dati di pochi giorni fa, trenta milioni di cittadini non denunciano alcun reddito, e dieci milioni denunciano un reddito che permette loro di pagare tasse inferiori ai 55 euro annuali. Sui venti milioni di contribuenti rimanenti si accaniscono le grinfie dell’Agenzia delle Entrate, che non fa nulla o quasi per effettuare controlli sui rimanenti quaranta milioni, e pretendere da loro spiegazioni su come si mantengano e di cosa vivano.

L’astensione ormai maggioritaria nei confronti dei vuoti riti di questo Stato cialtrone e inefficiente, forte con i deboli (lavoratori e contribuenti) e debole con i forti (parassiti ed evasori), suona un campanello d’allarme che può essere messo a tacere solo in due modi. Il primo, legale, è la convocazione di un’Assemblea Costituente a cui partecipino rappresentanti della società civile incaricati di riformare il sistema dalle radici, e dalla quale siano interdetti i politici di professione, sulla base del principio per cui una riforma della giustizia non viene affidata ai delinquenti, né una riforma dell’erario agli evasori.

In assenza di questo ci si dovrà aspettare, e non ci si potrà stupire, che la maggioranza della popolazione, che rifiuta di continuare a giocare allo sporco gioco della scelta obbligata fra alternative tutte screditate e fra loro indistinguibili, sia costretta a far ricorso ai mezzi illegali che storicamente sono sempre serviti a effettuare i veri cambiamenti di potere. Compresi, ovviamente, quelli che hanno portato ai sistemi democratici: chi è causa del suo mal, piangerà sé stesso.

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13GIU2015
Bergoglio: da che pulpito! E chi se ne frega!

In questi giorni i media non ci danno tregua, sparando a titoli cubitali una dietro l’altra supposte notizie su Bergoglio. Cioè, abboccando come polli alle esche lanciate dal suo spin doctor Greg Burke, che arrivando pure lui dai media (per la precisione, dal canale trash delle Fox News statunitensi) sa bene quali siano le sollecitazioni alle quali i giornalisti sono sensibili, e dalle quali sono più propensi a lasciarsi menare per il naso.

A parte la visita dei 100.000 futuri presidenti del Consiglio italiani, per ora fermi alla prima tappa del loro duro percorso di formazione nello scoutismo, prima di passare gioiosamente alla seconda tappa dei giochi a premi televisivi, la grande notizia di ieri e oggi è che la Chiesa è pronta a una data unica e fissa per la Pasqua: come se quella data non fosse per sua natura una vuota convenzione, che può ovviamente essere cambiata a capocchia nel modo che fa più comodo.

Un paio di giorni fa si era invece trattato della profonda scoperta linguistica, dapprima confidata a Scalfari nel segreto dei loro incontri e ora divulgata urbi et orbi, che il sostantivo “Chiesa” è femminile, e non maschile: come se da questo dovesse derivare chissà quale conseguenza epocale. Aspettiamo con ansia il momento in cui Bergoglio scoprirà che la parola “spirito” è maschile in italiano e in latino, ma era neutra nel greco pneuma e femminile nell’ebraico ruah, con conseguenze immaginiamo epocali per la teologia francescana (del papa, non dei frati).

Mentre c’era, Bergoglio ha aggiunto che “la Madonna è più importante degli Apostoli”, anche se il suo ruolo era secondario nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli: come se la mariologia non fosse una fantasiosa invenzione successiva. I dibattiti sulla questione, cruciale per la storia dell’umanità, se la Madonna fosse christotoka o teotoka furono infatti “risolti” al Concilio di Efeso nel 431. Quelli, altrettanto cruciali, sulla sua verginità “prima, durante e dopo il parto” al Sinodo Lateranense del 649. La sua immacolata concezione fu dichiarata dogma di fede nel 1854, dopo un referendum tra i vescovi (evidentemente, tutti testimoni oculari dei fatti). E la sua assunzione in cielo fu proclamata nel 1950 da un papa con le traveggole, che la settimana prima aveva visto con i suoi occhi “il Sole rotante”.

Sono pronto a scommettere che il pubblicitario Bergoglio sta meditando di fare ciò che non aveva osato Giovanni Paolo II, che pure era un fan talmente sfegatato della Madonna da aver scelto come motto totus tuus: proclamare, cioè, il quinto dogma mariano della corredenzione, come proposto da Madre Teresa di Calcutta e richiesto da tanti altri invasati.

Nell’attesa del grande evento, Bergoglio ha lanciato le prove generali con un giubileo straordinario, evidentemente immemore del fatto che quel genere di carnevale simoniaco è un’invenzione del dantesco Bonifacio VIII: a dimostrazione che le apparenze dei papi cambiano, ma la sostanza rimane immutata, esattamente al contrario di ciò che accadrebbe con la transustanziazione del pane e del vino.

A noi il giubileo straordinario costerà 500 milioni di euro di finanziamenti statali diretti, oltre ai rivoli indiretti che si disperderanno in tutte le direzioni. Un business straordinario, che Renzi ha sfilato dal controllo del sindaco di Roma e affidato alla gestione del prefetto, per riportarlo saldamente sotto il controllo del governo, come ai tempi delle emergenze di Bertolaso.

Nel frattempo, così come il presidente del Consiglio si preoccupa di fare da sponda al papa, il papa gli rende il favore: l’altro giorno, ad esempio, è andato a pontificare di fronte al Consiglio Superiore della Magistratura. Tutto tronfio, ovviamente, per essersi finalmente deciso in quegli stessi giorni a far processare i vescovi che hanno coperto gli scandali di pedofilia del clero: ovviamente, da un tribunale vaticano, invece di consegnarli ai tribunali civili degli stati dove hanno commesso i loro crimini di connivenza.

Si potrebbe andare avanti a lungo. Come dicevamo, infatti, di queste non notizie ne riceviamo a tamburo battente, con commenti estasiati per le supposte aperture del papa, senza che nessun giornalista abbia il coraggio di dire le poche parole che sarebbero l’unico commento completo e pertinente: cioè, a seconda dei casi, “da che pulpito!”, e/o “chi se ne frega!”.

30MAG2015
Il Grande Rottamatore e i suoi Grandi Rottami

Prima di occupare prepotentemente la poltrona di Palazzo Chigi, per cooptazione presidenziale ma senza alcun mandato elettorale, Matteo Renzi si era presentato al pubblico dello spettacolo della politica come il Grande Rottamatore. Ora che sul trono ci si è seduto e intende rimanerci fino al 2023, almeno secondo le sue ultime dichiarazioni, Matteo Renzi ha gettato la maschera ed è sceso in campo personalmente, insieme alla sua vestale Boschi, a far campagna elettorale per Vincenzo De Luca, uno dei Grandi Rottami del Pd.

I due ovviamente se la intendono, perché condividono molte delle più bieche caratteristiche dell’uomo politico italiano: l’arroganza, la superbia, l’amore per il potere fine a se stesso e il disprezzo della legalità. De Luca l’aveva dimostrato tempo fa, rifiutandosi di rispettare la legge che vieta di cumulare le cariche di sindaco e di sottosegretario. E l’ha dimostrato ora, pretendendo di candidarsi alla presidenza della Regione nonostante la legge Severino gli impedisca di esercitare il mandato, essendo lui stato condannato per un abuso d’ufficio commesso da sindaco.

Gli stolti elettori delle primarie del Pd l’hanno votato lo stesso, a dimostrazione del suo controllo da boss del territorio, e il furbo presidente del Consiglio l’ha presentato in campagna elettorale come un esponente di spicco del sedicente Partito della Legalità, oltre che come l’ideatore di politiche locali che adottate su scala regionale farebbero salire il Pil di un punto percentuale: a vantaggio di quale parte della popolazione, si può facilmente immaginare.

Non c’era dunque bisogno che la Commissione Antimafia (o, nella fattispecie, Anticamorra) lo dichiarasse “impresentabile”. E le reazioni isteriche alla sua pacifica inclusione nella lista (che, si ricorda, l’Antimafia ha sempre pubblicato anche prima di tutte le altre elezioni amministrative, politiche ed europee, a partire dal 2007) non sono altro che i capricci del bambino che se la prende con il fratello o il compagno che l’ha consegnato alla madre o alla maestra, invece che con se stesso per la marachella che ha combinato.

In questo caso, però, il bambino furbetto è un presidente del Consiglio, che pretende di essere il volto nuovo e pulito della politica italiana. E la marachella è la difesa di un uomo che pretende di essere al di sopra di una legge la quale, col senno di poi, si capisce essere stata fatta ad personam, come pretesto per eliminare dalla scena Berlusconi, e non per ripulire l’immondezzaio della politica.

Renzi ora trema, e dice che le elezioni di domani non sono un test su di lui, ma se gli elettori vogliono possono diventarlo. Di motivi per mandare a casa Renzi ce ne sono a dozzine, ma quello che ha tradito la sua falsa missione di rottamazione e di moralizzazione sarebbe il più indicato. Naturalmente non accadrà, perché Renzi non è affatto un uomo nuovo o pulito: è invece l’ultima espressione del trasformismo di un partito vecchio e sporco che ha espresso De Luca nel passato, e che continua a difenderlo nel presente. E altrettanto naturalmente gli elettori lo voteranno, non nonostante il fatto che sia un condannato impresentabile, ma proprio per questo.

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25MAG2015
Si è spenta una Mente Meravigliosa

John Nash e la moglie Alicia sono morti ieri in un incidente stradale, sbalzati fuori da un taxi che li riportava a casa da Oslo, dove il matematico aveva ricevuto la scorsa settimana il premio Abel dalle mani del re di Norvegia, e aveva incontrato il campione del mondo di scacchi, il norvegese Magnus Carlsen. Una morte straordinaria, analoga a quella della principessa Diana, per una coppia straordinaria, che era rimasta unita per più di mezzo secolo nella buona come nella cattiva sorte.

Nash, una delle menti più brillanti del secolo, negli anni ’50 aveva avuto un inizio sfolgorante di carriera e ottenuto risultati memorabili in aree diversissime fra loro. Risalgono appunto a quegli anni della giovinezza i lavori sulla teoria dei giochi, da un lato, e sulla teoria delle equazioni differenziali, dall’altro, che gli valsero in seguito il premio Nobel per l’economia del 1994 e il premio Abel per la matematica del 2015.

Nella teoria dei giochi, il suo massimo contributo fu l’introduzione della nozione di equilibrio di Nash (puro): la situazione in cui si trovano due giocatori che, dopo aver giocato le loro rispettive mosse, non hanno nulla da recriminare perché avrebbero giocato la stessa mossa anche se avessero saputo in anticipo la mossa giocata dall’avversario. Nash dimostrò al proposito un famoso teorema, secondo il quale in tutti i giochi a due persone si può sempre ottenere un equilibrio analogo (probabilistico): una situazione descritta inconsapevolmente da Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore, quando scrisse che “il meglio che si può ottenere nella vita è di evitare il peggio”.

Presto però lo squilibrio della schizofrenia si impadronì della mente di Nash, prima che egli compisse i trent’anni, sospingendolo su una strada ben diversa da quella del successo. Egli iniziò un calvario negli ospedali psichiatrici, in cui venne trattato con coma insulinici e altre cure invasive, che anni dopo lui stesso non esitò a definire “torture”. Si isolò dal mondo e incominciò a vivere da barbone, aggirandosi come un fantasma nell’Università di Princeton.

La moglie divorziò da lui nel 1963, ma nel 1970 lo riprese in casa nonostante la sua condizione, anche se i due si risposarono ufficialmente soltanto nel 2001. Quello stesso anno il film A beautiful mind li rese entrambi celebri come dei divi, ed essi iniziarono a girare il mondo: sempre insieme, e a volte accompagnati dal figlio, schizofrenico come il padre.

Io lo conobbi poco dopo, il 13 ottobre 2003, quando andai a trovarlo a Princeton per questa intervista. Ci aveva messi in contatto Harold Kuhn, uno dei pochi amici e colleghi che gli erano stati vicini anche durante la sua malattia, e che nel film si vede comunicargli in anticipo l’assegnazione del premio Nobel: un procedimento irrituale, deciso a Stoccolma per evitargli un annuncio che avrebbe potuto turbarlo e agitarlo, nella sua condizione di ancora parziale recupero dalla malattia.

La mia prima impressione fu di un uomo riservato e schivo, quasi impaurito dai contatti umani, e con qualche difficoltà ad affrontare le situazioni normali della vita: paradossalmente, per eccesso di razionalità. Ricordo che passammo vari minuti a decidere se lasciare la borsa nella hall oppure nella biblioteca dell’Istituto per gli Studi Avanzati, dove aleggiavano gli spiriti di Albert Einstein e di Kurt Gödel, o se invece portarla con noi nel ristorante. E la scelta di cosa ordinare a pranzo dovette attendere una minuziosa analisi preventiva, sui vantaggi e gli svantaggi di ciascuna portata potenziale.

L’uomo ispirava però tenerezza e affetto, e la nostra conversazione toccò non soltanto aspetti tecnici legati ai suoi teoremi giovanili e ai suoi studi attuali, ma anche le sue traversie psicologiche e psichiatriche. Con una certa sorpresa di Kuhn, che quando vide la trascrizione dell’intervista mi disse che avevo avuto la fortuna di trovare il modo giusto per farlo parlare anche di cose sulle quali rimaneva normalmente riservato e reticente.

Fu così che restammo in contatto e col tempo diventammo amici, per quanto possano esserlo due persone così ovviamente diverse nel valore scientifico e nell’esperienza umana. Nel 2006 tornai a trovarlo a Princeton, mentre ero in sabbatico alla Columbia University di New York. Mi venne a prendere alla stazione del treno in auto, col suo berretto di lana, e per tutto il viaggio enunciò dichiarativamente le azioni che stava per compiere performativamente: “Ora parto. Ora ingrano la marcia. Ora giro a sinistra. Ora stiamo arrivando…”.

A casa sua voleva presentarmi la moglie, ma dopo essere salito a dirle che eravamo arrivati, ridiscese dicendo che lei stava facendo un lungo bagno, e per quella volta non la incontrai. Tornati alla stazione, mentre aspettavamo il treno per New York gli raccontai che stavo leggendo il libro Emicrania di Oliver Sacks, e gli chiesi se lui ne avesse mai sofferto. Rispose di sì, ma solo in un passato ormai lontano. Tornato in ufficio, un paio di ore dopo, trovai però una sua mail che iniziava: “Come ho detto, erano molti anni che non avevo un attacco di emicrania, ma dopo che ne abbiamo parlato…”.

Quando tenemmo i tre Festival di Matematica a Roma, dal 2007 al 2009, Nash ci fece il regalo di venire ogni volta, e le nostre conversazioni pubbliche rimangono per me tra i momenti più significativi di quell’esperienza. Appena arrivato la prima volta, entrò in albergo con la macchina fotografica spianata e prese a fotografare tutti noi, incurante del fatto che il divo era lui. Io gli suggerii di non dare interviste prima della serata conclusiva, per non rovinare la sorpresa del pubblico, e quandogli chiesi un giorno se potevamo andare alla radio per un’anticipazione, mi rispose laconico che gli era stato proibito.

Un episodio divertente successe al Quirinale nel 2009, quando in occasione del Festival portammo cinque premi Nobel e una medaglia Fields in visita al presidente Napolitano. Una sua domanda di cortesia scatenò una specie di miniconferenza ai massimi livelli, alla quale Nash partecipò con alcune delle sue osservazioni spiazzanti, fino a quando il presidente la concluse diplomaticamente dicendo: “Beh, ci avete fatto una bella lezione!”.

Ricordo varie altre interviste e conversazioni pubbliche, da Bergamo a New York, alcune delle quali reperibili in rete e altre nel libro Il club dei matematici solitari (Mondadori, 2009). Quest’ultimo, in particolare, contiene una lunga storia della teoria dei giochi raccontata in prima persona da Nash e Robert Aumann, un altro premio Nobel dell’economia, e registrata in due puntate: una al Festival della Matematica del 2008 e l’altra a un successivo convegno a Brescia organizzato dall’Iseo (Istituto per lo sviluppo economico e l’occupazione) fondato da Franco Modigliani.

Nel 2010 andammo a New York per Repubblica e L’Espresso, a registrare con Nash questo dvd della serie Beautiful Minds, che si ispirava nel titolo proprio all’espressione indissolubilmente legata al suo nome. In quell’occasione passammo un’intera giornata con lui, che si intrattenne poi cordialmente a cena con gli operatori. Anche se ci diede un po’ di filo da torcere nella registrazione, perché esaurì in dieci minuti la lista delle domande che avevo preparato, dando risposte concise e stringate, e mi costrinse a fare i salti mortali per riuscire a farlo parlare di vari argomenti per il tempo richiesto di un’ora.

L’ultima volta che l’ho visto è stata il 30 settembre del 2013 a Bergamo, per una conferenza di nuovo organizzata dall’Iseo. Passammo una giornata con lui e l’amico Gianfranco Gambarelli, un teorico dei giochi che l’ha a sua volta invitato parecchie volte in Italia. Parlammo della lettera che Benedetto XVI mi aveva inviato da poco, e quando tornò a casa mi inviò una mail nella quale paragonava il papa a San Nicola e me a Thomas Huxley, il “mastino di Darwin”, dicendo che non potevo vincere quel genere di disputa, ma che “la situazione sembrava colorita e stimolante”.

L’ultima volta che l’ho sentito, invece, è stata il 26 marzo scorso, quando mi scrisse di aver ricevuto una telefonata a sorpresa da Oslo in cui si annunciava che gli era stato assegnato un premio Abel “di seconda categoria”: il suo modo per lamentarsi di dover condividere una somma che, purtroppo, non gli sarebbe servita a molto neppure intera. Quel premio gli è stato fatale, ma gli ha permesso di morire avvolto dall’abbraccio della comunità dei matematici. E l’incidente l’ha portato via tragicamente, ma ha evitato sia a lui che alla moglie la sorte peggiore di un lungo e triste declino e di una morte separata.

(Articolo uscito sul cartaceo di Repubblica di oggi)

14MAG2015
#staiserenascuola

Il presidente del Consiglio, evidentemente accortosi di aver varato un’altra delle raffazzonate riforme sulle quali una volta “ci metteva la faccia”, salvo ritirarcela immediatamente, ha scelto per la scuola una strategia differente. Parlando di fronte a una lavagna di ardesia e usando un gessetto, forse per sottolineare il suo anacronismo, ha illustrato con una calligrafia incerta da cattivo studente i provvedimenti della sedicente Buona Scuola, schermendosi: “Non chiamiamola riforma, che non ne possiamo più di riforme”.

Questa è stata una delle poche cose sensate che ha detto. Perché i cinque punti sui quali si baserebbe il suo pastrocchio, che effettivamente non si può certo chiamare riforma, sono stati i seguenti vuoti proclami:

1. Alternanza scuola-lavoro, “per ridurre una disoccupazione giovanile che attualmente è al 44%”. Come se mandando gli studenti a curiosare per qualche ora in qualche luogo di lavoro equivalesse a impegarli, e riducesse il tasso di disoccupazione di coloro che la scuola l’hanno finita e attendono appunto di essere assunti in pianta stabile (Jobs Act permettendo).

2. Cultura umanista, con il potenziamento della storia dell’arte, della musica e delle lingue. Come se l’alternanza scuola-lavoro non richiedesse al contrario un potenziamento delle materie utili per il lavoro, invece che per la formazione culturale. E come se le materie umanistiche (a partire, ovviamente, dalla religione) non fossero già eccessivamente rappresentate in tutte le scuole, comprese quelle nominalmente a indirizzo scientifico.

3. Più soldi agli insegnanti, nella forma di 500 euro ai docenti come paghetta annua per i loro sfizi culturali, e 200 milioni da assegnare ai 200.000 più meritevoli (circa un quarto del totale). Come se questa ennesima elemosina, equivalente ancora una volta ai soliti 80 euro mensili per i beneficiari, mutasse la sostanza di uno stipendio medio che è di un terzo inferiore a quello di altri paesi ai quali Renzi ha alluso nella sua lezioncina, come la Germania e la Svizzera.

4. Autonomia, “per togliere il potere alle circolari ministeriali”. Come se il decreto sulla scuola non venisse attuato con una serie di altre circolari ministeriali, la prima delle quali Renzi ha detto che stava appunto per andare a firmare nel pomeriggio. E come se affermare che le scuole di Scampia devono per forza di cose essere diverse da quelle di Trieste fosse “dire qualcosa di sinistra”, invece che gettare la maschera e mostrare il volto bieco della destra.

5. Continuità didattica con il potenziamento dell’organico, a partire da 100.000 nuovi assunti dalle graduatorie a esaurimento. Come se il rapporto Ocse Education at Glance 2014 non mostrasse che il numero degli insegnanti per studente è molto più alto in Italia (uno ogni 12 studenti) che nella media europea (uno ogni 15 studenti),

Alla fine del suo video Renzi ha buttato sul tappeto, oltre ai cinque punti precedenti, la cifra di quattro miliardi di euro in investimenti per l’edilizia scolastica. Evidentemente confidando che il popolo bue avesse già dimenticato l’analoga promessa fatta prima dell’estate dello scorso anno, quando ancora molti credevano che le parole che uscivano dalla sua bocca corrispondessero da un lato a idee nella sua testa, e dall’altro a fatti del suo governo.

Oggi, dopo più di un anno dal suo colpo di palazzo, immaginiamo che solo i ciechi e i sordi possano dar credito alle sue vuote sparate. Certo non sembrano farlo studenti e professori: quegli stessi, cioè, che nel 1969 riuscirono a scalzare dal piedistallo un gigante come De Gaulle, e che oggi potrebbero farlo anche con un nano come Renzi.

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5MAG2015
Si riparte dall’educazione

Qualche mese fa l’Italia del lavoro era uscita dalle fabbriche e dalle industrie per protestare contro la cancellazione dei diritti dei lavoratori imposta dal liberista governo Renzi. Negli scorsi giorni l’Italia delle opposizioni è uscita dal Parlamento per protestare contro la cancellazione dei diritti degli elettori imposta dall’illiberale governo Renzi. E oggi l’Italia dell’insegnamento e dell’apprendimento è uscita dalle scuole per protestare contro l’ennesima raffazzonata riforma imposta dall’incompetente governo Renzi.

Non c’è naturalmente niente di male a essere liberisti, a meno che si sia di sinistra. Così come non c’è niente di male a essere illiberali, a meno che si sia democratici. E non c’è niente di male a essere incompetenti, a meno che si ami l’efficienza. Altrettanto naturalmente, in questo paese del paradosso Renzi si presenta invece come un efficiente democratico di sinistra: non si sa se per arroganza, per presunzione o per stupidità, cose che peraltro convivono benissimo insieme.

Parte del problema sta naturalmente nella democrazia stessa: affidare direttamente o indirettamente al “popolo” la scelta del governo è come affidare la scelta dei programmi o dei libri all’Auditel o alle classifiche. Ovvio che poi ci si ritrova a guardare il Festival di Sanremo o leggere Dan Brown, in un caso, e a votare Berlusconi o Renzi, nell’altro. E neppure i blog sono immuni dal problema: se lasciati democraticamente a sé stessi, c’è appunto il rischio che alla fine vengano invasi dagli spettatori del Grande Fratello o di Amici, e che si trasformino in pollai o asinai simili al Parlamento.

E’ successo anche a Il non-senso della vita, da sempre aperto a chiunque volesse parteciparvi, ma recentemente diventato il patologico sfogo di alcuni minus habentes incarnanti le stesse spiacevoli caratteristiche del presidente del Consiglio. Inoltre, benché il cosiddetto rasoio di Heinlein metta in guardia dall’attribuire alla malizia ciò che può essere spiegato con la stupidità, c’era anche il sospetto che dietro alle intemperanze verbali di alcuni commentatori si nascondessero propositi più o meno consci di sabotaggio.

D’altronde, è certo che a più riprese alcuni fondamentalisti religiosi e politici avevano apertamente tentato di far naufragare un blog che si distingueva per la sua indipendenza dal politically correct. E non è da escludere che essi abbiano cercato di ottenere subdolamente, col sabotaggio, ciò che non erano riusciti a raggiungere apertamente, con le liste di proscrizione.

Come sottolineato dal nuovo titolo Il non-senso della vita 3.0, ho dunque deciso di modificarne la natura, e di permettere la partecipazione soltanto a chi avrà avuto un commento già approvato in precedenza. D’altronde, lasciando le portespalancate e incustodite si corre il rischio di trovare la propria casa non solo invasa di insetti e imbrattata di escrementi, ma anche trasformata in un delirio alla Project X.

Spero che questo risolva semplicemente e incruentemente il problema dei pervertiti del blog. Peccato che non sia possibile sbarazzarsi in maniera altrettanto semplice e incruenta dei pervertitori della politica.

(dal blog su repubblica..di Odifreddi: “il non senso della vita” http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/

Quanto ci costa e perché dobbiamo uscire dalla Nato: Appello   Leave a comment


Quanto ci costa e perché dobbiamo uscire dalla Nato: Appello.

26 punti che svelano l’alleanza americana con l’ISIS   Leave a comment


da Cambiailmomdo     http://cambiailmondo.org/2014/11/22/la-creatura-americana-26-punti-che-svelano-lalleanza-tra-usa-e-isis/
La guerra al terrore è in realtà un supporto all’Islam radicale. La creatura americana compie 40 anni: 26 punti che svelano l’alleanza tra Usa e Isis. Un professore emerito dell’Università di Ottawa, in CANADA, ha spiegato in 26 concetti perché lo Stato islamico è un importante alleato degli Stati Uniti e come la “guerra al terrore” è in realtà un supporto all’Islam radicale.

“La guerra degli Stati Uniti contro lo Stato islamico è una grande bugia.” Così inizia il suo articolo Michel Cossudovsky, un economista canadese, scrittore e professore dell’Università di Ottawa, in CANADA, pubblicato sul sito web delCentro per la Ricerca sulla Globalizzazione.

Dopo aver analizzato centinaia di documenti, il professore giunge ad una serie di conclusioni che a PRIMA vista sembrano un paradosso: l’intera politica degli Stati Uniti relativa alla lotta contro il terrorismo in realtà serve gli interessi jihadisti, a loro volta, sono supportati e finanziati dal governo degli Stati Uniti. In 26 concetti Cossudovky spiega come è arrivato ad avere questa OPINIONE.

Storia di Al Qaeda

1. Al Qaeda ed i suoi affiliati ricevono il pieno sostegno degli Stati Uniti quasi 40 anni fa, all’inizio della guerra sovietico-afghana (1979-1989).

2. In un periodo di dieci anni 1982-1992 circa 35.000 jihadisti provenienti da 43 paesi sono reclutati per la jihad afgana nei campi di addestramento della CIA (Agenzia di intelligence) in Pakistan. Migliaia di annunci, pagati dagli Stati Uniti, sono apparsi nei MEDIA di tutto il mondo per motivare i giovani a unirsi alla jihad.

3. L’Università del Nebraska, negli Stati Uniti, pubblica libri jihadisti per diffonderli, a quel tempo, nelle scuole dell’Afghanistan.

4. Osama bin Laden, il terrorista “numero uno” per gli Stati Uniti, è reclutato DALLA CIA nel 1979 quando lancia la guerra jihadista patrocinata dagli USA contro l’Unione Sovietica in Afghanistan. Ha 22 anni quando termina la sua formazione nel campo di guerriglia della CIA.

5. Ronald Reagan, quarantesimo presidente degli Stati Uniti, chiama i terroristi di Al Qaeda “combattenti per la libertà”. Il governo statunitense fornisce armi alle brigate islamiche per combattere contro l’Unione Sovietica. Il cambio di regime porta alla fine del governo laico in Afghanistan.

Lo Stato islamico (IS)

6. Lo Stato islamico è inizialmente un’entità affiliata di Al Qaeda creata dai servizi segreti americani, con il sostegno del MI6 britannico, dal Mossad di ISRAELE e dalle intelligence di Pakistan e l’Arabia Saudita.

7. Le brigate dell’Is partecipano con gli Stati Uniti e la NATO nella guerra CIVILE in Siria diretta contro il governo di Bashar al Assad.

8. La NATO e gli alti funzionari turchi sono i responsabili del reclutamento di militanti dello Stato islamico e di al-Nusra (gruppo radicale islamico siriano) dall’inizio del conflitto in Siria nel 2011.

9. Nelle file dell’Isis c’è una rappresentanza dell’esercito e dell’intelligence degli stati occidentali.Così, il MI6 britannico partecipa alla formazione dei jihadisti ribelli in Siria.

10. In una informazione della CNN il 9 Dicembre 2012 un alto funzionario statunitense e diversi diplomatici di alto livello ammettono che “Stati Uniti e alcuni alleati europei, attraverso MILITARI specializzati, addestrano i ribelli siriani affinché garantiscano scorte di armi chimiche in Siria.”

11. La pratica delle decapitazioni dell’Isis fa PARTE di programmi di formazione degli jihadisti attuati in Arabia Saudita e Qatar.

12. L’Arabia Saudita, alleato degli Stati Uniti, libera dalle sue carceri migliaia di detenuti a condizione che si uniscano alla lotta dell’Isis contro Assad in Siria.

13. ISRAELE sostiene le brigate di Is e al-Nusra nel Golan, un territorio conteso da Israele e Siria. Nel febbraio 2014 il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, visita un ospedale al confine con la Siria, dove STRINGE la mano ad un ribelle siriano ferito.

 

 

Siria e Iraq.

14. L’Isis agisce come un avamposto militare degli interessi degli Stati Uniti e dei suoi alleati dal momento che causa distruzione e caos politico ed economico in Siria e Iraq.

15. L’attuale senatore degli Stati Uniti John McCain incontra i leader terroristi jihadisti, tra cui militanti dell’Isis, in Siria.

16. Lo Stato islamico, che presumibilmente resiste al bombardamento della coalizione guidata dagli Stati Uniti, CONTINUA a ricevere aiuti militari segreti dagli Stati Uniti.

17. I bombardamenti di Usa e dei suoi alleati non sono diretti allo Stato islamico, ma all’infrastruttura economica dell’Iraq e della Siria tra cui fabbriche e raffinerie di PETROLIO.

18. Il progetto del califfato si inserisce perfettamente nell’agenda della politica estera degli Stati Uniti da molti anni al fine di dividere Iraq e Siria in tre aree distinte: una repubblica del Kurdistan, un califfato islamico sunnita e una Repubblica araba sciita.

“La guerra contro il terrorismo”

19. “La guerra contro il terrorismo”, una campagna degli Stati Uniti iniziata nel 2001 e supportata da alcuni membri della NATO, si presenta come uno “scontro di civiltà”, quando in realtà persegue obiettivi economici e strategici.

20. Gli Stati Uniti appoggiano segretamente vari affiliati di Al Qaeda in Medio Oriente, in Africa sub-sahariana e in ASIA per creare conflitti interni e destabilizzare i paesi indipendenti.

21. In questi gruppi si possono nominare Boko Haram in NIGERIA, il Gruppo combattente islamico in Libia o Jemaah Islamiyah in Indonesia.

22. Le organizzazioni affiliate ad Al Qaeda nella REGIONE autonoma di Xinjiang Uigur, in Cina, ricevono anche il sostegno degli Stati Uniti. Lo scopo dichiarato di queste organizzazioni jihadiste è di stabilire un califfato islamico nella Cina occidentale.

“I nostri” terroristi.

23. Il paradosso è che, mentre l’Isis è cresciuta grazie al sostegno americano, l’obiettivo “strategico” degli Stati Uniti è la lotta contro l’islamismo radicale del gruppo jihadista.

24. La minaccia terroristica è una creazione puramente americana che è promossa da altri governi occidentali e dai MEDIA. Sotto l’obiettivo della difesa della vita dei suoi cittadini, dall’altra parte libertà civili e privacy vengono violate.

25. La campagna anti-terroristica contro Al Qaeda e lo Stato islamico ha contribuito notevolmente alla “demonizzazione” dei musulmani, che vengono associati alle crudeltà dei jihadisti.

26. Chiunque metta in discussione la “guerra al terrore” è dichiarato terrorista e sottoposto alle numerose leggi anti-terrorismo appropriate  negli ultimi 10 anni negli USA.

Il 12 ottobre boliviano: Evo Morales vince col 61%   Leave a comment


Evo Moralesdi Marco Consolo (Santiago del Cile)
Lo scorso 12 Ottobre, in un clima sereno, più di 5 milioni di boliviani sonoandati alle urne per eleggere Presidente, Vicepresidente, deputati e senatori. In una data simbolica ed infausta per le popolazioni originarie del continente, non c’è stato bisogno di ballottaggio  Evo Morales, il primo presidente eletto proveniente dai popoli nativi,  è stato rieletto al primo turno con una schiacciante maggioranza (61,04%), come già avvenuto nel 2005 (53,7%) e nel 2009 (64,2%).

Dopo un lento scrutinio dei voti da parte del Tribunale Supremo Elettorale, criticato dallo stesso Presidente, i risultati elettorali danno la vittoria al Movimento al Socialismo (MAS) di Morales.  Al secondo posto, con una differenza di circa 37 punti, l’imprenditore del cemento e candidato della destra, Samuel Doria Medina di Unità Democratica (UD) che ha ottenuto il 24,49%.  L’ex-presidente Jorge (Tuto) Quiroga, del Partito Democrata Cristiano (PDC), si è dovuto accontentare del 9,07%.

Cattive notizie per il il Partito Verde della Bolivia (PVB) con il 2,69% e per il Movimento Senza Paura (MSM)  con il 2,72%  (ex-alleato di Morales). Entrambi sotto il 3%  perdono la sigla ed il proprio registro elettorale.  Sorpresa per la scarsa votazione del MSM, attualmente al governo a La Paz con buoni risultati.  Il suo candidato, Juan del Granado, ex-sindaco, è un avvocato che ha contribuito a far processare l’ex-dittatore García Mesa.  Un risultato che conferma  la differenza di orientamento dell’elettorato nel caso di elezioni amministrative o politiche.

Secondo il Tribunale Supremo Elettorale i voti validi sono stati il 94,19%, i bianchi 2,01%  ed i nulli 3,80%.

Alla fine, Morales ha vinto in otto dei nove dipartimenti della Bolivia, compreso quello di Santa Cruz, ex-bastione dell’opposizione, perdendo solamente nel ricco Beni, al Nord Est del Paese. Per la prima volta si votava anche all’estero, in 33 paesi, e tra i migranti il MAS ha ottenuto la miglior votazione, sbaragliando gli avversari con il 72,22% delle preferenze.

Con questa vittoria,  Evo Morales (in carica dal 2006)  governerà per il terzo mandato consecutivo fino al 2020, il secondo  a partire dalla rifondazione della nuova Repubblica come Stato Plurinazionale della Bolivia.

Fin qui i risultati elettorali che consolidano la distanza tra il governo e la variegata e frammentata opposizione.

Il decennio perso

La Bolivia di oggi si trova ad una distanza siderale dal passato, caratterizzato dai frequenti colpi di Stato organizzati dall’ambasciata statunitense, da governi  fantoccio e “vende-patria” che  avevano ridotto il Paese ai minimi termini e consegnato le sue ricchezze alcapitale multinazionale. Nelle statistiche sulla povertà continentale, solo Haiti stava peggio e nelle campagne le popolazioni originarie erano ridotte alla semi-schiavitù quasi feudale.

Le principali figure dell’opposizione, Doria Medina e Jorge Quiroga,  rappresentano il passato, quel  “decennio perso” per colpa delle politiche di “aggiustamente strutturale e di stabilizzazione”,  promosse da FMI e Banca Mondiale  nel quadro del “Consenso di Washington”. Le stesse politiche che ieri hanno provocato seri danni alla Bolivia ed al continente e che oggi  provocano in Europa,  dove  “austerità” è sinonimo di drammi sociali.

Doria Medina è stato Ministro di Pianificazione con Jaime Paz Zamora (1991-1993), carica che gli permetteva essere allo stesso tempo Governatore per la Bolivia all’interno del FMI e della Banca Mondiale.

Jorge Quiroga, anch’egli ministro con Jaime Paz Zamora, ha diretto il Ministero dell’Economia e Finanze (1992- 1993).  E’ stato poi eletto Vice-Presidente nella formula elettorale con l’ex-dittatore Hugo Banzer, e  ha occupato la carica di Presidente dall’agosto 2001 fino allo stesso mese del  2002, in seguito alla rinuncia di Banzer.

Il paradosso del voto

Per quanto riguarda il partito di governo, il Movimento al Socialismo- Strumento per la Sovranità del Popolo (MAS-IPSP) perde circa 3 punti rispetto al 2009 (64,2%), proprio nei suoi bastioni tradizionali. Un’erosione dovuta forse anche ad errori nelle candidature locali,  punite da una parte degli elettori.

Ma allo stesso tempo, paradossalmente,  cresce il suo potere politico sia in estensione territoriale, che in profondità.

Il voto al MAS-IPSP rompe il potere dell’oligarchia e della destra nella parte più ricca del Paese, la cosidetta “mezza-luna” (i dipartimenti di Santa Cruz, Pando, Tarija e Beni). Gli stessi che nel 2008 furono protagonisti di un tentativo di “golpe istituzionale”, con la parola d’ordine dell’autonomia territoriale, se non della secessione. Oggi Evo Morales vince nei primi tre e arriva secondo a Beni, nel dipartimento da cui proviene Ernesto Suárez,  il candidato a Vice presidente della UD.  La sera delle elezioni, nel suo discorso dal balcone del palazzo presidenziale, Evo ha evocato con una battuta il ritorno della “luna piena”, data la scomparsa della “mezza-luna”.

Al momento in cui scriviamo, grazie alla re-distribuzione del potere territoriale,  il MAS otterrebbe   i 2/3 dei seggi nell’Assemblea Legislativa Plurinazionale (il parlamento). Una maggioranza necessaria, in base alla nuova Costituzione,  per approvare alcune leggi,  per la designazione di importanti cariche istituzionali, e per il cambio della Costituzione stessa.

L’opposizione nel suo labirinto

Presentatasi in ordine sparso, anche l’opposizione perde qualche punto, ma consolida uno zoccolo duro di circa il 33%, senza marcate “specificità” regionali.   Il risultato premia una destra che tende al centro, ed indebolisce le sue frange estremiste. Il voto del 2014 ribalta le proporzioni del 2009 tra la UD di Samuel Doria Medina (che aveva un 5-7%) e Tuto Quiroga e Manfred Reyes Villa (26-28%). Nel panorama attuale,  la Democrazia Cristiana di Quiroga scende al 9%  e la UD de Doria Medina cresce al 24%, recuperando i voti della destra estrema.

Oscillando tra le sirene della restaurazione conservatrice  e l’incapacità di una proposta autonoma ed egemone, la destra ha dovuto rincorrere il governo sul terreno dell’efficienza, dell’ampliamento e l’approfondimento della copertura delle politiche sociali.  Ma, lungi da adottare una politica trasformista, in campagna elettorale la destra aveva proposto di restituire alle imprese multinazionali il 50% delleroyalties, contro l’attuale 20% post-nazionalizzazioni del governo di Evo.

Per l’opposizione, il prossimo terreno di prova saranno le elezioni regionali e municipali del prossimo anno, dove cercherà la rivincita. Rimane il dubbio sulla sua capacità di abbandonare il terreno dello scontro, anche violento, per adottare un ruolo propositivo e di controllo dell’operato del governo. E i dubbi riguardano anche la capacità di presentarsi in maniera unitaria, con un solo candidato.

Le ragioni della vittoria del MAS-IPSP

Al di là di una buona campagna elettorale, il risultato del MAS si deve innanzitutto al bilancio dei nove anni di gestione governativa ed alla prospettiva di approfondimento della trasformazione democratica e culturale in atto. In questo caso, viene smentita la teoria del “logorio naturale”  per una lunga presenza al governo. Il logorio di altri processi si basa piuttosto sui mancati risultati  e sull’incapacità di venire incontro alle crescenti aspettative della popolazione, cosa che fino ad oggi non appare nel caso boliviano.

Nel risultato pesa la conformazione incipiente del nuovo blocco di governo con una crescente influenza delle organizzazioni sociali; i positivi risultati della gestione macro-economica grazie alla nazionalizzazione delle risorse; la redistribuzione delle entrate e il ruolo crescente dello Stato nell’economia; l’aumento della partecipazione nella definizione delle politiche pubbliche; la “visione Paese “ e la proposta programmatica che va al di là della contingenza, fino al 2025 (anno del Bicentenario dell’Indipendenza)

Di sicuro il MAS non è un partito nel senso “classico” del termine, ma una grande coalizione politico-sociale tra organizzazioni e movimenti diversi, aggruppati nel  Coordinamento Nazionale dei Movimienti Sociali per il Cambio (CONALCAM), che in qualche modo svolgono un ruolo di co-governo e di controllo sociale.  Nella elaborazione di politiche territoriali e di settore, il governo di Evo Morales (che viene dai movimenti) si è sforzato di “comandare obbedendo”, di ascoltare le istanze della base (con alterne vicende non prive di errori).

Per diversi analisti, i positivi risultati economici sarebbero dovuti alle caratteristiche della congiuntura economica mondiale,  ed in particolare agli alti prezzi delle materie prime.  Ma al di là del contesto favorevole, la bussola indica chiaramente la centralità della politica economica interna, a partire dalla nazionalizzazione degli idrocarburi che ha permesso di disporre di importanti risorse economiche.

Fino al 2005, nel periodo buio della notte neo-liberista,  la torta dei profitti del gas e del petrolio rimaneva in mano alle multinazionali per l’82 % , mentre lo Stato riceveva solo il rimanente 18%, con un cronico deficit nel bilancio statale. Con Evo Morales si ribalta il rapporto ed il PIL passa da 9.525 milioni di dollari nel 2005, a 30.381 nel 2013, le riserve internazionali crescono fino a 14.430 milioni di dollari, vi è una diminuzione significativa della discrezionale spesa corrente e la stessa inflazione si mantiene al    6,11%.  Sono certamente indicatori classici (a partire dal PIL) che non rispecchiano pienamente la situazione reale, ma evidenziano comunque il quadro macro-economico. Nelle intenzioni dichiarate del governo, le riserve internazionali dovrebbero rappresentare uno zoccolo per affrontare le prossime sfide socio-economiche, e  non dipendere esclusivamente dall’oscillazione dei prezzi delle materia prime, attualmente in ribasso.

Una sfida non semplice, data la tendenza della divisione internazionale dei mercati a “ri-primarizzare” l’economia, basata in particolare su di un “estrattivismo selvaggio” e sul saccheggio delle risorse naturali. Si tratta di ampliare e cambiare la matrice produttiva, riappropriandosi della capacità di trasformazione delle materie prime con una “nuova industrializzazione”, basata sulla capacità di sviluppo tecnológico endógeno, superando l’economia di mercato a favore di un modello socio-economico comunitario e produttivo.

Per la Bolivia, dal 2005 si è aperta una fase di stabilità política, recuperando il ruolo centrale dello Stato, che ha contribuito alla crescita económica. Si è riattivata la domanda interna, con la creazione di nuova occupazione e la crescita salariale (il salario minimo è passato da 63 a 169 dollari al mese) che ha permesso l’aumento del risparmio.  La diversificazione produttiva ha potenziato aree strategiche come l’energia, la produzione industriale, l’artigianato, il settore alimentare, la conoscenza, al pari del rafforzamento delle PMI, di quelle statali e private, e l’incremento dell’export con maggior valore aggregato.

Gli investimenti pubblici sono passati da 600 a 6.000 milioni di dollari e in campo sociale sono aumentati del 500%. La re-distribuzione della ricchezza ha diminuito drasticamente gli indici di povertà  (38% nel 2005,  20%  nel 2014) mentre la forbice della diseguaglianza tra i settori più ricchi e quelli più poveri è passata da 148 (2005) a 46 (2014) e la disoccupazione urbana dall’8 al 3%.

In campo educativo, nel 2008 la Bolivia è stata dichiarata libera da analfabetismo ed anche qui è iniziata una distribuzione massiccia di computer agli studenti dei primi anni. Sul versante sanitario, l’accesso ai servizi di salute è aumentato in maniera significativa, nonostante le grandi difficoltà culturali che rallentano la copertura medica universale.

E a Dicembre del 2013, la Bolivia ha messo in orbita un proprio satellite multi-uso, ribattezzato con il nome di Tupak Katari, un lider aymara protagonista di una delle rivolte più significative contro il dominio coloniale spagnolo.

Un nuovo blocco storico in formazione

Non sembra azzardato affermare che in Bolivia si sta consolidando un nuovo “blocco storico”, che mette in discussione la struttura político-economica tradizionale, base della elite imprenditoriale con interessi nell’ agro-industria, nelle miniere, nell’allevamento estensivo, e di un settore parassitario e “rentier”,  beneficiato da uno Stato clientelare e da una burocrazia funzionale ai suoi interessi. Anche grazie alla nuova Costituzione dello Stato Plurinazionale (ed al nuovo schema di decentramento politico-amministrativo), iniziano a cambiare i rapporti di forza, a favore di una  alleanza inedita (e non priva di tensioni più o meno creative) tra il governo, le organizzazioni sociali ed una nuova intellettualità, dove i giovani iniziano ad avere un ruolo centrale.

Il punto politico chiave è l’ampiamento della partecipazione popolare, condizione indispensabile per approfondire la trasformazione in atto. Al di là delle belle intenzioni, si tratta di un processo complesso di costruzione di una cittadinanza inter-culturale, che dovrà tenere da conto della specificità istituzionale e comunitaria,  nonchè delle diversità regionali e dei popoli originari che compongono lo Stato Plurinazionale.

In questa tappa di transizione, emerge la centralità della partecipazione sociale, la necessità di maggiore inclusione sociale dei settori tradizionalmente marginati, l’importanza della “de-colonizzazione” in tutti i settori, il decentramento amministrativo, la priorità dei diritti umani e sociali, un rapporto più armonico con la “Pacha Mama” (la Madre Terra). Un cambio radicale di paradigma,  a partire dalla filosofia del  “Suma Qamaña” (vivere bene), che riscatta  la cosmo-visione “comunitarista” dei popoli originari, e pone al centro della transizione un sistema “statale-comunitario”,  che inizia importanti nazionalizzazioni e recupera percentuali di sovranità, appoggiando con convinzione l’integrazione continentale,  a partire dall’ALBA, la UNASUR e la CELAC.

Sul versante internazionale Evo Morales rafforza il profilo di leader dei popoli originari e a fine Settembre, ha presieduto la prima “Conferenza mondiale sui Popoli Indigeni” in sede di Nazioni Unite.

Tutto rose e fiori ?

Fino ad oggi le trasformazioni si sono misurate in  rapporto al passato della notte neo-liberista. A partire dal terzo mandato, il governo dovrà fare i conti con il raggiungimento o meno dei propri obiettivi.  Si tratta di affrontare sfide enormi.

Innanzitutto riceverà un Paese con una alta crescita economica che dovrà quanto meno cercare di mantenere. Secondo dati del FMI (Febbraio 2014) nel 2013 la crescita del PIL è stata del 6,7%, la più alta degli ultimi 30 anni, sostenuta da un importante incremento dell’esportazione di idrocarburi e del consumo interno.

In secondo luogo dovrà affrontare gli elevati indici di povertà e povertà estrema. Nel 2002 il 62% della popolazione era sotto il livello di povertà ed il 40% in condizioni di povertà estrema. Nel 2013 la povertà è passata al 38%, mentre la povertà estrema riguardava il 18% dei boliviani.  Molto si deve alle politiche assistenziali per aumentare l’inclusione sociale, come il programma “Renta Dignidad” destinato alla terza età, o il buono “Juancito Pinto” per i bambini in età scolare e i giovani liceali. Sono cifre ancora preoccupanti ed il governo avrà il non facile compito di ridurle ulteriormente e di superare l’assistenzialismo.

La terza sfida è l’universalizzazione dei servizi di base, in particolare acqua e gas. Controllo, regole ed accessibilità delle risorse naturali sono stati storicamente un punto chiave per la società boliviana. Nel recente passato, la resistenza alle privatizzazioni neo-liberiste aveva prodotto le cosiddette “guerre del gas e dell’acqua”, base della contro-offensiva dei movimenti sociali. Oggi la sfida è ampliare la copertura. Attualmente l’81% della popolazione ha accesso all’acqua potabile, il 53,5% dispone di un sistema fognario,  e solo il 50%  ha accesso ad una rete di distribuzione del  gas.

In quanto alle politiche  per l’occupazione, una delle sfide sarà la creazione di nuovi posti di lavoro,  in grado di ridurre la disoccupazione. La campagna elettorale del MAS metteva a fuoco il settore minerario e l’incremento di 5900 posti di lavoro diretti e di 23.600 indiretti. Ma molto c’è da fare in altri settori, come ad esempio l’agricoltura, l’artigianato ed il turismo.

Al quinto posto l’urgente necessità di migliorare l’infrastruttura del sistema educativo, sanitario e di connettività  extra-urbana per il trasporto su strada. La Bolivia ha un forte gap da recuperare e gli investimenti pubblici in questi settori sono una condizione indispensabile per pensare al futuro.

L’auto-sufficienza energetica è oggi un obiettivo per molti Paesi e la Bolivia non è un’eccezione.  Dalla nazionalizzazione degli idrocarburi nel 2006, il Paese si è trasformato in un importante esportatore, consolidando i mercati di Brasile e Argentina. La sfida sarà quella di raggiungere l’auto-sufficienza per quanto riguarda gas e benzina, rispettando l’equilibrio della natura e le rivendicazioni dei popoli nativi.  Parallelamente sono allo studio importanti progetti di industrializzazione del litio, presente in grandi quantità. Recentemente il governo boliviano ha manifestato a volontà di diventare una “potenza energetica continentale” avventurandosi nel delicato terreno dell’energia nucleare.

Dulcis in fundo, la sfida di una necessaria e profonda riforma del sistema giudiziario (vero e proprio “tallone di Achille” del processo), insieme alla modernizzazione  delle Forze Armate e della polizia, che ancora risentono dell’influenza statunitense della “dottrina della sicurezza nazionale”, e sono lungi dall’essere ancora all’altezza delle sfide che attendono il Paese andino.

Tra il Cile e il fare…..

C’è di mezzo il mare. In quanto alla politica estera, l’accesso sovrano al mare è un punto delicato nei rapporti con il Cile, storicamente pessimi tra i due paesi.

Come si ricorderà, con l’invasione cilena del 1879 del porto di Antofagasta (allora boliviano) si scatenò la sanguinosa guerra per conto del capitale britannico, conosciuta come la “guerra del Pacifico” o “guerra del salnitro” contro Bolivia e Perù, allora alleati. In seguito alla sconfitta militare,  la Bolivia perse 120 mila kilometri  quadrati e ben 400 kilometri di costa. Uno sbocco al mare che reclama al Cile dall’inizio del secolo scorso. Solo nel  1904,  i due Paesi firmarono un trattato di pace che stabilì una frontiera comune. Nel 1978 Bolivia e Cile ruppero i rapporti diplomatici e ancora oggi nelle rispettive capitali vi sono solo uffici consolari.  Dopo  un secolo di negoziati bilaterali infruttuosi per ottenere uno sbocco sovrano al mare,  nell’Aprile  del 2013, il governo boliviano ha presentato il caso alla Corte Internazionale di Giustizia de La Haya, la cui giurisdizione  è stata recentemente messa in discussione dal Cile.

Fino ad oggi,  la Bolivia ha utilizzato i porti del Nord del Cile  (Arica, Iquique e Antofagasta), per il suo comercio internazionale. Secondo l’Istituto Boliviano del Commercio Estero, passa dai porti cileni il 13% dell’export boliviano ed il 40,5% delle sue importazioni.

Nonostante le smentite ufficiali di Santiago, la Bolivia si lamenta dell’atteggiamento cileno e dei problemi che questo comporta (alte tariffe,  lentezza burocratica, blocco strisciante delle merci, etc.) ed ha denunciato in diverse occasioni il non rispetto da parte cilena del trattato bilaterale che garantisce il libero transito delle merci nei suoi porti.

Sono alcuni dei motivi per i quali la Bolivia vorrebbe riorientare le sue esportazioni utilizzando il porto peruviano di Ilo, sul Pacifico, al Sud del Perù. Per far ciò sta costruendo una strada dalle Ande fino alla frontiera peruviana, in un punto leggermente più a Nord della frontiera con il Cile. Ed è allo studio l’utilizzo della via fluviale per aprire una rotta verso i porti uruguayani dell’Atlantico.

– FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/12-ottobre-boliviano/#sthash.QJHOjrkJ.dpuf

Pubblicato 7 novembre 2014 da sorriso47 in Attualità, Bolivia, Evo Morales, politica

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Tifoso ferito, intervento ok. Arrestato ultrà della Roma. La polizia: "Ha provocato e poi sparato"La madre .”lo perdono”..”ma cosa sono queste cose!! siamo fratelli d’Italia”   Leave a comment


Tifoso ferito, intervento ok. Arrestato ultrà della Roma. La polizia: “Ha provocato e poi sparato”

Tifoso ferito, intervento ok. Arrestato ultrà della Roma. La polizia: "Ha provocato e poi sparato"

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, fondata su testimonianze e su un video, Daniele De Santis ha agito da solo: avrebbe provocato un gruppo di tifosi del Napoli e davanti alla loro reazione violenta ha estratto la pistola e fatto fuoco. Nel 2004 fu tra i capi ultrà coinvolti nel ‘blocco’ del derby. La madre di Ciro Esposito: “Vivo per miracolo. Perdono l’aggressore”

ROMA – È stato arrestato stamattina dalla polizia con l’accusa di tentato omicidio. Daniele De Santis, 48 anni, ultrà della Roma, conosciutissimo in curva Sud col soprannome di ‘Gastone’, è ritenuto il responsabile del ferimento a colpi di pistola di tre tifosi del Napoli, avvenuto ieri sera prima della finale di Coppa Italia allo stadio Olimpico. A motivare il provvedimento della magistratura sono state le indagini della polizia, basate su immagini e testimonianze univoche raccolte tra passanti e coinvolti nello scontro: tutto, secondo gli investigatori, inchioda De Santis.
La ricostruzione dei fatti. Nel corso della conferenza stampa, i responsabili della Questura hanno precisato che le accuse per De Santis sono di tentato omicidio, rissa e porto abusivo di armi: “Dalle immagini registrate e dalle testimonianze univoche di passanti e tifosi, risulta che l’unico a sparare e a lanciare bombe carta è stato De Santis”, ha detto Diego Parente, dirigente della Digos che insieme al questore Massimo Maria Mazza e al colonnello Salvatore Longo ha incontrato i giornalisti. La dinamica, ha aggiunto, “è tanto semplice quanto folle”: “De Santis è uscito dal circolo ricreativo di Tor di Quinto nel quale lavora, il Ciak – ha spiegato Parente – e si è diretto verso i tifosi del Napoli insultandoli e lanciando fumogeni. E’ stato un vero e proprio atto di sfida, ha fatto tutto da solo. Quando i tifosi, alcune decine, anche armati di spranghe e bastoni, lo hanno inseguito lungo la strada che conduce al circolo, De Santis è scivolato e vistosi a mal partito ha sparato”.

La battaglia. “Adesso vi ammazzo tutti”, avrebbe urlato De Santis mentre faceva fuoco. Quattro i colpi sparati dalla sua 7,65, che al quinto si è inceppata. “La pistola gli è caduta – ha proseguito Parente – ed è stato aggredito, riportando diverse fratture. E’ dopo la sparatoria, non prima, che si è creata una situazione di fortissima tensione, con gli amici dei feriti che, sconvolti per l’accaduto, lamentavano la scarsa tempestività dei soccorsi. Ed è in questi momenti che ultrà e forze dell’ordine sono venuti a contatto. Ma sulla scena non si sono mai materializzati ultrà romanisti e laziali”. Tre tifosi del Napoli sono stati colpiti dai proiettili. Uno di loro, Ciro Esposito, 31 anni, in maniera gravissima. La pistola è stata ritrovata nei pressi del teatro dello scontro, nascosta dietro un vaso.

“Aiuto, mi hanno sparato in petto”. “Siamo arrivati nel parcheggio e ci siamo incamminati verso l’Olimpico. Appena siamo usciti dal parcheggio siamo stati assaltati dai fumogeni e bombe carta”, ha raccontato un testimone oculare a Sky. “A un certo punto abbiamo sentito degli spari e abbiamo visto Ciro che si accasciava a terra. Gridava ‘aiuto mi hanno sparato in petto’. Ci hanno assalito, erano incappucciati o con caschi e passamontagna, ci hanno caricati e poi sono scappati”. Poi il soccorso all’amico Ciro: “Ci ha raccontato che uno gli aveva detto ‘fermo che ti sparo’. Noi ci siamo salvati perché lui cadendo si è sparato da solo nella gamba ed è stato assaltato e aggredito. Ciro è stato lì in terra agonizzante minimo un’ora eppure l’ambulanza stava all’Olimpico”.
I precedenti. De Santis è titolare di una licenza commerciale per un chiosco che gestisce nei pressi del Ciak, un circolo frequentato in passato da giovani di estrema destra. Tempo fa il circolo fu chiuso perché legato ad attività neofasciste, ma poi è stato riaperto e non risulta che ora ci siano legami tra De Santis e il circolo. L’ultrà ha precedenti di polizia e fu tra i capi della curva giallorossa che bloccarono il derby nel 2004. Al processo per quei fatti tutti gli accusati se la cavarono con la prescrizione. Alla Digos, inoltre, risulta che De Santis da anni non frequenti più lo stadio anche dopo essere stato destinatario di un Daspo. Al vaglio della polizia sono le posizioni di tutte le persone coinvolte nello scontro: anche i feriti sarebbero sottoposti a fermo con l’accusa di rissa.

Tifoso ferito, intervento ok. “L’intervento è concluso. I medici ci hanno detto che è andato benissimo. Ovviamente Ciro torna in rianimazione”. Lo ha annunciato in serata Antonella Leardi, la madre del giovane tifoso del Napoli ferito ieri, Ciro Esposito, che resta comunque in condizioni gravi. Il giovane, 31 anni, che lavora in un autolavaggio nel quartiere napoletano di Scampia, è ricoverato in rianimazione al Policlinico Gemelli, lo stesso ospedale in cui si trova, con diverse fratture, l’uomo che gli ha sparato. Il proiettile che lo ha colpito ha trapassato un polmone e si è fermato alla colonna vertebrale. “E’ un miracolo”, ha detto uno zio del giovane, dopo l’intervento chirurgico.

 

La madre: “Perdono”. “Ciro è vigile, l’ho visto, ha annuito anche con la testa all’intervento. A breve lo operano. Ci hanno detto che è un intervento molto rischioso di circa otto ore. Sono in ansia peggio di prima”, aveva detto il padre del giovane, Giovanni Esposito, prima dell’operazione. Fonti mediche dicono che “saranno determinanti le prossime 24 ore”. Antonella Leardi, la mamma di Ciro Esposito, non si dà pace: “Io come mamma voglio dire innanzitutto che per nessun motivo si deve usare la violenza perché mio figlio ama la vita, ama lo sport e non è andato lì per essere ucciso. Non doveva succedere, è una follia”. “Non ho parole, perché per me è una mostruosità quella che ha fatto”, ha detto la Leardi, riferendosi all’aggressore del figlio, “io nel mio cuore già l’ho perdonato ma non riesco a capire quello che ha fatto. Forse sono sbagliata ma io non lo odio. Siamo fratelli d’Italia, che sono queste cose?”.

Altri arresti e feriti.
Nella serata di ieri, anche un tifoso napoletano di 33 anni è stato arrestato con l’accusa di resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale. Il giovane è stato sanzionato con un Daspo per cinque anni. Altri due supporter partenopei sono stati denunciati rispettivamente per resistenza a pubblico ufficiale e possesso di petardi, entrambi sono stati sanzionati anche con Daspo. Nel complesso sono cinque gli agenti delle forze dell’ordine e due gli steward rimasti lievemente feriti ieri durante l’afflusso di tifosi allo stadio Olimpico, nel tentativo di impedire che le opposte tifoserie venissero a contatto.

VINCERE..LA VERA TEOLOGIA DI MARCO BELLOCCHIO..   2 comments


Vincere ,film di Marco Belloccchio[kml_flashembed movie="http://www.youtube.com/v/rrOnUUOaQ9Q" width="425" height="350" wmode="transparent" /]SOSTANZIALMENTE E’ IL PIU’ BEL FILM TEOLOGICO CHE ABBIA MAI VISTO..IO LA PENSO COSI..MARCO BELLOCCHIO E’ IL PROFETA REGISTA PIU’ STIMATO DA Y H W H ( PER QUELLI CHE NON CAPISCONO ..STO PARLANDO DEL BABBO SPIRITUALE DI GESU’

(NEL FILM E NEL TRAILER    GESU’ E’ QUELLO PSICHIATRA GIOVANE CON LA CHIERICA ED I RICCIOLI NERI..)

per comprendere il caso Eluana..alcuni articoli..   1 comment


“Il Ministero: lo stato di Eluana non è irreversibile”

Repubblica -18 novembre 2008 

“Da ieri, con la presentazione del «glossario» ministeriale,

sembra sancita la totale incomunicabilità

tra la politica italiana e il Vaticano da una parte,

e la scienza e la legge dall’ altra.

Per i tecnici del ministero e per l’ orientamento del

sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella infatti

«è assurdo poter parlare di certezza di irreversibilità»

negli stati vegetativi di lungo periodo,

come nel caso di Eluana Englaro.

«Sono documentati casi, benché molto rari,

di recupero parziale di contatto con il mondo esterno

anche a lunghissima distanza di tempo».

Perciò, quando Umberto Veronesi parla di irreversibilità

«sbaglia lui».  

Affermazioni che hanno messo in allarme molti medici,

che avvertono l’ esigenza di «non dare false speranze».  

Perché, stando ai testi, non esiste alcun caso di «ritorno»

dallo stato vegetativo.

È vero che nella scienza non esiste l’ irreversibilità,

ma la possibilità di una ripresa della coscienza,

spiega Carlo Alberto Defanti, neurologo e medico di Eluana,

«è dello 0,0001%», in pratica inesistente.  

Molti interventi ruotano intorno a Eluana,

che «morirà di fame e sete, soffrendo».  

Come assicura Gianluigi Gigli,

presidente della commissione dei venti esperti ministeriali

insediata il 7 novembre,

«nessuno è ad oggi in grado di dire esattamente

se la percezione del dolore sia del tutto assente».

Ma per Carlo Alberto Defanti ..

Eluana si trova «in una condizione simile a quella di una

persona in anestesia totale,

per cui non soffrirà quando si smetterà

di nutrirla e idratarla».

In ogni caso,

«per evitare anche la più remota ipotesi di questo tipo»,

è possibile «una piccola dose di sedativi».

Inoltre, continua Defanti,

«dal 1990 gli Stati Uniti prevedono l’ interruzione

dell’ alimentazione artificiale ai pazienti in stato vegetativo.

Succede a migliaia di persone, normalmente.

Di Terri Schiavo si è parlato solo perché il marito

voleva che si smettesse e i genitori no,

quindi c’ è stato un conflitto giuridico,

non medico né religioso».

Ma, ribadisce Angelo Bagnasco,

«la vita umana ferita» è «un richiamo, una grandissima sfida,

verso l’ intera società»

affinché sia

«accudita, curata ed accompagnata con amorevolezza».  

Ma per papà Beppino è amore anche

far rispettare la visione della vita e della salute che aveva,

quando era cosciente, sua figlia Eluana.

Che fare? Quando dal teorico si passa al pratico,

Eugenia Roccella è netta nel dire che

«non esiste alcun obbligo» per il servizio sanitario

di rispettare la decisione della Cassazione.

Il sottosegretario suggerisce come

«luogo più confacente la casa della famiglia Englaro».

Cioè, può fare quello che avrebbe potuto fare già

nell’ inverno del 1992,

quando sua figlia ebbe l’ incidente.

«Eluana – replica suo padre – è stata portata in quello stato

in una clinica e con l’ aiuto di una clinica deve uscirne.

Ci sono delle sentenze valide in ogni stato di diritto.

Tutto il resto è barbarie, credo che ci voglia soprattutto

rispetto, da parte di tutti».

«La vicenda di Eluana – aggiunge Franca Alessio,

curatrice speciale – è definitivamente chiusa.

Nessuno può più permettersi di decidere per lei

e per i suoi familiari».

La polemica ha tracimato sino ai medici del Friuli,

dove forse andrà a spegnersi Eluana:

«Ci sono state molte telefonate di colleghi che esprimevano

contrarietà alla prospettiva che gli Englaro venissero qua –

riferisce Luigi Conte presidente dell’ ordine

dei medici di Udine –

ma anche altri che invece esprimevano sostegno.

È una questione di libertà di coscienza»

(Piero Colaprico)

UN GIORNO NELLA STANZA DI ELUANA

Lecco- 10 settembre 2008  

Eluana Englaro oggi ha i capelli corti.

Dire che se ne sta a letto è già un mezzo inganno,

perché, quando la si vede, quando la si osserva,

si percepisce qualcosa che potrebbe essere anche

la forza di gravità:

qualcosa che non la lascia semplicemente adagiata tra le

lenzuola, ma sembra risucchiarla giù, verso un altro luogo,

mentre la ragazza, inerme in tutto, non può opporsi.

Gli occhi, che nelle foto pubblicate dai giornali, sono spesso

ironici e lucenti, colpiscono.

Sono strabici,

perché questa forza oscura e le ferite cerebrali

hanno vinto i muscoli, ormai appannati.

Anche le giunture sono anchilosate,

lo si vede dai polsi che escono dalla camicia da notte candida.

Diteci com’ è Eluana oggi, perché fate vedere le sue vecchie

foto e non mostrate com’ è adesso?

Sono richieste anche legittime, quelle dei lettori nei blog e nei

forum (non tutte, certo, perché in qualcuno si percepisce una

curiosità che sconfina in un territorio meno nobile).

Ma Eluana non è speciale.

Se frequenti gli ospedali, sai che appartiene a una nuova

umanità disgraziata, che si sta moltiplicando

grazie ai progressi della medicina,

quella degli esseri umani in stato vegetativo.

Solo in Italia sono circa tremila persone

e in qualche modo si assomigliano tutti:

alternano momenti di veglia (stanno con gli occhi aperti)

a momenti di sonno (stanno con gli occhi chiusi),

emettono suoni, gemiti, sospiri senza alcuna attinenza con

quanto accade intorno al loro capezzale.

I neurologi sostengono che non esiste alcuna possibilità

di entrare in contatto con loro, perché non reagiscono in

maniera intelligente.

Possono avere un soprassalto se c’ è un rumore, o una smorfia

se si fa loro del male, si tratta però di riflessi.

Respirano da soli.

Ma se su quegli occhi aperti si avvicina la punta di una matita,

restano aperti:

nessuna minaccia li muove o li chiude.

Perciò la giornata di Eluana, intesa come giornata, non esiste:

esiste il non-mondo di Eluana.

Oggi questa donna di 36 anni sta al secondo piano della clinica,

in una stanza da sola,

dove siamo entrati anche noi.

Non raramente è in penombra,

con suor Rosangela quasi sempre accanto a lei.

Lo fa dal 7 aprile del 1994.

Prima, per quasi due anni, Eluana,

finita fuoristrada con l’ auto,

spedita d’ urgenza in rianimazione, a poco più di vent’ anni –

tanti ne aveva – era stata ricoverata nel reparto di

lungodegenza riabilitativa dell’ ospedale di Sondrio.

Risultati della rianimazione? Deprimenti.

Ma «faremo il possibile»,

aveva promesso il primario di Sondrio.

Le hanno in effetti tentate tutte.

Anche in questo caso, miglioramenti pari allo zero.

Un giorno una compagna di scuola di Eluana è andata a

trovarla proprio mentre la spostavano dal letto,

usando un paranco:

«Come se fosse un sacco di patate,

lei che non voleva farsi mettere le mani addosso da nessuno».

Lo shock è stato tale da tenere questa ragazza

lontana dall’ ospedale per un bel po’ .

Ogni briciola di quella speranza invocata qualche settimana fa

in una lettera fraterna anche dal cardinal Tettamanzi

è sparita in fretta. E non da sola.

Anche la mamma di Eluana, restando accanto alla figlia,

«si è consumata».

Non compare mai, nelle interviste o in pubblico,

perché si è ammalata di cancro e sta malissimo.

Papà Beppino le fa da scudo, come fa da scudo alla figlia.

I medici gli avevano suggerito:

«Pensa alla tua vita, per Eluana non puoi fare più nulla,

ci pensiamo noi».

Ma questi Englaro, a dispetto di tutto,

erano e sono una famiglia unita: e il papà non ha mai mollato

per pensare a sé stesso,

perché «Eluana intendeva la vita come libertà di vivere,

tra noi c’ era come un patto di rispetto reciproco

delle nostre volontà».

Parlando della figlia, l’ ha definita «un cristallo».

I pezzi di quel cristallo, i cocci della fragilità di una creatura,

forse potranno avere sepoltura grazie a un tribunale,

o forse no.

Al momento, accanto alla ragazza in questo stato

«da 6082 giorni, 16 anni sette mesi e ventitré giorni»,

come scandisce il papà,

ci sono i peluche, le sue foto al mare e sugli sci,

i cassetti sono colmi di quegli abiti, di quella biancheria

che la mamma esausta e piangente ha continuato a comprare,

perché voleva che la figlia, bella, fosse bellissima.

La sua bellezza ancora traspare, una bellezza di porcellana,

dove qualcuno scorge il soffio della vita, e qualcuno no:

ne intravede solo il diafano ricordo, un fantasma traslucido.

Ma d’ altra parte, gli stessi medici, al papà che chiedeva lumi,

non avevano risposto:

«Non abbiamo risposte, non abbiamo soluzioni»?

Sua figlia, gli avevano detto, è una «non-morta, con gravi

handicap».

Tutti, compresa e forse soprattutto la suora, e anche il

professor Carlo Defanti, il neurologo che si è detto disponibile

a staccare il sondino di questa sua paziente,

hanno spiato la quotidianità di questa “non-morta”.

Mai un cenno, mai hanno percepito uno sguardo,

mai una sensazione che qualche cosa della sua volontà,

della sua energia sprizzasse all’ esterno del guscio della pelle.

E così non restano da fare che alcune cose pratiche.

C’ è stato chi, nelle polemiche venate di crudeltà che

caratterizzano questa vicenda umana,clinica e giuridica,

si è spinto sino a dire che Eluana fa anche ginnastica.

La situazione è, in sintesi, questa.

Ogni pomeriggio alle 17..

una sacca beige, con dentro un “pappone”,

un composto di nutrimenti e medicine, viene pompato,

attraverso il sondino nasogastrico,

direttamente nello stomaco di Eluana,

che ha perso la capacità di deglutire,

non potrebbe cioè essere imboccata.

Questo pasto dura dodici ore.

Poi viene sostituito dalla sacca dell’ acqua, per l’ idratazione.

Per evitare le piaghe – e non se n’ è mai formata una,

tanto è efficiente l’ amore di suor Rosangela –

Eluana viene spostata dal letto.

E qua non c’ è il paranco, come nell’ ospedale,

e non ci sono infermieri che protestano per la fatica:

questa religiosa con spalle da artigliere l’ abbranca,

circonda con le sue forme e la sua forza

quel fragile essere dalla testa ciondolante,

mette Eluana a sedere sulla carrozzella,

per un paio d’ ore circa.

Quando non ci sono giornalisti e fotografi

(sarebbe vietato fotografare e pubblicare chi è incapace

di intendere e volere, ma non si sa mai),

la trasporta nel piccolo giardino,

con panchine di pietra e fiori profumati.

Comunque, Eluana va sorvegliata a vista,

perché se non è imbracata, può cadere in avanti.

Poi c’ è la fisioterapia passiva, cioè «le mani altrui»,

un concetto che per Eluana equivaleva a una violenza,

la toccano, la muovono, danno tono per quel che si può

ai muscoli inerti come gomma.

Succede anche tre volte al giorno, il tempo deve passare,

le cure si devono eseguire.

Ed è così che «la mamma si è consumata come una candela

accanto alla figlia», lamentandosi perché «non l’ hanno

lasciata morire».

Lo stesso papà Beppino,

vincendo il pudore che tante volte lo frena,

una volta ha detto al cronista che

«Sati è morta dentro quando è morta Eluana,

e poi è sopravvissuta a se stessa, distruggendosi».

Eluana, nel letto, senza fame, senza sete,

senza riconoscenza, senza affetto (lo affermano i neurologi)

resta ignara di questa battaglia e di questi dolori

dei suoi amatissimi genitori,

e pure dei tanti pensieri e delle emozioni

che causa la sua tragedia.

Il papà, invece, convinto,

forse anche da socialista vecchia maniera,

che «la sola libertà è dentro la società»

non ha accettato quel concetto di

«portatela a casa, la facciamo morire di nascosto».

Ancora ieri ripeteva:

«Da quello che si è creato clinicamente,

solo clinicamente si può uscire».

dal nostro inviato PIERO COLAPRICO  

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