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Ancient sex..in Pompei…   Leave a comment


 

 

 

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La Villa dei Misteri, esempio mirabile di commistione tra villa d’otium e villa rustica, appartenuta forse alla famiglia degli Istacidii, fra le più importanti della Pompei di età augustea, è stata riaperta al pubblico il 20 marzo 2015. Gli interventi di restauro, finanziati con fondi ordinari della Soprintendenza Speciale per Pompei, Ercolano e Stabia per un importo di circa 900.000 euro, sono iniziati nel maggio del 2013 e hanno interessato tutti gli apparati decorativi, mosaici e pitture, degli oltre 70 ambienti in cui si articola la Villa. I lavori sono stati organizzati in lotti per consentire la visita del pubblico nelle aree non interessate dal cantiere, evitando così che un edificio tanto importante non fosse fruibile per un periodo molto lungo.
La conservazione delle pitture è stato il principale obiettivo degli interventi, pertanto si sono mantenuti gli ultimi strati di cera, che garantiscono nel tempo una buona aderenza dei pigmenti decoesi al supporto e lo difendono dall’ossidazione. I restauri hanno interessato anche il noto ciclo di pitture che ha reso famosa la Villa dei Misteri, sul quale in via innovativa è stata applicata una tecnologia d’avanguardia di pulitura mediante strumentazione laser.

 

Anno 79 dopo Cristo. Pompei. La grande Villa dei Misteri ospita molte persone. Tutti attorno alla grande mensa al chiarire del plenilunio. Dioniso bambino legge la pergamena che contiene i segreti tutti di un rito antico che viene da lontano. E nello spazio della sala, risuonante delle note dei musici, lei danza e si libera in un balletto ammaliante e superbo. E così all’ombra del Vesuvio la vita scorre usuale e dolce inondando la fantasia di soavi seduzioni.
Dalla raccolta di http://www.vesuvioweb.com

 

 

 

 

 

 

Perché si ricorre alla prostituzione: lo studio che smentisce ciò che pensavamo   Leave a comment


Representante del Colectivo Inglés de Prostitutas manifestándose en las calles del Soho londinense. (Reuters/Adam Winning) Leer más: Sexo: Por qué se recurre a la prostitución: el estudio que desmiente lo que pensábamos. Noticias de Alma, Corazón, Vida http://goo.gl/91YM7d

 

https://abbattoimuri.wordpress.com/2016/07/11/perche-si-ricorre-alla-prostituzione-lo-studio-che-smentisce-cio-che-pensavamo/

 

El Confidencial, 07.07.2016

traduzione di Grazia

Il dibattito sul lavoro sessuale è sempre più aperto e, per questo, studi come quello appena pubblicato ci aiutano a capire un po’ meglio la mentalità del cliente

Negli ultimi anni si è diffuso in Europa in generale e in Spagna in particolare il dibattito sulla prostituzione. Ogni volta c’è un maggior numero di opinioni differenti, in molti casi dovute alla partecipazione alla discussione delle stesse professionali che ricordano che non tutto il lavoro sessuale è necessariamente schiavizzato. In definitiva l’abolizionismo convive con altre visioni meno restrittive, anche all’interno del femminismo.

Per completare il complesso puzzle della prostituzione è di valido aiuto uno studio recentemente pubblicato sulla rivista ‘Sexualities[1]’ e realizzato da Susann Huschke, dell’Università di Witwatersrand del Sudafrica e da Dirk Schubotz, della Università Queen’s di Belfast, nel quale si decostruiscono gli stereotipi predominanti sugli uomini che pagano per il sesso, ovvero quelli che si utilizzano continuamente nel discorso pubblico sul lavoro sessuale.

In definitiva, come già avevano suggerito altri studi, i clienti non sono semplicemente “sfruttatori e abusatori sessuali”, ma ricorrono alla prostituzione per un’amplissima gamma di ragioni, che vanno dalla sperimentazione (è questo il caso di un travestito eterosessuale) fino all’incapacità di incontrare qualcun*, passando per quelli che, senza impegno, vogliono avere relazioni con donne o che non incontrano la soddisfazione sessuale con il/la loro partner. E lo fanno in un contesto che agli spagnoli (e agli italiani – ndt)suonerà familiare: quello di una società dove tradizionalmente il sesso è stato censurato dalla religione. Nel concreto, dalla Chiesa Cattolica, che in Irlanda, dove è stato condotto lo studio, continua ad avere una grande influenza.

Nei dibattiti sulla prostituzione il cliente è solitamente ritratto in maniera monolitica. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di un “misogino negligente o di un pervertito sessuale”. Tuttavia, segnalano gli autori, anche se è possibile che ci siano consumatori di questo tipo, la semplificazione non aiuta a intendere le radici del problema, soprattuto alla ora di prendere decisioni legali sulla criminalizzazione del lavoro delle prostitute o sulla persecuzione del cliente.

Secondo i dati ottenuti dopo che 446 clienti abituali hanno completato un’inchiesta online, arricchiti da interviste faccia a faccia con 10 di loro, così come dalle testimonianze di 19 sex workers, l’unica conclusione è che non esiste il “puttaniere” tipico. Sì perché la maggior parte dei clienti affermava di non ricorrere alla prostituzione di strada ma alle escort e ai bordelli (secondo l’informe ‘Radiografia della prostituzione in Spagna[2]’ è possibile che ci siano 1500 locali del genere nel nostro Paese), questi sono solitamente più o meno benestanti e hanno studiato.

Queste sono le principali ragioni per cui gli uomini ricorrono alla prostituzione:

  • Traggo piacere facendo l’amore con gente diversa (47%)
  • Mi ha permesso di manifestare la mia sessualità (40%)
  • Mi permette di provare cose che non avevo provato prima (41%)
  • Mi piace che non ci siano legami emozionati (38%)
  • Mi permette di fare cose che non farei con la mia partner (28%)
  • É l’unica maniera in cui posso fare l’amore (25%)
  • La segretezza mi eccita (21%)
  • Mi fa sentire maggiore fiducia rispetto al mio corpo e a me stesso (21%)
  • É buono per la mia autostima (19%)
  • Lo feci per curiosità (16%)
  • É rapido e facile: non ho tempo per altre relazioni sessuali (16%)
  • É l’unica maniera in cui posso ottenere soddisfazione sessuale (9%)
  • Non mi sento preparato per altre relazioni sessuali (8%)
  • Nulla del precedente (<1%)

Queste sono le cose che gli intervistati e le intervistate non apprezzano della prostituzione:

  • Mi sento come se dovessi nascondermi (41%)
  • Mi preoccupa che i miei amici e la mia famiglia se ne accorgano (39%)
  • Mi preoccupa il benessere della sex worker/prostituta (36%)
  • Mi sento come se dovessi mentire su quello che faccio (31%)
  • Mi preoccupano i rischi per la salute (25%)
  • Spendo troppo denaro (25%)
  • Mi manca la connessione emotiva (21%)
  • Non credo che sia denaro ben speso (12%)
  • Non mi piacciono i luoghi dove si conclude (10%)
  • Mi fa vergognare (10%)
  • Speravo che mi desse più del sesso (5%)
  • Danneggia la mia fiducia (3%)

Come si può notare, lasciando a margine l’errore associato a queste inchieste (nelle quali i partecipanti vengono sempre bene nella foto), le risposte suggeriscono che il cliente si preoccupa della sex worker più di quanto si pensava. Quando si domandò loro per quali ragioni smetterebbero di frequentare le escort, il 35% assicurò che lo avrebbe fatto nel caso avesse iniziato una relazione di coppia e il 27% se potesse avere relazioni sessuali senza doverle pagare, cosa che rafforza il carattere sostitutivo della relazione. Alcuni di loro, inoltre, sostennero che anche se non avevano mai visto maltrattare le ragazze, cesserebbero immediatamente di farlo se venissero a sapere che le loro partner sono forzate.

Il 97% dei partecipanti erano uomini, con solo un 2% di donne e un 1% di persone trans. La maggior parte (64%) aveva tra i 31 e i 50 anni, seguiti da chi ne aveva fra i 22 e i 30 (14%). Quattro su dieci erano single, e la maggioranza preferiva incontrarsi con diverse donne (58%), anche se un terzo riconosceva di preferire darsi appuntamento sempre con la stessa, cosa che, in genere, non era possibile.

Più in là dei dati, l’articolo risulta interessante perché raccoglie alcune testimonianze di questi uomini, che riassumono alla perfezione la grande quantità di ragioni per cui si ricorre a questi servizi. Uno dei casi più abituali, per esempio, è quello di Roger, un lavoratore autonomo di 50 anni, sposato e con tre figli. “Se avessi una vita sessuale attiva in casa, di sicuro non mi servirei delle escort, però mia moglie non vuole mai”, spiega. “Siamo felicemente sposati, ancora usciamo, ma per quanto riguarda il sesso…suppongo di essermi arreso”. É una delle spiegazioni più frequenti: davanti alla frustrazione sessuale, gli uomini preferiscono ricorrere a una professionista piuttosto che avere un’avventura, posto che è meno rischioso per il loro matrimonio. “Molti partecipanti consideravano questa una parte importante della loro vita e non erano preparati a lasciare la moglie e i figli”, segnala lo studio.

É ugualmente abituale far ricorso alla prostituzione come fa il trentenne Philip, che credeva nell’idea di “niente sesso prima del matrimonio” fino a che, ai 35, vide la luce. “Ero un bravo ragazzo cattolico”, spiega. “Ero in uno stato continuo di eccitamento, ma era la scelta che avevo preso per il modo in cui mi avevano cresciuto…Dunque, arrivai ad un momento dove la cosa era ‘Perché? É davvero un peccato?’”. In alcuni casi arriva anche a giocare un ruolo guaritore: è ciò che accade con Paul, un pensionato di Belfast che cadde in una grave depressione in seguito al divorzio da sua moglie. “Mi fa sentire meglio e aiuta con la mia depressione”, riconosce. “Chiedo qualcosa, lei chiede denaro, Entrambi siamo felici. Fine”.

In altri casi, forse minoritari, ma allo stesso modo rilevanti, la prostituzione arriva là dove le relazioni eterosessuali convenzionali non arrivano. Bob, per esempio, è un ‘cross dresser’ a cui piacciono le donne. “Ho le mie necessità, voglio sesso”, spiega. “Questa è l’unica maniera in cui posso farlo…Mi sento speciale, sollevato”. É anche il caso di Nick, un quarantenne single con gusti particolari: “Se conosci qualcuno, anche se lo conosci da un mese, ti domandi ‘Come tiro fuori il feticismo nella nostra relazione?’”, si domanda. “É ciò per cui, a mio avviso, servono le escort, che elencano i loro servizi, così se ci sono cose che vuoi provare, sono lì”. Qualcosa di comune in molti casi è vedere gli incontri con le prostitute come un aspetto separato dal resto della propria vita: “Le escort forniscono questa situazione a sé stante in cui posso sperimentare senza che mi giudichino”.

Un’altra caratteristica comune a molte di queste relazioni è che non sono esclusivamente sessuali. Nick, per esempio, afferma di rimanere a chiacchierare un bel po’ dopo l’atto. Roger aggiunge che “la metà del tempo voglio che mi sussurrino parole dolci e che mi abbraccino intimamente…”. Alcuni di questi clienti menzionano che le prostitute non sono affatto simili all’immagine data dai mezzi di comunicazione. “Non sono le eroinomani violente che soffrono delle malattie di cui si legge di solito, in genere sono persone simpatiche”, segnala Paul. “Scoprii che molte delle cose che mi avevano raccontato erano miti e spazzatura”.

Questa è, alla fine, la conclusione dei ricercatori. Che “il desiderio di trovare piacere sessuale non significa automaticamente che gli uomini che pagano per il sesso semplicemente ricerchino un corpo femminile ricettivo e femminile per lo sfogo sessuale”. Anche se quasi tutte le sex workers si sono trovate in situazioni sgradevoli, la maggior parte dei clienti sono capaci di rispettare i limiti che impongono. “Quando tutte le/i sex workers sono percepit* come vittime indifese del traffico o dell’industria del sesso, non c’è spazio per discutere delle differenti condizioni in cui si trovano, dei comportamenti appropriati e inappropriati dei clienti, delle forme in cui le professioniste possono fare il loro lavoro nella maniera più sicura, della promozione di pratiche di riduzione del danno e dei servizi di appoggio che permetterebbero a più sex workers di proteggersi dai clienti violenti e abusatori”, concludono.

Legalizzazione o criminalizzazione?

Questa ricerca si inserisce nella cornice delle ultime riforme prodotte in Europa sul tema della prostituzione. Nel giugno 2015, l’Irlanda del Nord stabilì pene per i clienti della prostituzione “seguendo la logica che se si criminalizza l’acquisto del sesso, la domanda si ridurrebbe significativamente e, a meno prostituzione consegue una diminuzione del traffico per sfruttamento sessuale”. Seguiva la scia di Islanda e Norvegia, che avevano fatto la loro parte rispettivamente nel 2008 e nel 2009, anche se tale posizione fu rifiutata in Scozia nel 2012 e in Irlanda nel 2014.

La ricerca mette in dubbio che sia una misura realmente utile. Secondo i risultati dell’inchiesta, solo il 7% dei clienti riconosceva che avrebbe smesso di pagare per avere sesso se diventasse illegale, mentre il 15% lo cercherebbe, per esempio, in un altro Paese. Solo il 4% pensava che avrebbe dissuaso le Sex Workers e il 57% mostrava preoccupazione rispetto al fatto che proibizione, criminalizzazione, non finissero per peggiorare ancora le condizioni lavorative delle professioniste.

“Concludiamo che i recenti dibattiti pubblici sulla commercializzazione del sesso in Irlanda e l’implementazione del cosiddetto modello svedese in Irlanda del Nord, costituiscono una ‘crociata morale’ contro il lavoro sessuale, che è percepito come una trasgressione della morale cristiana conservatrice” segnalano gli autori al finale dell’articolo. “Impiegando stereotipi negativi e ignorando l’evidenza esistente, i promotori della proibizione del lavoro sessuale hanno perso l’opportunità di consentire un dibattito aperto e più scevro di pregiudizi intorno ai desideri sessuali della gente e alle norme sociali che danno loro forma”.

Articolo originale:

http://www.elconfidencial.com/alma-corazon-vida/2016-07-07/hombres-prostitucion-estudio-desmiente-todo_1220583/

[1] http://sex.sagepub.com/content/early/2016/06/20/1363460716638094?papetoc

[2] http://www.europapress.es/sociedad/noticia-situacion-prostitucion-espana-20150421141927.html

 

Ora anche le escort devono pagare le tasse….   Leave a comment


“La escort paghi Irpef e Iva”. Il giudice tributario: “Pecunia non olet”

La Gdf ha rintracciato i movimenti bancari di una escort che guadagnava 3mila euro al mese. Ora la Commissione Tributaria di Savona impone il pagamento dell’imposta sul reddito, delle addizionali locali, dei contributi e pure dell’Iva.

ROMA – Sui suoi conti correnti, la Guardia di Finanza ha trovato utili e ricavi che la bella escort si era guardata bene dal dichiarare al fisco: 36 mila euro nel 2010, 40 mila 523 nel 2011, altri 39 mila 395 nel 2012. Per questo, i finanzieri sono andati a fondo. Hanno perquisito l’abitazione della donna scovando – come prova ulteriore – un’agendina con gli appuntamenti e i relativi incassi, tutti rigorosamente in nero. Almeno 100 euro al giorno, 3000 euro al mese (nei momenti peggiori).
L’Agenzia delle Entrate allora ha intimato alla escort di pagare l’Irpef, le addizionali Irpef sia comunali sia regionali, i contributi previdenziali, infine l’Iva al 21 per cento sugli “incassi lordi”. Cifre che sono state calcolate al netto della pubblicità che la donna ha comprato sui giornali spendendo anche 4300 euro l’anno. Adesso la Commissione Tributaria provinciale di Savona – che respinge il ricorso della professionista del sesso – aggiunge a tutte queste imposizioni altri 2000 euro per risarcire le spese di giudizio.

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La Commissione Tributaria considera “irrilevante” che la professione di “cortigiana” (così nel testo della decisione) non sia regolamentata dall’Italia. E non conta che sia anche “riprovevole” sul piano morale. A questo proposito, la Commissione cita l’imperatore Vespasiano che non esitò a varare una specie di Iva sulla pipì. In sostanza, Vespasiano impose ai proprietari di latrine di versare la centesima venalium sull’urina che essi vendevano ai conciatori di pelle (smaniosi di ricavarne l’ammoniaca). Al figlio Tito che gli rimproverava di risanare le casse pubbliche con un’imposta indegna, Vespasiano rispose che “pecunia non olet”. Il denaro non puzza. Motto che la Commissione Tributaria di Savona adesso fa proprio. La prostituzione – che la legge italiana non classifica come reato – è “una prestazione di servizio verso corrispettivo”. Dunque può rientrare nel radar del fisco alla luce del Dpr 633 del 1972, soprattutto quando ha un carattere di “abitualità”. Non solo. Anche la sentenza C-268/99 della Corte di Giustizia europea classifica la escort come “lavoratrice autonoma” e senza vincolo di subordinazione a fronte di una retribuzione “pagata integralmente e direttamente dal cliente”. E dunque è legittimo che l’Agenzia delle Entrate reclami – oltre al versamento dell’Irpef – quello dell’Iva.

La sentenza – di cui ha scritto il sito cassazione.net – spiega anche che i soldi trovati sui conti correnti bancari e postali, e non dichiarati, costituiscono indizio sufficiente della sospetta evasione. A quel punto, l’onere della prova si capovolge. Spetta al contribuente dimostrare che i “movimenti bancari non sono riferibili a operazioni imponibili”, che quei guadagni non sono “fiscalmente rilevanti”. Tuttolegittimo, dunque. La legge italiana e le sentenze europee incastrano la professionista. Ma certo impressiona che la escort – solo sul reddito netto da lavoro autonomo del 2010, pari a 31 mila 700 euro – debba ora versarne oltre 24 mila tra Irpef, Iva e contributi previdenziali.

 

 

Commento personale

articolo interessante..rispetto le prostitute..e le vedo..come..un Ordine Religioso..in soccorso alle legittime pulsioni sessuali..di single o vedovi..come me; di portatori di handicap..di ..parzialmente sani di mente. La figura dell’assistente sessuale in Italia non esiste..e la prostituzione..pur legale..in realtà non lo è..esiste ed è applicata una legge del codice Rocco..ancora vigente..per la quale..se due prostitute lavorano insieme per dimezzare i costi..sono arrestate a motivo di una incredibile valutazione: cioè sono accusate di reciproco sfruttamento..sono leggei indegne di un paese civile..ma bacchettone e cattolico..anche se lo stato
è..per costituzione..laico.

desideri erotici femminili..   Leave a comment


L'ultimo desiderio

l sito di XConfessions.com è arrivato a 30mila abbonati e 10mila visite giornaliere

«Mi sono seduto vicino a lei e le ho detto un timido ciao. Sono rimasto sorpreso dalla sua gentilezza, mi ha persino chiesto se mi piaceva il suo smalto, e poi i suoi piedi. Mi ha detto di massaggiarglieli e mi sono messo a tremare. Poi, come se mi avesse letto dentro, mi ha domandato se mi sarebbe piaciuto succhiarli, anzi se li trovavo “succhiabili”. Lo erano, e così mi sono messo in bocca ogni suo dito». Joseph K. «So di essere stronza. Ho una bizzarra fissazione per Ikea: fargli comprare mobili e poi farglieli montare mi eccita. So che lui lo odia. Io mi rilasso con un bicchiere senza alzare un dito mentre lui suda. E non è tutto, mi piace anche provocarlo, ma il premio arriva solo a lavoro finito». Lanay. «Non faccio che pensare al bondage, è la sola cosa che mi eccita. Un sacco di gente non lo capisce, soprattutto i fidanzati. Non è il fatto di essere dominata o controllata, vunerabile o scomoda. Essere legata mi sembra come un abbraccio. La sensazione delle corde che mi acchiappano la pelle mi provoca più passione del contatto del corpo. Persino quando mi masturbo mi piace essere legata o immagino di esserlo». Willa6.

Quando la filmmaker Erika Lust, di Barcellona, ha chiesto a tutti i suoi fan di condividere in modo anonimo sul sito XConfessions.com le proprie confessioni erotiche, non immaginava una valanga di risposte. Migliaia di persone, soprattutto trentenni, hanno scritto le fantasie più bizzarre. 500 sono state pubblicate sul suo sito. Da questo crowdsourcing, una quarantina sono già diventate short film. «Un progetto felice», lo definisce lei. «Uomini e donne hanno fantasie molto simili. Il voyeurismo, essere dominati o sottomessi, fare sesso in pubblico, farlo in tre. I testi sono ben scritti, con riferimenti all’arte, alla musica, al cinema: una ragazza, pazza per Mad Men, mi ha chiesto di filmare tutte le scene di sesso che nella serie non si vedono mai. C’è gioia, seduzione e un senso di liberazione rispetto ai moduli ripetitivi del porno mainstream».
Da dieci anni la regista svedese si batte per cambiare il porno e la percezione di losco, sporco associata a quel mondo. «Quello tradizionale mi fa vomitare. Lo trovo antiestetico, antierotico. Riflette le fantasie maschili di un’industria dominata da noiosi sciovinisti con poca intelligenza sessuale, dove tutto è in funzione del piacere maschile. Non c’è gioco, divertimento, creatività. In XConfessions, come nei miei film, gli uomini adorano le donne. E le donne non sono solo un veicolo per il loro orgasmo: puoi vedere il loro desiderio, la loro eccitazione crescere. Il piacere è condiviso al 50%». Nelle confessioni non ci sono timide sprovvedute come l’Anastasia di 50 sfumature di grigio, ma donne audaci che non temono di esprimere la sessualità. In una, una ragazza adora uno chef. Gli fa cucinare una cena per 12 ma si presenta da sola a tavola e lo seduce. In un’altra, intitolata non a caso Power Pussy, un uomo sposato con una donna molto forte dice che lei lo eccita perché, anche dopo 20 anni, non riesce a domarla. In un’altra ancora, I met a mother on Tinder – un ragazzo ha una storia con una 48enne incontrata con un’app.

Erika Lust, nata a Stoccolma nel 1977, laurea in Scienze politiche a Lund, ha iniziato la sua carriera una decina di anni fa con un film, The Good Girl, che ebbe un’inaspettata fortuna sulla rete: più di un milione di download. Ma all’inizio nessuno la prendeva sul serio. «Sono da sempre un’outsider. I produttori mi dicevano che quello che facevo era carino ma che ero nel business sbagliato, perché alle donne il porno non interessava. Ora invece sperano tutti di conquistare l’audience femminile». Erika ha costruito la Lust Films, in collaborazione col marito, produttore, Pablo Dobner, passo passo, arrivando a uno staff di 15 persone e un giro d’affari di 500mila euro l’anno. In Svezia non è famosa quanto in Spagna «perché gli svedesi sono aperti sul sesso ma hanno dei problemi con la pornografia». In effetti non ama essere chiamata regista di porno, ma di «film indipendenti per adulti», perché il mondo del porno non l’ha mai frequentato: la sua ambizione è sempre stata reinventarlo. «Per me è una maniera di parlare di relazioni e di ruoli con un linguaggio potente. Oggi molti ragazzi vedono film espliciti prima di avere esperienze sessuali e questo li forma senza che se ne rendano conto: imparano che le donne vogliono essere dominate, che sono al loro servizio. Provano vergogna e confusione. Credo che il porno possa invece aiutare a sentirci meglio. Sono felice quando mi dicono che i miei film sono belli, li regalano agli amici o li guardano in coppia. Sento di avere un impatto sulla sessualità. Ma bisogna cambiare il linguaggio e questo succederà quando cambierà chi sta dietro la macchina da presa. Spero che partecipino più donne. Il sesso può rimanere “sporco” ma i valori che ci sono dietro devono essere puliti».

TE LO DICO IN PRIVÉE
La sala d’attesa di un medico, un autobus in corsa. Incontri casuali carichi di aspettative, elettricità, dove basta guardarsi per un attimo e tutto può succedere. Immagini acustiche narrate da voci maschili, calde, sensuali. Sul sito italiano Sexion Privée le fantasie femminili vengono raccolte (in forma anonima e non) e poi raccontate da professionisti, a cadenza settimanale. Un training autogeno verso il piacere, costruito solo attraverso il tono e il ritmo delle voci, per perdersi con la testa e con il corpo, interamente dedicato alle donne. Il progetto di questo “sex toy acustico” è nato da un’idea di Lara Dittfeld, laurea in Bocconi e un solido background nel mondo della moda, del lusso e dell’arte (info@sexionprivee.com).

 

Ogni persona..(maschio o femmina)è una miscela personale..di “genere” e “sesso”.   Leave a comment


 

Io, uomo, sono vittima della cultura patriarcale

Il genere è una costruzione culturale

 

Ciao Eretica.
Sono un ragazzo di 21 anni e volevo dire la mia opinione sul sessismo che anche noi uomini subiamo, più o meno consapevolmente.
Inizio col dire che fin da piccolo sono stato educato dai miei genitori a vivere seguendo le mie personali inclinazioni, senza stereotipi di genere o ruoli prestabiliti e questo anche perché ho avuto sempre come esempio quotidiano i miei genitori, i quali dei ruoli di genere imposti dalla cultura e società dominanti se ne sono sempre fregati, e anzi li hanno sempre invertiti.

Ho sempre avuto il loro esempio dal quale ho imparato che non deve per forza esser l’uomo a portare i pantaloni, essere forte, far i lavori “fai da te”, usare un martello o un trapano. Cosi come non è prerogativa della donna cucinare, fare il bucato, stendere, lasciar trasmettere le proprie emozioni. Fortunatamente ho avuto, fin da piccolo, l’esperienza di ciò che per me è parita dei sessi e anti sessismo; mio padre stava in cucina perché amava cucinare mentre mia madre aggiustava sedie rotte, mobili, costruiva mensole, e altri lavoretti ” da maschi”. E sia io sia mia sorella abbiamo imparato che non esiste nessun mestiere da uomo o da donna imposto per natura biologica.

Questo loro modo di fare si è riflesso durante l’infanzia anche nella questione ludica. Infatti non mi hanno mai proibito e tantomeno si sono sentiti disonorati a vedermi giocare con le bambole inseme a mia sorella, e tantomeno si opposero il giorno in cui al mercato del paese vidi una bambolina gialla di cui mi innamorati e chiesi di comprarmela. Nessun problema, nessuna vergogna. Anche se mia nonna paterna accuso in quella situazione di “crescermi con idee sbagliate” e ponendole la fatidica domanda: “e se poi diventa gay?”.
No nonna non sono diventato omosessuale, non è stata una bambola a influenzare il mio orientamento sessuale. Cosi come né mio padre né mia madre si scandalizzarono o vergognarono quando da piccolo il mio cartone animati preferito era Heidi e non uno con supereroi o mostri tipicamente ” per i maschi”.
Tralasciando questi aneddoti, voglio concentrarmi sugli stereotipi maschili che ogni giorno mi trovo ad affrontare.

Il primo esempio che mi viene in mente è la patente. Ho 21 anni come già detto e a differenza di tutti i ragazzi maschi che ho conosciuto nella mia vita che non vedevano l’ora di compiere i 18 per conseguire la patente, a me guidare non è mai piaciuto, non vedevo il prendere la patente come un traguardo importante nella mia vita. Infatti, nonostante questa mia avversione verso la guida, le macchine, da quasi un anno ho preso anche io la patente, anche se da quel momento ho smesso di guidare, un po’ perché non mi piace e in parte perché, senza vergogna lo ammetto, non sono bravo, non sono capace, non so guidare. E per un maschio questa, ad occhi di molti, è una colpa inammissibile. Mi sento spesso criticare da amici, parenti, genitori della mia ragazza per il fatto che non guido, che non mi piacciono le macchine, e mi sento spesso dire “ma sei un uomo, ai maschi deve per forza piacer guidare. I maschi sono portati per natura a saper guidare”. Ma personalmente, oltre a dar fastidio l’ignoranza che traspare da certi commenti plasmati dalla cultura maschilista, riesco a fregarmene perché son fermamente convinto che non si vede un uomo dalla macchina che possiede o dal fatto che sappia o non sappia guidare.

E non provo nemmeno vergogna ad andare in macchina con la mia ragazza, a far guidare lei che ama guidare, a scendere dal lato passeggeri che solitamente è destinato alla donna perché “il posto dell’uomo è al volante”. Non me ne frega nulla di certi stereotipi, come ho imparato dai miei genitori, in famiglia e nei rapporti con mia sorella non esistono cose da uomini e cose da donne. Quindi come nessuno accusa la mia ragazza di non essere una ” vera donna” solo perché non sa cucinare, cosa di cui mi occupo io nella nostra relazione perché come mio padre amo cucinare, vorrei che nessuno accusasse me di non essere un “vero uomo” solamente perché non so e non mi piace guidare.

Questo è solamente uno dei tanti stereotipi che in quanto maschio subisco ogni giorno, ma ce ne sono altri come per esempio il fatto che non ho il desiderio preconfezionato di avere una carriera che mi faccia guadagnare molti soldi, perché anche questo personalmente lo trovo uno stereotipo maschilista che impone all’uomo di lavorare, raggiungere ruoli di prestigio e potere e portare a casa tanti soldi. E invece non è così, io in quanto uomo non sono determinato per natura a compiere certi step prefissati.

Concludo dicendo che certamente ho divagato, ma questo che ho scritto è stato solamente un esempio per dimostrare che tra le vittime della cultura maschilista e patriarcale ci siamo anche noi uomini che non accettiamo stereotipi sessisti e determinismo biologico applicato alla società.

https://abbattoimuri.wordpress.com/2016/06/13/io-uomo-sono-vittima-della-cultura-patriarcale/

Cortometraggio: “Vestido nuevo” [Il vestito nuovo] (Spagna 2007)
 
Vestido nuovo
Un bambino della scuola elementare sceglie di vestirsi in modo diverso. Patrocinato dal Ministero della Cultura spagnolo.
http://buzzintercultura.blogspot.it/2008/11/il-vestito-nuovo-1-parte-di-2.html

Bambini che preferiscono le bambole

È normale che mio figlio Gigio di otto anni preferisca creare vestiti per le bambole invece che fare giochi più consoni al suo sesso? –Ettore

I nostri figli. Presi dalla fatica delle notti insonni, delle poppate, del dentino, o inebriati dalla tenerezza del primo sorriso, dal miracolo dei primi passi e dalla dolcezza dei loro baci, spesso noi genitori tendiamo a dimenticare un aspetto non irrilevante: i nostri figli sono persone. Piccole, informi, in divenire, certo, ma già infinite come l’universo di emozioni che hanno dentro. E in quell’immenso cosmo di caratteristiche che si trova in ognuno di noi, e che determina poi la totale unicità dell’esperienza di ogni individuo, per fortuna non c’è proprio nulla di normale.

Perché tutto è eccezione ed eccezionalità. A otto anni, Gigio sta già preparandosi a diventare la persona che sarà, e tu hai due alternative: lasciarlo libero di essere e fare ciò che desidera, oppure impedirglielo. Fossi in te, me ne fregherei di cosa è consono al suo sesso e mi metterei seduto a creare vestiti per le bambole insieme a lui. E gli direi che è bravissimo e lo aiuterei a imparare a farli ancora meglio.

Perché, che poi si riveli il nuovo Valentino o che invece la sua passione per le bambole sia spazzata via da quella per i videogiochi, quello che gli resterà dentro sarà la sensazione dolcissima di sapere che il suo papà gli vuole bene così com’è, e che, nonostante quello che dicono gli altri, lui è dalla sua parte. E questa è l’unica cosa normale che deve fare un genitore per il suo bambino.

Questa rubrica è stata pubblicata il 24 giugno 2016 a pagina 12 di Internazionale con il tiotlo “Giochi in libertà”. Compra questo numero | Abbonati

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