Archivio per settembre 2012

SALVADOR DOMENEC DALI’   4 comments


 

Salvador Domènec Felip Jacint Dalí i Domènech, marchese di Púbol (Figueres, 11 maggio1904Figueres, 23 gennaio1989), è stato un pittore, scultore, scrittore, cineasta e designerspagnolo.

Dalí era un pittore tecnicamente abile e virtuosissimo disegnatore[1] ma è celebre anche per le immagini suggestive e bizzarre delle sue opere surrealiste. Il suo peculiare tocco pittorico è stato attribuito all’influenza che ebbero su di lui i maestri del Rinascimento[2][3]. Realizzò una delle sue opere più famose, La persistenza della memoria, nel 1931. Il talento artistico di Dalí trovò espressione in svariati ambiti, tra cui il cinema, la scultura e la fotografia, portandolo a collaborare con artisti di ogni settore.

 

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datos

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Dalí estudió en la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, donde se hizo amigo de Luis Buñuel y Federico García Lorca:

durante su época como estudiante, Dalí destacó por su excéntrico carácter. Se relacionaba con futuras figuras del arte español, como Federico García Lorca y Luis Buñuel, con quienes también colaboraría en algunas obras

Se dice que en esta época entabló una apasionada relación con el joven Lorca, pero Dalí terminó rechazando los amorosos reclamos del poeta

Qui troverete una pagina interessante dove si racconta il pensiero apolitico di Dali..infatti fece il ritratto alla figlia di Franco..ed la sua attrazione per la figura di Adolf Hiler (se vi interessa andate a questa pagina)

http://www.taringa.net/post/info/18609368/Curiosidades-sobre-Salvador-Dali-frases.html

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Cenicitas (Little Ashes)
1927-28, Oliosu tela 64 x 48 cm.
Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid.

“Cenicitas (piccole ceneri)” o “La nascita di Venere” è l’ opera che segna il culmine della tappa surrealista di Dalì. Rappresenta il tema abbastanza conosciuto della nascita di Venere, un corpo che sorge dal mare trasformandosi. Nella linea dell’ orizzonte appare la testa tagliata di Garcìa Lorca, con gli occhi chiusi come l’ immagine di un sogno, e quella di Dalì con gli occhi aperti. Un busto di donna appare sovrapponendo il volto di Dalì, ad indicare il preavvertimento dell’ arrivo di Gala. Sono presenti congegni, l’ asino imputridito, le mosche e il sangue come segno sacrificale, che è già stato pietrificato come rami di corallo. La linea, accanto la testa di Lorca, è un riferimento alla misura e all’ ordine, l’ opposto alla putrefazione, che Dalì associa anche al timore per la sensualità. E’ presente inoltre un dito sospeso nell’ aria, quasi come volasse. Questo dito ha sorpreso per molto tempo Dalì perché, in seguito, sarebbe apparso come l’ apertura della tavolozza; gli hanno attribuito un giudizio alterato ed insolito, che diventò l’ unico oggetto di alcune sue opere. “Cenicitas” allude anche alla castrazione, poichè Venere nacque dalle onde del mare direttamente dai genitali di suo padre, Urano, lanciato nel mar dopo esser stato castrato da suo figlio Saturno. Il centro del quadro lo domina una figura femminile (ancora Venere) e una affascinante pila di oggetti, dalla quale si distaccano una mano che quasi tocca il livello del mare, un uovo e una forma morbida con le lancette di un orologio, che possono essere interpretati con la figura di Cronos (Saturno), dio del tempo; tutto questo mantenuto sopra il precario equilibrio di una zampa di gallina.

 

IMMAGINI delle sue opere (clicca sopra)

 

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Faceva risalire il suo “amore per tutto ciò che è dorato ed eccessivo, la mia passione per il lusso e la mia predilezione per gli abiti orientali[4] ad una auto-attribuita “discendenza araba“, sostenendo che i suoi antenati discendevano dai Mori.

Dalí fu un uomo dotato di una grande immaginazione ma con il vezzo di assumere atteggiamenti stravaganti per attirare l’attenzione su di sé. Tale comportamento ha talvolta irritato coloro che hanno amato la sua arte tanto quanto ha infastidito i suoi detrattori, in quanto i suoi modi eccentrici hanno in alcuni casi catturato l’attenzione del pubblico più delle sue opere[5].

Salvador Dalí nasce l’11 maggio1904 alle 8:47 del mattino[6] nella cittadina di Figueres, nella regione dell’Alt Empordà in Catalogna, vicino al confine francese[7]. Suo fratello maggiore, anch’egli di nome Salvador (nato il 12 ottobre 1901), era morto a causa di una meningite nove mesi prima, il 1º agosto 1903. Il padre, Salvador Dalí y Cusí, era un avvocato e notaio appartenente alla classe media[8], la cui rigidità nell’applicazione della disciplina viene temperata dalla moglie, Felipa Domènech Ferrés, che incoraggia le aspirazioni artistiche del figlio[9].

All’età di cinque anni Dalí viene condotto sulla tomba del fratello dai genitori, che gli dicono che lui è la sua reincarnazione[10], idea della quale finisce per convincersi[11]. Di suo fratello Dalí dice: “Ci somigliavamo come due gocce d’acqua, ma rilasciavamo riflessi diversi. Probabilmente lui era una prima versione di me, ma concepito in termini assoluti[12].

Dalí ha anche una sorella, Ana María, di tre anni più giovane di lui[8], che nel 1949 pubblicherà un libro sul fratello, Dalì visto da sua sorella[13]. Tra i suoi amici d’infanzia vi sono i futuri calciatori del BarcellonaSagibarbá e Josep Samitier. Durante le vacanze nella stazione di soggiorno catalana di Cadaqués i tre giocano a calcio insieme[senza fonte].

Dalí frequenta una scuola d’arte.

Nel 1919 durante una vacanza a Cadaqués con la famiglia di Ramon Pichot, un artista locale che faceva regolarmente dei viaggi a Parigi, scopre la pittura moderna[8]. L’anno seguente il padre di Dalí organizza nella residenza di famiglia una mostra dei suoi disegni a carboncino. La prima vera esposizione pubblica la fa nel 1919 al Teatro Municipale di Figueres.

Nel febbraio del 1921 la madre di Dalí muore per un tumore al seno. Dalí ha sedici anni; in seguito dirà che la morte della madre “è stata la disgrazia più grande che mi sia capitata nella vita. La adoravo… Non potevo rassegnarmi alla perdita di una persona su cui contavo per rendere invisibili le inevitabili imperfezioni della mia anima.[14] Dopo la sua morte il padre sposa la sorella della moglie scomparsa. Dalí non si risente per le nuove nozze, perché ama e rispetta molto la zia.[8]

 

Nel 1929 Dalí collabora con il regista surrealista alla realizzazione del cortometraggio Un chien andalou. Il suo contributo principale consiste nell’aiutare Buñuel a scrivere la sceneggiatura del film anche se in seguito affermerà di aver avuto un ruolo significativo anche nella realizzazione tecnica del progetto, fatto che non trova riscontro nelle testimonianze dell’epoca[22]. Nell’agosto di quello stesso anno incontra la sua musa, fonte di ispirazione e futura moglie Gala[23], il cui vero nome è Elena Ivanovna Diakonova. È un’espatriata russa di undici anni più vecchia di lui che in quel momento è sposata con il poeta surrealista Paul Éluard.

Salvador-Dalí-y-Gala         Gala ,sua sposa ,dopo sara compagna di Dali

Sempre in quell’anno Dalí realizza delle importanti mostre diventando un pittore professionista e si unisce ufficialmente al gruppo dei surrealisti del quartiere parigino di Montparnasse. Sono già due anni che il suo lavoro è pesantemente influenzato dal movimento surrealista: i surrealisti apprezzano molto quello che Dalí definisce il suo metodo paranoico-critico per esplorare il subconscio e raggiungere un maggior livello di creatività artistica[8][9].

Nel frattempo i rapporti tra il pittore e il padre sono vicini ad un punto di rottura: Don Salvador Dalí y Cusí disapprova con forza la storia d’amore tra il figlio e Gala e ritiene che la sua vicinanza ai surrealisti abbia un pessimo effetto sul suo senso morale. Lo strappo definitivo avviene quando Don Salvador legge su un quotidiano di Barcellona che recentemente a Parigi il figlio ha esposto un disegno del “Sacro Cuore di Gesù Cristo” insieme ad una scritta provocatoria “Qualche volta, per divertimento, sputo sul ritratto di mia madre“.

Indignato, Don Salvador pretende che il figlio smentisca pubblicamente. Dalí rifiuta, forse per timore di essere allontanato dal gruppo dei surrealisti, e il 28 dicembre 1929 viene cacciato via con la forza dalla casa paterna. Il padre gli dice che intende diseredarlo e gli intima di non mettere mai più piede a Cadaqués. In seguito Dalí sosterrà che, come tutta risposta, mise in mano al padre un preservativo contenente il suo sperma dicendogli “Tieni. Ora non ti devo più nulla!” L’estate successiva Dalí e Gala affittano un piccolo capanno da pescatori in una baia nei pressi di Port Lligat. In seguito acquista l’abitazione e nel corso degli anni gradualmente la fa ingrandire trasformandola poco a poco nella sua adorata villa sul mare.

Nel 1931 Dalí dipinge una delle sue opere più famose, La persistenza della memoria[24], che presenta la surrealistica immagine di alcuni orologi da taschino diventati flosci e sul punto di liquefarsi.

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L’interpretazione comune dell’opera è che gli orologi che si sciolgono rappresentano il rifiuto del concetto che il tempo sia qualcosa di rigido o deterministico. Tale idea nell’opera è sostenuta anche da altre immagini, come l’ampio paesaggio dai confini indefiniti e un altro orologio, raffigurato mentre sta venendo divorato dagli insetti[25] .

Dalí e Gala, dopo aver convissuto a partire dal 1929, si sposano nel 1934 con una cerimonia civile. Nel 1958 si risposeranno con rito cattolico.

Dalí viene presentato negli Stati Uniti nel 1934 dal mercante d’arte Julian Levy. La sua esposizione di New York, che include La persistenza della memoria, crea subito scalpore e suscita interesse. L’alta società lo accoglie organizzando uno speciale “Ballo in onore di Dalí“. Lui si presenta portando sul petto una scatola di vetro che contiene un reggiseno[26].

In quell’anno Dalí e Gala partecipano anche ad una festa mascherata a New York, organizzata per loro dall’ereditiera Caresse Crosby: come costume scelgono di vestirsi come il figlioletto di Lindbergh e il suo rapitore. La conseguente reazione scandalizzata sulla stampa è tale che Dalí è costretto a scusarsi. Quando ritorna a Parigi i surrealisti lo rimproverano per essersi scusato per un gesto surrealista[27].

Mentre la maggior parte degli artisti surrealisti tende ad assumere posizioni politiche di sinistra, Dalí si mantiene ambiguo riguardo quello che considera il giusto rapporto tra la politica e l’arte. André Breton, uno dei capofila del surrealismo, lo accusa di difendere il “nuovo” e l'”irrazionale” del “fenomeno Hitler“, ma Dalí respinge queste affermazioni dicendo: “Non sono un seguace di Hitler né nei fatti né nelle intenzioni[28]. Dalí insiste sul concetto che il surrealismo può esistere anche in un contesto apolitico e si rifiuta di condannare esplicitamente il fascismo. Questo è uno dei fattori che crea dei problemi nei rapporti con i suoi colleghi. Più tardi, sempre nel 1934, Dalí viene sottoposto a un “processo” a seguito del quale viene formalmente espulso dal gruppo dei surrealisti[23]. Come reazione Dalí dice: “Il surrealismo sono io[17].

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dali divano mae west sala interattiva
dali la donna in fiamme
dali alice nel paese delle meraviglie
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Il Cristo di “merda” di Abu Graib,ovvero… il cristianesimo ed il diritto internazionale degli americani   Leave a comment


abu graib carcere americano in Iraq     abu graib 2      abu graib 3

Ecco alcuni stralci del testo e un riassunto di altre parti, del rapporto sulle torture e gli abusi commessi da militari Usa nei confronti di prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib scritto dal generale Antonio Taguba e completato, secondo il Pentagono, lo scorso 3 marzo.

“Fra l’ottobre e il dicembre 2003 nella struttura di detenzione di Abu Ghraib (Bccf) furono inflitti a diversi detenuti numerosi abusi sadici, clamorosi e sfacciatamente criminali. Gli abusi sistematici e illegali sui detenuti sono stati perpetrati da diversi membri della forza di polizia militare (la 372/a Compagnia di Polizia Militari, 320/o Battaglione, 800/a Brigata) nella sezione A-1 del carcere di Abu Ghraib (Bccf).

Segue un riassunto delle fattispecie elencate nel rapporto: “Inoltre – continua il testo del rapporto – diversi detenuti hanno descritto i seguenti abusi, che, date le circostanze, giudico credibili in base alla chiarezza delle affermazioni e le prove addotte a sostegno dai testimoni:”

– Rottura di lampade chimiche, il cui contenuto fosforico veniva versato sui prigionieri
– Minacce con pistole calibro 9 mm.
– Getti d’acqua fredda su detenuti nudi
– Percosse con manici di scopa o con una sedia
– Minacce di stupro ai danni di prigionieri maschi
– Sutura da parte di membri della polizia militare di ferite provocate facendo urtare con violenza il detenuto contro le pareti della cella
– Prigionieri sodomizzati con lampade chimiche o con manici di scopa
– Impiego di cani militari senza museruola per spaventare i detenuti, in un caso risultato in un morso – Pugni, schiaffi e calci ai prigionieri; pestoni sui piedi nudi

– Denudamento dei prigionieri, a volte lasciati spogliati anche per diversi giorni
– Obbligo per i detenuti maschi di indossare capi intimi femminili
– Obbligo per gruppi di detenuti maschi di masturbarsi mentre vengono ripresi
– Prigionieri obbligati a stendersi uno sull’altro in un mucchio sul quale i militari saltavano
– Prigionieri obbligati a stare in piedi su una cassetta, incappucciati con un sacchetto, con fili collegati a dita delle mani dei piedi e al pene, simulando la tortura dell’elettroskock
– Fotografie di militari mentre hanno rapporti sessuali con detenute
– Fotografie di prigionieri con catene e collari da cani attorno al collo
– Fotografie di prigionieri morti
– Le parole “sono uno stupratore” sulla gamba di un detenuto, fotografato nudo, accusato di aver violentato una 15/enne.

Il rapporto parla poi dei cosiddetti “detenuti fantasma”, consegnati a varie strutture di detenzione amministrate dall’ 800/a Brigata di polizia militare da altre agenzie governative Usa, “senza documentarlo”.

Nel testo del rapporto infine si legge: “Queste conclusioni sono suffragate da confessioni scritte rilasciate da diversi indagati, da confessioni scritte rilasciate da detenuti e da dichiarazioni di testimoni”.

Gli uomini ombra che moriranno in carcere   Leave a comment


un articolo tutto da riflettere….guardate il video  (O.P.G di Montelupo Fiorentino)

VORREI cominciare da una domanda: voi sapete che cos’ è un ergastolo ostativo? Non è un espediente retorico: io stesso, che mi picco di conoscere le faccende penitenziarie, ho appreso solo di recente che esiste, dal 1992, una cosa che si chiama ergastolo ostativo. In breve, vuol dire che per certi reati ritenuti di particolare gravitàè esclusa senza riserve l’ eventualità che la pena carceraria finisca, o si muti in pene, come si dice, alternative: niente permessi, niente lavoro esterno, niente riduzioni di pena per buona condotta – come si potrebbe ridurre una pena che si decreta senza fine? Quel genere di condanna all’ ergastolo “osta” a qualsiasi modificazione, per quanto tempo passie per quanto cambi la persona condannata. Se questa, come immagino, è per i più una notizia, lo è tanto più perché contraddice quel luogo comune così spesso e disinvoltamente ripetuto secondo cui «l’ ergastolo in Italia non esiste», «dopo un po’ di anni escono tutti». Non escono, nemmeno per un’ ora, fino al certificato di decesso. Non sono ancora morti e non sono più vivi: per loro non vale la consolazione che finché c’ è vita c’ è speranza. E guardate che non si tratta di un pugno di casi estremi, ma di centinaia: «Talmente invisibili – ha scritto l’ Avvenire – che neanche al ministero della Giustizia sanno dire con esattezza quanti siano davvero gli ‘ ostativi’ ». Ho scritto sopra «esclusa senza riserve»: non è del tutto esatto. Perché giudicando dell’ incostituzionalità di una pena che esclude a priori la rieducazione e la risocializzazione- dettate da letterae spirito della Carta – la Corte costituzionale ha convalidato l’ unica ipotesi che prevede di romperne il rigore mortale. È il caso in cui il condannato “collabori” con la giustizia facendo i nomi di altri colpevoli. Questa eccezione ribadisce il rovesciamento di senso per cui in Italia si chiamarono “pentiti” i collaboratori di giustizia, tramutando una categoria pratica, spesso utile e altrettanto spesso detestabile, in una categoria morale. Non solo l’ assimilazione è indebita, ma può avvenire l’ opposto: che un vero intimo e non esteriore pentimento vada assieme al rifiuto o all’ impossibilità di denunciare altri. Altri che a loro volta possono aver cambiato vita per intero, sicché la denuncia varrebbea mettere in galera al proprio posto qualcuno che non costituisce da anni e magari da decenni alcun pericolo per la società. Ma lasciamo pure che questo resti un dilemma delle coscienze e del loro segreto; subordinare l’ “indulgenza” (uso questo termine perché ricorda l’ altro, della simonia) alla delazione espone il condannato a mettere oltre che se stesso la propria famiglia,a distanza di venti o trenta anni – figli, figli dei figli – nella catastrofe della “protezione”, del cambiamento di identità, di luogo, di vita, nella paura. E infine – ma non è l’ ultimo degli argomenti, al contrario – chi può escludere che fra quegli ergastolani “ostativi”, quegli “uomini ombra” come loro stessi hanno deciso di chiamarsi, ce ne siano che non hanno niente da confessare, nessuno da denunciare? Anche se si trattasse solo di una questione di principio, occorrerebbe tenerne gran conto, e del resto è uno degli argomenti (non il maggiore) invocato contro la pena di morte: il conto dei giustiziati e riabilitati negli Stati Uniti è lungo – altrove non c’ è nemmeno il conto postumo. Ma bisogna piuttosto rassegnarsi a vederlo come una tragica questione di fatto. Siamo reduci, ancora reticenti, dalla scoperta che una montatura mostruosa aveva mandato in galera all’ ergastolo, e ci sono rimaste diciott’ anni, otto persone non colpevoli, che ci sarebbero restate con quella dicitura: “Fine pena 3112-2999”. Ergastolani ostativi, per l’ assassinio di Paolo Borsellino, salvo che non erano stati loro ad assassinare Borsellino. In Italia c’ è da sempre una discussione sull’ ergastolo. Se ne è richiesta l’ abolizione come una pena disumana, vendicativa, negatrice della possibilità di riscatto e, per questo, negatrice della Costituzione. Quella discussione si è attutita, come tante altre, per il peso opprimente che la criminalità organizzata ha esercitato sul paese,e non smette di esercitare. Nelle polemiche di questi giorni si può misurare l’ ambiguità spaventosa che avvelena ogni dubbio sul 41 bis, al di là del proposito indubbio di impedire ai criminali di continuare a far male anche dalla cella. Ma le ambiguità vanno sciolte nei loro elementi nitidi, per quanto è possibile. Don Luigi Ciotti, campione dell’ impegno contro le mafie, scrive: «Giudicare insensato il carcere senza fine non è asserzione ideologicao radicalismo astratto, ma semplice constatazione». Valerio Onida, a sua volta ex presidente della Corte costituzionale e uomo arricchito da una frequentazione volontaria del carcere, ha scritto a Carmelo Musumeci, ergastolano ostativo e rianimatore degli uomini ombra: «Non mi sembra giustificato escludere in ogni caso che, anche in assenza di collaborazione, possa ritenersi in concreto il ravvedimento del condannato. Mi auguro che la questione possa essere riproposta all’ esame della Corte,o altrimenti risolta dal legislatore». Segnalai qui in passato la lezione in cui il professor Aldo Moro diceva: «Un giudizio negativo, in linea di principio, deve essere dato non soltanto per la pena capitale… ma anche nei confronti della pena perpetua: l’ ergastolo, che, priva com’ è di qualsiasi speranza, di qualsiasi sollecitazione al pentimento ed al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumana non meno di quanto lo sia la pena di morte ». «Non meno»: pensiero che contrasta radicalmente con tutte le forme di ripudio della pena di morte che vogliono compensarlo con l’ inflessibilità della reclusione a vita – argomento corrente soprattutto negli Stati Uniti. Continuava Moro: «Ed è, appunto, in corso nel nostro ordinamento una riforma che tende a sostituire a questo fatto agghiacciante della pena perpetua – (“non finirà mai, finirà con la tua vita questa pena!”) – una lunga detenzione, se volete, una lunghissima detenzione, ma che non abbia le caratteristiche veramente pesanti della pena perpetua che conduce ad identificare la vita del soggetto con la vita priva di libertà. Questo, capite, quanto sia psicologicamente crudele e disumano… Ci si può, anzi, domandare se non sia più crudele una pena che conserva in vita privando questa vita di tanta parte del suo contenuto, che non una pena che tronca, sia pure crudelmente, disumanamente, la vita del soggetto e lo libera, perlomeno, con il sacrificio della vita, di quella sofferenza quotidiana, di quella mancanza di rassegnazione o di quella rassegnazione che è uguale ad abbrutimento, che è la caratteristica della pena perpetua. Quando si dice pena perpetua si dice una cosa… umanamente non accettabile ». «Una lunga detenzione, lunghissima…». Traggo dalla prefazione a una raccolta di scritti di ergastolani, Urla dal silenzio, questa informazione: «In Italia ci sono più di 100 ergastolani che hanno alle spalle più di 26 anni di detenzione, il limite previsto per accedere alla libertà condizionale. La metà di questi 100 ha addirittura superato i trent’ anni di detenzione. Al 31 dicembre 2010 gli ergastolani in Italia erano 1.512: quadruplicati negli ultimi sedici anni, mentre la popolazione ‘ comune’ detenuta è ‘ solamente’ raddoppiata». (Su “Ergastolo e democrazia” si terrà presso il Senato un importante convegno il prossimo 2 ottobre). Vorrei concludere provvisoriamente evocando la sentenza del tribunale norvegese che ha condannato Anders Breivik al massimo della pena prevista dal codice di quel Paese, 21 anni. Anche quei bravi norvegesi hanno dovuto amaramente sperimentare la sproporzione fra le loro leggi e lo spirito che le informa, e l’ irruzione di un’ infamia smisurata:e tuttavia hanno scelto la fedeltà a quello spirito. In Italia, molti hanno voluto commentare irridendolo. Hanno fatto il conto e intitolato il loro sdegno così: «Tre mesi per ognuno dei 77 ammazzati». Mettiamo che fosse stato condannato, quel mostro, a 63 anni: il titolo «Nove mesi per ognuno dei 77 ammazzati» sarebbe stato meno sdegnato?

ADRIANO SOFRI

Allarme suicidi in carcere: da gennaio i morti sono 19, tre tentativi al giorno

Il 2010 rischia di essere ricordato come un tragico anno record per le morti in cella: fra le cause, al primo posto il sovraffollamento e le cattive condizioni di vita dei detenuti. Ancora un suicidio in carcere, detenuto si toglie la vita nel penitenziario di Sulmona

Consegnato alla stampa, come annunciato, il video girato dalla Commissione d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale presieduta da Ignazio Marino sull’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino e sulle altre strutture simili presenti in Italia. Il video andrà in onda anche domenica prossima. 20 marzo, a Presadiretta su Raitre con il senatore del PD che sarà ospite del giornalista Riccardo Iacona. L’inchiesta riprende quanto tra l’altro il settimanale L’Espresso anticipò nell’agosto dello scorso anno.
Nel filmato non vengono fatti nomi specifici delle strutture inquadrate, ma si nota palesemente la presenza di immagini girate all’interno della villa dell’Ambrogiana.

Il video integrale viene riproposto anche da gonews.it qui in fondo, ma prima ripubblichiamo il testo di presentazione scritto da Ignazio Marino e pubblicato sul suo sito internet.

“Oltre i cancelli inizia un viaggio che riporta indietro di ottant’anni, ai tempi del Codice Rocco che istituì i manicomi. La malattia mentale resta uno stigma, una ferita da nascondere alla società tanto più se ha portato con sé aggressioni o, peggio, omicidi. Ma dietro i cancelli di ciascuno degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) non si trovano solo autori di crimini efferati: c’è chi si è vestito da donna ed è andato davanti a una scuola venticinque anni fa, chi nel 1992 ha fatto una rapina da settemila lire in un’edicola fingendo di avere una pistola in tasca, chi ha procurato danni al patrimonio della sua città perché non riceveva le cure adeguate alla sua patologia. Molti di loro hanno commesso un reato bagatellare, di quelli punibili con pochi mesi di prigione, come l’ingiuria, senza troppa consapevolezza dei successivi, possibili percorsi.

Così si finisce in OPG e si rischia di non uscire più. Per uno schiaffo o un’ingiuria si può essere condannati all’ergastolo bianco. Ecco cosa racconta il documentario della Commissione d’inchiesta: lenzuola non sostituite per settimane, lezzo di urina, tanfo e sporcizia ovunque, letti arrugginiti. In alcuni casi, letti di contenzione con un foro nel mezzo per la caduta degli escrementi di internati legati per giorni. Stanze da quattro ospitano nove internati su letti a castello (proibiti in un ospedale); spesso ogni internato ha meno di tre metri quadrati a propria disposizione, in netta violazione di quanto sancito dalla Commissione europea per la prevenzione della tortura. Questa, infatti, è tortura.

Nessun rispetto per l’identità di una persona e la sua dignità, dall’igiene più elementare al diritto alle terapie. Le medicine trasformate in camicie di forza invisibili che contengono, non curano, pochissimi medici presenti quattro ore a settimana in strutture in cui si contano anche 300 persone. Sono gli internati stessi a raccontare il degrado di chi, ad esempio, è costretto ad infilare le bottiglie d’acqua nel buco dei bagni alla turca – come e’ avvenuto all’ospedale di Aversa – per farle rinfrescare d’estate o per impedire la risalita dei topi.


La Commissione sta monitorando ogni settimana ciascuna struttura per avere notizie degli internati che dovrebbero essere stati dimessi già da mesi o anni, persone rinchiuse anche se hanno commesso un reato minore, e mai più uscite a causa delle infinite proroghe delle misure cautelari. Raccogliere i primi dati non è stato per niente semplice: reticenze, diffidenze, inesattezze hanno scandito le prime settimane di lavoro soprattutto negli OPG più degradati. Ci sono, tuttavia, OPG come quello di Reggio Emilia dove gran parte dei dimissibili hanno già lasciato la struttura. Speravamo di poter fare molto e al più presto ma abbiamo bisogno che le strutture collaborino seriamente e continuativamente. E così dovranno fare i territori: queste persone e queste situazioni sono responsabilità di tutto il Paese, non dobbiamo tollerare degrado e condizioni di vita incompatibili con il più elementare rispetto della dignità e lesivi dei principi della nostra Costituzione.


Su 376 internati dichiarati ‘dimissibili’ per ora solo 65 sono stati effettivamente dimessi, mentre per altri 115 è stata prevista una proroga della pena. Di questi ultimi, solo 5 sono ancora internati perché ritenuti socialmente pericolosi, tutti gli altri non hanno varcato i cancelli dell’OPG perché non hanno ricevuto un progetto terapeutico, non hanno una comunità che li accolga o una Asl che li assista. Il territorio li rifiuta: mancano le risorse, si dice, ma la Commissione ha ottenuto dal Governo l’impegno per uno stanziamento di 10 milioni di euro (5 del ministero della Salute, 5 del dicastero della Giustizia) per agevolare l’assistenza di coloro che da queste strutture devono uscire per essere accuditi altrove, sul territorio, con cure appropriate che li aiutino a tornare pienamente alla vita ‘libera’. Forse sarebbe più onesto dire che manca la volontà perché questi non sono pazienti psichiatrici come tutti gli altri e su di loro il pregiudizio si fa più pesante.

Sulla chiusura degli OPG si dibatte molto e da diverso tempo. La Commissione vuole chiuderne almeno tre su sei e, comunque, arrivare all’individuazione di nuove strutture a custodia attenuata da destinare al trattamento sanitario degli internati. Alla luce dei recenti fatti di cronaca che hanno coinvolto l’Opg di Montelupo Fiorentino (dove un internato è morto per aver inalato del gas) e Aversa (dove due guardie della polizia penitenziaria sono state poste agli arresti domiciliari per aver abusato di un internato transessuale), le istanze di chiusura e riforma espresse già lo scorso luglio sono ancora più urgenti”.

Ignazio Marino, presidente Commissione d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale

 

il Cameriere che “cambia” la Società   Leave a comment


“VERGUENZA !!!! ” ” vergogna..”

pur essendo  nato in ambiente cristiano,ritengo che

che, nel mondo di Oggi,retrocesso a livelli di Barbarie degni dell’uomo delle caverne

a “violenza” sia giusto “rispondere con “violenza”

la “non violenza di Ghandi”

non è adatta alla Societa attuale

La polizia difende i “delinquenti” ma è   arrivata

l’Ora  di finirla.

Il Potere è disposto a tutto ,e purtroppo,le forze antisommossa non si fanno scrupolo di Niente

Allora è  bene “cominciare” a regolarsi in altro “modo”

“OCCHIO PER OCCHIO,DENTE PER DENTE”

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